Buio in sala
dal nostro inviato Francesca Pozzi
Alfie
Un autista di limousine. Un giovane londinese a New York che fa impazzire le donne, tutte. L'ammiccare di un fascinoso bello che rivolto al suo pubblico, come in una pièce teatrale, dialoga sornione dispensando regole da seduttore. L'attenzione all'abbigliamento è meticolosa, perfetta, calibrata; l'andatura sulla vespa a bande azzurre e bianche è trendy/dandy. Occhio attento solo alle donne, tutte, perse e fasciate nella loro bellezza e in quella superficialità che sembra voler soffocare la necessità di legami, sembra. Il tutto è a Manhattan, definita dal seduttore 'il posto, il posto, il posto' con la più alta concentrazione di materiale orgasmico. E nello scorazzare spavaldo, tra ammiccanti e didascalici cartelloni, Alfie sembra essere circondato unicamente da donne, bellissime, spensierate e tanto tanto leggere. Una vita che scivola, quella di Alfie, con la grazia calcolata e cinica di un vero british lover. Dispensa consigli al suo pubblico e facendolo si narra, si scopre ed impara a frugarsi nell'anima. Inizia, nel giovane casanova, a formarsi e a farsi sentire quella coscienza mai sfrontatamente calcolata prima. Le donne che Alfie usa, e dalle quale in un certo senso viene usato, diventano la chiave di diversità e di cambiamento che la maturità porta necessariamente in superficie. Queste donne scorrono stereotipate in languidi sorrisi o in furbe e determinate occhiate.
Incontriamo Marisa Tomei, ragazza madre e semi-forse-quasi fidanzata di Alfie. C'è poi Jane Krakowoski la moglie trascurata o Sienna Miller la bellissima ragazzina instabile forse bipolare. L'affascinante self-made woman Susan Sarandon, fredda e lussuriosa, e Nia long la sensualissima fidanzata dell'amico più caro. Donne come tappe obbligatorie di una crescita costante, inconsapevole. Tra periodi di inconcepibile impotenza, paura per mali incurabili, figli sconosciuti e persi, Alfie si ritrova abbandonato con la naturalezza degli eventi, delle occasioni perse, prive delle sottigliezze di una ipocrita 'lettura tra le righe'. Trovarsi perso nella solitudine, fare conti inattesi ed inaspettati, con una punta di sano compiacimento per quello che verrà. Ripartire costruendo e ricostruendosi, iniziando dall'interno, da quell'anima finalmente conosciuta e trovata nello sbiadire di un molo.
La regia di Charles Shyer non fa rimpiangere l'originale Alfie del 1966 con il magnetico Michael Caine (la regia era di Lewis Gilbert), perché non vi è piatta sovrapposizione. È riuscito a calare con naturalezza uno dei più famosi casanova della storia cinematografica in una New York tutta movimento e tentazioni, tenendo lo sguardo sempre fisso sui favolosi anni sessanta e settanta. La grafica e la fotografia variopinta e colorata rinvigoriscono, per contrasto, la tristezza della pioggia presente nelle scene più scure e malinconiche del film. Gli anni sessanta e settanta li sentiamo costantemente anche nelle musiche composte e cantate dallo strepitoso Mick Jagger e da D. Stewart.
Jude Law è un bellissimo Alfie, presente in ogni sequenza del lungometraggio. L'attore sembra aver 'indossato' Alfie con la stessa sensuale eleganza con cui il personaggio veste sfrontato e seducente abiti di famosi stilisti. Il protagonista si rivolge con fare ironico al pubblico al di là dello schermo, creando un rapporto di invidia, antipatia, complicità, attrazione, a seconda del sesso e della predisposizione dei singoli spettatori. Si percepisce la preparazione teatrale di Law, si ha come l'impressione, a volte, di vedere ed ascoltare uno Jago anni duemila. La morale nascosta, neanche troppo, tra immagini e parole è che vi è sempre una morale, e che in chiunque la coscienza fiorisce, prima o poi. Ad ognuno la propria stagione di fioritura.
Francesca Pozzi
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