Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Something’ gotta give
Festival di Berlino 2004, una manciata di film attesissimi, qualche
defezione importante a scuotere gli umori, e poi loro. A vederli
così, di fronte a una platea incantata, eleganti sorridenti
disinvolti, sembra che si divertano come due ragazzini alla prima
uscita. Esattamente come nel film di cui sono protagonisti, Something’
gotta give, scritto e girato da Nancy Meyers, una delle autrici
più gettonate e brillanti di Hollywood. A vederli così,
Jack Nicholson e Diane Keaton sembrano incarnare un cinema (e forse
una generazione) piuttosto in estinzione.
Arrivato in Italia col titolo profetico Tutto può succedere,
il film spalanca le porte della speranza all’amore attempato,
quello che può nascere e crescere tra due persone che hanno
passato i sessanta: Harry Sanborn, indefesso sciupafemmine che per
compiacere la preda ventenne si imbottisce di Viagra e poi finisce
in un letto di corsia, e Erica Barry, commediografa di successo
fresca di divorzio, paradigma perfetto di quel radical chic style
che nella vita di tutti i giorni si traduce in sottile frustrazione
(e in una serie di castiganti maglioni a collo alto). Dimenticavo
di dire che la sventola con cui Harry sta per passare un focoso
week-end è la figlia di Erica, che ovviamente cambierà
programma e piomberà nella lussuosa villa sul mare a guastare
l’idillio. O forse a dargli finalmente corpo. L’imbarazzo
iniziale e poi la resa, la convivenza sardonica e il collasso di
Harry impasticcato. L’ospedale e poi Julian, fascinoso dottore
che si prederà cura di lui e naturalmente perderà
la testa per Erica, lasciandola in bilico tra il desiderio di abbandonarsi
alla giovane passione (col volto di Keanu Reeves, chi non ci farebbe
un pensiero?) e quello di assecondare la scoperta di un nuovo sentimento
per Harry. La storia è questa, e provare a immaginare ciò
che succede non è così difficile. Ma anche nei suoi
risvolti un po’ lenti e impastati da classica commedia americana,
gli stessi che ogni volta sembrano tracciare gli eventi e i cliché
con identica matrice, questo film è gradevole e appassionante,
e basta guardare loro per rendersene conto. Nicholson e Keaton sono
una coppia che in gergo si definisce chimica, ballano sui loro dialoghi
con una naturalezza a tratti imbarazzante, con una spontaneità
che talvolta ti fa perdere il senso del film. E chissenefrega se
non stiamo guardando un capolavoro d’autore, se i loro volti
tradiscono qualche ruga di troppo e le forme non sono più
quelle plastiche di una volta: i due mostri sacri non hanno nessun
pudore nemmeno quando esibiscono, nell’ordine, un sedere che
spunta dal camice ospedaliero e un nudo quasi integrale che non
si era visto nemmeno ai tempi di Io e Annie. Ci fanno intendere
che non è mai troppo tardi, e che a volte l’amore ti
frega quando tu hai già chiuso da un pezzo la porta. E allora
diventa difficile imparare a gestirlo, scoprirsi diversi, sapersi
vedere dentro una storia che chiede qualcosa di autentico.
La scrittura è buona, scorrevole, inciampa in qualche dialogo
da cornice che tradisce un plot non sempre originale, però
ci regala la finezza della mise en âbime e soprattutto
si appoggia su di loro. E allora in platea ci si dimentica di tutto.
Si ride con lei, di quei pianti isterici che le hanno appena consegnato
un Golden Globe, e di lui non si può che confermare quello
che qualcuno ha scritto: this is Jack playing Jack. Niente
di più vero.
Clara
Collalti
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