Speaker's Corner
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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    Ricordati di me
    Per chi ancora non l'avesse visto, per chi ancora non ne sapesse nulla. Per i pochi superstiti che per svariate ragioni hanno aggirato il ciclone-Muccino.
    La storia di questo film passa innegabilmente attraverso le settimane che ne hanno preceduto l'uscita. Raramente si ricorda per il lancio di una pellicola italiana un'operazione di marketing tanto potente e capillare come questa. Ricordati di me è entrato nelle nostre case e nei nostri occhi, nelle nostre orecchie e nei nostri gesti, ben prima di entrare nelle nostre sale cinematografiche. Insinuandosi come un'immagine ricorrente, un pensiero subliminale, una riflessione latente. Come un insieme di suggestioni che si sono posate sulla nostra pelle. Ne consegue quasi ovviamente che un'operazione commerciale tanto violenta abbia attirato a sé non solo l'attenzione di giornali e televisioni, in un tripudio di ospitate e talk show per l'intero cast, ma che abbia catalizzato su di sé una serie di aspettative anche nello spettatore meno attento, che si è per alcuni rivelata un'arma a doppio taglio.
    Perché è chiaro che se qualcosa ti viene presentato come l'evento dell'anno, tu non puoi che aspettarti che realmente lo sia. E se per alcuni dettagli sparuti pare non assolvere questo compito, allora è una tragedia, perché tutta la costruzione precipita rovinosamente.
    Gabriele Muccino sta in piedi sotto lo schermo, in questo venerdì tanto atteso, comunica nel modo buffo in cui sa comunicare. Mi sembra sia cambiato, rispetto a quando lo incontrai per l'uscita de L'ultimo bacio. Leggo in lui un velo di consapevolezza che solo certi trionfi possono regalarti.
    Ricordati di me è il ritratto di una famiglia "normale" - padre, madre e due figli - ed è la fotografia in movimento della corruzione di questa famiglia come tante, dell'appiattimento, dell'impoverimento dei rapporti autoreferenziali che la governano, e a volte la affondano. Carlo e Giulia sono due coniugi abissalmente distanti, promotore finanziario e scrittore fallito lui, insegnante e attrice mancata lei, ridotti ad addossarsi vicendevolmente la responsabilità di essersi castrati nel corso degli anni. Pena la frustrazione in cui vivono probabilmente da sempre. Valentina ha un sogno e per quello soltanto vive e costruisce le sue relazioni con l'esterno: sfondare nel mondo dello spettacolo, attraverso la televisione. E poi Paolo, il cui rigurgito di fine adolescenza trasforma le sue certezze in una valigia di insicurezze.
    Muccino ha saputo raccontare e descrivere alla perfezione le dinamiche corrotte dei Ristuccia che poi sono ciò che tutti noi spesso siamo stati o saremo, in un affresco collettivo che è il naturale proseguo de L'ultimo bacio (anche i protagonisti portano lo stesso nome) e che poggia sull'abilità narrativa e sulla padronanza tecnica degli strumenti utilizzati (immagini torrenziali e frenetiche, l'utilizzo della steadycam e delle inquadrature dall'alto). Una famiglia in cui nessuno crede più nelle capacità e nella sostanza dell'altro, in cui le velleità di ciascuno giacciono sepolte sotto un cumulo di preconcetti e convinzioni falsate, in cui non si comunica se non urlando e sbracciandosi. E in cui è sopra ogni cosa il contatto fisico, ciò che sembra mancare, una gestualità repressa che è il risvolto peggiore della psicologia di ognuno. Ma la frustrazione ha bisogno di riscatto, e tutti e quattro andranno a cercarsela fuori, oltre le pareti di una casa che fatica a contenere l'esplosione imminente. Carlo tra le braccia di Alessia, vecchio amore che ha il viso della splendida e convincente Monica Bellucci; Giulia sul palcoscenico, aggrappata alla (ambigua) sensibilità del suo maestro; Valentina immersa in un mondo luccicante ed effimero, infilata in qualche letto disfatto, e Paolo nella rincorsa all'amore sbagliato, e delle feste giuste. Come a testimoniare che la felicità sia collocata fuori dal nucleo familiare, e che sia necessario andarla a stanare altrove.
    L'eco delle polemiche che il film si è portato con sé risuona ancora per le nostre stanze: la dichiarata battaglia di Muccino contro la superficialità di un mondo fatto di soubrette in costume da bagno ha suscitato la reazione nervosa degli addetti (o delle addette) ai lavori. Il messaggio che doveva passare - e che di fatto passa, anche se per certi aspetti in maniera poco originale - era esattamente questo, vale a dire la strafottente vittoria dell'apparire sull'essere, dell'effimero sul reale, che pervade (contaminandola) la nostra vita. E la polemica è scoppiata in un divertente gioco di botta e risposta a distanza, in cui per un verso le signorine chiamate in causa rivendicavano anche un cervello mentre il regista col dito puntato non si rendeva conto - forse - di sfruttare a scopi personali esattamente il canale-oggetto della sua contestazione. Ma la cosa singolare, per cui si invita anche il lettore a dare testimonianza, è che di fatto ciò che ti resta addosso non è in primo luogo la questione-televisione. Il messaggio che arriva con più violenza e con sconcertante verità è quello di una situazione familiare all'estremo, tanto disgregata da far male, dell'assoluta mancanza di interazione che a lungo termine condanna alla solitudine più aspra. Testimoniata dai silenzi e dai sorrisi malinconici di un eccezionale Fabrizio Bentivoglio, dalle urla isteriche e sconnesse di una credibilissima Laura Morante, dalla cieca determinazione di Nicoletta Romanoff, per la prima volta sullo schermo - si racconta che Muccino, vedendola, abbia d'impatto riconosciuto la sua Valentina. E infine dal talento di Silvio Muccino, fratello di Gabriele, fedele compagno di viaggio e questa volta anche di regia (a lui è affidata la seconda unità).
    Il fiume in piena di immagini contratte e sincopate, di parole gridate che guidano la dissoluzione familiare si fermerà solo nel momento in cui sarà la vita stessa, a conoscere una battuta d'arresto: l'incidente di Carlo bloccherà questa giostra impazzita, ma solo per il tempo necessario ad assolvere ognuno le proprie competenze, a tornare nel proprio ruolo stereotipato di moglie e di figli. E se negli ultimi istanti di questa pellicola che segna la maturità e la pienezza del giovane regista romano si ha anche solo l'impressione che tutto finisca per il meglio, bastano alcune sequenze successive per ricredersi ed essere di nuovo scaraventati nel mezzo di un decorso cronico forse ineluttabile. Stampato sulle labbra e sul sorriso imbarazzato di Carlo, disegnato sui volti della famiglia che ancora glielo chiede.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it