Mozart e dintorni
a cura di Marco Marinelli
Chopin in tre puntate
Guida all’ascolto (prima parte)
Bene, abbiamo forse parlato troppo a lungo senza fare riferimento
alla musica e ora ci ravvediamo con una breve guida all’ascolto
sugli Studi di Chopin. Per questo sintetico passo musicale facciamo
riferimento all’esecuzione di Maurizio Pollini, Deutsche Grammophon.
Una breve considerazione storico numerica sull’Opera: i primi
12 studi op. 10 risalgono al periodo 1829-32. I 12 dell’opera
25 invece sono stati composti nel periodo 1829-36. Cominciamo.
Op. 10 n. 1
E’ il regno dell’arpeggio che attraversa in modo quasi
ginnico tutta la tastiera o molta della sua estensione possibile
con la mano destra, la sinistra accompagna con ottave che sottolineano
le armonie. Da notare l’accentuazione, all’interno dell’arpeggio,
di alcune note guida che determinano, all’interno della molteplicità
di note, una sorta di melodia superiore all’arpeggio. Gli
arpeggi, poco prima della ripresa che porta alla conclusione, si
fanno poi più serrati quasi come se il movimento dal basso
verso l’alto e dall’alto verso il basso trovasse ostacoli
sempre più ravvicinati e si facesse di conseguenza sempre
più concitato. Una bellissima cadenza centellinata e sensuale
sta sotto a tutti questi arpeggi, se si suonano le note in accordi
singoli è possibile sentire tutte le note ritardate e le
componenti essenziali dell’accordo di base.
Op. 10 n. 2
Vellutate scale involute e giocose si alternano mentre la sinistra
segue con piccoli accordi delicatamente accennati. Sempre a sinistra,
brevemente anticipate da alcune note antesignane, si sentono anche
le note di una seconda melodia che fa da contrappeso e che esce
allo scoperto sempre prima della riesposizione del tema iniziale.
Qui la mano deve eseguire queste melodie in modo quasi slegato senza
pedale e con la sensibilità della sinistra. Tutta la tensione
del tocco sembra sciogliersi nella scala discendente finale accompagnata,
ed è la sola volta, da un pedale fermo che ci fa intuire
l’approssimarsi della conclusione.
Op. 10 n. 3
Apertura romantica, dolcissima e patetica, che non lascia intravedere
quello che succederà dopo… Alcuni accordi ci mettono
sull’avviso. Poi un cambio di ritmo sempre crescente, la corda
si tende, le dita si distendono, ancora un crescendo, poi una serie
di accordi con la destra e la sinistra in direzione opposta, un’esplosione
di accordi, qui Pollini ansima con la sua tastiera. Poi tutto torna
come prima e riappare la melodia dolce dell’inizio. Insomma
la quiete, poi la tempesta e infine la quiete di nuovo, fino alla
conclusione.
Op. 10 n. 4
Imperioso attacco, è uno studio che porta ad una sostanziale
scambio delle due mani che mostrano alternativamente la loro bravura
nell’eseguire accordi, trilli e melodie. La stessa melodia
della destra portata al basso diventa incalzante e parossistica,
difficile da eseguire. Bisogna incastrare i movimenti delle due
mani in modo che non si avverta quasi la differenza. Su questo studio
si vedono i pianisti e la loro tecnica. Pollini se la cava benissimo…
Op. 10 n. 5
Tremolar della marina, suoni perlati come i bagliori di luce di
un’onda marina preziosa e di cui si può seguire a vista
il movimento, non c’è agitazione ma gioia interiore.
La conclusione è quasi geometrica e infantile. “Voglio
tornare bambino”…
Op. 10 n. 6
Studio triste. E lo si capisce dal tono cupo e mesto illuminato
improvvisamente da inaspettate aperture del cielo e da raggi di
sole che, filtrando le nuvole, concludono il loro tragitto sulla
superficie del mare e rimbalzano di poco. Poi le nuvole si richiudono
di nuovo e torna la voce sommessa, in sottofondo le note ostinate
accompagnano tristemente la melodia destra. E sono sempre loro a
terminare dopo una breve ostinazione che si ferma davvero su una
terza maggiore che assomiglia ad un punto interrogativo. Starà
forse cambiando qualcosa?
Op. 10 n. 7
Vibrazioni cromatiche e ben distribuite
Op. 10 n. 8
Cos’è, è arrivata la primavera? Bisogna porre
attenzione alla sinistra e non lasciarsi distrarre dalle esternazioni
della destra. La sinistra, infatti, tiene almeno tre registri espressivi
e zone rispettive della tastiera. Nella cadenza finale tutto sembra
risolversi in un delicato gioco cromatico. E’ uno studio frizzante,
la tristezza è davvero lontana, c’è ottimismo
e perfino ironia scanzonata se si considera quell’acciaccatura
sulla sinistra. Si riascolti facendo attenzione solo alla sinistra
e provando a isolarla dalla destra. Bello no?
Op. 10 n. 9
Quasi un notturno, intriso di tensione armonica, sta per succedere
qualcosa, se ne ha l’impressione in qualsiasi battuta ma poi…
appaiono degli appelli che spiccano ripetuti in alto e poi più
sommessamente un’ottava sotto e ancora squilli in alto ripetuti
in basso, mentre sempre il basso sembra quasi immobilizzarsi. L’atmosfera
è densa di sospensione… Ora gli squilli echeggiano
quasi, rispetto alla loro prima apparizione e poi un indistinta
e perlata apparizione di note messe lì a una certa altezza
e in conclusione. Sommessamente e a spegnersi.
Op. 10 n. 10
Bello studio piuttosto difficile sul tempo spezzato o controtempo,
a cavallo di un’idea che si definisce se osservata nel suo
insieme, poi una parte virtuosistica che scioglie la tensione narrativa
in una dolcissima espressione verso l’alto, leggermente accelerata.
Fine.
Op. 10 n. 11
Accordi arpeggiati, l’ultima nota ad apparire è anche
quella della melodia. Quel che conta del pianista è la nobiltà
del gesto: una nobiltà che non si inventa… ma dove
è finita la nobiltà di oggi? (Già detto altrove).
La ripetizione è più sommessa e include una variante
armonica prima della conclusione, siamo su un registro spostato
verso l’alto, qualche sussulto e poi due accordi, anch’essi
arpeggiati.
Op. 10 n. 12
E’ lo studio più famoso di Chopin, lo studio rivoluzionario
ispirato secondo alcuni alla notizia della caduta di Varsavia nel
1831 con il conseguente fallimento della rivoluzione polacca. Due
le caratteristiche essenziali: una violenza timbrica senza precedenti
e una difficoltà tecnica asprissima da superare. La sinistra
si produce in scale verso il basso (gli abissi della disperazione)
cui la destra si oppone con accordi lati (l’orgoglio) eseguibili
da dita lunghe e sicure (qualcuno ricorda la mia amica sarda del
Conservatorio?). Le brevi chiarificazioni sono salutate da qualsiasi
pianista come delle provvidenziali sospensioni in attesa di rigettarsi
nella mischia.
Marco Marinelli
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