Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Andata + Ritorno
Aveva sorpreso tutti, forse anche se stesso, ai tempi di Santa Maradona. Marco Ponti, regista torinese poco più che trentenne, era riuscito a girare a costi zero una divertente commedia che al botteghino aveva poi incassato quanto i colossi miliardari che gli sfilavano accanto. La conferma di un talento e di un modo di scrivere il cinema che ci consola è questa "pellicola dell'assurdo" che si intitola Andata + Ritorno. Protagonista un pony-express a pedali, Dante Cruciani, paradigma di tutti i disagi del caso: originale e squattrinato, emotivamente distrutto, padre in galera e fratello convertito all'Islam, perseguitato da una banda di cattivoni ai quali deve un sacco di soldi (che naturalmente non ha). Pensa che l'unica soluzione sia andarsene via, salire su un aereo e dare un colpo di spugna a tutto quanto, salutare chi resta dicendo "non so ancora se torno". Ovviamente Dante non farà nessun viaggio catartico, o meglio, il suo viaggio si fermerà nel letto di un carcere spagnolo per colpa dello scambio di un bagaglio incriminato. E mentre Dante cerca di capire come tornare indietro, Nina-Nefertiti arriva in Italia e ci resta, costretta dal più grande sciopero generale che il Paese ricordi. Non solo: con l'aiuto del fascinoso portiere d'albergo Tolstoj si sistemerà proprio nell'appartamento dimesso di Dante, trasformandolo in un trandissimo e coloratissimo bilocale.
Dante ritorna, non si accorge nemmeno della sua presenza, crede di sognarla in un amplesso meraviglioso e la sorpresa sta tutta nel risveglio del giorno dopo. E' una storia d'amore un po' bizzarra, e forse anche coraggiosa: Nina se ne innamora pazzamente dopo averlo conosciuto attraverso i suoi diari e lui, con una leggerezza che probabilmente mai avrebbe ragion d'essere nella realtà, se ne infischia perché ha il cuore a pezzi - in realtà il coraggio si scioglierà poi nel solito happy end, perché Dante ci metterà ben poco a rendersi conto della fortuna capitatagli tra le mani. Intorno ai due personaggi se ne snodano altri, tutti funzionali alla storia: c'è la banda di strozzini che è di fatto il motore degli eventi, il già citato Tolstoj (un Kabir Bedi in splendida forma) che si farà primo complice del colpo finale, gli amici ricettatori, il tassinaro anti-governo, il portiere stralunato, e una Torino sullo sfondo che Ponti rappresenta con rara abilità narrativa, cupa e dissociata, fotografata attraverso i cassonetti dell'immondizia e gli angoli metropolitani più bui. Il tributo a Monicelli e a I soliti ignoti, già lampante nel nome del protagonista, si fa ancora più evidente nello stratagemma finale, nel colpo millimetrico che la banda mette a punto per recuperare i soldi necessari per salvare la pelle. E alla fine di tutto è forse il talento del regista ad emergere, sopra ogni cosa: Marco Ponti riesce a sovrapporre registri e stili diversi, recupera un dinamismo straordinario anche nell'utilizzo di alcuni accorgimenti come lo split screen e il montaggio frenetico, si concede più o meno espliciti riferimenti alla tradizione fumettistica e a un clima da gangster tipico di certe commedie di serie b.
Perfetto nel ruolo (di se stesso) Libero De Rienzo, già co-protagonista di Santa Maradona. E Vanessa Incontrada, un po' acerba nel ricordo del film di Avati, ci fa ricredere e ben sperare.
Clara
Collalti
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