Buio in sala
dal nostro inviato Francesca Pozzi
Exils
Due giovani. Due giovani innamorati francesi ma algerini, Zano e Naima.
Con loro un viaggio percorso al contrario, non verso l'Europa dalle grandi
possibilità ma verso l'Africa, Algeri, terra d'origine. Zano propone a
Naima, a tratti eccessivamente indifferente e passiva agli eventi, un
viaggio 'on the road' per conoscere, vedere, assaporare la terra percorsa
dai suoi genitori anni prima. I due attraversano la ormai patria Francia,
toccano l'irrequietezza calda e gitana dell'Andalucia, i colori saporiti
del Marocco per giungere, in fine, a conoscere una finora sconosciuta
casa. Temi del viaggio, interiore ed esteriore, della ricerca e della
scoperta. Esperienze e luoghi si sovrappongono ed allineano formando il
mosaico di una vita diversa, sconosciuta. Zano è coinvolto perché si dona
incondizionatamente a ciò che incontra, siano persone, oggetti, colori o
sapori. Naima, invece, è come un viandante disinteressato al paesaggio che
l'avvolge, è priva di curiosità ed un po' vuota, carica unicamente di una
sensualità un po' fine a se stessa, sospesa senza una ragione. La musica,
da sempre, è l'elemento che riesce a far da ponte tra culture e focosità
diverse: si parte dai ritmi elettronici e studiati di una Parigi lanciata
nella fredda contemporaneità, si passa poi al calore colorato del flamenco
gitano in Andalucia, per arrivare in fine alla musica africana dedita alle
cerimonie religiose. Quanta importanza riesce a dare Tony Gatlif, regista
ed anche autore della colonna sonora, alla musica? Questa diventa un
personaggio, una protagonista, quella dotata forse della personalità più
forte. Sempre presente Zano aggrappato al suo zaino ci dice infatti: 'La
musica è la mia religione'. L'altra gioia, ora dedicata agli occhi, è la
fotografia, lunga vivace viva. Strana, perché inconsueta, la frequenza
delle riprese dal basso, l'occhio della macchina da presa riesce a
dilatare le immagini. Purtroppo il film rivela una trama povera, tanto
sottile da perdersi nel montaggio, tante sequenze sembrano non finire mai
a causa di una persistente assenza di dialoghi. Non convince nel suo
insieme. Innegabili sono i virtuosismi di ripresa e straordinarie certe
inquadrature (saranno state probabilmente queste ad aver convinto Quentin
Tarantino, come presidente di giuria del Festival di Cannes 2004, a
consegnare proprio a Gatlif il Premio come miglior regia). Innegabile, in
ogni caso, che messaggi ed insegnamenti arrivino a buon fine; culture ed
etnie meritano tutte incondizionato rispetto e la libertà di essere e
sentirsi cosmopoliti è un diritto di tutti. Sensazione fastidiosa:
alzandosi ed uscendo dal cinema si è come presi ed invasi da un senso di
noiosa incompletezza. Vero peccato, perché questo viaggio di introspezione
'on the road' poteva sicuramente portarci molto più lontano.
Francesca Pozzi
Scrivi a fra.po@inwind.it
|