Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Lost in translation
In America la chiamano daddy-question. Tutta quella storia sui padri famosi con i quali i figli con ambizioni simili devono confrontarsi. E in effetti Sofia Coppola avrebbe da dire la sua, a riguardo. Celebrata ma anche fortemente contestata all'epoca del suo debutto alla regia con Il giardino delle vergini suicide, Sofia ha vissuto un percorso umano e professionale originale e turbolento. Però dovrebbero smettere di chiederle cosa vuol dire essere figlia di. Almeno dopo aver visto Lost in traslation, il suo ultimo lavoro. Perché a trentadue anni è riuscita a incantare le platee, comprese quelle più pretenziose del Lido, chiudendo dentro un lussuoso hotel di Tokyo due americani e facendo vivere loro un'atipica relazione sentimentale. E non è solo una questione di cognome. Sceglie di girare in una città come Tokyo e di disorientare lo spettatore, accecato dalle luci dalla gente dall'automatismo di una vita che non conosce poi così bene. Lei si, però: tra i venti e i venticinque anni ci ha passato parecchio tempo, vagando insonne per i corridoi di grandi alberghi esattamente come Bob e Charlotte, i protagonisti del suo film. Lui attore strapagato volato in Giappone per girare lo spot di un whisky, lei neosposa di un fotografo-al-lavoro che la lascia sempre sola. Una commedia dipinta di malinconia, una fotografia lucida e consapevole di due vite nelle quali non è poi così difficile riconoscersi. Due persone alle prese con se stessi e le proprie relazioni più intime, alla ricerca di un senso da appiccicarsi addosso, di un modo per comunicare e comunicarsi che sembra essersi perduto. La solitudine che abita nella folla e poi quel disorientamento che non è solo la confusione della metropoli giapponese capace di inghiottirti. E' un'incertezza personale, è la ricerca di una consolazione spicciola che marchia la vita quotidiana: si incontrano dentro a notti insonni al lounge bar dell'hotel, parlano e si scoprono divertiti delle proprie inquietudini e delle proprie manie. Le spartiscono, con dolcezza e semplicità ragazzina. Ma la storia non ce li regala preconfezionati dentro una storia d'amore qualunque. Sofia Coppola è attenta, rivela una delicatezza sorprendente e un tocco vellutato nel mostrarci solamente la complicità di Bob e Charlotte. Apparentemente niente di più di un bacio imbarazzato e sfuggente, perso tra mille volti identici che danno vita alla città.
E' un film delizioso, e la figlia di Francis Ford Coppola - qui produttore esecutivo - ha talento. Si nasconde tra le pieghe della storia, le scivola dentro, si fa sentire con leggerezza e intelligenza. Ha dichiarato di aver pensato sempre e solo a Bill Murray mentre scriveva soggetto e sceneggiatura. E ha fatto proprio bene a pedinarlo con una serie interminabile di lettere e telefonate che alla fine lo hanno persuaso: in questo film è uno strepitoso mix di ironia e vulnerabilità che lo rendono irresistibile - gli fa eco altrettanto bene la 18enne Scarlett Johnasson.
Una piccola curiosità: quasi tutti gli interpreti giapponesi del film sono realmente amici e conoscenti della regista. Gli stessi raccolti nelle notti insonni passate a srotolare la propria vita al bancone di un bar.
Clara
Collalti
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