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    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    DOLLS, di Takeshi Kitano
    Non sono solo le grandi "prime" ad entusiasmarci, spesso.
    Perché può capitare di finire quasi per caso sulle poltroncine un po' dimesse di un cineforum di periferia, e di assistere a uno spettacolo incredibile. Alla proiezione di Dolls, di Takeshi Kitano.
    Che torna alla regia con una pellicola di straordinaria bellezza evocativa, carica di un significato che rapisce. Concentrato nel folgorante prologo, in cui assistiamo a una scena di teatro bunraku - popolare forma di spettacolo giapponese - dove due marionette, un uomo e donna, danno vita a storie d'amore impossibili il cui destino sembra votato alla tragedia.
    Le marionette di Kitano danno corpo a tre coppie che, condannate a vivere altrettante passioni, sembrano prive della propria autonomia, di un potere esercitato su se stessi la cui assenza li abbandona al corso degli eventi. Tre storie di assurda - e poeticissima -follia: due amanti che camminano senza meta legati tra loro da una corda, scivolati in un silenzio quasi autistico, sulla cui strada incontrano altre anime perdute: la pop-star Haruna, icona di successo e popolarità sfigurata da un incidente che la costringe a una chiusura quasi totale verso il mondo, lenita dall'indissacrabile fede di un fan, disposto a sacrificare se stesso pur di restarle accanto. E infine la passione di un vecchio boss yazuka per la donna abbandonata anni prima, nella commovente e infinita attesa del momento in cui condividere un semplice pranzo.
    Tre storie d'amore che dipingono il dolore, e raccontano la morte in un labirinto di non detti e di ellissi - come qualcuno le ha definite - che consegnano a Dolls suggestioni quasi surreali, in un gioco di ironica e sfrontata intuizione per cui il regista non mostra mai la violenza e l'estremità di alcuni gesti (il suicidio), ma ci consegna solamente i suoi effetti. Attraverso l'utilizzo di armonici e suggestivi flash back che guidano le azioni dei protagonisti come il percorso dello spettatore chiamato a comprenderlo, o anche solo a individuarlo. Perché non sono loro, le cause primarie dell'oppressione e del dolore fotografato: è il destino stesso a dominare gli amanti, a reggere con sagace cattiveria i fili delle vite umane, facendo incontrare o ritrovare le coppie solo in virtù di un'ulteriore separazione, o inserendole in uno schema interpretativo in cui ciò che non si può difendere soccombe, si trascina verso qualcosa di non definito come si trascinano gli amanti sfiniti legati a una corda rossa.
    Ma è anche qualcos'altro, a sorprendere lo spettatore, a incantarlo e probabilmente stregarlo di fascino e ambiguità. Kitano affida la fotografia di questo film a Katsumi Yanagishima, e il risultato è visivamente mozzafiato: i colori nitidi e dirompenti, prettamente simbolici, la natura che accompagna attraverso le sue fasi le stagioni degli amori raccontati, il loro fiorire e il loro seccarsi inesorabilmente, l'eleganza ineffabile dei costumi che delineano stati d'animo ed emozioni. E il risultato è forse il film più silenzioso e muto del regista giapponese, in cui l'immagine domina la parola, la supera in un contesto di suggestioni evocative che non hanno bisogno della comunicazione verbale per farsi sentire. In cui l'elemento musicale scandisce con ossessivo rintocco i gesti degli amanti perduti, e arriva quasi prima di loro.
    L'onirico prevale sul reale, in un clima d'incanto e allo stesso tempo disperazione cromatica in cui lo spettatore riesce a sollevarsi dal tempo e dallo spazio ma allo stesso tempo a restare ancorato ai riferimenti puntuali alla società giapponese: stilizzati, quasi meditati, ma puntuali.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it