Buio in sala
dal nostro inviato Francesca Pozzi
Provincia meccanica
Disordine, ovunque: nella vita, in casa, nei sentimenti, nel degrado polveroso e nebbioso di tubi e lamiere. PROVINCIA MECCANICA è una storia ambientata nella Ravenna marittima, ma trasportabile ed assestabile in qualunque provincia industriale, italiana e non. La famiglia Battaglia è un nucleo, o come ama definirla l'attore protagonista, un microcosmo nato dal fondersi umano di Marco e Silvia. Priva di meccanismi tradizionali questa famiglia si disgrega per l'invadenza (razionalmente motivata e comprensibile) della madre di Silvia, che con l'aiuto di un'assistente sociale "conquista" l'affido della figlia maggiore della coppia; Sonia. La vita di Silvia è un incedere tra fare catatonico disinteressato ed un atteggiamento spiccatamente border line. Marco lavora di notte, vive con scarsa preoccupazione una mediocrità onnipresente e si trastulla tra la televisione (utile, però, solo per giocarci), un iguana, un cane ed un figlio "Indipendente ed autosufficiente" a tre anni. Insieme Marco e Silvia, Sonia e il piccolo Davis crescono alla pari, senza imposizioni o regole, senza doveri sociali o famigliari, inselvatichiti e senza filtri comportamentali. Il loro è un viversi affidandosi unicamente ai sensi ed ai sentimenti, a volte con un'infantilità disarmante. Senza Sonia sopraggiunge una disperazione muta, ricca di disordine, confusione e piatti sporchi. Ed arriva un estraneo, il rosso (Ivan Franek), unico castano in una famiglia composta solo da teste rosse; aggiusta una macchina, sogna uno sfasciacarrozze e mette incinta Silvia, perché il trasporto fa scattare istinti animali. Un figlio dai capelli rossi ed un mago che parla metaforicamente attraverso le pietre rompono i già labili equilibri della famiglia Battaglia. Ci si trova così davanti al degrado di uno sfascio prima lento poi incalzante, per arrivare, di corsa, ad un finale liberatorio, per un riavvicinamento surreale che è semplicemente riunione. Sull'intero film aleggia un'aurea di intensa malinconia, di rassegnazione a vivere i giorni che si susseguono unicamente con il corpo e l'istinto. Lavorare il più possibile solo perché può aiutare a non pensare, rivolgendosi alla disperata consapevolezza che l'unica cosa che conta è il sentimento, pur non avendo le armi e la capacità di definirlo.
Pochi sono i dialoghi, forse, perché scarsa o inutile è la capacità di esprimersi. Quale errore si rivela prediligere unicamente lungometraggi "facili", realistici e passivi? PROVINCIA MECCANICA può rendere attivi, partecipi cerebralmente, lasciando vivere sentimenti, come il disprezzo che a tratti si prova per l'egoista passività di Silvia o la compassione che si sente per l'impotenza espressiva di Marco. Valentina Cervi è una Silvia sinuosa, sensuale, spesso antipatica. Stefano Accorsi riesce, invece, ad interpretare un Marco stralunato, melanconico, indifeso nel mezzo di una distesa di giallo pigolare. Stefano Mordini è alla sua opera prima ed è già a Berlino, e non senza merito. PROVINCIA MECCANICA può effettivamente piacere tanto o non piacere per niente. Resta fermo il fatto che non può non far sorridere di dolcezza una notte in macchina spesa solo per dare una fugace occhiata alla magia di un'alba di Venezia, vista, però, dal cemento e dai tornanti di un parcheggio.
Francesca Pozzi
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