Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
Il vestito da sposa
Fiorella Infascelli torna sul grande schermo con il suo terzo lungometraggio, dopo una pausa televisiva piuttosto riuscita. Ma la critica non è stata troppo indulgente con questa fotografa prestata al cinema, già aiuto regista di Pasolini e dei fratelli Bertolucci. Le hanno rimproverato un film senza corpo e senza certezze, debole nell'impianto narrativo, poggiato unicamente sulle spalle della sua protagonista. Che si chiama Maya Sansa, ed è davvero il miglior talento che il nostro cinema abbia sfornato negli ultimi anni. Maya è Stella, studentessa di veterinaria a due passi dal matrimonio con Andrea: un vestito da sposa già confezionato, stravagante e insolito, cucito dalle mani di un affascinante e misterioso sarto, Franco. Infascelli rappresenta con grande serenità i primi minuti della storia scoperchiando di lì a poco la tragedia, condensata in uno stupro brutale che Stella subisce da parte di un branco di cacciatori. Questo è di fatto l'espediente narrativo che manda avanti la storia: perché l'approccio violento col Male costringe Stella a un doloroso percorso di ripensamento, che passa attraverso la chiusura totale verso l'esterno (e il promesso sposo) e lo stravolgimento radicale della sua vita. Il vestito da sposa resta all'atelier, perché nessuno ha voglia di passare a ritirarlo. E solo lo spettatore può stringersi nelle spalle quando scopre che dietro lo stupro c'è proprio il sarto. Stella va a lavorare in una pasticceria, ogni mattina si fa accompagnare dalla madre alla fermata dell'autobus e ogni sera la aspetta cercandola con gli occhi per tornare a casa. La sua simbiosi con la campagna, le luci e i colori della terra rappresentano probabilmente un cammino di guarigione, di pulizia interiore necessaria per tentare di rimettere le cose a posto. E paradossalmente è proprio il vestito da sposa a ricondurla a Franco (lei torna all'atelier, porta a casa il vestito per stravolgerlo in una lavatrice che lo riconsegnerà al sole completamente mutato), a riconoscere in lui gli stessi tormenti (mi piaci perché mi somigli), le stesse paure, la stessa inabilità verso certe cose della vita. Infascelli posiziona sulla stessa linea di partenza i suoi protagonisti, li unisce attraverso una manciata di emozioni sapendoli in realtà tenaci avversari, li fa crescere e poi cambiare insieme, fino alla verità. E se è vero che il racconto zoppica un po' nella prima parte e in alcuni dialoghi acerbi, è altrettanto vero che la sua struttura circolare permette allo spettatore di percorrere la storia insieme ai protagonisti, di sentirsela addosso. Complice un lavoro straordinario sulle luci e sui colori e un'abilità dietro la macchina da presa che non si può non riconoscere. Peccato per il finale, per quella soluzione che mette a tacere tutto senza nemmeno concedere un vero riscatto emotivo. Avvertenze conclusive: attenzione al nuovo volto da copertina di Andrea Di Stefano, pronto a scalzare dalla hit parade le vecchie glorie nostrane.
Clara
Collalti
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