Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
LA FINESTRA DI FRONTE
Non è mai facile riaffacciarsi alla finestra del proprio mestiere con un nuovo lavoro. Dev'esserlo ancor meno se la pietra di un paragone quasi inevitabile - Le fate ignoranti - è stato un successo travolgente di critica e di pubblico.
Non è facile nemmeno provare a parlarne, forse per la reiterata questione delle aspettative che rischiano di essere tradite.
Ma è anche vero che in certe situazioni i paragoni non calzano mai come dovrebbero, perché si può tornare a raccontare una storia che di quella passata reca impronte e suggestioni ma che alla fine esplode di luci e colori decisamente propri, nel bene e nel male.
Ferzan Ozpeteck ci è riuscito con un film delicato che nasce dalla ceneri di un'esperienza privata, e dal desiderio di testimoniare l'abitudine e la quotidianità senza necessariamente appiattirle, attraverso un viaggio tra presente e passato che ha nella Memoria un prezioso filo conduttore. Un percorso che potrebbe non avere un punto d'inizio preciso, come se potesse essere lo spettatore a scegliere per sé quello che sente più suo: la normalità imbarazzante di Giovanna e Filippo, otto anni di matrimonio sprofondati in una routine di rinunce e sacrifici che sgretolano la continuità di un rapporto in apnea. Lei e un cumulo di responsabilità a senso unico, perno dell'ingranaggio di una famiglia che non si arresta definitivamente perché i bambini devono andare a scuola, o perché c'è sempre un supermercato in cui fare la spesa; lui e un'immaturità professionale che lo inchioda a due passi dal fallimento, ma che accentua con avvolgente calore una paternità genuina e spontanea. Un punto di vista che potrebbe essere in fondo quello di tutti, anche solo come proiezione di un ipotetico futuro. E che quasi inevitabilmente ne schiude un altro, lo spiraglio regalato al beneficio del sogno, del desiderio intangibile, che si (ci) concede l'abbandono irreale di un volto spiato ogni sera dietro a una finestra.
Lorenzo ha i lineamenti di un inedito Roul Bova, oggetto di questo sordo desiderio che cresce attraverso i riflessi di un vetro e che in fondo rappresenta un'alternativa insolita, priva di quella differenza che tradizionalmente ci ammalia spingendoci verso qualcosa d'altro. Lorenzo è l'altra faccia della normalità di cui si parla, è la fotografia di un trentenne comune, impiegato di banca posato e romantico, felice per la promozione guadagnata. Giovanna lo incontra per le strade di una Roma che torna a fare da contorno ai film di Ozpeteck, sotto le spoglie di una poesia metropolitana fatta di colori e sapori, odori e sensazioni che grondano dai muri di una città come dalle persone che vi si appoggiano. Si incontrano tra le pieghe della storia di Davide, un anziano signore che ha perso la memoria e che la stessa Giovanna protegge tra le pareti di casa sua. Un uomo che pare non avere spazio né tempo, ma tratti di disarmante fragilità e malinconica eleganza, "sul cui viso è già scritto tutto il film", ha ricordato il regista. E che sembra essere l'unico trait-d'union possibile per allacciare il rapporto tra i due e riallacciare il presente a un passato ingombrante. Perché è proprio la ricerca di quel passato che ancora ferisce a trasformarsi in un viaggio a ritroso, capace di scavare nella memoria storica e in quella personale perché nulla possa dimenticarsi davvero. La passione tra Giovanna e Lorenzo matura nella scia di quella tra Davide e l'uomo amato in gioventù, in una sovrapposizione di piani che fa scivolare il dolore e le consapevolezze di uno in quelle degli altri. Perché questo viaggio nasce come un'indagine esterna e quasi corale (vibrante il richiamo a una Roma rastrellata dai Nazisti nel'43) e si scioglie poi nella scoperta di alcune verità interiori che non lasciano scampo al dubbio. Soprattutto a quello di Giovanna, costretta alla rinuncia del proprio progetto di vita e preda di una rassegnazione che solo alla fine conoscerà riscatto. Un riscatto racchiuso nelle mani di Davide - splendidamente incarnato da un Massimo Girotti cui la pellicola è dedicata e che ci piace ricordare nella sua straordinaria delicatezza - attraverso la scoperta di un'identità che invita a interrogarsi sulla ricerca della propria autenticità, non sempre riflesso di quella che gli altri vorrebbero farci indossare. E soprattutto scaturito da un abbandono - il distacco dal sogno-Lorenzo, ipotesi d'amore schiacciata dai sensi di colpa, e il tentativo di riconquista delle proprie ambizioni - che restituisce vigore e coraggio alla storia a tratti infarcita di retorica e di un sentimentalismo forzato che ne inquina la verità. Il film è coinvolgente sul piano delle emozioni, straordinario nella scelta delle immagini sempre pulite e spoglie di inutili orpelli, cariche di un'attenzione per il dettaglio a cui Ozpeteck ci ha ormai abituati e che ne qualifica l'eccezionale sensibilità.
Anche se la storia resta talvolta vittima di una meccanicità che la rende forzatamente trasparente, al limite della credibilità. Come se i protagonisti fossero ruoli, prima che persone, e non riuscissero a trasferire completamente alla narrazione quell'intensità conosciuta ne Le fate ignoranti.
Convincente Giovanna Mezzogiorno, nonostante la sua bellezza aristocratica ci costringa a uno sforzo per crederle del tutto; anomalo Roul Bova, bello anche in versione-impiegato ma un po' acerbo (almeno per chi scrive) nei momenti di massima comunicatività del film.
Clara Collalti
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