Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
L'amore ritorna.
O forse ritorna semplicemente la vita, le cose che le girano intorno.
Torna anche Sergio Rubini a distanza di un anno dal suo ultimo film, e lo fa con una commedia piacevole che ha i tratti della consapevolezza, di una matura autoreferenzialità. Ma non si creda a una palese autobiografia, lui stesso lo precisa ripetutamente in conferenza stampa: dice di essere solamente entrato in contatto con se stesso, più di quanto avesse saputo fare negli anni passati a frugare nelle tasche per trovare una spiegazione di sé. E' in questa chiave che probabilmente deve leggersi questa storia: come un flusso di coscienza, una terapia per immagini, un percorso introspettivo alla ricerca di una certezza, di un ricordo che ci aiuti a ripartire. Un viaggio di ritorno, dove il ritorno vuole sempre una sosta che ci inviti a riflettere.
Si parte da un'idea a dire il vero poco originale, la malattia: Luca Florio è un attore di successo che nel pieno della sua carriera si ritrova inchiodato a un letto d'ospedale con un quadro clinico drammaticamente incerto. Costretto a interrompere le riprese sul set, precipita in uno stato di precarietà emotiva che aziona lo scorrere degli eventi e la sequenza di spettatori al suo capezzale: l'ex moglie trasformata dalla vita borghese accanto al nuovo compagno, l'amico medico arrivato direttamente da quel Sud che Luca aveva abbandonato (e che ancora una volta si scopre cifra distintiva del cinema di Rubini, incantato da certe atmosfere oniriche in bilico tra sogno e magia), la fidanzata kitsch un po' svitata, i compagni di lavoro che hanno il volto del regista e di una cinica produttrice. Luca esce di scena, e diventa spettatore privilegiato di sé: terrorizzato di non potersi rimettere in corsa, spaventato da una pausa non voluta che lo costringe a fermarsi, e a guardarsi da fuori. Perché quando si esce di scena non ci resta che osservare la nostra dimensione attraverso quella degli altri: in una giostra impazzita di visite e di incontri intorno al lussuosissimo letto d'ospedale, Luca fa i conti con se stesso e con la perdita di un ruolo che forse serve anche a proteggerci. Assistere allo spettacolo della propria vita e allo scollamento progressivo da essa è per Rubini l'unica premessa di un autentico ritorno. E quando gli si chiede che cosa ritorna, lui risponde sicuro attraverso le parole del personaggio che interpreta: "Quando si punta sulla vita, le cose ritornano, quello che si è dato lo si ritrova sempre. La vita non è avara. Anche, e a volte soprattutto, nei momenti in cui tutto sembra fermarsi."
Senza cercare dunque a tutti i costi una perfetta sovrapposizione tra realtà e finzione, in questo film non è difficile scovare le zone di contatto con la vita del regista pugliese: ci sono i fatti che l'hanno riempita, che le hanno dato un senso, ma soprattutto cose e situazioni che lui stesso avrebbe voluto andassero così. Parole che avrebbe voluto dire, o sentirsi dire dagli altri. Torna Margherita Buy, ex moglie di Luca sullo schermo ed ex moglie di Rubini nella realtà; a interpretare il padre c'è davvero suo padre, Alberto Rubini, ferroviere in pensione con l'attitudine per il teatro e la poesia. E nel ruolo del protagonista c'è Fabrizio Bentivoglio, come nella finzione attore legatissimo al regista da anni di profonda amicizia.
Il risultato di un film animato da un cast strepitoso (oltre ai già citati, Giovanna Mezzogiorno, Mariangela Melato, Michele Placido e Domenico Starnone alla sceneggiatura) è gradevole ma un po' confuso: il messaggio vibrante che Rubini cerca di consegnare allo spettatore si perde dentro un collage di immagini e situazioni difficili da separare e intendere alla perfezione. E forse, contro una certa tendenza alla svendita delle idee e delle trovate narrative del nostro cinema, converrebbe far tesoro del consiglio discreto che Bentivoglio ha regalato ai presenti in sala: non aspettate che un problema fisico vi costringa a uscire temporaneamente di scena. Cercatelo voi uno stacco, una pausa per ritrovare il contatto con voi stessi. E rigeneratevi.
Clara
Collalti
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