Speaker's Corner
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Francesca Pozzi




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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    Dogville
    Parlare del caso cinematografico, umano e psicologico di Lars Von Trier non è cosa semplice. Perché se da un lato risulta troppo facile parlarne, per la quantità di spunti che continuamente suggerisce, dall'altro si rischia inevitabilmente di lasciarsi andare a considerazioni banalmente profuse intorno al suo genio (in)compreso. Così è anche per lo spettatore, sospeso nel classico dilemma che i suoi film sanno generare: sputare sulla difficoltà e la presunzione di certe scelte oppure abbandonarsi all'elogio un po' snob del mito, solo perché tutti lo fanno? Probabilmente la cosa migliore sarebbe dire la verità, una volta usciti dal cinema.
    Dogville apre un nuovo percorso dialettico della narrazione del regista danese, proponendosi come primo atto di una nuova trilogia e forse anche del suo cinema. Perché le regole di Dogma 95, che allora esigevano solo luci naturali, scenografie autentiche e attori dimessi, dichiarando odio agli effetti speciali, qui vengono ribaltate, ad eccezione dell'utilizzo della camera in spalla: Dogville è una cittadina americana fotografata intorno agli anni '30, e per noi non esiste. Non ci sono case, non alberi, porte, pareti: Dogville è una città tratteggiata col gesso, ed è un assoluto unicum spazio-temporale.
    Strutturato come un pièce teatrale - a qualcuno ricorda lo stile di Brecht-Weill, ma anche la chiara matrice letteraria di certe suggestioni -, della pièce mantiene anche la "segnaletica" per lo spettatore: nove i capitoli, e a ogni cambio di scena la didascalia di ciò che si andrà a vedere che campeggia sullo schermo. Von Trier ha disegnato per terra i confini di questa cittadina abitata da un pugno di personaggi-cliché, ognuno funzionale alla storia. Chiusi tra le pareti fittizie di una città priva di contatti col mondo, che si autoregola e vive secondo principi dettati da un'interazione sociale gretta e ottusa, gli abitanti di Dogville sono costretti ad affrontare un'incursione esterna, e il suo nome è Grace. Un dono splendido, in fuga dai gangsters: è Tom a trovarla, il filosofo di più ampie vedute, lui a proporla all'assemblea, lui a incoraggiarla. Ad innamorarsene, e anche a tradirla. Grace ha il compito di farsi accettare dalla comunità, e il tema dell'accettazione scotta quanto quello dei soprusi, condito di finissimo sarcasmo. Il regista svedese utilizza ancora una volta una donna per palesare o smascherare i difetti della società, per denunciarne i limiti e le aporie, le violenze fisiche e morali. Perché Grace viene accettata, ma la sua arrogante benevolenza diventa un elastico che quando si tende troppo inevitabilmente torna all'origine, per ferire. Ma se in passato Von Trier si era servito di strumenti plateali per denunciare il marcio della società (chi ricorda Le onde del destino o Dancer in the dark ricorda anche un certo sgomento fisiologico di fronte ad alcuni fotogrammi), questa volta lo fa in una maniera diversa, che a qualcuno è parsa un'involuzione e ad altri un importante passo avanti: i soprusi subiti e la violenza psicologica che gli abitanti di Dogville fanno in fondo a se stessi sono evidenti ma non urlati. Von Trier lascia spazio alla riflessione senza troppo contaminarla di immagini destabilizzanti. Dogville è un concentrato di parole e pensieri, di stilettate sottili verso gli assiomi di buonismo di un paese (l'America) che lui poco frequenta, di dibattiti più o meno approfonditi sulla tolleranza e l'integrazione, sul perdono e sulla vendetta, sullo sporco che ognuno si porta dentro. Anche Grace. Perché alla fine qualcuno la tradirà, e lei non esiterà più del concesso nel servire la sua vendetta feroce e bollente: le rimetteranno tra le mani un potere che rappresenta molto più di un semplice riscatto, e lei lo userà immediatamente - con lei forse anche lo spettatore, infastidito dal continuo martirio.
    Gli attori non professionisti del passato sono qui rimpiazzati dalla star assoluta: Nicole Kidman spazza prepotentemente col dorso della mano i dubbi di chi ancora crede che la bellezza non generi mai talento, e quello che ci consegna è una straordinaria prova d'interprete - e di tenacia, visti i trascorsi turbolenti di Von Trier e delle sue protagoniste sul set. Accanto a lei Paul Bettany e una parata di stelle confezionate in ruoli minori, da Lauren Bacall a James Caan.
    L'impronta vellutata del finale sta tutta nei titoli di coda. Scivolano su Young Amrericans di David Bowie, sbucano dall'artificiosità di Dogville e si confondono con una realtà in bianco e nero che forse è il vero film.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it