Speaker's Corner
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Il concerto del mese
  a cura di Daina J. Ventura

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    Il concerto del mese
    a cura di Daina J. Ventura




    GESU' E' MORTO E NEMMENO DYLAN SI SENTE TANTO BENE
    Si poterbbe dire, parafrasando una celebre citazione, che “Gesù è morto e nemmeno Dylan si sente tanto bene”…Infatti il nostro inizia a mostrare qualche acciacco dell’età (62) .
    Non suona più la chitarra, di cui peraltro non è mai stato un virtuoso…ma strimpella il piano, come quando sedicenne imitava le gesta di John Lee Hooker nelle cantine di Duluth. Saltella con qualche difficoltà e movenze da burattino a centro palco per consultarsi con i musicisti della sua band e per ringraziare il pubblico con un goffo accenno di inchino. Pare che soffra di artrosi, se non è addirittura morbo di Parkinson… E se così fosse sarebbe davvero un segno del destino: Robert Allen Zimmerman, quando ancora non si faceva chiamare Bob Dylan, era andato in ospedale a trovare il suo idolo di gioventù - Woody Guthrie - malato di Parkinson, una quarantina d’anni fa.
    Ma i tempi cambiano e passano per tutti…anche per me. Al concerto milanese di Bob sono andata con mia figlia diciannovenne… Sembrano lontani i tempi in cui alla sua età giravo il mondo zaino in spalla, con l’inseparabile chitarra per suonare “The Times They are a Changin’”, “Knocking on Heavens Door”, “Blowing in the Wind”…e raggranellare qualche spicciolo per comprare “one more cup of coffee”.
    Sono una “Dylaniata” da quando avevo 14 anni. Era il 1974, Dylan era già passato alla chitarra elettrica, rinnegando il folk e facendo gridare allo scandalo. Era il periodo beatnik, quello con Ginsberg e Ferlinghetti. Quando girava con la “Rolling Thunder Revue”: una specie di baraccone itinerante con Joan Baez, secondo grande amore della sua vita, dopo l’italo americana Suze Rotolo e prima della moglie Sarah Lowlands, da cui ha avuto ben 7 figli… il più noto dei quali, Jacob canta con i Wallflowers ed è una versione più bella del padre da giovane. Stessi occhi taglienti di ghiaccio, stessa bocca dal taglio amaro, stesso naso aquilino, stessa voce nasale e scartavetrata. Solo un po’ più aitante e meno geniale del padre.
    Sono andata a vedere decine e decine dei suoi concerti, fin dal 1976, quando ancora i suoi tour non approdavano in Italia. Ero a Parigi ed allo Zeppelinfield di Norimberga nel ’76. All’Earls’ Court di Londra per 6 sere consecutive nell’81, quando faceva il predicatore cristiano. Ero ad Avignone , quando per un black-out una ragazza di Bergamo morì cadendo dalle gradinate maltransennate…
    Ero all’Arena di Verona nell’84, con il pancione e dentro c’era mia figlia…. Ed ora eccomi qui: con mia figlia che è più alta di me e mi chiede: ma la fa “Knoking on heavens’ Door”? perché lei conosce la versione fatta dai Guns ‘n Roses.
    Ricordo quando Bob grattava sulle corde della chitarra, sempre in equilibrio precario sulle sue gambine scheletriche, come un ragno, anzi, una “tarantola”. La chitarra era quasi sempre scordata, ma a lui non importava, e nemmeno a noi, che eravamo lì per emozionarci con le sue ballate acide. Nemmeno in studio di registrazione ha mai rifatto un pezzo più di una volta. Ogni concerto era una sorpresa. Quali pezzi avrebbe fatto e come? A volte si stentava a riconoscere una versione storpiata di Just Like a Woman o Girl from the North Country. E quando cantava “Ballad of a Thin Man” Arrampicandosi sulle note con la sua voce nasale sempre sull’orlo della stecca : Do You, Mr. Jones?
    Ma ogni volta è un brivido lungo la schiena. Ogni parola è lanciata come un sasso tagliente. Ogni sua canzone come un quadro dai colori sempre nuovi, pennellati con rabbia, intensità e passione.
    Sono tutti quadri che immortalano un momento delle nostre vite. Che lo hanno fermato, per sempre.
    Chi non si è ritrovato in una delle sue canzoni-poesie? Chi non si è posto le sue stesse domande? Chi non ha suonato o cantato sotto le stelle– almeno una volta nella vita – “How many roads must a man walk down”?
    E l’altra sera c’era un pubblico trasversale, di due, tre , addirittura quattro generazioni: i nonni, i padri, i figli, i nipoti.
    Ragazzini sedicenni che saltavano sulle note di It’s All Right Ma, I’m only Bleeding, che racconta del Vietnam. O nonne che si emozionavano per le parole di The Lonesome Death of Hattie Carrol. La triste storia (vera)di una donna nera uccisa da un ricco e potente uomo bianco, che non è mai stato punito per quello che ha fatto.
    Dylan è un mito sopravvissuto a se’ stesso.
    E non importa se zoppica, se le sue mani artritiche non riescono più nemmeno a suonare un semplicissimo giro di do con la chitarra (le sue canzoni sono fatte spesso di semplici accordi e questa è la loro forza universale). Non importa nemmeno se la sua voce arriva a grattarci in gola da tanto è roca , o se ricorda a tratti quella di topo gigio…Lui è Bob Dylan. Ora e sempre. Le sue canzoni rimangono nella storia, scritte nel vento. Non importa se non dice mai una parola ai suoi concerti, nemmeno per ringraziare il pubblico. Unica concessione, la presentazione della band: ottimi e solidi musicisti rock-blues che se la sanno cavare in qualsiasi situazione, senza una scaletta, ai cambi improvvisi di tempo e di tonalità del nostro menestrello.

    Daina J. Ventura

    Scrivi a daina.ventura@libero.it