Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Paz
Qualche giorno fa mi hanno regalato una copia di questo film. Al cinema lo avevo perso, e aveva lasciato in me una curiosità sanata soltanto ieri sera.
Andrea Michele Vincenzo Ciro Pazienza, in arte Paz, è stato uno dei più grandi cartoonist italiani, una sorta di rockstar del fumetto, bellissimo e corteggiatissimo, morto nel 1988 a soli 32 anni. Il film non nasce in realtà come biografia, ma vive per raccontare la storia dei personaggi usciti dal quel mitico pennarello, testimoni di un disagio artistico e personale che poi, in fondo, va a sovrapporsi all'esistenza di un uomo che attraverso la propria arte aveva imparato a dire di sé. Ma parlare di Paz e delle sue creature è parlare di un'epoca intera, significa andare a rispolverare un arsenale di ricordi ed emozioni legati a una generazione, quella del '77. Significa scandagliare la memoria, fare esercizio per non perderla.
Pazienza raccontò quegli anni con profonda ironia e con una malinconia sottile che mai aveva sfiorato la superficialità del giudizio, e lo fece attraverso i tratti di alcuni personaggi che abitando una Bologna di fine anni '70 continuavano a domandarsi il perché di certe cose, scansando le risposte più ovvie.
E così i protagonisti di questo film di Renato De Maria - oggi più noto forse per alcune regie televisive - escono direttamente dalle tavole dell'artista, specchio della stessa sceneggiatura. Pentothal, Enrico Fiabeschi e Zanardi detto Zanna vivono nello stesso appartamento e consumano l'intera vicenda in sole 24 ore senza mai incontrarsi, studiandosi come fossero vecchi conoscenti, sentendo di appartenere a un unico misterioso destino comune. Pentothal è un fumettista squattrinato che vive praticamente in pigiama, Enrico Fiabeschi e Zanna sono due studenti eternamente fuori corso, una canna sempre tra le dita e l'illusione di poter credere forse solo nell'amore. Vivono sullo sfondo di una rivoluzione che fa parte della memoria collettiva, quella delle Università e dei dischi in vinile, delle assemblee e dei manifesti, degli scontri tra opinioni e credo politico, di tutte ciò che riesce a creare un senso di appartenenza difficile da estinguere mixando pubblico e privato.
De Maria è bravissimo nel ricreare i toni foschi e nebbiosi di una Bologna sempre cupa, muovendosi nello spazio tra soggettive e piani sequenza che accendono il racconto costruito a mosaico, privo di una vera trama proprio perché affidato esclusivamente ai richiami delle tavole di Pazienza. E dimostra di sapere il fatto suo nella direzione degli attori: Claudio Santamaria, Flavio Pistilli e Max Mazzotta sono straordinariamente simili ai loro riferimenti d'inchiostro, ma si fanno interpreti di un bagaglio di espressioni e mimiche facciali che lasciano a bocca aperta. Indimenticabile il cameo di Ricky Memphis, nei panni di uno studente-lavoratore.
Azzeccata anche la musica, con una serie di motivi che filtrano nella storia ad essa sovrapponendosi oppure scardinandola. Firmata anche da Lucio Dalla e dai Tiromancino.
Clara
Collalti
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