Speaker's Corner
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Buio in sala
   dal nostro inviato
Francesca Pozzi




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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    Mystic river
    Per scampare le accuse di italianofilia aggravata, questa volta mi piace raccontare l'ultima pellicola dell'ex cow boy Clint Eastwood, che ha scelto un best sellers targato USA per tirar fuori dal cilindro Mystic River. Acclamato e sostenuto dai fautori dell'Academy Awards in proiezione della prossima cerimonia degli oscar, Mystic River è un film che intreccia dentro e sotto di sé la tragedia e il thriller, ma è anche una composizione di sentimenti e reazioni spietatamente umane che emergono senza mai desistere. La storia inizia sul cemento ancora fresco di un tombino di un quartiere popolare di Boston, quando tre ragazzini vi imprimono i loro nomi nel tentativo di dare una definizione evidente alla solidità della loro amicizia. Ma Dave non finirà di scrivere il suo nome, perché verrà prelevato da due misteriosi individui che segneranno la sua esistenza. Il tema della pedofilia irrompe senza la crudele gratuità di certe immagini ma lo fa con un'autorità che permette al dramma di schiudersi con forza.
    Perché nella stessa Boston lucente e fuligginosa Jimmy, Sean e Dave si ritrovano adulti, con tre vite diverse ma ugualmente segnate che vanno di nuovo a inciampare una nell'altra con l'assassinio della figlia di Jimmy. E se Sean è - ovviamente - l'ufficiale che indaga su delitto, Dave è apparentemente l'indiziato numero uno quando lo si scopre rincasare la stessa sera coperto di sangue. Il percorso che conduce alla verità è ben costruito, ti lascia coperto di dubbi e sensazioni confuse nella misura in cui svela invece il marcio delle vite dei protagonisti che sale in superficie, minuto dopo minuto. Il fallimento di tre percorsi personali, ognuno sotto una luce diversa, l'ombra del dolore che si allunga sul passato, l'innocenza depredata e il desiderio di riscatto privato che sembra più forte di tutto il resto. L'assassino naturalmente non è Dave, non sono nemmeno i suoi fantasmi di adolescente, sono solo due ragazzini insospettabili. Ma di fronte alle cose che scivolano sulla pellicola ti dici che alla fine poco importa saperlo: è come se la sete di verità passasse in secondo piano di fronte allo spaesamento dei tre, anche quando uno di loro decide di farsi giustizia da solo uccidendo l'amico innocente. Raggela la loro incapacità di riconoscersi, di riconoscere la responsabilità del proprio passato e delle persone che stanno loro accanto - le donne che forse appaiono poco, ma hanno un ruolo sottilmente dominante. Paralizza la frase messa in bocca a uno di loro sul finire della tragedia, sullo scorrere del flash back del giorno del sequestro.
    Potrebbe essere una di quelle storie già viste e sentite, già scritte e girate, è vero. Probabilmente lo è. Però tutto è qui presentato così com'è, senza decorazioni superflue, senza trucchi, senza inutili facciate, ognuno è vittima di sé e di quello che gli sta intorno tanto quanto delle stesse cose è ipotetico carnefice. E forse può bastare.
    Strepitosi i tre interpreti, Sean Penn, Kevin Bacon e Tim Robbins. E anche le musiche, firmate dallo stesso regista e orchestrate dalla prestigiosa Boston Symphony Orchestra.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it