Buio in sala
dal nostro inviato Clara Collalti
PASSATO PROSSIMO
Di solito si dice andate a vederlo.
Senza necessità di commenti, senza troppe spiegazioni superflue e faticose.
In questo caso l'invito è reale, perché il primo lungometraggio di Maria Sole Tognazzi sa coinvolgerti, e a suo modo affascinarti.
Una splendida casa immersa nel verde destinata ad essere venduta: è questo lo scenario che fa da contorno alla pellicola della regista trentenne, una solida gavetta alle spalle e un cognome ingombrante che non ha bisogno di presentazioni.
Cinque amici che si incontrano per consacrare un ultimo week-end (ricordate Il giardino dei ciliegi?), e restano inevitabilmente incagliati in un'infinita sequenza di ricordi, sensazioni, passioni, delusioni, intuizioni, decisioni.
E' vero, il nostro cinema ci sta abituando a un certo tipo di pellicole che qualcuno chiama "generazionali", in cui protagonista è la solita coralità confusa e alla deriva, dentro alla quale emergono (o affondano) i singoli alla disperata ricerca di sé - Muccino docet. Se pensiamo che le cose stiano effettivamente così, allora il soggetto e la sceneggiatura in questione non rappresentano certamente qualcosa di originale. Ma se lasciamo che la pioggia di nostalgia che bagna questo film ci scivoli addosso, seminando una serie di emozioni diverse e spianando la strada alla riflessione, allora ci rendiamo conto di poter facilmente scavalcare e dimenticare il solito conflitto generazionale, per consegnarci alla semplicità di questa genuina e umanissima "malincommedia".
I cinque amici di sempre convergono lì, aggrappandosi alle pareti di un posto che è crocevia di ricordi ed esperienze vissute, a condividere sorrisi, sogni, gioie, amarezze, a domandarsi in che direzione stiano andando, e a scoprire che la risposta non è mai limpida e univoca. C'è un gioco di richiami e citazioni più o meno esplicite (pensiamo a Il grande freddo, a Gli amici di Peter o al nostro Compagni di scuola), c'è il realismo lineare di Andrea, Carola, Claudia, Edoardo e Gianmaria: tre di questi fanno gli attori, e la trovata palesemente autoreferenziale è di fatto un buon espediente per intrecciare la vita vera con la proiezione che di essa si ha.
C'è l'estate, il passato folgorante e luminoso non ancora evaporato, fotografato dentro ai flash back caldi e avvolgenti. Poi l'inverno, un presente cupo e rabbuiato che incalza decisioni e inversioni di marcia. Ci sono strade che si incrociano di nuovo, altre battute per la prima volta, e c'è soprattutto la dolceamara considerazione che fa da sostrato a tutto il film: il tempo va, non conosce battuta d'arresto. Schiude una sola direzione, e arenarsi sul greto del proprio passato vuol dire giocarsi la corsa - e probabilmente il domani sognato. E allora tutto diventa metafora spietata della paura del cambiamento, del momento definitivo del passaggio a qualcosa d'altro, del salto nel buio che ci terrorizza perché di là non sappiamo che c'è. Che a volte ci inchioda, e ci fa voltare indietro.
Un'inquietudine ben scandita dai movimenti frenetici della macchina da presa spesso in spalla, dai lunghi piani sequenza che scivolano sui volti dei ragazzi agganciandovi lo spettatore, nel momento in cui sono le storie stesse ad agganciarsi.
E soprattutto bene interpretata da una manciata di attori che rappresentano sì quella nuova generazione che il nostro cinema può vantare (Claudio Santamaria, Valentina Cervi, Ignazio Oliva, Claudio Gioè, Pierfrancesco Favino e la televisiva Paola Cortellesi). Amici anche nella vita, raccontano di essersi trovati il copione tra le mani in un pomeriggio di tre anni fa e di come sulla concretezza delle loro caratteristiche Maria Sole abbia poi plasmato e limato i suoi personaggi. E soprattutto il tempo che vivono, lo spazio che abitano, le illusioni e le disillusioni di cui si nutrono.
Clara Collalti
Scrivi a claracol@tiscalinet.it
|
|