Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Mi piace lavorare
Questo film doveva essere un documentario. E forse lo è anche nella sua versione definitiva. Mi piace lavorare è la pellicola che Francesca Comencini ha presentato all'ultimo Festival di Berlino, conquistando la vittoria nella sezione "Panorama": un docu-movie di denuncia, nato quasi per caso dalle suggestioni raccolte sulla piaga del mobbing. L'ultima figlia di Luigi Comencini resta folgorata dal problema, decide di puntarci una lente di ingrandimento sociale nella speranza di dilatarlo e renderlo appannaggio di tutti: dietro allo sportello anti-mobbing creato a Roma dalla Cgil raccoglie le dolorose testimonianze delle vittime delle ingiustizie professionali. Sono volti voci mani corpi esasperati che aspettando solo di raccontarsi. Il film è questo, frammenti di verità: è il senso di inadeguatezza che il mobbing può causare, la dignità rubata, l'intimità violata. Con l'aiuto di e la disponibilità di Luca Bigazzi, già al suo fianco per la realizzazione di "Carlo Giuliani, ragazzo", Francesca Comencini è riuscita a costruire un set e a produrre un film con un budget bassissimo e una serie di attori non professionisti raccolti dagli ambienti di lavoro. Un cast di persone comuni procurato direttamente dal sindacato, un fiume di gente inorgoglita dalla possibilità di poter utilizzare le ferie per testimoniare sul set il proprio disagio. Nei panni di Anna c'è una straordinaria e inedita Nicoletta Braschi. La Comencini ha raccontato la sua scelta con l'entusiasmo di poi: nelle sale usciva Pinocchio, sui giornali le fotografie dei protagonisti di questa favola rivisitata. La regista romana resta basita di fronte a un'immagine che ritrae la moglie di Benigni e in lei riconosce Anna, la sua impiegata schiva, seria, grande lavoratrice e mamma premurosa. La sceglie, e regala anche allo spettatore una testimonianza di grande autenticità. Poi pensa che la sovrapposizione tra finzione e realtà possa continuare e sceglie Camille, sua figlia, per interpretare Morgana, la figlia di Anna. "Una grande felicità", ha dichiarato, "ci conosciamo molto bene e per questo le scene con lei sembrano cosi vere. Sono simili a quelle che veramente accadono a noi. Anche le litigate, anche i rimproveri, anche le durezze. Anche la solidarietà, anche l'orgoglio, l'aiuto reciproco, anche l'amore. Io sono sua mamma, e lei è mia figlia. E questo è sacro". Nella storia di Anna e delle vessazioni subite Morgana è il perno risolutivo, forse l'unico vero motivo di sopravvivenza, e di vittoria. Perché il finale lascia spazio alla speranza (un assegno di risarcimento), ma solo apparentemente. Anna si gira tra le mani quel pezzo di carta, e si chiede che valore abbia realmente. Perché di mobbing, a ben vedere, si perde sempre.
Privo di una sceneggiatura effettivamente dialogata, il film ha chiesto ai suoi attori per caso di portare sul set la propria esperienza, nient'altro. Interamente girato con la macchina a mano, rivela abilità tecnica ma anche quella sensibilità artistica e così spontanea che ha permesso anche agli operatori di catturare sfumature quasi impercettibili, confuse dentro immagini nitide o sfuocate.
Clara
Collalti
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