Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
La spettatrice
La spettatrice è il lungometraggio d'esordio di Paolo Franchi, premiato al Bergamo Film Meeting e poi selezionato per il Tribeca Film Festival di Robert De Niro. Nonostante le difficoltà di sorta che spesso accompagnano queste piccole produzioni, è un film che si lascia guardare e che ha la straordinaria capacità di sorprenderti in ritardo, a lungo termine, dopo una serata passata a rifletterci sopra. Esplode lentamente, con tutti i suoi significati latenti.
E' la storia di uno strano triangolo d'amore e solitudine: al centro c'è Valeria, giovane traduttrice torinese chiusa e introversa, poco usa alla vita spicciola di tutti i giorni, fatta di relazioni da curare con pazienza e devozione. Vive un'esistenza decentrata, alienata, protetta da un acquario di sole intenzioni. Franco è il suo dirimpettaio, spiato da una finestra che è poi un déjà vu del nostro cinema, osservato con la sola volontà di parteciparne da lontano, silenziosamente. L'ossessione di Valeria prende corpo quando Franco decide di lasciare Torino e fare ritorno a Roma, complice una relazione piuttosto complessa con una donna più grande di lui. In un moto impulsivo apparentemente privo di logica sale su un treno per raggiungerlo, illudendo anche lo spettatore d'aver trasformato un universo di sole intenzioni in azioni. Ma il paradosso si rivela presto, nella prima e unica amicizia che Valeria instaura con la compagna di lui - di cui poi sarà anche collaboratrice.
La spettatrice ricalca per alcuni aspetti i cliché di un certo cinema francese, e a qualcuno ha ricordato le atmosfere opache targate Kieslowski. Quelle di un film poco parlato, affidato ai gesti e agli sguardi, perché come dice lo stesso Franchi "al cinema bisogna parlare poco, dire solo le cose che sono necessarie. Sguardi e silenzi raccontano più di molte parole". Il senso del film si insinua in punta di piedi, con una trama superficialmente banale che custodisce sotto pelle un intreccio delicatamente complesso: i tre personaggi sono facce della stessa medaglia, coltivano la paura di sapersi felici, di aprirsi al dialogo e alla comunicazione. Hanno la stessa disabilità nei confronti della vita e della costruzione di certi rapporti cui a volte ti costringe. Calpestano lo stesso terreno minato di coincidenze e fatalità che tracciano una linea marcata sul percorso della scelta individuale. Sono soli, si cercano o fingono di farlo e poi si accorgono di non esserne del tutto pronti, o capaci.
Qui il cinema non è soltanto strumento di comunicazione o educazione all'immagine, si fa interprete di un mondo interiore, diventa indagine psicologica, metafora di conoscenza. Fotografia nitida e implacabile di un malessere che brucia dentro, seminando domande che probabilmente non possono trovare risposta.
Bravissime le due donne protagoniste, Barbara Bobulova finalmente ripescata da quel vivaio di talenti sommersi, e la splendida Brigitte Catillon, classe ed eleganza da vendere.
Clara
Collalti
Scrivi a claracol@tiscalinet.it
|