Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Il Cartaio
Il Cartaio è la pellicola numero 14 di Dario Argento, il maestro dell'horror che ci aveva lasciati nel 2001 con i dubbi di "Non ho sonno". C'è una premessa indicativa da fare, ed è questa: chi scrive non ama particolarmente il genere in questione, ma è pronta a riconoscere a Dario Argento il merito d'aver dato identità e qualità - anche nel nostro paese - a un filone cinematografico un po' spinoso e non sempre apprezzato. Sono tuttavia in tanti a pensare che già i precedenti lavori fossero evidente e ufficiosa testimonianza del declino del regista romano. Probabilmente gli stessi che oggi non si smentiscono nel decretarne addirittura la fine. Non si entrerà qui nel merito di una discussione sulla vena creativa e sul talento che porterebbe poco lontano. Ma la prima pellicola dell'anno lascia a desiderare. Nato dalle ceneri di un viaggio londinese carico di impressioni a lunga scadenza, il film con-fonde i tratti del poliziesco all'italiana con quelli del serial killer movie d'oltreoceano. E ci racconta la storia di un perverso omicida con la passione per il videopoker che ingaggia una lotta serrata a colpi di tecnologia con il comando di polizia incaricato del caso. L'idea originaria non è affatto malvagia, pur nella sua evidente esemplificazione narrativa: ad occuparsi del caso c'è l'algido ispettore Anna Mari, il cui zelo composto è affiancato da un collega inglese rude e determinato, carico di scheletri nell'armadio buoni per esorcizzare anche quelli di lei. C'è poi il branco un po' slegato e approssimativo di poliziotti staffati sul caso, e tra loro c'è il collega remissivo, innamorato e non corrisposto. C'è il killer spietato che uccide le sue vittime in diretta giocandosi una partita a carte, e c'è il ragazzino esperto di videogiochi che tenta di annientarlo. Quello che in realtà lascia perplessi e che per certi aspetti addirittura spaventa è la scrittura. O meglio, il risultato di un processo di scrittura forse non curato a dovere che costringe i personaggi a farsi carico di dialoghi inopportuni, poco credibili e a tratti imbarazzanti, non soltanto nei contenuti. Gli attori recitano in inglese, e l'impresa di doppiare se stessi non deve certo averli aiutati. Ma a volte viene da chiedersi come sia possibile che una produzione di un certo tipo inviti alla critica anche allo spettatore meno attento. Nonostante ci si soffermi con piacere su alcuni tratti di regia che recano la cifra stilistica e talentuosa del regista (qui seguace di Dogma nella scelta delle luci e fortunatamente molto addolcito in quella dell'invadenza delle immagini…), si resta basiti di fronte al grottesco raggiunto in altre circostanze - la scena finale, lunga e faticosa, in cui Anna e l'assassino si confrontano incatenati ai binari in attesa del treno ne è prova evidente.
Quanto al vivaio di attori in cui Argento ha pescato: Stefania Rocca, ricercatissimo volto italiano del momento, veste i panni dell'ispettore zelante ma probabilmente la si ricorda più volentieri accanto a Fabio Volo. E' una piacevole conferma Claudio Santamaria, l'eterno comprimario al quale sarebbe ora di affidare una parte da protagonista; ed è invece una sorpresa il più giovane Muccino, Silvio, che continua ad avere il solito straccio in bocca (per parafrasare Valentina Romanoff, spietata sorella cinematografica…) ma quantomeno è spontaneo e genuino.
Clara
Collalti
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