Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Non ti muovere
Sergio Castellitto e la moglie Margaret Mazzantini rappresentano una factory di rara intelligenza e poesia. Era facile scivolare, fuggire un torrente in piena di critiche e giudizi. Perché quando la pietra di paragone è un successo travolgente è sempre dannatamente complicato passare indenni il confronto. Dicono poche parole, all'anteprima milanese della proiezione tanto attesa. Sembrano timidi, impacciati. Lasciano che siano le immagini a testimoniare un pezzo della loro storia.
In platea la gente freme, molti temono di restare delusi. Tanti altri ancora non si capacitano di come una splendida Penelope Cruz possa aver prestato il suo corpo e la sua voce a Italia, paradigma di una miseria così nobile da atterrire. La guardano, seduta nelle prime file, dentro a un vestito azzurro che le regala una luce particolare. E si stupiscono di vederla così, umana e disponibile, autentica.
Non ti muovere è un film che paradossalmente sa muovere qualcosa, dentro. Resta fedele all'origine, con una sceneggiatura che ricalca passo dopo passo con meticolosa attenzione il libro. E che è frutto della sola rielaborazione di Castellitto, lasciato solo nell'impresa di sobbarcarsi lo stesso dolore e la stessa fatica che era appartenuta alla moglie durante il parto dell'opera, e dai quali ha voluto fuggire. Perché due volte sarebbero state fatali.
Ma qui non vorrei raccontare cosa accade, non vorrei raccontare solamente una storia. Piuttosto la sua genesi, e gli effetti su chi le ha dato voce e chi se l'è ritrovata di nuovo davanti agli occhi. Castellitto ha raccontato di aver incontrato Penelope Cruz a Parigi e di essere rimasto folgorato dalla sua "verità". Lei di aver letto e bevuto in un solo sorso il libro durante un viaggio da Los Angeles alla Spagna e di aver pianto, di essersi sentita così parte del racconto da non poterne restare fuori. Ancora oggi, a distanza di mesi. Tutto inizia in un giorno di pioggia, con un incidente. C'è una ragazzina che si è allacciata male il casco e per questo finisce sotto i ferri di una sala operatoria. La stessa nella quale lavora il padre Timoteo, chirurgo stimato e profondamente irrisolto nella vita di tutti i giorni. E' questo l'espediente narrativo per dare voce al passato, per rendere partecipe la figlia di una manciata di anni rimossi per sopravvivere eppure ancora così vivi, pulsanti, ingombranti. Timoteo vive accanto a una donna che incarna una certa borghesia splendidamente ottusa, chiusa su di sé. Che cerca un figlio per ritrovare l'amore del marito e la serenità di coppia. E' l'uomo paradigma della nostra contemporaneità, un eroe vigliacco in attesa di resurrezione, che cammina nel fango di una vita che non ha scelto, ricordando quella che avrebbe potuto scegliere. Il film è la fotografia delle coincidenze, delle occasioni perdute, deg Ricordo perfettamente il clamore all'indomani dell'uscita del libro. Ricordo il fiume di recensioni imbarazzate, quasi incapaci, arrese di fronte alle parole da usare per raccontare le parole che quel libro lo hanno costruito e che ancora lo fanno vivere, camminare spedito. Ricordo anche il mio, di imbarazzo, la mia incapacità di spiegare e testimoniare le emozioni fluite, quelle che ancora scorrono. Sono le stesse che abitano qui, dopo l'uscita di Non ti muovere in versione cinematografica.
li incontri assurdi che questa vita ti regala e della poesia straziante che si può nascondere in una donna mostruosamente diversa, piccola e brutta. A cui viene strappata la dignità, a cui alla fine non spetta mai nulla, se non un vetro da cui osservare il mondo degli altri, di quelli che una rete sulla quale cadere la troveranno sempre. Il suo nome è Italia, ed è un nome che si porta addosso l'intero senso della storia: "E quando quella mano fredda, come la pietra dov'era posata, si ferma sulla mia guancia, io so che l'amo. La amo, figlia mia, come non ho mai amato nessuno. La amo come un mendicante, come un lupo, come un ramo di ortica. La amo come un taglio nel vetro".
Penelope Cruz è una sorpresa, che ci fa ricredere: i suoi denti ingialliti, gli occhi truccati e cerchiati di nero e quelle gambe come rami di betulla sorretti dai sandali gialli ne sono la prova. Recita in italiano, e in presa diretta. Ogni tanto le sfuggono uno sguardo e un accento dialettale che generano un sorriso, e subito dopo un attaccamento emozionante al personaggio. L'intuito e la straordinaria prova d'attore di Castellitto consegnano un'unica sbavatura nella scelta di Claudia Gerini nei panni di Elsa, almeno per chi scrive. Cammeo finale per Margaret Mazzantini, come nel finale del libro "l'ultima donna di questa storia".
Clara
Collalti
Scrivi a claracol@tiscalinet.it
|