Speaker's Corner
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Buio in sala
   dal nostro inviato
Francesca Pozzi




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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    Amorfù
    Qualche giorno fa passeggiavo per le strade di Roma. E quasi per caso sono inciampata in una locandina cinematografica affissa sulla parete di una stazione della metropolitana. Il titolo della pellicola era Amorfù. Non so spiegare l'attrazione incosciente che quel cartellone ha provocato, so solo documentare il viaggio immediato alla ricerca della presentazione in anteprima dell'ultimo film di Emanuela Piovano, trentanovenne regista piemontese, giovane fondatrice con Daniele Segre della Scuola Torinese. L'occasione è arrivata puntuale con la proiezione al Festival del Cinema di Viareggio.
    Amorfù è una danza intorno alla follia e alla normalità, al confine così labile che a volte le separa. E' la storia di Elena, specializzanda in psichiatria, e di Fausto, ospite del centro di recupero in cui lei esercita la sua professione. E' la storia di un amore, di una passione che esplode contro le regole, quelle di tutti. Di uno scambio di ruoli, di un'inversione di patologie e responsabilità. Elena cura i suoi pazienti attraverso il dialogo, perché la comunicazione sia l'occasione per far emergere una normalità sopita, forse nascosta. Si dà totalmente nel rapporto medico-paziente, al punto da rimanerci impigliata. Ma l'amore tra i due è la fotografia della reciproca fragilità, fatta di cose diverse vestite della stessa voglia di liberarsi, di affrancarsi da qualcosa. Sembra impossibile dargli una definizione, perché in fondo vive delle sue sole espressioni, delle sue manifestazioni: l'amore può guarire, può farti ammalare, può liberarti ma può anche costringerti tra quattro mura, inchiodandoti alla tua diversità. Emanuela Piovano ha cercato di spiegare con profonda attenzione il senso di ciò che voleva comunicare: la follia d'amore è qui presa alla lettera, e la lettera diventa sottotesto, pretesto o ragione per intuire che qualcuno o qualcosa deve subire un ribaltamento - nella locandina i volti dei due protagonisti sono sottosopra, e sottosopra sono anche il Carnevale di Rabelais e il titolo stesso, fu amore e amor fou.
    Elena e Fausto si rovesciano nel proprio contrario, lei nell'abbandono e nel tentativo di recuperare la deriva di sé, lui in quello più lucido di esercitare la propria libertà di follia.
    A dire il vero il film semina anche qualche traccia di amarezza. Nell'oceano di spunti e riflessioni da non dimenticare, Amorfù lascia dietro di sé un senso di incompiuto, una sensazione di non aderenza che disorienta. E tu resti lì, travolto dalla musica struggente che per interi minuti ubriaca la sala, riempito da certe scelte di regia che utilizzano l'assoluta vicinanza tra corpi e strumenti per acuire la distanza reale, resti lì a domandarti purché, a chiederti quale sia, l'anello mancante. Convincono i due protagonisti, Sonia Bergamasco e Ignazio Oliva, un po' meno la coralità che sta loro intorno - fatta eccezione per Luigi Diberti, nel ruolo di Franco.
    Due curiosità: nella fase di pre-produzione la Piovano ha girato in una comunità di Ivrea ore e ore di materiale, poi montato selvaggiamente e mostrato agli attori come traccia. Nonostante le iniziali perplessità di dover chiudere in uno studio le emozioni, il film è stato in parte girato a Cinecittà, alla riscoperta di una spazialità assoluta entro cui far risuonare l'estremità dei sentimenti.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it