Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Le invasioni barbariche
Le invasioni barbariche è un film straordinario. Non saprei
dire nient’altro, per iniziare a raccontarvi la pellicola
del regista canadese Denis Arcand. E vorrei dire poco.
E’ qualità, sentimento, ritmo. E’ poesia che
si fa immagine e poi ancora suono, quello del dolore e della verità.
E’ una fotografia incredibilmente reale e umana delle dinamiche
di certe relazioni, le stesse che poi si traducono nei movimenti
più complessi che alimentano e danno forma alla vita di un
Paese.
Nel 1986 Arcand usciva nelle sale con Il declino dell’impero
americano, un film-epoca diventato il manifesto di un modo di sentire
e vedere le cose comune a un’intera generazione - nominato
all’Oscar e premiato a Cannes. Quello sgretolarsi ineluttabile
della famiglia e del matrimonio di cui si parlava allora ritorna
anche qui, diciassette anni dopo, ma vestito di nuove suggestioni:
Arcand mette coraggiosamente al centro della storia un malato terminale,
Rémy, professore universitario lussurioso e godereccio. Accanto
a lui l’ex moglie Louise, oggetto di tradimenti e scappatelle
ma in fondo ancora vicina. E’ lei a richiamare da Londra il
figlio Sébastien, bello ricco affermato, archetipo perfetto
di tutto quello che Rémy non riesce a sopportare. Tra padre
e figlio scorre una tensione esplosiva e pericolosa, la stessa che
scivola tra due modi di intendere le cose diametralmente opposti:
Rémy è convinto che il mondo sia entrato in un'epoca
di barbarie e sconvolgimenti irreparabili, che lo splendore della
civiltà occidentale cominciata con Dante e Montaigne sia
sul punto di scomparire e che l’unica soluzione possibile
resti la conservazione della parola scritta. Riconosce con lucidità
che la scelta di condurre la propria vita su un binario straordinario
abbia un prezzo da pagare. Lo stesso che a volte si chiama solitudine,
dolore, a volte non-corrispondenza con tutto quello che ti sta intorno.
Sébastien incarna l’ineluttabile accelerazione della
vita moderna, e la corruzione che ne deriva: compra tutto col denaro,
probabilmente anche gli amici di sempre che richiama al capezzale
del padre. Ma alla fine del discorso poco importa, perché
Arcand racchiude dentro una stanza d’ospedale e poi in una
splendida casa sul lago una serie di personaggi geniali e leggeri,
cinici e spiccatamente ironici, che sono manifestazioni reali di
un sentimento, e della società da vivere: la metastasi di
Rémy è la stessa della società disgregata e
inebetita dalle illusioni di certe ideologie. La sua agonia è
l’agonia di ciò che lo circonda, corrosa dall’ondata
barbara di un nuovo Medioevo in cui sembra non esistere più
nessuna forma di comunicazione.
Il declino di Rémy è evidente, ma lo è anche
il filtro ironico e intelligente con cui ci viene mostrato. E a
voler esorcizzare la paura della morte c’è anche la
soluzione terapeutica che Sébastien propone al padre, l’eroina.
Lo fa attraverso Nathalie, la tossicodipendente di cui si serve
e con la quale sottoscrive un contratto per garantire al padre la
droga e anche un po’ di compagnia. Sono le sue imperfezioni
a fargli forse (ri)scoprire il senso primo dell’amore, anche
nei confronti del padre.
Le invasioni barbariche ha raccolto a Cannes il premio per la migliore
interpretazione femminile, andato a Marie-José Croze (Nathalie)
e quello meritatissimo per la sceneggiatura. E’ confortante
sapere che c’è ancora qualcuno che considera un certo
tipo di scrittura cinematografica un tesoro prezioso.
Clara
Collalti
Scrivi a claracol@tiscalinet.it
|