Buio in sala
dal nostro inviato Francesca Pozzi
Occhi di cristallo
Occhi di cristallo, occhi fragili usati quali specchio riflettente il peggio, il male delirante, quello patologico in assoluto. Il thriller italiano è purtroppo un genere in cui raramente ci si imbatte, eccezion fatta per i notevoli lavori di Alex Infascelli, è quindi un piacere viverne uno coraggioso, visionario e stralunato. Quanto può essere grande, ai giorni nostri, il bisogno di marcare il limite che separa il noi-uomini dal noi-mostri incontrollabili e orribili? La necessità di affrancarci a questa linea di demarcazione si trasforma anche nella volontà di utilizzarla come altalena per ritmare e giustificare tutti i nostri, più o meno piccoli, lati oscuri. Grazie alla regia, meticolosamente morbosa nelle inquadrature, del coraggioso e sempre promettente Eros Puglielli e alla fotografia inquietante, cupa ed argentea di Luca Coassin, ci troviamo subito immersi in una realtà grigia dove i confini con bianco e nero sbiadiscono. Siamo in una città non identificabile, dove la decadenza architettonica riflette ottimamente la decadenza morale interna ai suoi abitanti e protagonisti. L'ispettore Arnaldi, un Luigi Lo Cascio forse sottotono, segue le sanguinarie orme di un serial killer la cui macabra particolarità è quella di asportare determinate parti del corpo alle proprie vittime, come fossero necessarie tessere per completare un mosaico, un progetto di sangue.
Come il genere richiede, l'identificazione dell'assassino passa attraverso e parallelamente l'introspezione del poliziotto cacciatore che ricerca in sé le coordinate di bene e male, l'equilibrio manicheo che sconfina quasi sempre nella negatività che è insita in noi ed in Arnaldi in primis. Il lungometraggio è letteralmente un lungo viaggio in corsa per agguantare il male rappresentato ma, correndo, genera riflessi in noi stessi. Tanto coinvolgimento è probabilmente spiegabile dal fatto che il film è tratto dal bel libro "L'impagliatore", scritto da Luca Di Fulvio.
Difetti inevitabilmente se ne incontrano data la difficoltà del genere, in particolare, frequente è la sensazione di déjà-vu, i dialoghi spesso si spengono appiattendo il tono ed il doppiaggio danneggia non poco la pellicola, è palese che non sono stati ben mixati i livelli. Merito assoluto è da attribuire a Puglielli per il coraggio e l'intraprendenza incontestabili. Il suo lavoro risulta, infatti, più coinvolgente di tante "blasonate" importazioni estere. I sentimenti genuini di sorpresa e timore accompagnano lo spettatore lungo i centoquattordici minuti di un film che merita valore contrario all'indifferenza gentilmente donatagli dalla 61° Mostra di Venezia.
Angosciante, per chi avesse capacità voglia e tempo, è pensare quanto sia sottile, in verità, la linea che separa finzione e realtà. Lucidità dovrebbe essere la capacità di far restare piccolo e sedato quel lato oscuro che tragicamente si nasconde in ognuno di noi. Ma raramente, purtroppo, la fantasia supera la cruda realtà.
Francesca Pozzi
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