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Francesca Pozzi




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    Buio in sala
    dal nostro inviato Francesca Pozzi




    Il mercante di Venezia
    Torna sugli schermi il venerabile Shakespeare, tramite la regia di Michael Radford. E' uscito venerdì nelle sale italiane IL MERCANTE DI VENEZIA. Il più famoso autore di teatro della storia scrisse questa commedia (per tanti versi tragica) suddivisa in cinque atti, in versi e in prosa nel biennio 1596-97 e a più di quattrocento anni di distanza la ritroviamo sullo schermo, ancora. Impressionante è rendersi conto della perenne attualità dei testi shekspiriani, pensando al periodo storico tumultuoso che stiamo vivendo persi tra drammatici e violenti scontri religiosi e culturali. Shylock, sullo schermo lo strepitoso Al Pacino, è un usuraio ebreo che presta tremila ducati al ricco mercante Antonio, pretendendo come obbligazione, se la somma non sarà restituita entro il giorno fissato, il diritto di prendere una libbra di carne del mercante, che, per inciso spesso l'aveva insultato e schernito. Shylock, personaggio incredibile, è da considerarsi simbolo, bandiera ed inno alla tolleranza e all'accettazione incondizionata dell'altro. Attorno a lui ruotano tutti gli altri personaggi: Antonio (un pallido Jeremy Irons sullo schermo) il quale si fa prestare il denaro che serve all'amico Bassanio (Joseph Finnies) per corteggiare degnamente la bella Porzia; Gessica, figlia dell'usuraio, che fuggirà con il cristiano Lorenzo; il doge simbolo dell'opulenza della ricca Venezia. Ed è proprio davanti a quest'ultimo che Porzia, travestendosi da avvocato, riuscirà tramite cavilli legali a salvare la vita ad Antonio e rovinare quella di Shylock. La commedia contiene uno dei più famosi e noti monologhi shekspiriani, il perdente usuraio (maestosa interpretazione di Al Pacino) dà voce e sfogo alla perenne persecuzione cui il suo popolo è stato sottoposto nella storia umana: "Non ha occhi un ebreo? Non ha un ebreo mani, organi, membra, sensi, emozioni, passioni? Non si nutre dello stesso cibo, non è ferito dalle stesse armi, non è soggetto alle stesse malattie, non è scaldato e gelato dalla stessa estate e dallo stesso inverno come un cristiano? Se ci pungete, non facciamo sangue? Se ci avvelenate, non moriamo?". Quanta attualità si ritrova in queste parole, usate per affermare che l'unica legge suprema è il diritto dell'uomo, di tutti gli uomini, a venire considerati unicamente come tali, tralasciando connotazioni religiose o razziali. Ciò non toglie ambiguità all'opera di Shakespeare, Shylock si dimostra, infatti, crudele esattamente come le persecuzioni millenarie inflitte alla sua gente ed inoltre uscirà sconfitto a causa della sua stessa arroganza. Il lungometraggio di Radford si attiene, forse troppo scrupolosamente, all'opera originale ma grazie a questo riesce ad animare la poesia e la straziante umanità del testo, scenografie e costume sono stati riprodotti con fedele e minuziosa precisione e la bella Venezia è protagonista vivida e reale. Ambientare e girare realmente tra i canali e i ponti della lagunare città ne fa respirare l'eterna bellezza.

    Il più grande tra i bardi è sempre riuscito a tramutare in parole le più forti emozioni umane, ed in questa ennesima trasposizione cinematografica, non si riesce, a tratti, a non essere solidali con il povero Shylock dello schermo, probabilmente grazie anche alle vivide emozioni che scintillano negli occhi e vibrano nella voce del sempre superbo Al Pacino.

    Francesca Pozzi

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