Speaker's Corner
Speaker's Corner
 
La città ci parla
   a cura di Ugo Ripamonti


























Realizzato da
Visiant Outsourcing
Speaker's Corner
La città ci parla
Una piccola rubrica sulle parole nascoste
a cura di Ugo Ripamonti


Non è vero che la gente non legge più.
Certo, non si leggono molti libri e la media di quotidiani letti pro capite è forse la più bassa in Europa.
Ma ci sono altri testi che giungono ai nostri occhi, altri lemmi, altre frasi che leggiamo tutte le mattine. Siamo spesso lettori inconsapevoli. I messaggi esistono, sono ovunque, basta scovarli.
Cerchiamo insieme di mettere a fuoco questa piccola letteratura subliminale.

Leggi l'introduzione di Ugo Ripamonti


    In autostrada
    Mercoledì 3 Marzo. Ore 12. Autostrada A9. Tratta Como-Lainate. Il cartello elettronico della "Società Autostrade per l'Italia" reca il seguente messaggio: "Amate la vita, rispettate le regole." Leggo e rimango stupito. Un messaggio d'amore su uno squallido cartellone elettronico in mezzo all'autostrada. Notevole. Beh, niente di strano, si esorta a non sfracellarsi e a non fare sfracellare gli altri automobilisti. Poi, decontestualizzando e facendo gli opportuni salti logici come la rubrica richiede, rifletto e trovo il messaggio d'amore artefatto e anche insincero. La vita è un fluire continuo e imprevedibile di emozioni, pensieri, situazioni. Come si può quindi obbedire a delle regole?! Intendendo per regole tutti i precetti morali, tutti i paradigmi mediatici, dovremmo cercare piuttosto la libertà. E non aiutare le regole forgiando noi stessi le catene che ad esse ci legano... Ciao, r.
    Ramon 

    figure retoriche
    Il concetto di Agricoltura biologica mi lascia letteralmente di sasso. Biologico, per me meschino incapace di lasciarsi andare a suggestioni poetiche, significa semplicemente "che concerne materiale organico" (dizionario garzanti online). Si vede che l'aggettivo, mi dico io gretto utilitarista che usa le parole per esprimere significato e non per orror vacui, e' necessario. Significa che senza di quello potremmo essere portati a pensare che esiste un'agricoltura che non abbia a che fare in alcun modo con materiale organico. Ma le tautologie non ricorrono solo agli aggettivi. A volte basta semplicemente un sostantivo, come chiamare un giornale 'Il Giornale'. E deve essere comunque una scelta che pesa se il direttore di quel quotidiano ha scelto passare a 'Libero'. Dalla tautologia all'ossimoro.
    gianpaolo 

    E' vero! In fondo il centro sociale prevede una periferia asociale e il servicio civile di solito è l'alternativa a quello militare o per meglio dire incivile. Così come il contrario dei Servizi Segreti sono dei servizi che non hanno nulla di nascosto, cioè dei Servizi Pubblici, ma anche in questo caso siamo nel campo della tautologia... Un abbraccio!

    Ciao Ugo. Ieri sera giravo in macchina in zona Niguarda e pensavo, adesso trovo un cartello che mi dà l'ispirazione giusta.Niente. Fermo al semaforo vedo persone dentro a un bar.Sono all' aperto ma impacchettati dentro teli di plastica trasparente. Cetacei arenati sulle sedie, inutilmente cercano di guadagnare il largo. Si girano e si rigirano ma restano sempre lì, mentre "strisce di tramonto mi corrono come spigole giù per le braccia" come direbbe il vecchio Chinaski. Ma il tramonto è passato da almeno tre ore. Io e la ragazza al mio fianco arriviamo a destinazione, supero la pizzeria con la macchina, non c'è parcheggio; faccio inversione, torno indietro.Salgo sul marciapiede con l'auto e mi fermo venti centimetri prima di un paletto. Scendiamo dall'auto, guardo in cima al paletto.C'è un cartello che indica divieto di sosta, lo guardiamo, ma né a me, né alla ragazza dice assolutamente niente e non vorremmo essere da esempio a nessuno. Non possiamo scrivere un pezzo per la tua rubrica. Chiudo la macchina con un bip, faremo venti metri fino alla pizzeria dove saremo anche noi balene arenate. Ciao.
    Marco 

    La faccenda Chianski è che in verità la città non parla affatto, chi ha la parola, per fortuna, sono i suoi abitanti. Complimenti.

    Oddio, mi hanno "fidelizzata"!!! L'altro giorno ho chiamato il call center di una catena di negozi. L'operatore molto gentile mi ha magistralmente condotto alla fine della telefonata, fornendomi tutte le informazioni che avevo bisogno.Riattacando Mi sentivo felice, e accudita. Pero' mi sono resa conto che mi ero dimenticata meta' delle indicazioni che mi aveva dato, stavo gia' per richiamare con 'ansia di ritrovare quel gentile operatore ma ecco che come un cavaliere solitario, senza macchia, arriva un sms da quello stesso servizio, che avevo chiamato dal cellulare. Un sms di riassunto. Grandioso, ho pensato! Che assistenza!Loro si che capiscono le mie esigenze. Poi l'inquietudine...sanno il mio cellulare...le mie preferenze...e altro che servizio! E le mie esigenze? Saranno veramente..mie? A loro fa comodo che mi ricordi le cose! Fidelity card dei supermercati...indagini di mercato. Come ne usciamo? Anche il "No Logo" e' diventatata un'area con prodotti specializzati che sfruttano chi vuole boicottare le multinazionali... Aiutatemi voi..la citta' mi parla...TROPPO! ANCHE QUANDO DORMO!
    Elena 

    Amici mi dicono che Naomi Klein ha registrato il marchio No Logo. Per riprodurlo si devono pagare i diritti. Tautologico! A proposito dei call center. Io ci ho lavorato per anni, tanto da rendermi conto di quanto siano dei bacini pressochè inesauribili di lavoro, soprattutto per studenti universitari e ragazzi in cerca del primo impiego. Gli operatori (titolo improprio, chi lavora nei call center non opera, esegue - dovrebbero chiamarli esecutori) hanno accesso ad una banca dati dettagliatissima dell'utente che li chiama. Se perdi la scheda del telefonino e chiami per disattivarla ti chiedono come conferma di dire il numero che chiami più volte, il credito residuo che avevi al momento dello smarrimento e l'ora in cui hai effettuato l'ultima chiamata. Tutte informazioni che gli operatori hanno davanti agli occhi. Sei tranquillizzato dal fatto che a disporne è una laureanda in agraria alla quale non frega nulla di sapere a chi telefoni. La falla c'è comunque. Le informazioni ci sono, manca solo il pretesto e il mezzo per metterle insieme, la capacità di collegarle. Io, ultima ruota del carro, grazie ad amici ed ex colleghi che hanno trovato posto nei call center in teoria di una persona posso sapere a chi telefona e con quale frequenza, come, dove e quanto spende con la carta di credito, quanti incidenti ha avuto con l'auto o quali film ha acqwuistato con la pay per view. Le informazioni sono a disposizione di una base costituita per lo più da giovanissimi, ma anche questo è un corto circuito dei nostri tempi, questo nuovo proletariato del terziario è custode di tutti i segreti della massa e in alcuni casi dei potenti. Il grande fratello esiste ma è ancora da assemblare. Ciao!
    Quando la pubblicità ritira i suoi cavalli...
    La città a volte non ci parla più!! L'insieme di trabocchetti dei messaggi che ci circondano e ci bombardano per mesi a volte spariscono (per non ritornare più?). La cosa peggiore é che quel silenzio, quel vuoto, passa inosservato subito riempito da qualcosa di nuovo. Tanto siamo abituati ad essere molestati... Che fine hanno fatto le pubblicità degli shampo anti-forfora? E per rimanere in tema, anche dei saponi anti-brufoli? Era ovvio da sempre che non funzionavano niente ma quelle pubblicità avevano creato una psicosi collettiva. Strano ma vero da quando non ce la menano più sulla vergogna di avere brufoli e forfora stiamo tutti più bene. Ci sentiamo tutti senza brufoli (sarà che non sono più adolescente) e senza forfora. Prima forfora e brufoli erano mali da estirpare, se necessario con l'abrasione. Adesso sono una caratteristica dell'essere umani. E' da qualche anno che non sento più nessuno dire a qualcun'altro "comprati il sapone anti brufoli". Adesso che ci penso, anche quella schifezza di pubblicità del collante per le dentiere è sparito dall'immaginario collettivo. Mia nonna la dentiera ce l'ha ancora, immagino che anche altre nonne siano nella stessa condizione. Non credo che tutti adesso abbiano i denti. E ancora associata, la pastiglia per pulire le dentiere! Vi ricordate? Il bicchiere con la pastiglia effervescente che sembrava aspirina (non oso immaginare che goduria il nipote che si confonde la notte e attinge, assetato, al bicchiere della nonna con la pastiglia efferfescente e la dentiera...bleah). Evidentemente sono state considerate indecorose (perché veritiere), e quindi cancellate in onore di un immaginario dove tutti hanno denti sani perché mangiano le gomme (ops..sparite pure quelle). Adesso mi vengono in mente altri esempi, meno schifosi...ma lascio a voi continuare l'elenco seno non finisco più!!!
    Giorgia 

    La comunicazione pubblicitaria è, tra le letterature subliminali che in questa rubrica cerchiamo di stanare, quella più manifesta e urlata. La pubblicità è una donna capricciosa e nevrotica che insegue la nostra attenzione ed è pronta a conquistarsela anche - come dici tu - con continui trucchi e trabocchetti. Tra le armi più recenti annovera il silenzio. Manifesti che coprono i nostri palazzi e non dicono nulla, mostrano un simbolo il cui significato ci verrà svelato solo dopo settimane, quando la nostra curiosità sarà pronta e cotta come un pollo in un forno. Altri poster ci avvertono che micro particelle puliranno meglio i nostri denti o che l'incredibile Fattore Q10 proteggerà i nostri capelli. E non pensare, cara Giorgia, di trovare nel pudore e nel timore di mostrare la manutenzione quotidiana del nostro corpo, un punto debole. Non si mostrano più brufoli e dentiere probabilmente perchè non è redditizio, in compenso uno spot recente reclamizza un farmaco che blocca la DIARREA (nello spot è detto così, con tono deciso e volume più alto!). La pubblicità al contrario traccia il limite del nostro pudore. Diarrea, ascoltato alle 8 di sera prima del TG, diventa una parola neutra, comune e rodata, pronta ad entrare in qualsiasi discussione. Rimangono è vero parole tabù, come mestruazioni, la cui cacofonia costringe i pubblicitari a coniare eufemismi ridicoli come "in quei giorni" e l'iconoclastia che avvolge gli assorbenti a mostrare le terga di donne sorridenti che, vestite rigorosamente di lino e seta, camminano felici in giornate ventose. Giorni fa sono andato in farmacia a comprare i profilattici e ho notato che la scatola che ne conteneva di più (24) portava con orgoglio la scritta "confezione famiglia". Famiglia?! Ma se li compro apposta per non farmela una famiglia... Celeberrimo lo spot di una merendina che interruppe il concerto contro la fame nel mondo con lo slogan "non ci vedo più dalla fame". Il corto circuito sta nell'assenza totale di comunicazione. La pubblicità ci bombarda e noi non possiamo reagire, non possiamo alzarci e chiedere "che cazzo è 'sto fattore q10"! Quando Costanzo manda i "consigli per gli acquisti" sa bene quale ironica menzogna ci sia nel termine consigli. Avete mai visto una pubblicità iniziare con "se volete comprate..." "se lo ritenete opportuno....". La pubblicità ci può dire tutto ( Culo basso bye bye, io ce l'ho profumato...), viceversa noi non abbiamo neppure il diritto di nominare un marchio e siamo costretti a usare ridicole forme idiomatiche tipo "una nota marca di latte in polvere chiede un risarcimento all'Etiopia". Ma come? Mentre mangio la zuppa mi urlate che siete in grado di bloccare la DIARREA e io non posso neppure dire il vostro nome? Come è fragile la parola. Come è inutile e automatica, slegata ormai dal significato originale (i preservativi familiari saranno mica bucati?). Ci sono sere in cui mi fermo a guardare queste enormi lenzuola che oscurano facciate intere di palazzi, guardo le figure gigantesche e divine di ragazzi e ragazze nude e provo una sorta di pietà per gli slogan e le parole appiccicate sopra, inermi e fuoriluogo come un adolescente brufoloso ad un party di pubblicitari. Ma queste icone sono ormai sovraculturali, sono nuvolette che nascono al di sopra delle nostre teste e - forse - rappresentano il nostro malandato inconscio, visioni di un Golem che la nostra cultura ha creato e continua a fomentare. Consigli per gli acquisti.
    Trovato l'inganno fatta la legge

     

    Alcune sere fa sono andato a bere in un locale di Milano. All'ingresso un ragazzotto ben vestito e con l'auricolare (ma a cosa serve l'auricolare ad un barista? che si diranno mai in quegli aggeggi da FBI? "Emergenza! Emergenza! E' finito il ghiaccio! Presto! abbiamo poco tempo: il latte sta per scadere!") mi ha consegnato un cartoncino e indicato il tavolo a cui sedere. Qui, mentre la mia compagna scorreva la lista dei costosi cocktails, ho cercato di capire a che serviva la tessera che mi era appena stata consegnata. In sostanza su di essa i tecno camerieri marcano le consumazioni ordinate, così che, una volta alla cassa, presentandola si paga il dovuto. Niente di più del vecchio fogliettino di carta col conto, mi sono detto. Voltandola però ho trovato una scritta minacciosa. IL VALORE DI QUESTA CARTA E' DI 80?, LO SMARRIMENTO COMPORTA IL PAGAMENTO DI TALE SOMMA. La cosa mi ha agitato, in tasca avevo un pezzo di cartone che valeva più di quanto avessi nel portafoglio. Per tutta la serata, anche mentre eseguivo goffi passi di danza, non smettevo mai di controllare che la preziosa tessera fosse sempre con me. Il giorno seguente ho pranzato in una pizzeria e nel menù ho letto che I TICKET RESTORANT NON SI ACCETTANO DI SABATO E DI SERA. Ho chiamato la cameriera (molto meno equipaggiata, giusto un grembiule bianco e qualche patacca di sugo) e le ho chiesto perchè. Candidamente ha detto "perchè è scritto anche là, guardi." Ha precisato indicando un cartello scritto con il pennarello nero sulla parete. Al di là della sua tautologica risposta mi inquieta pensare che tutta questa gente si senta autorizzata a legiferare anche in ambiti che non le competono. I ticket restorant valgono sempre, non c'è scritto da nessuna parte che fanno orari da posta. E perchè mai dovrei essere responsabile di una somma di denaro abbastanza alta (per me 80? sono molti...) solo perchè mi hai dato in mano un bigliettino. Chi decide che ha quel valore? Non mi sembra che tra i titoli di Wall Street ci sia anche la "tessera d'ingresso in locali trandy". L'oro sì, il petrolio anche, ma il cartoncino no. Dunque quei soldi da dove vengono? Quando, da buon rompipalle, ho chiesto spiegazioni, il James Bond di turno mi ha detto che quello è il regolamento. Ecco il punto. L'auto-legiferazione! Allora facciamo una cosa. La prossima volta torno in quel locale portando con me un uovo fresco, vado dal titolare, glielo appoggio sulla testa e sancisco, previa scrittura della nuova legge su un tovagliolo di carta, che "questo uovo di gallina vale 15.000? e deve restare sul suo capo per tutta la serata. Dovesse cadere lei me lo ripagherà per intero." La mia grossa paura è che queste persone siano intimamente convinte che basta scrivere una cosa perchè si faccia legge. Non è così! In uno stato moderno la legge appartiene alla collettività, non ai singoli. Non fosse così il primo potente di turno si potrebbe fare delle leggi su misura, magari scrivendo nelle aule di tribunale "LA LEGGE NON E' UGUALE PER TUTTI". Ma per fortuna queste cose succedono solo nei locali notturni...
    IL LATTAIO
    Ero in macchina,ferma al semaforo, pronta a svoltare nella via di casa mia; un pò malinconica forse per l'incessante pioggia e il buio delle due del pomeriggio, sono rimasta fissa ad osservare la mia scuola media, il piazzale davanti all'entrata e il piccolo negozietto adiacente; lo faccio spesso (credo sia inevitabile guardarsi attorno quando si è fermi al semaforo)eppure oggi ho avvertito un calore e delle sensazioni diverse. Il negozietto all'angolo della strada ha mantenuto la stessa insegna di un tempo: IL FRUTTETO. Ha sempre venduto di tutto, dal detersivo alla frutta (che dato il nome non poteva certo mancare)era la mia tappa fissa prima di entrare a scuola, alla ricerca della merenda per "l'intervallo". Poco lontano da lì c'era IL LATTAIO punto di riferimento nelle mie domeniche pomeriggio all'uscita dall'oratorio dove compravo le ultime caramelle e il latte commissionatomi da mia mamma. Qui l'insegna è stata sostituita: oggi c'è un anonimo bar e niente caramelle sfuse. La signora Gina de LA MERCERIA ha chiuso l'attività già da tempo e LA CLINICA DELL'OROLOGIO ha dovuto fare i conti con i rivenditori già attrezzati per le riparazioni. Scusate lo sfogo: sono scritte della mia città che hanno scandito la mia infanzia e assistere alla loro scomparsa un pò mi disorienta!
    Rita 

    Capisco il tuo disagio, credo di comprendere (ho cambiato casa 4 volte durante l'adolescenza) il disorientamento che si prova perdendo i punti di riferimento del quartiere. Viene meno o come nel tuo caso viene inficiata e deturpata la geografia dell'anima, quel dolce collocare sguardi e abitudini vicino a certi palazzi o a certe vie. Perdere quelle insegne è perdere come dici tu anche un poco di memoria ed è gravissimo e pericoloso perchè "la lotta dell'uomo contro il potere è la lotta della momoria contro l'oblio".
    cappotto e pavimento
    Nel negozio siamo in quattro, la commessa, una mamma, il suo bambino ed io. Dal camerino dove provo un pantalone attillato rosso vedo un cappotto camminare a terra. Mi sporgo e chiedo: "che fai?" "...sssttt... sto passando inosservato!" risponde il bambino. Lui si, sa nascondere le parole e ritrovarle nella città che gli parla.
    Daniela Pesce 

    Fantastico!
    at work
    Oggi il mio general manager (lavoro in una multinazionale che si occupa di spedizioni) ha convocato me e due colleghi ASAP (as soon as possible) nel suo ufficio. Qui ci ha mostrato una slide che, secondo lui, ci avrebbe aiutato a fare team-building coi colleghi. Ha acceso la lavagna luminosa e sul muro è apparso un titolo cubitale: "Self-control nella leadership" Fortuna che ho studiato italiano alle elementari e so cosa vuole dire NELLA! Alla fine ci ha congedati dicendo che potevamo fare il coffee break. Non so se i miei dirigenti pensano che usando le parole inglesi il lavoro duri di meno e venga svolto nel minor tempo possibile, quello che so è che il mio coffee break di oggi è durato il doppio di una normale pausa caffè...
    Roby 

    Very nice! Il mondo del lavoro cerca di camuffare le proprie idiosincrasie dietro i titoli che si dà. E non mi riferisco solo ai termini stranieri. Mia madre giorni fa al telefono mi ha detto di chiedere al mio principale dei giorni di ferie per andarla a trovare. Il mio principale? Non ho mai chiamato così il mio capo. Lo si faceva un pò di anni fa. Principale per me è un'uscita, non un superiore. I subordinati del principale erano forse secondari e terziari? E i terziari (troppi) sono anche avanzati. Un tempo le miss di paese (quelle che oggi sono Letterine) sposavano i capitani d'industria. Quella era la figura più importarte, il capitano d'industria. Io me lo immagino sul cassero, dritto a scrutare l'orizzonte, a combattere la sua guerra personale. Non so, ma aveva un sapore diverso, più eroico, più epico. Adesso quale è la figura più importante nell'organigramma di un'azienda? L'Amministratore Delegato. Che schifo! Capite che già dal titolo c'è una differenza abissale. Prima di tutto amministratore. Si amministra quando non si riesce più a creare. E poi delegato. Delegato da chi? L'uomo più importante dell'azienda non ha neppure l'orgoglio di esporsi in prima persona? L'amministratore agisce per effetto di una delega di qualche pavido.. E tra le altre cose nessuno lo chiamerà mai con quel titolo. "Amministratore Delegato, vuole un caffè?" Per voi sarà il capo e basta. E voi per lui? Bè, collaboratori. Strano vero? Una parola come collaboratore trasuda equità sociale e comunità di intenti, eppure è univoca. Voi siete collaboratori dell'Amm. Del. ma lui non sarà mai un vostro collaboratore. Ora devo andare, arriva il mio capo. ciao!
    In stazione
    Come sarebbe bello se le Ferrovie dello Stato ci parlassero in modo diretto, immediato e comprensibile. Ok: l'italiano è una lingua ricca di sfumature.... ma è proprio necessario ricorrere a costrutti così arcaici per comunicare con gli utenti? L'altra sera ero nella stazione di Voghera, aspettavo un treno che sembrava non arrivare mai, piantata sotto il tabellone elettronico. Il numero rosso indicava i minuti di ritardo. Chissà per quale strano mistero, più continuavo a guardare quella casella, più quel numero cresceva! temendo qualche strano maleficio, ho deciso di distrarre lo sguardo e posizionarlo altrove. Solo allora ho notato comparire sul display luminoso un messaggio lentissimo. Scorreva in orizzontale, le lettere entravano una alla volta a circa 20-30 secondi di distanza una dall'altra! Non facevo in tempo a leggere la nuova parola che avevo già dimenticato la precedente. Il messaggio intero diceva: "Attenzione... Questo è un messaggio speciale! Anche per questo anno, il Gruppo Ferrovie dello Stato ha deciso di partecipare insieme con Telethon alla raccolta dei fondi a sostegno della battaglia contro la distrofia muscolare e le malattie genetiche. Se vuoi effettuare la tua donazione...." il resto non lo ricordo... Dove potrò effettuare la mia donazione? Proverò a fare un ricerca in rete; forse riusciro' a completare il puzzle e scopriro' come fare la mia offerta! Ma è così difficile essere sintetici? Ragazzi, quel messaggio non era su un giornale! Era su un tabellone nero e scorreva più lento della tartaruga di Zenone! Che senso ha dire "insieme con"? e poi: è così fondamentale ribadire che si tratta di un messaggio speciale? Forse è tutta una strategia per far passare il tempo ai viaggiatori in attesa di un treno che sembra non arrivare mai. Che arriverà, certo, ma chissà con quanti minuti di ritardo!!! Meglio non farci caso....
    myriam 

    Cara Myriam, il tuo spumeggiante intervento mi ha fatto capire che non sono il solo a sentirmi parte di un gioco enigmistico ogni volta che prendo un treno o lo aspetto in una stazione! Temo anche che tu sia stata vittima di quella pratica sempre più diffusa che si chiama fidelizzazione del cliente. Le FS probabilmente hanno pensato che avresti ripreso il treno se non altro spinta dalla curiosità di sapere come finiva quella frase. A questo punto, quando conoscerai il finale, dillo anche a noi!
    negozi
    Ecco cosa ho notato: sulle spiagge ci sono i minimarket, nelle piazze i mercati, poi sono arrivati, alla fine degli anni '70 i supermercati, ora gli ipermercati e addirittura i megastore. A quando i giganegozi? Grazie e ciao!
    jacopo 

    E' vero. Credo sia un retaggio degli anni ottanta quando ci fu la corsa all'ipertrofismo linguistico (era tutto un supermega...). Adesso forse ci siamo calmati, ma è comunque tardi, perchè si è innescata una sorta di inflazione che svaluta l'importanza delle parole e ci costringe a gonfiare sempre di più i concetti. E' come quando dici subito ad una persona "ti amo", dopo appena due settimane. Al settimo mese come le puoi far capire cosa provi? Esiste una parola che non si svaluta mai?