Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Agata e la tempesta
Finalmente è di nuovo commedia. Ma non dite a Silvio Soldini che il suo ultimo esperimento drammatico, Brucio nel vento, è stato un esperimento da dimenticare. Quando qualcuno glielo ricorda, garbatamente lui risponde che nel percorso individuale che ognuno sceglie di tracciare per sé, quel film è stato un passo indispensabile per poter ritornare con consapevolezza ai toni di allora.
Agata e la tempesta è un film difficile da raccontare, e non solo perché ha diviso la critica e forse deluso gli affezionati del cinema di genere del regista milanese. Come si può raccontare un'esplosione di colori di odori profumi sensazioni, come si può dare impasto e forma a un racconto che nasce slegato? C'è una donna che vende libri, e ci si tuffa nel mezzo confondendoli con la vita. C'è un uomo, suo fratello, che di professione fa l'architetto e con la stessa precisione goniometrica conduce la sua routine. Poi c'è un altro uomo che di libri e architettura non sa nulla, tradisce la sua donna e fa il rappresentante di vestiti, incarnando una Romagna sanguigna, spicciola e genuina. Intorno a questi personaggi che si scopriranno intimamente legati ruotano gli altri: l'amante trentenne di Agata, la sua assistente un po' stralunata, la moglie di Gustavo che fa la psicologa in tv, un'improbabile geometra carica di rughe. Vivono tutti sulle punte dei piedi, come se aspettassero qualcosa, magari una tempesta. Come Agata, che convive con uno strano potere, quello di fulminare le lampadine al suo passaggio.
Apparentemente simile al grande successo di Soldini, Pane e tulipani, questo film in realtà sa prenderne le distanze: nasce dal disagio, come allora, quello di abitare una vita che probabilmente non è quella che vorremmo, dalla consapevolezza di sentirsi disadattati e disabituati a qualcosa o qualcuno, di tendere a una ricerca confusa e agitata sperando ci porti da qualche parte. Ma qui c'è una coralità che esplode, e la realtà non basta più: Soldini infarcisce la sua pellicola di elementi surreali e quasi onirici, concedendosi qualche lusso di almodovariana memoria e tutta la libertà di disegnare e ridisegnare la storia a modo suo. Quasi a dirci che spesso le cose non sono quelle che vediamo, o quelle che qualcuno ha deciso per noi: intorno c'è sempre una tempesta, un movimento caotico e trascinante che bisogna assecondare se si vuole cambiare, se si trova il coraggio per farlo. Infila i suoi personaggi dentro cornici impalpabili che impazziscono di suoni musiche e colori. E quando capisce che lo spettatore sta prendendo troppa confidenza con la realtà, cambia scena e lo scaraventa in un mondo parallelo fatto di situazioni altre, quasi imprendibili.
E' vero anche che dentro a quest'ansia di stordire il pubblico, il film lascia trasparire difetti piuttosto evidenti, soprattutto sul piano del ritmo e della scrittura (complici due affezionati collaboratori, Doriana Leondeff e Francesco Piccolo): Soldini lascia partire la storia solo dopo un'ora abbondante, inchiodandoti allo schermo a chiederti se qualcosa succederà. Dipinge una serie di personaggi affascinanti, ma ne dimentica alcuni per strada - l'unico veramente risolto è probabilmente Agata. E per restituire funzionalità alla storia incappa nel classico incidente che è un espediente narrativo ormai abusato.
"Non tutte le anime riescono a scatenar tempesta", scrive Alda Merini, comparsa elegante (insieme a tanti altri) di cui il regista si avvale per scaldare di poesia e umanità il suo film: non tutte, d'accordo, ma qui c'è n'è almeno una che forse vale il biglietto, Licia Maglietta. Bravissima. Buono anche il resto del cast, prelevato in parte da Pane e tulipani: Giuseppe Battiston, Marina Missironi, Emilio Solfrizzi, Monica Nappo, Giselda Volodi, Claudio Santamaria.
Clara
Collalti
Scrivi a claracol@tiscalinet.it
|