Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Per sempre
Un'anima graffiata lo è per sempre.
Questo è il monito che campeggia nel primo flash di questo film diretto da Alessandro di Robilant, pensato, scritto e sceneggiato da Maurizio Costanzo. Ma in troppi lo sanno, e probabilmente tutti non ne possono più di cambiare canale e trovarci i protagonisti invitati in qualche salotto domenicale a raccontare di come si può graffiare un'anima, di come lasciarsela graffiare, per poi morire d'amor perduto.
Sono andata a vedere il film spinta dal motore della curiosità, stupita dell'onnipresenza dell'arcinoto conduttore che ora si propone al suo pubblico anche come soggettista.
Ma avrei fatto meglio a restare in poltrona. Perché per la prima volta mi trovo a voler raccontare un film che condanno senza possibilità d'appello (o quasi) e lo faccio nel modo più lineare di cui sono capace.
Fortunatamente qualcuno ha pensato di cambiargli almeno il titolo, che da Anima graffiata è diventato Per sempre. Banale, ma certamente d'impatto poetico più convincente. Per sempre racconta l'Amore, e l'idea da cui parte non è nemmeno così stonata: Giovanni è un avvocato di successo, incontra una donna molto più giovane di lui con la quale si perde in quattro anni di passione totalizzante, travolgente e assassina. Più o meno ricambiata. Poi un giorno Sara decide che è ora di dire basta, e in una manciata di secondi sancisce la fine lapidaria della storia. E allora ecco il graffio dell'anima, che poi si traveste clinicamente da malattia: ricoverato in una casa di cura e assistito da un medico che si lascerà personalmente coinvolgere nella vicenda, Giovanni rifiuta la vita e piano si spegne, incapace di combattere il dolore. La morte segna la fine del primo blocco del film, che tutto sommato propone un Giancarlo Giannini come al solito straordinario e che si lascia guardare, pur montando i dubbi e i presentimenti sulla restante parte da gustare. Che inizia quando Sara viene raggiunta dalla notizia della morte dell'amante e naturalmente solo in quel momento si accorge di amarlo e d'averlo allontanato per la consueta paura che si ha quando le cose cominciano a girare troppo in fretta, e troppo nel verso giusto. Di qui in poi, la storia precipita tra flash back poco convincenti, apparizioni di fantasmi e crisi di identità e certezze, in cui lo splendore di Francesca Neri si perde, lasciando alla deriva anche lo spettatore.
Raccontare il dolore che cola lungo il corpo di chi subisce l'abbandono, di chi vive la lacerazione della separazione, raccontare in generale l'Amore non è cosa semplice, lo so. Il rischio invadente di scivolare nel già detto è altissimo, e solo i più bravi - o i più astuti - riescono a scansarlo. Ma qui sono gli strumenti, a tacere, a non comunicare abbastanza. Il film resta lì, scorre sullo schermo e ti dà l'impressione di essere un collage di immagini e sensazioni, un miscuglio non definito di emozioni che presto si trasforma in un grumo di azioni e pensieri preconfezionati che generano incredulità. Perché in quei baci non leggi l'amore, in quei giochi sbarazzini sulla spiaggia non riesci a trovarci autentica leggerezza, in quell'abbandono fumoso ai piedi di un divano non senti l'urlo devastante del dolore. Per le apparizioni dell'anima di lui che semina tracce di sé non provi tenerezza, ti fai solo qualche domanda. Ti chiedi per esempio perché quei tramonti sul mare e quel tango sensualissimo non siano abbastanza, perché la sceneggiatura zoppichi così tanto, come superficialmente tratteggiata. Perché debba finire tutto nell'ovvietà, con un abbraccio appassionato tra due anime che si ricongiungono di là, dove forse si sta meglio, e quell'abbraccio abbia bisogno di essere mostrato. Perché, a dirla tutta, non si lasci spazio a giovani scrittori che forse hanno davvero qualcosa da dire.
Spezzo una lancia per il regista 54enne. Perché la buona fattura delle immagini e certi vezzi stilistici confortano, sollevando una serata iniziata male.
Clara
Collalti
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