Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
E' già ieri
Nel 1993 Harold Ramis usciva negli Stati Uniti con un film divertentissimo intitolato Groundhog Day, in cui l'allora protagonista Bill Murray, professione meteorologo, catapultato in una cittadina della Pensylvania dimenticata da Dio era costretto a rivivere a oltranza il "giorno della marmotta". Un po' di storiografia televisiva e cinematografica potrebbe aiutarci a ricordare che i remake in genere funzionano poco, e sanno essere molto insidiosi. Soprattutto quando ripropongono qualcosa che in origine aveva seminato tracce di perfezione.
Giulio Manfredonia e Antonio Albanese però ci sono riusciti, e il risultato è una pellicola leggera e gradevole che non fa rimpiangere il prototipo americano. Poche le trasformazioni, solo quelle funzionali all'adattamento di situazioni e dialoghi a un contesto tutto italiano sbarcato sull'isola di Tenerife. Perché Filippo fa il giornalista, si occupa di un programma di divulgazione scientifica che lo ha reso una star del piccolo schermo, vittima di tutti i difetti del caso: sempre di corsa, scostante, nervoso, intrattabile. Una sorta di misantropo in carriera. Ed è lì che lo spediscono per liberarsene, con la scusa di un servizio sulle cicogne atterrate sulla cima del vulcano Teide. A pescare il bastoncino più corto è Enrico, operatore timido e gentile, costretto a partire con lui. I due arrivano e vengono accolti da Rita, affascinante biologa. Trovano alloggio e pianificano il giorno successivo, si scontrano con le cicogne e tutte le difficoltà di sorta, che rivelano il lato lamentoso e sgradevole di Filippo.
Ora provate a immaginare questo: l'orologio digitale sul vostro comodino segna le sette a.m., la sveglia è una musica latina che copre la voce esplosiva di uno speaker che annuncia il buongiorno. La stessa del giorno prima. Aprite una porta e la richiudete, la lampada appesa che avevate disintegrato è ancora lì, e cade di nuovo. Poi scendete al piano terra, la colazione è servita da una donna anziana che ripete gli stessi gesti e raccoglie le stesse parole. I colleghi vi stanno aspettando su un camion sgarruppato che vi sembra di avere già visto e uno di loro vi rimprovera per il ritardo. Come il giorno prima. Avete la strana percezione di un paradossale déjà-vu, faticate a rendervene conto, poi lo fate: è di nuovo il 13 Agosto. E sarà il 13 Agosto anche domani, e domani l'altro. E poi ancora. Bloccati su un isola da una tempesta, in un reiterarsi perpetuo delle stesse scene.
Inizialmente è inquietante, d'accordo. Però in fondo anche divertente: Filippo scopre che la ripetizione è un buon metodo per mettere alla prova se stesso e le persone che interagiscono con lui. Per anticipare gli eventi, magari correggerne debolmente i contorni, volgere a proprio favore certe situazioni disastrose in partenza. Pensa che in fondo sarà sempre lo stesso giorno, e allora tanto vale permettersi di spendere milioni per un orologio messo all'asta, conquistare e poi abbandonare una serie infinita di donne, mangiare aragoste fino a scoppiare, perfino spararsi. Le cose si complicano quando però ti rendi conto che il tempo è un eterno fluire, un proiettarsi in avanti che non conosce stasi e un certo ristagno può finire col saturarti di noia e abitudine. E che la donna per cui hai perso la testa, per la cui conquista hai faticato parecchio, la mattina dopo potrebbe non ricordare assolutamente nulla. Naturalmente non sarà così, perché nella migliore tradizione da happy end consolatorio Rita sarà ancora accanto a lui, la mattina del 14 Agosto.
Manfredonia è scrupoloso nell'attenersi al modello originale ma condisce la commedia di un umorismo italiano piuttosto accattivante che Antonio Albanese e Fabio De Luigi indossano benissimo. L'unica ombra è forse lei, la solita protagonista femminile spagnoleggiante che un po' ci ha stufato. Facendoci rimpiangere Andy Mc Dowell.
Clara
Collalti
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