Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Monster
Qualcuno ha scritto che questo è un film rispettabile. In effetti lo è. Rispettabile, ma niente di più.
Il clamore dell'attesa sta tutto nella storia che dà origine alla pellicola, opera prima dell'esordiente Patty Jenkins: la storia è quella di Aileen Wuornos, una delle prime donne serial killer, prostituta assassina dei propri clienti giustiziata sulla sedia elettrica nel 2002.
Il racconto che Jenkins mette in scena è la cronaca sudicia e perversa della quotidianità di Aileen, costretta a prostituirsi per vivere e a restituire il male subito con il male seminato - si sono incontrate più volte in carcere, e Jeskins si è documentata attraverso le lettere scritte dalla Wurnos a un'amica. Sta per farla finita quando sulla sua strada incontra Selby, giovane gay della quale si innamora e con la quale prova a costruire una vita diversa. Ma l'irreparabilità di certe convenzioni è spesso più forte della volontà di ripulirsi e ad Aileen non resta che rimettersi sulla strada e punire le ingiustizie con gli omicidi. Quello che poco convince, di questa storia ben documentata, è la prospettiva entro cui la regista inquadra la vicenda e il più o meno volontario messaggio di indulgenza che semina. Non c'è un approccio giustificativo al crimine, d'accordo, ma la ferocia della serial killer è come protetta da un (mieloso) sentimentalismo che sembra volerne alleviare la bestialità: Aileen uccide perché è stata idealmente già uccisa. E' vittima della prevaricazione maschile, della brutalità genitoriale, ha bisogno d'amore e questo desiderio lo riversa per la prima volta su una donna. Ma anche la relazione tra le due conserva tratti mélo spesso stucchevoli, gonfi di dichiarazioni d'affetto e pianti gratuiti che appannano il fascino dell'incontro di due solitudini.
Per fortuna c'è lei, Charlize Theron, che qui dentro è veramente tutto: costretta a sedute estenuanti di trucco per cancellare i propri tratti di eterea bellezza, l'attrice sudafricana appare straordinariamente trasfigurata sullo schermo. Gonfia e sfatta, con il viso segnato e la parlata strascicata di chi è quasi sempre ubriaco. Ma sono i gesti, a sedurre, quelle movenze goffe e sgraziate che la Theron restituisce al suo personaggio con fedeltà assoluta, al punto che lo spettatore è costretto più volte a domandarsi chi stia realmente guardando. Hollywood applaude, e in coda anche l'Europa (Oscar, Golden Globe, Screen Actors Guild, Orso al Festival di Berlino). Brava anche Cristina Ricci, che disperatamente tenta di rendere più credibile e umana la storia ma cede sotto l'impianto meccanico di tutta la pellicola.
Clara
Collalti
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