Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
In the cut
E' stata più clemente di quella americana, l'accoglienza europea. Là censurato perché ritenuto decisamente oltre la soglia di un certo pudore, qui atteso e forse un po' troppo celebrato prima del dovuto. Perché il nuovo film di Jane Campion, premio oscar affascinato da torbide e sensuali storie femminili, convince solo a metà e gli strilli di copertina a poco sono serviti. Prodotto da Nicole Kidman e tratto dal romanzo scandalo di Susanna Moore, arrivato in Italia col paradigmatico titolo Dentro, In the the cut racconta - o forse ci mostra - l'attrazione fatale che esplode fra la testimone di un omicidio e il detective che sullo stesso delitto indaga. Nei panni della professoressa vagamente frustrata che riscopre la propria impulsività c'è Meg Ryan, quella che ancora chiamano la "fidanzatina d'america", quella che tutti ricordano al fianco di Tom Hanks, o meglio ancora seduta al tavolo di un bar nella simulazione più esilarante che il cinema degli ultimi anni ci abbia regalato. Piuttosto credibile nella sua trasformazione radicale, incolpevole di fronte alla fragilità dell'impianto del film. In the cut getta davanti a sé il tappeto delle proprie ambizioni e poi si trasforma in un progetto davvero pretenzioso: se scorriamo rapidamente i titoli delle pellicole precedenti ci accorgiamo di essere stati abituati dalla regista neozelandese a storie del genere. Di essere stati abituati bene. Ma le perversioni annunciate sono in realtà semplici espressioni di una sensualità (e una sessualità) femminile che chiama, che si mostra morbida e liberata, ma non perversa. Gli intrecci psicologici sono qui imprudentemente mescolati al thriller, al noir, forse al giallo, e il risultato è un pastiche che poco coinvolge, in cui lo spettatore cerca costantemente un punto d'appoggio, qualcosa da cui partire e a cui arrivare, senza riuscire a trovarlo. Franny Avery legge distici di rara poesia sui cartelloni affissi alla metropolitana e poi li annota in un quaderno, studia lo slang di quartiere con uno studente di colore e consola la sorella in crisi sentimentale. Subisce il fascino ambiguo e terreno dall'ispettore Malloy, alla cui seduzione (letteralmente) si abbandona e del quale (ovviamente) sospetta a proposito degli efferati omicidi. La sua vicenda genera curiosità, perplessità, la sceneggiatura acerba domande che non hanno soluzione. Allo spettatore non resta che affidarsi all'unica verità probabilmente indiscutibile, il talento della regista australiana. Chi scrive non riesce a nascondere faziosità, d'accordo, ma l'intelligenza e il tocco vellutato di Jane Campion forse bastano a riempire la delusione: New York è qui una metropoli sudicia, ombrosa, degradata e putrefatta, che si mostra solamente attraverso i suoi angoli peggiori. Le persone portano addosso colori diversi, più caldi e appannati. Trasudano malinconia. La telecamera in movimento sta lì, come fiato sul collo, a spiare quello che c'è in fondo, quello che c'è dentro. Ci sono sfumature e dettagli che testimoniano un modo strettamente personale di vedere le cose e poi raccontarle, e sono sfumature e dettagli che fanno la differenza.
Finale con l'happy end che tradisce i crismi di genere e cammeo delizioso di Kevin Bacon, bravissimo come il co-protagonista Mark Ruffolo.
Clara
Collalti
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