Speaker's Corner
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Buio in sala
   dal nostro inviato
Francesca Pozzi




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  • Alfie
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  • Provincia meccanica
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  • Che pasticcio Bridget Jones!
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  • E' più facile per un cammello
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  • L'amore ritorna
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  • L'amore è eterno finchè dura
  • Ritorno a Cold Mountain
  • Something’ gotta give
  • Le invasioni barbariche
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  • Il Cartaio
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  • Mystic river
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  • The dreamers
  • Buongiorno, notte
  • Intermezzo
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  • L'anima di un uomo
  • La meglio gioventù
  • City of ghosts
  • Il cuore altrove
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  • Passato prossimo
  • Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni
  • Io non ho paura
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  • La finestra di fronte
  • Dolls, di Takeshi Kitano
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  • Frida
  • La felicità non costa niente - di Mimmo Calopresti




























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    Speaker's Corner
    Buio in sala
    dal nostro inviato Clara Collalti




    Something’ gotta give
    Festival di Berlino 2004, una manciata di film attesissimi, qualche defezione importante a scuotere gli umori, e poi loro. A vederli così, di fronte a una platea incantata, eleganti sorridenti disinvolti, sembra che si divertano come due ragazzini alla prima uscita. Esattamente come nel film di cui sono protagonisti, Something’ gotta give, scritto e girato da Nancy Meyers, una delle autrici più gettonate e brillanti di Hollywood. A vederli così, Jack Nicholson e Diane Keaton sembrano incarnare un cinema (e forse una generazione) piuttosto in estinzione.
    Arrivato in Italia col titolo profetico Tutto può succedere, il film spalanca le porte della speranza all’amore attempato, quello che può nascere e crescere tra due persone che hanno passato i sessanta: Harry Sanborn, indefesso sciupafemmine che per compiacere la preda ventenne si imbottisce di Viagra e poi finisce in un letto di corsia, e Erica Barry, commediografa di successo fresca di divorzio, paradigma perfetto di quel radical chic style che nella vita di tutti i giorni si traduce in sottile frustrazione (e in una serie di castiganti maglioni a collo alto). Dimenticavo di dire che la sventola con cui Harry sta per passare un focoso week-end è la figlia di Erica, che ovviamente cambierà programma e piomberà nella lussuosa villa sul mare a guastare l’idillio. O forse a dargli finalmente corpo. L’imbarazzo iniziale e poi la resa, la convivenza sardonica e il collasso di Harry impasticcato. L’ospedale e poi Julian, fascinoso dottore che si prederà cura di lui e naturalmente perderà la testa per Erica, lasciandola in bilico tra il desiderio di abbandonarsi alla giovane passione (col volto di Keanu Reeves, chi non ci farebbe un pensiero?) e quello di assecondare la scoperta di un nuovo sentimento per Harry. La storia è questa, e provare a immaginare ciò che succede non è così difficile. Ma anche nei suoi risvolti un po’ lenti e impastati da classica commedia americana, gli stessi che ogni volta sembrano tracciare gli eventi e i cliché con identica matrice, questo film è gradevole e appassionante, e basta guardare loro per rendersene conto. Nicholson e Keaton sono una coppia che in gergo si definisce chimica, ballano sui loro dialoghi con una naturalezza a tratti imbarazzante, con una spontaneità che talvolta ti fa perdere il senso del film. E chissenefrega se non stiamo guardando un capolavoro d’autore, se i loro volti tradiscono qualche ruga di troppo e le forme non sono più quelle plastiche di una volta: i due mostri sacri non hanno nessun pudore nemmeno quando esibiscono, nell’ordine, un sedere che spunta dal camice ospedaliero e un nudo quasi integrale che non si era visto nemmeno ai tempi di Io e Annie. Ci fanno intendere che non è mai troppo tardi, e che a volte l’amore ti frega quando tu hai già chiuso da un pezzo la porta. E allora diventa difficile imparare a gestirlo, scoprirsi diversi, sapersi vedere dentro una storia che chiede qualcosa di autentico.
    La scrittura è buona, scorrevole, inciampa in qualche dialogo da cornice che tradisce un plot non sempre originale, però ci regala la finezza della mise en âbime e soprattutto si appoggia su di loro. E allora in platea ci si dimentica di tutto. Si ride con lei, di quei pianti isterici che le hanno appena consegnato un Golden Globe, e di lui non si può che confermare quello che qualcuno ha scritto: this is Jack playing Jack. Niente di più vero.

    Clara Collalti

    Scrivi a claracol@tiscalinet.it