Mozart e dintorni
a cura di Marco Marinelli
Chopin in tre puntate
Guida all’ascolto (terza parte)
Op. 25 n. 7
Do diesis minore
E' una tonalità diesata come quella della famosa polacca ad esso accostabile per più di un motivo. L'inizio è segnato da una sola melodia indecisa, quasi ambigua che sfocia in un delicato inizio, meditativo e rubato (questi sono i rubati difficili da eseguire), gli accordi ripetuti sono della destra, la parte alta della mano indica la melodia più acuta e soave, all'interno la sinistra si incunea con una melodia dal timbro medio perfettamente incastrata con quella acuta. E' importante seguire entrambe le voci che disegnano la polifonia dell'era moderna, quella che probabilmente sarebbe piaciuta anche a Bach se solo avesse potuto ascoltarla. Poi la sinistra sembra attardarsi sopra un gioco di ripetizioni quasi come se girasse in tondo su se stessa, giocasse con gli specchi nei quali si riflettono le sue armonie (la destra incide una nota appena accennata). Ma la sinistra disegna anche delle arcate che partendo dalle medie profondità del basso riducono, nella loro corsa verso l'alto, gli intervalli tra le note con un disegno simile a quello di un getto d'acqua proiettato verso l'alto e che, dopo aver dato spazio a tutto il suo slancio, ricade sul proprio flusso in modo imprevedibile. Questa tecnica è frequente in Chopin, il basso sembra comparire dall'ignoto come Glenn Close quando nella "Casa degli Spiriti" entra nel soggiorno, tra gli attoniti astanti, come un'icona ieratica e immobile della morte che, preceduta da un alito di vento, bacia con un bacio di sincero affetto la protagonista, l'angelica protagonista. Alla ripresa le due voci sono ancora più forti alla sinistra un trillo poi una lunga escursione dal basso verso l'alto e poi ancora giù. Riprende il discorso con toni ancora una volta miti ma progressivamente spenti. Riprende ancora un inizio di melodia, ancora una volta incerta, un'incertezza segnata dalle variazioni di tonalità dalle modulazioni, ora la melodia riprende ancora come prima, chiara, si odono trilli, squilli disperati e domande: "Perché?", le due voci (sempre loro due) giocano ancora una volta spegnendosi insieme, una pausa qualche accordo separato, non si riesce a capire se sarà l'ultimo e poi tutto finisce. Come in un film.
Op. 25 n. 8
Re bemolle maggiore
Mi sembra lo studio più tecnico, ancora mi sfuggono molte cose, anche nel non sapere si nascondono possibilità di conoscenza. Forse.
Op. 25 n. 9
Sol bemolle maggiore
Allegria, sono solo 57 secondi di gioia bella e rara, compaiono ancora una volta le giostre dell'immaginario di Chopin, bisogna seguire la melodia spezzata in accordi a mosaico, per capire la struttura di questo brano bisogna semplicemente cantare. Non è affatto facile ma in questo modo si congiungeranno le note essenziali (sono sempre presenti delle note essenziali anche nelle più incomprensibili a logorroiche melodie jazz). La ripresa è più dichiarata il basso si ferma poi insiste sullo stesso pedale sempre a indicare che il pezzo (brevissimo) sta per concludersi. E in modo giocoso con un ultimo sospiro che finalmente è obbligato a fermarsi. In ogni brano romantico la gioia è sempre appoggiato sul velluto nero della sofferenza, ma il dolore non fa paura, soltanto dopo appariranno le concezioni nichiliste e "angosciose" che noi oggi sembriamo sposiamo più facilmente come in un film di Dario Argento. In Chopin c'è il dolore ma da questo il compositore attinge per descrivere la gioia, basti pensare a Buster Keaton, fa sorridere ma con malinconia. Lì sta il difficile, via dalla sguaiatezza e dalla volgarità. Come tutti i saggi, da Seneca in poi.
Op. 25 n. 10
Si minore
Ottave? Forse. Qui c'è il fuoco del giovane Chopin, bisogna seguire con attenzione la parte virtuosistica che si conclude con una domanda (lui si faceva molte domande e voi?). Poi di colpo una melodia del tutto diversa, dolcissima, la bravura del pianista è quella di marcare la differenza, prima il fuoco, la passione e poi di colpo (ma veramente di colpo) tutto appare diversamente. Era così anche prima, la calma era sottesa alle note infuocate e il fuoco è celato sotto le note pacate, l'interno è l'esterno e l'esterno è l'interno come un'invocazione greco-ortodossa almeno fino a quando il fiume carsico di questa riflessione non riaffiora prepotentemente poco più in là. Di nuovo le ottave fortissime a una cadenza conclusiva classica e quasi religiosa. Simile ad alcune cadenze dei notturni.
Op. 25 n. 11
La minore
Siamo ancora una volta nello studio dei contrasti, reciproco del precedente questo si apre con una melodia atona, quasi senza fiato che sfocia in una cadenza sottile religiosa che non lascia intravedere l'autentico "macello" che sta per accadere, l'ultimo accordo della cadenza però sembra aprire lo spiraglio sull'ignoto, sembra lo scricchiolio della porta che non deve essere aperta, è un passo straordinariamente difficile da cogliere, si può tentare di fare qualche sforzo e di riportare il nastro a quel punto della cadenza religiosa sottile e alzare il volume facendo attenzione ad abbassarlo prima che entri l'orco. E' un'esperienza acustica di primissimo livello. Quando il pezzo diventa "Sangue e arena" il pianista deve mettere le mani in pasta, deve sporcarsi, deve sudare deve correre, deve sforzarsi deve fare, pestare, lasciare il senso della sua fatica, della sua opposizione all'ingiustizia, deve infilare le banderillas nella vita del toro, deve uccidere, deve sentire e far sentire il contrasto netto tra la vita e la morte. Deve. Noterete la destra procedere in modo quasi indistinguibile in una serie cromatica discendente sulla quale si innestano in modo imperioso accordi perentori e ben scanditi della sinistra (gli stessi accordi dell'inizio atono), la destra indiavolata riesce persino a modulare in modo funambolico, una mano sempre impossibile da fermare. Si passa anche verso il basso a testare la consistenza sonora delle corde grosse, passo difficile per i "pedaliferi" quelli che suppliscono con il pedale a tutte le loro imperfezioni tecniche. Poi il gravoso compito di portare avanti tutto quel "casino" spetta purtroppo alla sinistra, la destra trionfa con gli accordi prima ascoltati sul registro basso e sempre con medesimo modello ritmico anche se appaiono più sarcastici e affilati di prima, intanto la sinistra "speleologa" scende nelle caverne. Il compito difficile qui è distinguere il basso in tutte le sue componenti essenziali. Fatelo. Poi una sequenza armonica in continuo movimento sembra fatta apposta per confondere le idee al migliore ascoltatore e sembra dire: "ti voglio seminare, voglio farti perdere, devi capire che non puoi starmi dietro e quando avrai perso tutto il tuo orientamento, io mi farò ritrovare, e ti farò capire". Ma noi Chopin ti crediamo ciecamente, ci siamo già persi, e tu ci hai già ritrovato. Ancora una volta gli accordi scanditi da entrambe le mani, capiamo solo adesso che sono loro i personaggi importanti di questo brano, loro che sembravano così accessori e che invece ora dimostrano la loro nobiltà e il rango elevato della loro stirpe. Ma dove sarà mai finita la nobiltà?
Op. 25 n. 12
Do minore
Siamo su un traghetto che porta verso un altro lido e dobbiamo salutare quelli che rimangono al porto, questo studio non lo commentiamo, diciamo solo che il pianista si muove con entrambe le mani in una visione omnicomprensiva dell'esistenza, qui il pianismo è al contempo espressione della musicalità insita in tutta la tastiera, in tutto il toccabile, in tutti gli accordi, in tutto, la conclusione deve sempre ricordare il tutto, accostando l'orecchio alla cassa del legno che produce suoni ci si può accorgere del rumore dei tasti, di tutti i tasti. Quel che conta è che in tutto questo c'è l'espressione di una generosità anch'essa totale, niente viene escluso, si dice "ricordatevi tutto", si dice "amate tutto", si dice "omnia vincit Veritas" ma si dice anche "addio" a tutto, come noi, ora, a tutti voi. Grazie.
Marco Marinelli
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