Speaker's Corner
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Francesca Pozzi




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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    Le invasioni barbariche
    Le invasioni barbariche è un film straordinario. Non saprei dire nient’altro, per iniziare a raccontarvi la pellicola del regista canadese Denis Arcand. E vorrei dire poco.
    E’ qualità, sentimento, ritmo. E’ poesia che si fa immagine e poi ancora suono, quello del dolore e della verità. E’ una fotografia incredibilmente reale e umana delle dinamiche di certe relazioni, le stesse che poi si traducono nei movimenti più complessi che alimentano e danno forma alla vita di un Paese.
    Nel 1986 Arcand usciva nelle sale con Il declino dell’impero americano, un film-epoca diventato il manifesto di un modo di sentire e vedere le cose comune a un’intera generazione - nominato all’Oscar e premiato a Cannes. Quello sgretolarsi ineluttabile della famiglia e del matrimonio di cui si parlava allora ritorna anche qui, diciassette anni dopo, ma vestito di nuove suggestioni: Arcand mette coraggiosamente al centro della storia un malato terminale, Rémy, professore universitario lussurioso e godereccio. Accanto a lui l’ex moglie Louise, oggetto di tradimenti e scappatelle ma in fondo ancora vicina. E’ lei a richiamare da Londra il figlio Sébastien, bello ricco affermato, archetipo perfetto di tutto quello che Rémy non riesce a sopportare. Tra padre e figlio scorre una tensione esplosiva e pericolosa, la stessa che scivola tra due modi di intendere le cose diametralmente opposti: Rémy è convinto che il mondo sia entrato in un'epoca di barbarie e sconvolgimenti irreparabili, che lo splendore della civiltà occidentale cominciata con Dante e Montaigne sia sul punto di scomparire e che l’unica soluzione possibile resti la conservazione della parola scritta. Riconosce con lucidità che la scelta di condurre la propria vita su un binario straordinario abbia un prezzo da pagare. Lo stesso che a volte si chiama solitudine, dolore, a volte non-corrispondenza con tutto quello che ti sta intorno. Sébastien incarna l’ineluttabile accelerazione della vita moderna, e la corruzione che ne deriva: compra tutto col denaro, probabilmente anche gli amici di sempre che richiama al capezzale del padre. Ma alla fine del discorso poco importa, perché Arcand racchiude dentro una stanza d’ospedale e poi in una splendida casa sul lago una serie di personaggi geniali e leggeri, cinici e spiccatamente ironici, che sono manifestazioni reali di un sentimento, e della società da vivere: la metastasi di Rémy è la stessa della società disgregata e inebetita dalle illusioni di certe ideologie. La sua agonia è l’agonia di ciò che lo circonda, corrosa dall’ondata barbara di un nuovo Medioevo in cui sembra non esistere più nessuna forma di comunicazione.
    Il declino di Rémy è evidente, ma lo è anche il filtro ironico e intelligente con cui ci viene mostrato. E a voler esorcizzare la paura della morte c’è anche la soluzione terapeutica che Sébastien propone al padre, l’eroina. Lo fa attraverso Nathalie, la tossicodipendente di cui si serve e con la quale sottoscrive un contratto per garantire al padre la droga e anche un po’ di compagnia. Sono le sue imperfezioni a fargli forse (ri)scoprire il senso primo dell’amore, anche nei confronti del padre.
    Le invasioni barbariche ha raccolto a Cannes il premio per la migliore interpretazione femminile, andato a Marie-José Croze (Nathalie) e quello meritatissimo per la sceneggiatura. E’ confortante sapere che c’è ancora qualcuno che considera un certo tipo di scrittura cinematografica un tesoro prezioso.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it