Speaker's Corner
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Costumando
a cura di Margherita De Napoli




























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 Costumando
A cura di Margherita De Napoli
Andar per costumi: un neologismo. Un termine che vuol dare l'idea di movimento, l'ing degli inglesi.
Come afferma Goethe : "Pensare è più interessante di conoscere, ma non così interessante come guardare".
"Man watcher" sono, secondo una definizione del noto antropologo Desmond Morris, gli osservatori dei comportamenti umani, gli studiosi de "la scimmia nuda", cioè l'uomo.
"Tutto il mondo è paese" dice un famoso proverbio, quindi osservando con occhi attenti e curiosi il nostro paese sapremo qualcosa del mondo che ci circonda. Questa rubrica sarà così uno sguardo sulle mode e gli atteggiamenti che imperversano in questo scorcio di III millennio.
    Agosto, un freddo mese di solitudine

     

    “Agosto è il mese più freddo dell’anno” recita il verso di una canzone e sembra un paradosso fino a quando ascoltandola non si comprende che il gelo riguarda l’animo di chi rimane solo durante il mese più caldo. Il senso di solitudine brucia di più nei canonici giorni del divertimento. Cosa fai quest’estate? E' il ‘tormentone’ che a volte comincia già dopo le vacanze di Pasqua. Questa smania di evasione mi fa pensare a quel signore che per potersi permettere la libertà lavorò tanto che la sua vita divenne una prigione. Sembra che tanti si sentano agli ‘arresti domiciliari’ fino a quando non scatta l’ora delle agognate ferie. L’industria del ‘divertimentificio’ si mette moto, fioccano le promesse di paradisi incontaminati, oasi di relax e benessere in resort da sogno, miraggi di piacere ‘low cost’ in pacchetti ‘all inclusive’. Chi rimane a casa si sente tagliato fuori e guarda il mondo dalla finestra della tv, si affaccia sul rutilante luna park dove tutti paiono allegri e frizzanti. La luce rossa di una telecamera può far miracoli, è come una droga, tutti sorridono e ballano salvo poi tornare a stufarsi fino al prossimo cocktail, al successivo party. Nella folla si nasconde meglio lo spettro della solitudine. Da cosa fuggono infatti quei ragazzi che per divertirsi hanno bisogno di pasticche e alcool? Anche fare a botte può essere un diversivo per procurarsi ‘emozioni forti’ così come il balconing(tuffarsi dalla finestra di un albergo in una piscina), altrimenti che ‘movida’ è se non sballi? E tutto questo perché se non per trovare l’eccitazione che metta la museruola alla mordace Noia? Un mostro che “sbadigliando inghiottirebbe il mondo” secondo Baudelaire. E’ il bisogno di andare su di giri che spinge a doparsi, vogliono adrenalina per ‘sentirsi vivi’ anche se rischiano la pelle. Se poi il video è caricato su Youtube gridano al mondo ‘ci sono anch’io, se mi guardate so di esistere’. Il brivido della visibilità appaga per un attimo e la paura della solitudine echeggerà nell’anima dopo l’uso delle chimiche bacchette magiche. Ma in quanti tentano d’insonorizzare così le inquietanti “voci di dentro”?
    Regaliamo un trattato sulla dissimulazione

     

    Leggendo i testi delle intercettazioni effettuate sulle comunicazioni telefoniche dei protagonisti dell’ultimo scandalo nella Sanità pugliese, quello legato al business delle protesi ortopediche, il primo moto dell’animo è un misto d’indignazione e rabbia, ma subito dopo, riflettendo, sopravviene un senso di sconforto. Questo scandalo non è il primo né sarà l’ultimo, negli episodi di Malasanità cambiano gli ‘attori’ e i luoghi, ma lo stile è il medesimo ed è riconoscibile in ogni angolo dello Stivale. Potremmo dire che non è il camice che fa il medico. Alcuni luminari della medicina evidentemente devono aver buttato alle ortiche il giuramento d’Ippocrate. Ricordo le parole del Dr. Siegfried Iseman dall’Antologia di Spoon River: “Dissi, quando mi consegnarono il diploma,dissi a me stesso che sarei stato buono e saggio e caritatevole col prossimo;dissi che avrei trasportato il Credo cristiano nella pratica della medicina!”. Quanti begli ideali, una volta si parlava di vocazione, missione, ma la realtà è che in fondo, sono solo degli ‘operai’ e i malati che scorrono sulla ‘catena di montaggio’, solo umanità ferita bisognosa di un pezzo di ricambio. Altro che medicina con l’anima, quella è retorica, qui si pensa agli affari! Viene alla luce -e spaventa- una visione cinica che ignora la grammatica dei sentimenti, parole come empatia o compassione sono lontane anni luce e sensibilità è ormai una parolaccia impronunciabile. Ciò che fa male leggere nei dialoghi intercettati è l’indifferenza davanti al corpo-in-pena del paziente, usato come mezzo per far quattrini. Ascoltandoli, comprendiamo che malgrado la ricchezza degli status symbol posseduti, il “Re è nudo”. Sicuramente genera maggior sconcerto il fatto che ad essere coinvolti siano i tutori della salute, ma non meno deplorevoli sono i casi di Malauniversità(la necessità di un ‘codice etico’ la dice lunga), di Malapolitica, di Parentopoli&Co. La cosa che colpisce è la disinvoltura telefonica, parlano senza farsi nessuno scrupolo e poi una volta scoperti: “non è come sembra, posso spiegare” -dicono- come balbetta il marito sorpreso a letto con l’amante. Forse è vero, bisogna che sia mantenuto, come consiglia Umberto Eco, il “patto dell’ipocrisia” per credere all’esistenza di una società civile e non corrotta. Regaliamo allora a chi ci governa dei trattati sull’arte della dissimulazione, che almeno ci si possa illudere che esiste ancora qualcosa di pulito perché altrimenti la vita, oltre che difficile, diventa indigeribile.
    La voce del silenzio fa paura?

     

    Viviamo un rapporto ambivalente con il rumore. E’ vero, ce ne lamentiamo, ma -paradossalmente- non ne possiamo fare a meno, altrimenti non saremmo così assediati dall’inquinamento acustico. Ci sono delle ragioni nascoste per cui il silenzio è una categoria spirituale tanto bistrattata? Ormai nei treni è impossibile leggere, le trillanti suonerie raggiungono la nostra mente che anela una pausa di riflessione in compagnia della parola scritta, mentre invece viene trascinata in un flusso vorticoso di suoni molesti. Sottofondi musicali ovunque, nei pub, nei negozi, negli ipermercati…un bombardamento di onde sonore. Quando siamo a tavola la tv è il ‘commensale’ che monopolizza l’attenzione, prestarle orecchio potrebbe essere anche un alibi per non sintonizzarsi su discorsi forse più indigesti, meglio deglutire cibo e banalità che ascoltare chi ci è a fianco, anzi a volte non capita di alzare il volume per azzittire chi vuol parlare con noi? Poi magari ci si rammarica della mancanza di dialogo. Mia nonna canticchiava “abbassa la tua radio per favore, se vuoi sentire i battiti del mio cuore”, ma oggi c’è ancora qualcuno interessato alla voce dei sentimenti? I ragazzi nelle discoteche che si stordiscono di decibel, i giovani che si isolano acusticamente dal mondo imbozzolandosi nel guscio musicale dell’iPod… Preferiscono diventar sordi, vogliono perdere il contatto con la realtà perché pensano non abbia più nulla da dire? Forse è una fuga da noi stessi, tanto fracasso serve ad ‘insonorizzare’ le voci di dentro. Così scrisse lo psicoanalista C.G.Jung:<<Nel silenzio, l’ansia spingerebbe la gente a riflettere, e non si può prevedere che cosa arriverebbe alla coscienza. La maggior parte delle persone ha paura del silenzio, per cui quando viene meno il rumore continuo, per esempio di una conversazione, bisogna sempre fare, dire, fischiare, cantare, tossire o mormorare qualcosa. Il bisogno di rumore è quasi insaziabile, anche se a tratti il chiasso ci sembra intollerabile. E’ però sempre meglio che niente. In quello che viene significativamente chiamato “silenzio di tomba” ci sentiamo a disagio. Perché? Forse ci sono i fantasmi? Non credo. Ciò che davvero temiamo è quello che potrebbe provenire dalla nostra interiorità, e cioè tutto quello da cui cerchiamo di tenerci lontani con il rumore>>.
    * New! Intervista al Maestro Giovanni Allevi

     

    Cari amici speakerini, c'è una grande sorpresa su CogitoBlog (http://cogitoblog.ilcannocchiale.it/2010/11/21/intervista_al_maestro_giovanni.html). "Non bisogna mai aver paura di rompere le regole, se è il nostro cuore a chiederlo" -così dichiara Giovanni Allevi- "musicista e filosofo timido", nel suo libro "La musica in testa". Troverete questa frase e molti suoi pensieri nella vivace e interessante intervista appena pubblicata nel mio blog. Un appuntamento da non perdere che sicuramente catturerà la vostra attenzione...Le parole del compositore che con le sue note ha conquistato il mondo sono un'iniezione d'entusiasmo per chi insegue un sogno. La sua straordinaria avventura in compagnia della "Strega capricciosa" insegna a non mollare mai. Buona lettura!
    Intervista allo scrittore Gianrico Carofiglio

     

    Cari lettori, v'invito a leggere l'intervista appena pubblicata sul mio CogitoBlog: http://cogitoblog.ilcannocchiale.it/?YY=2010&mm=7. "Quella delle storie è una malattia subdola e inguaribile"(da "Né qui né altrove. Una notte a Bari"). Ciao:-)
    20.02.2002 Un giorno palindromo

     

    Un giorno qualunque di un mese qualunque di un anno qualunque, l'incipit perfetto per un romanzo sulla routine vorace. Accesi la radio. Insolitamente la voce della speaker era morbida, non la solita mitragliata di parole. Facevo ogni passo a memoria, presi la giacca, acciuffai le chiavi e uscii. Il portiere mi salutò abbozzando un sorriso. Strano. Il portone,diaframma trasparente, si frapponeva tra me e la città. Il traffico umano scorreva. La folla,visi senza volto:no occhi, no nasi, no labbra. Ero uno di loro. Una risata catturò la mia attenzione. Mi voltai e intravidi uno sguardo, un sorriso, un volto. Cercai di capire cosa fosse successo, dentro o fuori di me. La ragazza sorrideva, non era un'allucinazione. Ormai i miei occhi erano spenti, nulla m'interessava dello spettacolo quotidiano. Mi guardai intorno. Mi stavo svegliando da un incubo? Le maschere erano cadute e tutti avevano ripreso i loro lineamenti. Ebbi una vertigine e urtai un signore che camminava al mio fianco, mi affrettai a chiedere scusa, invece di un grugnito ricevetti un sorriso. Entrai in un bar:"Un cappuccino". Cominciai ad osservare le persone che m'erano accanto, nessuno era accigliato, chiacchieravano tra loro. Ripresomi, tornai in strada. Ne ero certo,qualcosa era accaduto durante la notte. Le macchine non suonavano istericamente il clacson, la gente non borbottava. Gli uomini non sembravano nemmeno più estranei uno all'altro, indifferenti. Mi sentivo leggero. Un'altra vertigine. Caddi a terra battendo la testa. Un rumore, una sirena. "Sono già le otto" disse mia moglie scotendomi. Ero nel letto, mi girai verso la sveglia che pigolava ancora:20/02/2002. Stropicciai gli occhi. Che strano numero, è identico anche all'inverso."Giovanna,che sogno! Tutto andava all'incontrario". Lei non capì: "Sbrigati che sei in ritardo". //Il primo febbraio del 2010 (01/02/2010) si ripete "L'incanto di un giorno palindromo"(Giulio Giorello:http://www.corriere.it/cronache/10_gennaio_30/giulio_giorello_l_incanto_di_un_giorno_polindromo_a22c6774-0d9e-11df-829b-00144f02aabe.shtml). Ripubblico qui il mio racconto scritto in occasione del 20 febbraio del 2002 per 'Italians' di Beppe Severgnini. Ciao:-)
    Lividi sul cuore? Ora c'è il balsamo che guarisce

     

    Finalmente è arrivata, l'attendevamo da tanto, in farmacia si venderà "Amorex", la pillola per il mal d'amore. Ricavata dai semi di una pianta africana, la Griffonia simplicifolia, promette di placare i morsi della sofferenza. Chi di noi non ha provato struggimento per amori impossibili? L'infelicità provocata dalle frecce di Cupido può incidere ferite profonde ed ora abbiamo il balsamo capace di lenire i dolori di un amore che tradisce, che finisce, che non corrisponde ai sospiri del nostro cuore; il farmaco precursore della serotonina, sarà capace di rimettere al bello l'umore, di cancellare i sintomi dell'abbandono. Curiosa la storia di un'innamorata tenace e fedele, Petra, un cigno nero che spasima per un grande pedalò bianco a forma di cigno, lei ha sempre nuotato al suo fianco, rinunciando, pur di stare accanto al suo amato di plastica, ad un compagno in carne e piume. Sempre dal mondo animale un'altra incredibile "liaison", quella del pavone che invaghito di una pompa di benzina si "pavoneggiava" davanti a questa facendo la ruota. Il rumore del distributore è simile ai richiami delle femmine in amore e dunque il pavone, ingannato dal suono, metteva in atto il corteggiamento come fosse una sua simile. La prima vicenda ha come scenario un lago in Germania, la seconda attrazione fatale è accaduta in Inghilterra, due piumati protagonisti inconsapevoli dell'eterno 'gioco' di Madre Natura. Ma gli spasimi provocati da Eros hanno anche acceso l'immaginazione di musicisti, poeti, pittori che hanno regalato al mondo opere ammirate ancora oggi, sembra quasi che la Bellezza si nutra dei sospiri e delle passioni degli artisti. Se avessero preso la pillola per il cuore a pezzi insieme ai travagli si sarebbe esaurita anche la vena creativa e noi saremmo privi di tante opere d'arte? Oggi si parla poco d'amore, si tende, forse per pudore, a coprire con il velo dell'ironia i sentimenti, non è facile mettere a nudo l'anima ma c'è chi lo fa per noi e nelle note, nelle parole, nei colori incendiati dal pathos ci ritroviamo. Una medicina per dimenticare e oplà il gioco è fatto, tutti i malati d'amore saranno guariti, minaccia o promessa? Chi lo sa.
    Il naso, questo sconosciuto

     

    Una frase del pensatore prussiano Nietzsche mi ha colpito e mi ha fatto riflettere:"Questo naso, del quale nessun filosofo ha parlato con rispetto e gratitudine, è talvolta lo strumento più delicato di cui disponiamo". Odori "esorcizzati", "censurati", società "anestetizzata", perdita del contatto con la Natura...ma il naso non viene bistrattato solo come organo di senso, anche come simbolo dell'intelligenza intuitiva, non solo perdiamo l'olfatto, ma anche il "fiuto". Noi uomini razionali del XXI secolo evidentemente cerchiamo di dimenticare ciò che più ci ricorda il nostro appartenere al regno animale, l'istintualità ci fa paura. Chi ricorda che l’etimologia di “sapienza” viene dal latino sàpere (avere sapore)? Nell’etimo il senso di un sapere che passa attraverso le sensazioni e ci consente di gustare le cose, di assaporare la vita. La prima conoscenza passa attraverso la bocca, i bambini per conoscere assaporano. Noi del sapere ne abbiamo fatto qualcosa di astratto, impalpabile. Valorizzando i sensi potremmo tornare a sentire il ‘corpo’ del mondo. Da noi si sottovaluta l’importanza dell’istinto nell’apprendere. Si apprezzano i bambini per la loro intelligenza, ma poco per la loro sensibilità. C'è un aforisma molto bello di Einstein: "La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono". L'uomo logico non vuole avere a che fare con il naso, eppure sappiamo come l'aver fiuto può aiutare ad orientarsi, il sentire è una bussola. Se un bambino è curioso lo si apostrofa con un:"ficcanaso", mortificando il suo naturale istinto di conoscenza. Così diventiamo 'miopi', incapaci di vedere più in là del nostro naso. Ma d'altronde il consumatore ideale è chi si ferma alle immagini che scorrono su un video, non deve andar...oltre. Ciao speakerini e non fatevi prendere per il naso!;-)
    Il tempo del desiderio

     

    Il desiderio è l'essenza dell'uomo (Baruch Spinoza) - Se qualcuno dovesse chiederci quali sono i nostri desideri, forse, automaticamente, quasi senza pensarci, elencheremmo una serie di “oggetti del desiderio”. La sterminata industria dei desideri provvede a fornirci di oggetti da volere a tutti i costi. Per la pubblicità noi consumatori siamo come gazze ladre, attratte dagli oggetti luccicanti. Forse l’incessante rutilare di tutti questi “sogni”nello schermo televisivo c’impedisce di accorgerci che sono bi-sogni indotti, non partoriti da noi stessi, ma imposti con la forza della suggestione. Il bisogno fondamentale dell’uomo non è avere averi, come ci viene fatto credere, ma essere. <<Il desiderio di essere si realizza sempre come desiderio di modo di essere. E questo desiderio di modo di essere si esprime, a sua volta, come senso delle miriadi di desideri concreti che costituiscono la trama della nostra vita cosciente.>> (Sartre) Desiderare significa avvertirsi mancanti, ascoltare il mormorio del vuoto, ma se si ha paura del vuoto lo si riempirà col fare, affaccendandosi e vivendo inautenticamente. Potremmo quasi pensare che questa sia una strategia, da parte della società, per tenere sotto controllo le “tendenze desideranti”. In una società programmata che ama il quieto vivere e la prevedibilità, il desiderio può essere visto come un virus, una forza potentemente sovvertitrice. I desideri profondi, non quelli indotti con strategie di marketing, possono avere una portata rivoluzionaria. La chiamata seduttiva della passione mobilita le energie: un sentimento, un’idea, un valore, mettono in moto l’interiorità, predicando una crociata contro l’inautenticità apatica. La passione è inaugurazione di un progetto, “…un sentire che punta ad un fine”. Una passione può diventare destino. Ma se non abbiamo il coraggio di accogliere il sentimento del vuoto, se non appena si affaccia la noia ci buttiamo a capofitto su un altro impegno, non avremo nemmeno la libertà di scegliere i nostri desideri più intimi, di entrare nel nostro mondo dei possibili. Come entrare in contatto allora con le passioni se non sappiamo accettare anche la mancanza da cui siamo abitati e ci chiudiamo dinanzi alle nostre paure? Anche la paura è una passione che cerchiamo di esorcizzare, mentre <<in fondo si può pensare cha la paura sia come una porta che dà sull’inconscio…trovarci di fronte alla paura è in realtà un contatto con l’ignoto. Nella situazione che suscita panico emergono i contenuti personali profondi, i quali ci spingono alla ricerca.>>(A.Carotenuto). Certo, questo ci porterebbe a sondare la nostra dimensione interiore, a dare valore a ciò che sentiamo, alle nostre intuizioni personali rispetto alle opinioni comuni, a quelle verità codificate che sono nel rassicurante grembo del conformismo, che se è rifugio è anche prigione,che se protegge anche costringe. Ma se non apriremo quella “porta”per paura dei fantasmi, rischieremo di non incontrare mai noi stessi e i nostri desideri. Qual è la paura che ci fa più paura? La solitudine; infatti facciamo di tutto per fuggirla. Il rumore e la folla sono la matrice in cui la nostra quotidianità è immersa. Siamo dunque capaci di stare da soli? Non è vero forse che nei momenti di quiete spesso veniamo assaliti dall’ansia, da un’irrequietezza che ci costringe ad occuparci di qualcosa, per non stare, come si dice “con le mani in mano”? Ma solo in un momento di rilassatezza, di calma, può emergere una sensazione, un impulso che nasce dalla nostra anima e chiede di essere ascoltato. Al contrario siamo mantenuti in uno stato di eccitazione continua attraverso il bombardamento di stimoli, così siamo sordi alle “voci di dentro”, non riusciamo nemmeno a percepirle. E il Mercato con il lungo tentacolo della pubblicità è pronto a prendersi cura dei suoi figli/consumatori coccolandoli con i suoi tanti balocchi. Le immagini provenienti da schermi, cartelloni, video, vetrine, riviste, come uno tsunami, spazzano via le nostre fantasie individuali inaridendo il nostro immaginario lì dove i desideri più veri affondano le radici. Un sistema consumistico che “imbocca” i suoi “figli” impedendo di “svezzarsi” e dunque di rompere il rapporto di dipendenza da esso, alimenta l’illusione di onnipotenza e impedisce l’autonomia. Se la vera libertà è libertà dal bisogno e questi si moltiplicano, saremo schiavi. Chi ci darà la chiave per evadere dalla trasparente prigionia?
    L'aquila e la serpe

     

    C'era una volta un'aquila in cima ad una montagna. Un giorno fu raggiunta fin lassù da una serpe: "Come hai fatto ad arrivare sin qui?" domandò. La serpe rispose: "Strisciando". L'aquila replicò: "Sei arrivata in cima, ma sempre un serpente rimani, e ricorda di guardarti le spalle. Ci sarà qualcuno, sempre, che striscia meglio e più veloce di te". La serpe seccata colpì col suo veleno gli occhi dell'aquila, che accecata volò lontano. Di aquile da allora, su quella vetta, non se ne videro più.
    Intervista al comandante Ciro Pinto

     

    Buongiorno speakerini, ho pensato di lasciarvi qui il link di una mia intervista al comandante Ciro Pinto. E' il "capitano coraggioso" che in aprile ha respinto un attacco di pirati contro la nave da crociera Melody MSC. L'ho intervistato qualche mese prima del tentato arrembaggio ed ecco le sue risposte. Anche Fiorello nel suo show ha raccontato il suo coraggio e la sua astuzia:(http://cogitoblog.ilcannocchiale.it/post/2083119.html). Se volete scrivermi usate questo url:(http://rcslibri.corriere.it/speakerscorner/scrivicostumando.spm). ciao:-)
    Acceleriamo

     

    Tutto corre, no non è un errore, non intendevo il filosofico “Tutto scorre”(panta rei), ma esattamente il verbo correre. Ce ne siamo accorti tutti, ormai, che le lancette girano più veloci nel quadrante dell’orologio, l’infernale aggeggio che portiamo al polso e ci costringe come delle manette.Un capo polinesiano dopo un viaggio in Europa, così raccontò al suo popolo il modo di vivere frettoloso degli uomini bianchi (Papalagi) : “Il Papalagi è sempre scontento del tempo che ha a disposizione...Gli uomini bianchi sostengono di non avere mai tempo. Corrono freneticamente qua e là...corrono attraverso la vita come un sasso che sia stato lanciato...Dobbiamo liberare il povero, confuso Papalagi dalla follia, dobbiamo distruggergli la sua piccola macchina del tempo rotonda(l’orologio) e annunciargli che dall’alba al tramonto c’è molto più tempo di quanto un uomo possa aver bisogno”. E’ come se avessimo preso la rincorsa e non riuscissimo più a fermarci. Ignoriamo del tutto i ritmi biologici, ci siamo adattati ai tempi delle macchine e poi ci stupiamo dello stress, dell’ansia che ci toglie il respiro. Non avete sentito anche voi qualche volta dire: “Scusa, sono di fretta!”? Impercettibilmente il nostro linguaggio muta, segnalandoci una mutazione antropologica. L’inquietante sono di fretta ha quasi sostituito il passato “vado di fretta”. Una perenne corsa in avanti. L’assurdo è che insegniamo la filosofia dell’agitarsi fin da piccoli, inserendo i bambini in questo stile di vita frenetico. Si domanda lo psichiatra e psicoterapeuta Gustavo P. Charmet: “ Chi ha rubato lo spazio di gioco libero ai bambini? Chi ha loro trafugato il tempo lento della crescita catapultandoli in una affaccendata rincorsa di attività gestite dagli adulti? Nelle strade e nei cortili non si vedono più bambini. Sono presi in ostaggio nelle loro camerette, accampati nelle scuole a tempo pieno, travestiti da baby calciatori in campetti coperti, futuri olimpionici di nuoto immersi in enormi piscine, appesi agli schermi televisivi, acrobati del videogioco”. Già da piccoli cominciano a guardare il "carnet" del grande ballo quotidiano. Chissà se tra un giro e l'altro riusciranno a respirare! “Non perdere tempo a desiderarla” recita lo spot di una macchina, così alla fine perdiamo il tempo del desiderio, il tempo più prezioso. Ma anche l’amore ha accelerato i suoi ritmi. A Bari è arrivato il nuovo modo di corteggiarsi, si chiama “speed date”(appuntamento rapido) ed è il gioco “di tendenza” nelle serate mondane italiane ed europee. Circa tre minuti -un appuntamento lampo- per conoscere una persona. Nello speed date si ottimizza il tempo della ricerca dell’anima gemella:tre minuti per fare la “radiografia” a 25 potenziali partner, 25 mini-incontri di quasi 200 secondi con ogni pretendente. Poi ognuno dei 50 partecipanti(single) segnerà su una scheda le sue preferenze e il computer-cupido farà il resto esaminando le “affinità elettive” e mettendo in comunicazione via e-mail chi ha manifestato con un “sì” la reciproca simpatia….e chissà, magari sbocciano fiori d’arancio. Riusciamo a giocarci “partite” importanti con tempi da centometristi. Anche nel lavoro è questione di secondi, non più di ore o minuti. Se sei alla ricerca del lavoro, devi aver pronto quello che oltreoceano chiamano “elevator pitch”(discorso da ascensore).Non più guardarsi le scarpe o l'orologio o le anguste pareti dell'abitacolo, per ingannare il tempo, ma ottimizzare quei pochi attimi per trarre il massimo profitto dall'incontro casuale. Hanno monitorato infatti il tempo necessario ad una “supersonica” presentazione, quindi bisogna attrezzarsi fornendosi di cronometro! Novanta secondi, una mitragliata di parole per colpire (stordire?) l'interlocutore e farsi ricordare. Certo che queste tendenze stridono con la nostra mentalità. Noi siamo legati più di altri ai ritmi della Natura, ma non è una penalità, anzi, è una risorsa in questo clima tachicardico. Il Sud è amato come un’oasi di calma, di ristoro, lo sanno bene i turisti che scelgono la nostra terra per le vacanze. Il sociologo Domenico De Masi parla dell’ozio creativo. Il nostro solare Mezzogiorno potrebbe proporsi come luogo in cui ritrovare il piacere della meditazione, di un respiro rilassato. E’ risaputo che il silenzio e la solitudine sono il padre e la madre della creatività, non per nulla il Meridione è stato la culla della cultura. Il tempo-lungo è il tempo dell’anima, dell’interiorità, quindi virtù, non vizio. (BuOnA EsTaTe!)
    Che cosa ci fa un filosofo in corsia?«Consulenze» e «dialogo dialettico» per aiutare i pazienti in difficoltà. (Corriere della Sera-Salute 19/04/09)
    In ospedale. Esperienze pilota affiancano, a medici e psicologi, una figura professionale che sembra nuova ma torna dal passato ------------ In un’epoca in cui si moltiplicano le psicoterapie, torna di moda la «consolazione della filosofia». ------------- Non sono psicoterapeuti, an­zi non sono nemmeno dei tera­peuti, guai a dire che si occupa­no di 'problem solving', se proprio debbono definirsi, si definiscono 'filosofi consulen­ti'. Si propongono di riportare la filosofia dal cielo alla terra. Anche se in Italia sono ancora piuttosto pochi, si possono tro­vare in qualche istituzione e nelle scuole (con sportelli di ascolto), in aziende (per rimoti­vare i dipendenti, collaborare alla riorganizzazione del lavo­ro) e anche (si tratta di espe­rienze pilota) in ospedali e ho­spice. Ma davvero c'è ancora bisogno della 'consolazione della filosofia'? «Noi, a differenza degli psi­coterapeuti, non cerchiamo di guarire e non lavoriamo sull'in­conscio. Su un piano di assolu­ta parità, senza atteggiarci a professori nè fare citazioni, aiu­tiamo chi si rivolge a noi a chia­rire la sua visione del mondo. Non facciamo appello ai senti­menti ma alla ragione». Chi parla è Neri Pollastri, per anni presidente di 'Phronesis', un nome che dice già tutto: Phro­nesis, per Aristotele, è l'altra faccia della Sofia, del sapere, è la capacità di mettere in prati­ca i principi universali «ed è proprio questo che fanno i con­sulenti filosofici» chiarisce Pol­lastri. Il Comune di Firenze ci ha creduto e dal 2003 al 2004 è stato aperto uno 'sportello filo­sofico di quartiere'.«Venivano persone con problemi affettivi e relazionali, lavorativi e di rea­lizzazione di se stessi». E poi... «Nonostante il suc­cesso, l'esperimento è finito in mezzo alle polemiche: c'era chi diceva si sprecasse denaro pub­blico, peccato» commenta filo­soficamente Pollastri. Più 'psicologica' la consu­lenza che si può trovare rivol­gendosi a Sicof (Società italia­na di counseling filosofico). Spiega il suo presidente, Lodo­vico Berra (medico psichiatra, convertito alla filosofia): «Sia­mo convinti che sia utile unire al metodo filosofico, fondato su dialogo e dialettica, un ap­proccio psicologico. Noi dia­mo peso al fatto che chi chiede di noi, lo fa perché ha bisogno di aiuto, non solo di parlare». E aiuto concreto è quello che dà Lidia Arreghini che lavora con i pazienti neoplastici dell' Istituto San Raffaele di Milano. «È un’esperienza iniziata nel settembre 2007 — racconta —. Come counselor filosofico affianco il medico fin dal mo­mento della diagnosi. Il sup­porto standard prevede quat­tro sedute, ma se è necessario si può proseguire con ulteriori colloqui. Ho iniziato con il se­guire persone operate alla pro­stata e, successivamente, an­che con altre patologie urologi­che. Medici e infermieri mi se­gnalano però spesso anche al­tri pazienti ricoverati che han­no bisogno di aiuto e non sono inclusi in questa percorso orga­nizzato ». E perché non rivolgersi a uno psicologo? «A parte il fatto che da noi continuano a lavora­re psicologi — chiarisce Vitto­ria Gnocato, responsabile del progetto di 'Assistenza globale al paziente oncologico' entro cui si inscrive il lavoro di Lidia Arreghini - siamo partiti dalla constatazione di un fatto: su 100 uomini operati alla prosta­ta solo uno si rivolgeva ai no­stri psicologi, evidentemente c'era bisogno anche di altro. Il paziente in ospedale vive una situazione di subalternità: ri­spetto alla struttura, ai medici (per altro impreparati a gestire gli aspetti emotivi della malat­tia) e può non aver voglia di sentirsi nuovamente valutato, in questo caso per la sua ansia o la sua depressione. Il consu­lente filosofico è come uno specchio attraverso il quale l'al­tro può vedere quello che ha in se stesso, ma è anche un 'fa­cilitatore' della comunicazio­ne tra paziente e medico Anche Anna Ficco, legata al­la più 'filosofica' Phronesis, la­vora in un ospedale: è dipen­dente dell'Ospedale Le Molinet­te di Torino. «Dal 2002 alle Mo­linette è aperto uno 'sportello filosofico' per i dipendenti. Chi si rivolge a me, infermieri e medici, sente il bisogno di trovare nuove motivazioni al proprio lavoro, di un arricchi­mento interiore, di una rifles­sione condivisa, ma se ha an­che bisogno d'altro io funzio­no da 'filtro' e posso indiriz­zarlo al nostro sportello psico­logico. Non dimentichiamo pe­rò che qui tutti i giorni si ha a che fare con la vita e con la morte e, come diceva Heideg­ger, che cosa c'è di più 'filosofi­co' che discutere di questo? La nostra società tende a rimuove­re la morte, se la spettacolariz­za è per renderla meno rea­le... ». «I consulenti filosofici non hanno strutture interpretative rigide della realtà, come i reli­giosi, gli psichiatri o gli psico­logi — conclude Elisabetta In­vernici, consulente filosofico di Phronesis — quello che of­friamo è la possibilità di dialo­gare sul modello socratico. Chi viene da noi non esce con ri­sposte ma con più domande, domande che aprono nuove prospettive. Ed è proprio que­sto il ruolo fecondante della fi­losofia ». (articolo di Daniela Natali)
     

    Lento è bello

     

    Quanti di noi vorrebbero gridare “fermate il mondo voglio scendere” anche solo per poter rallentare un po’? Una buona notizia, oggi 9 marzo è la “GIORNATA MONDIALE DELLA LENTEZZA”, finalmente possiamo goderci una giornata lenta. Era ora che si festeggiasse anche “san Va-Lentino”. Chissà se in queste ventiquattore riusciremo a dimenticare di avere al polso l’orologio che con le sue lancette, manette del tempo, scandisce i nostri minuti frettolosi. Bisognerebbe imparare a liberare il tempo, il nostro bene più prezioso. Forse inconsapevolmente facciamo tutti come quel signore che per potersi permettere la libertà lavorò tanto che la sua vita divenne una prigione. Un capo polinesiano in viaggio in Europa raccontò in un libricino intitolato “Papalagi”(uomini bianchi)il nostro modo di vivere:<<Il Papalagi è sempre scontento del tempo che ha a disposizione...Gli uomini bianchi sostengono di non avere mai tempo. Corrono freneticamente qua e là…Dobbiamo liberare il povero, confuso Papalagi dalla follia, dobbiamo distruggergli la sua piccola macchina del tempo rotonda(l’orologio)e annunciargli che dall’alba al tramonto c’è molto più tempo di quanto un uomo possa aver bisogno>>. Oltre allo “slow food” ci vorrebbe un po’ di “slow life”. Non rispettiamo più l’orologio biologico, non ascoltiamo più i suoi ticchettii perché nelle nostre orecchie risuonano più forte i ritmi tachicardici delle macchine. E’ come se avessimo preso la rincorsa e non riuscissimo più a fermarci; lo stress e l’ansia tolgono il respiro, se poi qualcuno va in tilt ci stupiamo. Per gioco durante la giornata della lentezza se affrettiamo troppo il passo potremo essere multati con il “passovelox” e sarà un ‘peccato’ non seguire i “comandaLenti”. Cominciando ad aver rispetto del nostro tempo forse recupereremo anche un po’ di buonumore, se sono affannato difficilmente sarò gentile e sorridente. Chi abita a Sud è legato, più che ad altre latitudini, ai ritmi della Natura, questo potrebbe essere una risorsa da valorizzare. Il Meridione infatti è amato come un’oasi di quiete, di ristoro, lo sanno bene i turisti che lo scelgono come meta per le vacanze. Il solare Mezzogiorno potrebbe proporsi come un luogo in cui ritrovare il piacere della meditazione, di un respiro rilassato; il tempo-lungo come strategia per dar spazio all’anima, la calma come virtù da cui ripartire.
    Pubblicità Coop
    Ciao Margherita, che belle rubriche, complimenti! Sto facendo una tesi sulla pubblicità Coop...(continua)
    Elisa 

    Ciao Elisa, grazie per i complimenti:-) Visto che mi chiedi info sulle Cooperative di Consumatori sposto il tuo messaggio nella rubrica "A tutto spot" (http://rcslibri.corriere.it/speakerscorner/spot.spm). Trovi lì la risposta, ciao.
    Ciao Margherita
    Sono entrata in questo sito per caso e inziando a leggere mi sono accorta che sono d'accordo con tutto ciò che dici...credo che tornerò presto a farti visita!!
    piccolina immersa nei suoi sogni 

    Ciao "piccolina", mi fa piacere la tua visita e sono contenta che ti ritrovi nelle mie riflessioni, mi auguro tu ripassi da questo angolo di web per condividere con me e con gli speakerini, un po' dei tuoi sogni. Ho aggiunto un nuovo pensiero sulla gentilezza, così quando tornerai -ci conto- potremo chiacchierare insieme. Ciao:-)
    Una rivoluzione gentile a base di sorrisi

     

    A volte ho la sensazione che l'educazione metta a disagio. Un ‘grazie’, un ‘prego’, un gesto garbato fanno stupire, anzi addirittura in qualche caso si viene aggrediti con maggior virulenza quasi la cortesia fosse paradossalmente un’offesa. Oltre ad enumerare i casi di cafonaggine bisognerebbe chiedersi cosa rende tanto scorbutici. Secondo me siamo repressi, sotto pressione, solo così mi spiego quell'essere sempre pronti ad irritarsi, ad imbufalirsi, ci teniamo alla facciata di società civile e quindi dobbiamo indossare una maschera ed è uno stress tenere costantemente sotto controllo il lato in ombra. E così dietro l'ipocrisia covano i sentimenti negativi, nasconderli sotto il tappeto -come fossero polvere- provoca quella tensione che, trattenuta, alla minima scossa esplode. Non ha notato quanta permalosità? L'homo permalosus è figlio della società dell'immagine che ci porta a mostrare un'apparenza perfetta in cui dev'essere messo in scena il lato smagliante mentre quello smagliato si deve celare. Leggevo con stupore che a Londra, nei negozi di lusso, siccome 'pare brutto' mostrare in vetrina il cartellino con su scritto "sconti", questi si fanno...segretamente:«si organizzano eventi e serate di saldi segreti ad invito...tutto con grande discrezione». Dunque per 'salvare la faccia', per evitare lo scorno di far vedere che tira aria di recessione anche nei negozi più sfarzosi, basta farlo 'top secret'. Questo comportamento mi pare emblematico, non si può esporre alla luce del sole la crisi, si deve continuare a recitare magari fin sull'orlo del baratro, nel frattempo si alimenta il narcisismo e come effetti collaterali crescono invidia e frustrazione. Una simile società può mai partorire donne e uomini sereni? E' inevitabile che i sorrisi diminuiscano e i grugniti aumentino. Nonostante questi tempi irascibili ho intrapreso una mia piccola rivoluzione gentile a base di sorrisi. Bisogna osare invertire il trend cafone, cominciamo noi per primi senza aspettare gli altri. Voglio credere che il sorriso sia contagioso.
    Il mito di Eluana

     

    Non importa più chi sia Eluana in realtà...la grande macchina della mistificazione si è messa in moto. Attorno al suo corpo i mass media stanno costruendo una rappresentazione da dare in pasto ai cittadini/spettatori. La realtà di quella ragazza bloccata da diciassette anni su di un letto non importa a nessuno...ognuno la immagina come vuole. Anzi, l'immagine che invade i nostri occhi è quella di una bella ventenne sorridente e piena di vita:i lunghi capelli neri, lo sguardo luminoso che mai avrebbe guardato in faccia il suo tragico destino. La verità del suo stato non ci deve toccare. Perchè se il nostro sguardo si posasse sulle sue reali fattezze forse prevarrebbe un sentimento di compassione, di pietà. E allora, credo, l'opinione pubblica potrebbe cambiare i suoi convincimenti e farsi più prudente, più dubbiosa. Ma questo non dev'essere, il mito andrebbe in frantumi. Se la povera trentaseienne Eluana conoscesse la spettacolarizzazione della sua vicenda terrena penso avrebbe un moto di ribellione:una indecente sceneggiata. E ora anche il braccio di ferro tra le istituzioni. Cos'altro dovrà sopportare la donna sulla sua croce? "Un altro colpo di scena" ha detto la speaker del tg. E la messa in scena continua....il mito nutre l’immaginario collettivo, non è possibile smontare ciò che la giostra mediatica sta montando, e lei, senza saperlo, senza volerlo diventa audience, share, business. Show must go on...
    La questione morale(3° vignetta)
    http://www.ilsole24ore.com/st/cacciaallabattuta/default.htm
     

    Società immortale

     

    “Tutti vorrebbero vivere a lungo, ma a nessuno piace essere vecchio.” (Jonathan Swift) ------------- Possiamo sorridere dell’ironica frase di Swift, ma l’autore inglese ci porta nel cuore della contraddizione. Siamo una società che cerca di combattere con ogni mezzo lo scorrere del tempo, vorremmo trovare una formula magica capace di protrarre la nostra vita all’infinito senza renderci conto che così alimentiamo solo il malcontento. “Chi è la più bella del reame?” chiedeva al suo specchio Brunilde, la regina cattiva di Biancaneve. Oggi il nostro “specchio” fatato è la televisione, paradossalmente è lei che c’interroga, è lei che ci chiede -in un continuo confronto con i modelli proposti- se siamo all’altezza degli ideali pubblicizzati. Non hai capelli con il colore “multisfaccettato”? Per questo ti senti trasparente. Non hai denti abbaglianti? Ecco perché ti senti invisibile. Non usi la crema anticellulite? Per questo il tuo gluteo è “depresso”. Non usi il gel anti-buccia d’arancia? Non avrai mai la pelle liscia e carezzevole come seta. E’ una lotta perenne all’ultimo inestetismo. Siamo sull’orlo di una crisi di nervi, inseguendo una “vita patinata” si finisce nel tunnel dell’insoddisfazione, vittime di un senso d’inadeguatezza che fa bene solo a chi deve fornire “stampelle” per puntellare le insicurezze, il disagio fa spendere. Tutto l’arsenale dei prodotti anti-age pubblicizzato serve a placare per un momento la frustrazione indotta proprio attraverso il martellamento di spot. Recentemente uno studio condotto da un team di psicologi ha evidenziato che la Tv è ansiogena e la sua “isteria”(litigi, risse verbali, allarmismi) genererebbe stati di stress. Pare anzi che i picchi d’ansia servano a tener calamitata l’attenzione dei telespettatori. Le scorie emotive tossiche inquinano l’habitat psichico creando disturbi e malessere, ma è un “effetto collaterale” su cui si evita di dirigere lo sguardo. I risultati di questa ricerca inducono a riflettere. “La gente felice non consuma”, dovremmo ricordarlo più spesso noi consumatori:l’infelicità aiuta a vendere. Siamo passati in pochi anni da una visione della vita come valle di lacrime ad una che la vede come valle di Bengodi, da una filosofia dell’impegno e del sacrificio ad una del disimpegno e del divertimento. Ma l’esistenza ha le sue dosi d’asprezza e di lacrime che non possiamo rimuovere indossando sorrisi trecentosessantacinque giorni all’anno. Sul calendario si alternano giornate serene a giornate malinconiche, cancellare la sofferenza è una pretesa irragionevole esattamente come pretendere di cancellare le stagioni della vita con una seduta da un chirurgo plastico. Come non possiamo anestetizzare il dolore, così non possiamo “stirare” la pelle sperando di sconfiggere -per sempre- la nostra natura mortale. Le illusioni sono una “droga” che alimenta la vanità, negli scaffali degli ipermercati, insieme alle seducenti merci, crediamo di conquistare uno scampolo di gioia e se in un lampo percepiamo il gusto dell’inganno è già pronta una nuova merce a farci l’occhiolino per allettarci. Dovremmo allarmarci quando leggiamo che alcune adolescenti, come regalo di diploma, chiedono un intervento chirurgico per rimodellare il proprio corpo…forse qualcuna l’avrà chiesto a Babbo Natale come dono. Le inquietudini adolescenziali sono un terreno fertile su cui il Mercato sta investendo per impiantare ossessioni. Persino i bambini diventano un appetibile target, il business ignora l’etica. La solitudine è lo spettro più frequentemente agitato per impaurire e far correre all’acquisto. Se non sei come gli altri, se non indossi capi “trendy” rischi di non essere accettato dai coetanei spesso trancianti e selettivi nei loro giudizi. E sappiamo quanto l’etichetta di “diverso” sia terrorizzante per un giovane che si affaccia al mondo. Ogni tanto per curiosità guardo gli spot che si rivolgono ai ragazzini e lì che si coglie lo spirito del tempo. La cultura del look impera e loro ne sono investiti in pieno. Le parole più usate nei “consigli per gli acquisti” per teenager sono: “fashion” “glamour” “cool”, suoni che indicano la stella polare verso cui vengono orientate le donne di domani…è ingenuo stupirsi quando alla domanda “cosa vuoi fare da grande” la maggioranza risponde di aspirare ad un ruolo da velina. Qualcuno ha detto che per le donne occidentali il “burka” è la taglia 42, anche nel liberale Ovest la femminilità viene ingabbiata in una rete invisibile d’ingiunzioni. Quanto costi adeguarsi a tali diktat estetici non viene detto. Sappiamo che ogni tanto deflagrano emergenze che testimoniano un malessere serpeggiante. Uomini e donne schiavi dell’immagine dalla culla fino all’ultimo respiro…e se trovassimo un elisir di lunga vita? A quel punto, forse, l’immortalità ci sembrerà una condanna.
    Mal di crociera

     

    No, non sto parlando del mal di mare, ma del cosiddetto mal di terra o “mal de débarquement”. E’ quel malessere, più o meno intenso, che colpisce chi è stato per un periodo sul mare, sia su una nave da crociera che su yacht o barche a vela. Mi stupisco che non esistano quasi per nulla informazioni su questo che è un disagio che può essere piuttosto fastidioso. In rete ho trovato solo una pagina in cui si spiega di cosa si tratta: http://it.health.yahoo.net/c_news.asp?id=19120. Questi disturbi dell’equilibrio sono transitori anche se possono durare oltre una settimana. La sindrome si definisce anche “MdDS, or disembarkment sindrome” in inglese su (http://en.wikipedia.org/wiki/Mal_de_debarquement). Una volta sbarcati, dopo qualche ora si possono avvertire sintomi come:vertigini, oscillazioni, sbandamenti, sensazione che il pavimento sia plastico e conseguente senso d’instabilità, può sopravvenire anche un senso di nausea. Ad esempio può provocare malessere sedersi davanti al pc, sembra che la sedia oscilli. Inoltre si può avvertire una sensazione di claustrofobia. Come mai, mi chiedo, le agenzie di viaggio non informano i viaggiatori che al rientro si potranno avere questi problemi? Credo sarebbe opportuno avvisare i croceristi, mentre la crociera volge al termine, che potranno provare, tornando sulla terraferma, gli stessi sintomi del “mal di mare” anche se si hanno ormai i piedi per terra. Cercando notizie in rete, ho letto su La Stampa che Flavio Briatore ed Elisabetta Gregoraci ricorrono allo yoga come forma di auto-aiuto per alleggerire questi fastidi post-yacht” La posizione yoga consigliata è «“Bitilasana”:in ginocchio, con la schiena dritta, allunghi il braccio destro e la gamba sinistra e viceversa». Mi auguro che questo mio post possa essere utile a chi torna da una vacanza in mare e soffre di questi 'postumi' da viaggio. Ciao:-)
    Condannata a...vita

     

    “sia fatta la Tua Volontà”, così recita la preghiera del Padre Nostro, da quando la volontà divina si fa attraverso le macchine? E’ Dio nel sondino che sostiene Eluana? Non sono ‘contro natura’ l’alimentazione e la respirazione indotte artificialmente? I prolungamenti tecnologici sono i tentacoli dell’uomo onnipotente che cerca di prorogare i termini naturali della vita. Ormai Eluana ha lasciato il tempo-della-vita scandito dal suo orologio biologico, ad esso si è sovrapposto/imposto un ritmo scandito dagli strumenti meccanici. La giovane donna sarebbe già morta se la Natura avesse fatto il suo corso, il suo cammino su questa terra sarebbe finito, questa è un’esistenza decisa dalla tecnologia non da Dio. Ma non era proprio la hybris, la tracotanza il peccato originale commesso dall’uomo? Chi si arroga il diritto d’infliggere la pena di vita ad un altro essere umano? La morte, a volte, sa essere più compassionevole.
    Non arrossire

     

    5-HTTLPR la variante di un gene responsabile,secondo i genetisti,della timidezza. Per la nostra sfacciata società i timidi con i loro pudori,i loro rossori sono soggetti “socialmente inibiti”. Non è vero che non ci sono più valori ,essi sono i disvalori di una volta: la sfrontatezza,la spudoratezza sono oggi delle virtù,per avere successo bisogna aprire la zip dell’anima ed esibire-possibilmente davanti all’occhiuta telecamera-la propria interiorità. Non siamo forse molto lontani da una sorta di pornografia dei sentimenti. E allora ecco la timidezza,l’introversione viste come handicap nella nostra sfrontata e rampante società. “Sta in disparte.Preferisce il silenzio. Non socializza.”, ma non potrebbe essere invece una larvata protesta contro un mondo chiassoso? Una specie di resistenza passiva alle intrusioni di occhi indiscreti che dall’esterno cercano di rubarci ciò che di più intimo e profondo abbiamo:l’anima. Eppure la timidezza può nascondere un animo sensibile,un animo portato a coltivare la creatività.Ma anche l’anima è parola dismessa,un fardello da cui liberarsi,la sensibilità è una “merce” che sul mercato non vale nulla.Va di moda il cinismo,la furbizia, i “vincenti”sono i disinibiti ,i maleducati. I bisogni di solitudine,di lentezza,di quiete sono visti con sospetto,diventano spie di malessere. Così si stigmatizzano i timidi piuttosto che interrogare la società su i suoi valori (efficienza,velocità,successo) e sulla favola che vuol far credere che il benessere materiale è garanzia di felicità. Come possono non esserci ansia e frustrazioni se si continua a spingere a tavoletta sul pedale delle aspettative illusorie? Cosa accadrebbe invece se guardando da un’altra prospettiva i genetisti studiassero il dna per identificare il gene responsabile di comportamenti aggressivi, arroganti? Questo dimostra come anche le ricerche siano viziate da una determinata interpretazione della realtà. E non sarà anche che non si vogliono toccare le dinamiche di potere? Chissà come mai nel palinsesto educativo latita la psicologia, eppure 2000 anni fa il filosofo Socrate suggeriva: “Conosci te stesso”. Perché la scuola non aiuta i giovani a decodificare il linguaggio delle immagini in modo da renderli meno vulnerabili alle suggestioni dei mass media? Davvero si vuole una generazione che sappia utilizzare il senso critico, cosciente dei sommovimenti della psiche, dei conflitti interiori, del fatto -ad esempio- che spesso l’aggressivo è un timido che ha indosso una maschera e che dietro quella maschera c’è paura? Certo, se la società premia l’aggressività difficilmente ne andrà a sondare le radici. E poi ci si stupisce solo per la violenza gridata, quella esplosiva degli stadi ,quella che come un geyser erutta all’improvviso. Ma delle piccole sottili silenziose “violenze” quotidiane, delle ingiurie e vessazioni, del lato oscuro della burocrazia o delle istituzioni nessuno parla. Molto meglio lasciare il mondo come sta , mettere sotto la lente d’ingrandimento chi nei rapporti sociali risulta il più “debole”, quello più sensibile. Paradossalmente, chi disturba di più è chi grida di meno, chi non si omologa all’agitazione e irrequietezza collettiva, al vociare coatto. Basta quel passo indietro, quell’essere defilato -mentre tutti si spintonano per stare in prima fila sul palcoscenico- per renderlo scomodo. La timidezza patologica degli adolescenti viene anche chiamata “Sindrome di Linus”: uno dei sintomi è la paura di essere giudicato, di sembrare goffo, “imbranato”. Secondo i nostri metri di giudizio, una persona in gamba deve essere sciolta, disinvolta…che importa se poi questa per sembrarlo chiede un “aiutino” ad alcool o a stupefacenti? Quello che importa è che l’apparenza sia salva. Le pressioni sociali all’interno dello “zoo umano” (Desmond Morris) rischiano di mettere k.o. proprio i cuccioli di uomo più ricchi di umanità, quelli che ancora arrossiscono.
    Le date
    Sono importanti le date, scrittori cari. Credo che in una rubrica come questa (e come tante altre) sia opportuno chiudere ciascun intervento con la data e, perché no, anche l'ora in cui quei pensieri hanno preso forma. I nostri pensieri sono legati a momenti unici, irripetibili. Ed è affascinante poter tornare indietro, ricordandoli come si ricorda la propria vita sfogliando a ritroso un album fotografico. Un saluto.
    Ilia - 14/6/'08, ore 18.54 

    Ciao Ilia, benvenuta. Il tema del tempo è seducente. Gli speakerini che hanno visitato questa rubrica forse hanno voluto lanciare le loro parole così come si lancia una bottiglia con un messaggio tra i flutti del mare, senza pensare al giorno, al mese, all’ora. Nella dimensione virtuale sperimentiamo una libertà maggiore, possiamo oltrepassare i limiti spazio-temporali che ci vincolano nel reale. Sciogliamo le catene corporee e la mente può viaggiare leggera scivolando nel www, basta un clic e il mondo si spalanca davanti a noi. A quel punto può essere piacevole anche dimenticare il qui-e-ora e lasciare un pensiero o un’emozione senza un prima né un dopo. Tu fai il paragone con le fotografie, è bello sfogliare un album ma può essere divertente anche giocare con le foto cadute alla rinfusa da uno scatolone. In una foto sei piccola, in un’altra ti rivedi adolescente, poi ti trovi a sorridere guardando una posa buffa da neonata, in un’altra sei accanto ai tuoi cari e rivedi quel volto che tanto amavi e che ora non hai più vicino, il sorriso si mescola alla malinconia, è un viaggio senza un ordine cronologico, ma ugualmente emozionante. A me piacciono gli aforismi ed è incredibile come riescano ad attraversare il tempo e ad essere attuali sempre. Per esempio c'è quello di Sant'Agostino:"Che cos'è il tempo? Se non me lo chiedi lo so; ma se invece mi chiedi che cosa sia il tempo, non so rispondere". Grazie per esserti affacciata qui e per il tuo suggerimento, chi vorrà potrà seguire il tuo esempio. Ciao.
    funziona?
    scusa, ho provato a lasciare un messaggio ma non è stato pubblicato, come mai?
    luca 

    Ciao Luca, non so quando hai inviato il tuo messaggio, non l'ho ricevuto. Come s'intitolava? Quando mi spedite delle vostre riflessioni io le leggo, ci penso su e non appena ho un po' di tempo le pubblico insieme alla mia risposta. La rubrica funziona, se vuoi riprovare, sono qui. Buona Domenica:-)
    L'esilio di Dioniso

     

    Credo che nella nostra società la componente dionisiaca sia rimossa. Basterebbe guardare come il corpo e le sue passioni sono piegati alla logica dell’apparire. Mi sembra quasi che il fitness e tutte le altre forme di “accanimento” estetico siano una sorta di mortificazione della carne piuttosto che un “prendersi cura” del corpo che noi siamo, e delle passioni che dovrebbe esprimere attraverso il suo linguaggio. Il vero nemico è il piacere, la forza sovversiva che è sempre stata tenuta a freno, ieri intrappolata nelle maglie della religione oggi schiacciata dalla dittatura dell’Immagine. Dobbiamo certo ringraziare Dioniso, ormai in esilio, senza il suo “nettare divino” Eros non sarebbe nato.
    realtà o finzione?
    Ciao Margherita, sono ancora io. Grazie per la risposta e per gli spunti tematici che ci offri, sempre attuali e molto interessanti. Hai ragione, io stessa spesso dubito di me stessa. Se ciò che vedo sia reale o solo pura ed ingenua illusione, un po’ come dici tu, la bambina che si ostina a credere alle favole. La tentazione di vivere nell’irrazionalità è forte, soprattutto in noi giovani, complici i media e la tv. Dopotutto, viviamo in un mondo che tende ad esaltare la finta perfezione, le apparenze e condannare tutto il resto. A volte ho l’impressione di essere come un manichino, modellato dalla società e i suoi pregiudizi. Come fossimo solo corpi in movimento, privi di alcun senso. E allora, come possiamo conoscere gli altri se non conosciamo nemmeno noi stessi? Mi fa paura vedere certi tragici eventi sconvolgere intere vite. E come anche tu ci suggerisci, spesso questi eventi riguardano persone normali, anzi, appaiono perfino felici. La verità è che noi non crediamo ai nostri occhi, ma a ciò che vogliamo vedere. A volte mi chiedo come l’uomo può condurre un tale progresso scientifico e tecnologico, scoprire rimedi a malattie incurabili e soluzioni matematiche, ma non ha ancora imparato il linguaggio dell’amore.
    folle aspirante scrittrice 

    Bentornata folle aspirante scrittrice, mi fa piacere che tu sia qui e abbia voglia di condividere i tuoi pensieri in questo angolo di web. E’ proprio dal tuo punto interrogativo che voglio partire per risponderti. Tu dici: come possiamo conoscere gli altri se non conosciamo nemmeno noi stessi? Questa è la stessa domanda che mi posi tanti anni fa quando cominciai il mio cammino verso i “sotterranei dell’anima”, quando cominciai a sfogliare i primi libri di psicologia. E’ un viaggio affascinante ma anche pericoloso, tanto più ci addentriamo in noi stessi quanto più rischiamo di allontanarci anziché avvicinarci agli altri. Non saprò mai come sarebbe stata la mia vita se non avessi incontrato lungo il percorso alcuni autori che hanno cambiato il mio punto di vista sul mondo. Durante l’adolescenza, come ti raccontavo nella precedente risposta, ho vissuto in modo istintivo, senza interrogativi esistenziali. Mi è difficile immaginare come a diciotto anni si possa avere uno sguardo attento come il tuo sulla realtà. Oggi, ripensando al mio ieri, sono contenta di aver preservato la mia ingenuità il più a lungo possibile -l’improvvisa scomparsa di mio padre è stata una cesura che ha segnato la perdita della mia “innocenza”. Credo che quell’evento abbia scosso la mia coscienza e le tante domande che affioravano mi hanno spinto a cercar risposte nei libri. Sono convinta però che la troppa consapevolezza abbia degli effetti collaterali. Dostoevskij dice:“Vi giuro,signori,che l’esser troppo consapevoli è una malattia,un’autentica assoluta malattia”. Penso che durante l’adolescenza le pagine da sfogliare siano quelle della Vita. Hai ragione, l’uomo non ha ancora imparato il linguaggio dell’amore, dei sentimenti. Siamo analfabeti emotivi. Ma esiste un testo in cui si spiega l’abc dell’affettività? Rubo una frase all’ultima canzone di Giorgio Gaber: “Non insegnate ai bambini/ ma coltivate voi stessi il cuore e la mente/ stategli sempre vicini/ date fiducia all'amore il resto è niente”/. Ti lascio anche il link per ascoltarla, a me piace molto: http://www.youtube.com/watch?v=IVnPotcVkFQ. Mi auguro di ritrovarti qui per continuare a discorrere insieme, nel frattempo ti mando un abbraccio.
    ciao margherita
    ciao margheritaaaaa!!!
    Flavia 

    ciao Flavia, ti rigrazio per il saluto. E' la prima volta che ti affacci qui? Ci siamo conosciute "dal vivo"? Spero che ritorni a trovarmi. Puoi lasciare anche tu un pensiero sul mondo in cui vivi e diventare così una man-watcher. Ciao:)
    Non credo ai miei occhi

     

    Con l’espressione “Non credo ai miei occhi” mostriamo incredulità di fronte a ciò che vediamo. Dovremmo praticare più spesso questo scetticismo, diffidare di più di quello che percepiamo. Stiamo diventando troppo creduli? Noi viviamo in quella che viene definita “Società dell’immagine”, il senso più sviluppato è proprio la vista, ma quanto possiamo fidarci di quello che i nostri occhi ci dicono? L’“homo videns” riesce a portare lo sguardo oltre l’apparenza o si ferma alla superficie credendo che quello che osserva sia realtà? Molto spesso questa superficie è lo schermo televisivo. “L’ha detto la tv” e l’evento di cui si parla riceve un sigillo di autenticità. Sappiamo “leggere” oltre l’immagine o siamo come gli uomini di cui narra Platone nel suo mito della caverna convinti di vedere il vero mentre vedono solo ombre riflesse? E così quando scorrono le immagini sullo schermo noi crediamo -pur sapendo che i sensi possono ingannare- che quella che è solo una rappresentazione, sia la realtà. Come mai stiamo disimparando a portare il pensiero in profondità? Tutto ha uno spessore, non è a una dimensione. E’ come se una parte di noi, quella più bambina, volesse ancora testardamente credere alla favole. Il mondo magico cacciato dalla porta rientra dalla “finestra” televisiva, nel video si fanno incantesimi per vendere merci. Come per magia tutto perde peso e ombra, è tutto più lucido, patinato, il bianco è più bianco, l’azzurro del cielo è più brillante(sapete che il cielo è una delle prime cose ad essere modificate?) Ogni scena viene ritoccata per renderla perfetta, splendente. Come dei prestigiatori gli addetti ai lavori riescono a trasformare resine, cera e plastica in oggetti del desiderio:è un modellino in resina quel biscotto così dorato e fragrante da far venire l’acquolina in bocca, è petrolio quella che appare acqua che bolle in una pentola, la “scioglievolezza” dell’impasto di cioccolata così invitante da volercisi quasi tuffare, è ottenuta mescolando resine fuse sintetiche. Sembra quasi inverosimile che tutto sia finto, frutto di sapienti “effetti speciali”. In un inquietante video (all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=iYhCn0jf46U) possiamo seguire, passo passo, la metamorfosi del volto di una donna in carne ed ossa in quello di una creatura “aliena” dalla bellezza artificiale plasmata dai “maghi” del computer. E’ così, ci facciamo raccontare dalla televisione i nuovi miti come se fossimo ancora bimbi che ascoltano rapiti la voce dei nonni. Quale che sia la nostra età, nonostante lo spirito critico acquisito con l’uso della ragione con il passare degli anni, delle esperienze e degli studi, c’è una parte di noi che non si rassegna al disincanto e su quella agisce la suggestione televisiva. Siamo nel razionale terzo millennio ma i lumi dell’intelletto non ci hanno aiutato a svezzarci dalla cultura mitica e così cadiamo facilmente nella seduzione dei media. Proprio perché presuntuosamente ci riteniamo smaliziati siamo ancora più vulnerabili al richiamo delle catodiche “sirene”. Quando guardo la pubblicità penso che ci trattino da fanciulli ingenui. Il problema è che così come acquistiamo un prodotto, scegliamo un politico. Tutti passano in tv, tutti cercano con sorrisi, gesti, abiti(look scelto dal curatore d’immagine) di accattivarsi le simpatie degli elettori. Quanto conta il linguaggio non verbale in tv? Moltissimo. E noi, proprio perché non ne conosciamo i segreti, possiamo essere persuasi occultamente da movenze studiate a tavolino. E tutto questo passa sotto i nostri occhi. Ma è vero ciò che vedo? Rimaniamo sgomenti di fronte ad avvenimenti tragici, notizie che scuotono le nostre certezze. Fatti di sangue inspiegabili che accadono tra le pareti domestiche. I vicini di casa:era una persona solare, serena. Ma come, in base a cosa si fanno certe dichiarazioni? Quanto in realtà conosciamo una persona? Possiamo ridurre la sua personalità ad un aggettivo come “solare”? Sappiamo i suoi stati d’animo, le sue fragilità, le sue passioni, le sue ansie? Ne conosciamo solo l’atteggiamento, la facciata mostrata in pubblico, ma ciò che si agita dentro una persona, le sue inquietudini, come possiamo pretendere di conoscerle noi che nei rapporti siamo così superficiali? Non basta un sorriso per affermare che una persona è serena, sono tanti i volti coperti da maschere impenetrabili. E allora ecco che si crede all’illusione, all’inganno, perché forse è più bello e meno perturbante della realtà. Per crescere dovremmo più spesso non credere ai nostri occhi anche se questo significherà avere più dubbi; ogni tanto lo sguardo, distolto dall’esterno, rivolgerlo alla nostra interiorità dove vivono la voglia di fantasia, d’immaginazione, di miti. Dovremmo riconoscere e dare spazio alla nostra dimensione inconscia ricca di emozioni e visioni per non esserne dominati, non si vive di sole idee “chiare e distinte”. C’è una bella poesia di Ungaretti intitolata “Stelle”: “Tornano in alto ad ardere le favole./Cadranno colle foglie al primo vento./Ma venga un altro soffio,/ ritornerà scintillamento nuovo”. E’ un augurio.
    BUON 2008

     

    mucillagine triste

     

    Siamo una “mucillagine triste” e già, ma perché non dire di quali umori è fatta? Nell’italico blob serpeggia la rassegnazione, il “chi me lo fa fare”; nasce da questi stati d’animo la passività. Come cambiare questo stato di cose? Ci vorrebbe un po’ di quello “spirito animale” di cui parla il Presidente della Repubblica. E’ innegabile che d’istinto ce ne sia ben poco in giro, che la gioia di vivere sia col contagocce, a meno che non si voglia credere alla rappresentazione che va in scena ogni giorno in tv e che ha come fine il renderci sempre più frustrati per vendere meglio. Il rapporto Censis e il New York Times possono irritare perché anche noi, ognuno nel suo piccolo, cerchiamo di far vedere il lato smagliante e non quello smagliato della nostra vita. C’industriamo per rendere splendida la nostra recita e se un giorno qualcuno arriva e mostra, sollevando il tappeto, la polvere accuratamente nascosta sotto, è chiaro che genera risentimento. Meglio seguire la filosofia degli struzzi e non guardare in faccia la realtà o alzare la testa e osare vederne le fattezze? La tentazione di sprofondare nuovamente lo sguardo nella sabbia può essere forte insieme alla voglia di negare che sia vero quello che leggiamo e che disturba. Se l’Italia è depressa non può pensare di uscir fuori dal male oscuro assumendo antidepressivi, è necessario che l’indignazione si scongeli e si trasformi in energia per il cambiamento. E se dentro di noi una voce sussurrerà insidiosa “non ne vale la pena”, bisognerà zittirla.
    piccola riflessione
    Cara margherita,sono una studentessa del liceo classico di E.Trimarchi di Santa Teresa di Riva. Ti scrivo per farti partecipe di una mia piccola riflessione personale. Sono giovane, so che dovrei essere serena, ho una famiglia... incasinata, sì ma va bene. Ho degli amici...pochi ma sinceri...vado bene a scuola. Tutte cose importantissime,non c’è dubbio, ma allora perché non riesco a sorridere? Ogni giorno, ogni istante che passa, mi accorgo di come tutto si fa più difficile, tutto diventa più fragile dentro me... E io mi sento così debole, quasi impotente... E ho un po’ paura degli altri. Vedo cose attorno a me che ancora non ho compreso, di cui non mi sento parte: pensieri, immagini, sensazioni. Vivo gioie fugaci e mi soffermo a lungo in spazi vuoti, con persone che non sanno niente di me, che non mi capiranno mai… Dove sono sola con la mia testa. Sola con i miei limiti, sola con i miei rimpianti. Spesso crediamo che ci sveglieremo un giorno e saremo esattamente ciò vogliamo, saremo quello che non siamo. E' frustrante, ma non è così.
    sarcastica aspirante scrittrice un pò folle 

    Cara aspirante scrittrice sarcastica e un po’ folle, la frase di chiusura del tuo messaggio mi ha fatto ripensare agli ultimi quattro versi di una poesia di Montale:“Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,/sì qualche storta sillaba e secca come un ramo./Codesto solo oggi possiamo dirti,/ciò che non siamo, ciò che non vogliamo./” Il senso d’estraneità che tu avverti forse è più comune di quanto si pensi. Gli altri ci sembrano a loro agio negli ingranaggi della società. Sai quante volte anch’io mi sento un pesce fuor d’acqua e ho l’impressione che nessuno avverta il disagio che in certi momenti mi assale? Eppure sospetto che molti celino il loro malessere. E’ paradossalmente proprio in mezzo a tanta gente che sento più pungente la solitudine. In questo senso mi sento vicina alle sensazioni che provi tu. Mi ritengo fortunata perché ho vissuto l’adolescenza con grande spensieratezza, ogni tanto ho il rimpianto per quella vita “senza pensieri”. Sarebbe bello staccare la spina, sconnettere la mente per acquistare un po’ di leggerezza. Sei una ragazza riflessiva, si sa che “la testa dà malinconia”, la malinconia è un sentimento scomodo in una società che indossa una maschera euforica. E tu non ti senti per nulla appartenere a questa euforica rappresentazione, per questo cerchi di prenderne le distanze. Cosa c’è di più odioso che leggere sul viso della persona che ti sta di fronte un sorriso finto? Tu non sorridi, chissà che non sia in fondo anche una larvata protesta contro questo girotondo di sorrisi di plastica. Quanti recitano 24 ore su 24? Per farlo bisogna sradicarsi dai propri stati d’animo. Far finta di essere sempre “solari”, far finta che non ci siano mai nubi, simulare un sorriso lì dove c’è una tristezza davvero non costa nulla dal punto di vista psicologico? Non mi stupisce poi che il “male oscuro” della depressione dilaghi dietro le quinte della messinscena. Bisognerebbe ritrovare le proprie passioni, buttare le maschere ed osare una vita autentica. Ma così c’è il rischio di ritrovarsi ancora più soli :osare essere veri è l’autentica trasgressione. Ma chi vuole vicino una persona che può “fiutare” la menzogna? Tu ti senti fragile, debole e hai paura perché hai le antenne per sentire istintivamente che c’è qualcosa che non va, ma non hai l’esperienza e gli strumenti che solo il crescere può dare. Non è una presa di coscienza razionale, lo senti sulla pelle, ne soffri e ti senti ‘impotente’. La nostra società rimuove la conflittualità sociale e pensa di risolverla chiudendo gli occhi, allo stesso modo molti dimenticano che anche nell’interiorità eros e thanatos lottano, nessuno ne parla e solo quando qualche episodio di violenza fa spalancare gli occhi ci si spaventa. I giovani sono i più sottoposti alle pressioni e ne pagano le spese, non mi meraviglia che esista anche una voglia di sparire, di dissolversi. L’importante è che l’apparenza resti salva, i desideri nascosti nelle tenebre, o nelle pieghe di internet, scritto nelle migliaia di pagine dei blog. La mattina poi basta indossare la propria mascherina “solare” e portare il proprio copione sottobraccio. Della solitudine ne abbiamo parlato quando questa rubrica si aprì, non so se hai guardato scendendo in fondo alla pagina. Vorrei lasciarti un pensiero leggero e sorridente: Se la vita é dura, l’importante é non farsi bernoccoli:) Un abbraccio e grazie della tua riflessione.
    "Aveva la coscienza pulita.Mai usata" Stanislaw J.Lec

     

    Sfogliando i quotidiani abbiamo sotto gli occhi realtà che ci stupiscono fino all'indignazione. Possibile -ci chiediamo- che ci siano tante forme di sopraffazione? Che azioni truffaldine siano all'ordine del giorno, che si pratichino con leggerezza speculazioni che danneggiano il prossimo, che nelle istituzioni ognuno tiri l'acqua al suo mulino incurante delle ragioni degli altri? Bancopoli, Vallettopoli, Concorsopoli, Calciopoli, e ancora mala-università, mala-sanità, uno scandalo segue l'altro. Più che una società civile sembra una giungla in cui vige la legge del più furbo, quella del più "dritto". Questi gli scenari che vediamo disegnati quotidianamente e di fronte ai quali rimaniamo interdetti, una diffusa amoralità sembra informare i nostri tempi. Stando però alle ultime ricerche compiute dal neurobiologo Antonio Damasio, padre della neuro-etica, :<<...le emozioni giocano un ruolo nelle scelte morali...quando viene compromesso il processo cerebrale che sostiene le emozioni legate a situazioni collettive, i giudizi che noi formuliamo sui dilemmi etici tendono ad essere più utilitaristici, più radicati in calcoli razionali, meno ispirati da considerazioni umanitarie>>. Dunque solo le persone che riportano un danno cerebrale nell'aria ventro-mediana della corteccia prefrontale sembrano prive di quelle che vengono chiamate emozioni sociali e che interverrebbero nei processi decisionali a mitigare l'utilitarismo.[articolo "La morale, che passione!" pubblicato sul Domenicale de Il Sole-24Ore(25/03/'07)(http://www.neurotube.org/area_rubriche/articolo_24ore.pdf)]. Allora mi domando: come si conciliano i risultati di queste ricerche se l'egoismo sembra l'unico sentimento ispiratore di tanti comportamenti? Da questo studio pubblicato sulla rivista "Nature" risulta che i pazienti che hanno una lesione cerebrale in quell'area dei lobi frontali non riescono ad attivare quei "consulenti emotivi" che rendono le scelte moralmente giuste. Nell'articolo citato l'autore, Matteo Motterlini, dice che queste persone <<mostrano una significativa riduzione delle emozioni, anche di natura sociale(compassione, vergogna, senso di colpa)>>. E per ipotesi, non potrebbe essere che i soggetti sani sottoposti all'esperimento hanno barato esprimendo delle risposte più altruistiche per fare "bella figura" mentre chi ha dei danni in quelle zone cerebrali non riesce più a rispondere mascherando il proprio pensiero? Quanti a parole dichiarano di essere morally correct mentre i fatti ahimè smentiscono quelle dichiarazioni? Secondo queste ricerche dovremmo vivere nel migliore dei mondi possibili, ma allora come mai dilagano la corruzione, l'indifferenza per il prossimo, il cinismo spicciolo? Sarebbe interessante verificare lo stato dei sentimenti sociali di chi commette reati contro la salute collettiva. Dove sono gli scrupoli di chi, ad esempio, perpetra frodi alimentari immettendo sul mercato alimenti contaminati da tossine potenzialmente cancerogene per i consumatori? Evidentemente i meccanismi dell'emozione e dei sentimenti che garantiscono un agire basato su valori morali sono in panne, la nostra società sembra colpita da una sorta di "anestesia etica", sono una minoranza quelli che ancora usano il "cuore". Ognuno di noi percepisce quanto l'avidità vorace possa far dimenticare i confini tra bene e male, ognuno di voi può ricordare storie di ordinaria ingiustizia. In questo momento me ne vengono in mente alcune di fronte alle quali sale alle labbra la domanda:"Ma non hanno vergogna, rimorsi?" Sarebbe bello vivere in modo più "umano", così non è, e l'unica risposta è l'aforisma su riportato:"Aveva la coscienza pulita.Mai usata" .
    Povertà di parola

     

    Cari speakerini, finalmente ho ritrovato una lettera che inviai ad Umberto Galimberti qualche anno fa. Benché siano passati ben 8 anni il “piuttosto che” è vivo, vegeto e saltella ancora agile di bocca in bocca. Ho pensato di condividere con voi il mio pensiero di allora e la risposta del filosofo pubblicati su D La Repubblica delle donne. [[[ Gentile professore, mi ha incuriosito un modo di dire che ormai è di moda. Messi in disparte i vecchi “cioè” e “a monte”, gettato alle ortiche il famigerato “attimino”, noto una crescente inflazione del “piuttosto che”. Per la “generazione degli ‘abbastanza’ ”(rapporto Eurispes ’96) il “piuttosto che” mi pare un inscindibile, naturale prolungamento, un’appendice inquietante perché equiparante. Mi colpisce che se ne sia snaturato il significato:nato per istituire una differenza, celebra oggi l’indifferenza, masticato e rimasticato si è allontanato dalla sua originaria intenzione. Scelta di chi in fondo non sceglie più per indolenza che per mancanza di coraggio:“Carabi piuttosto che Maldive”…“gelato al pistacchio piuttosto che alla vaniglia”…“Versace piuttosto che Armani”. Cancellate le priorità, le preferenze. E’ il livellamento del “questo o quello per me pari sono”, è l’azzeramento delle “tendenze desideranti”, della conflittualità legata all’aut aut. Spettatori più che attori della propria esistenza. Come lei dice su La Repubblica in un articolo del’97 intitolato “Riempite il vuoto dei vostri figli”: “E’ il disinteresse per tutto…la non partecipazione che porta all’atteggiamento opaco dell’abbastanza”. Non crede che questi atteggiamenti opachi appartengano a chi prematuramente arreso, pensa non si possa osare(o ne valga la pena)avere una preferenza, un’inclinazione(figuriamoci una passione!)? Come se esponendosi, uscendo troppo allo scoperto si rischiasse una schioppettata. Meglio non ascoltare, non assecondare, non manifestare le proprie voglie, si rischia di vivere. ]][[ Risposta di Umberto Galimberti: -Se nel linguaggio comune l'espressione "piuttosto che" non è più indicativa di una differenza, vuol dire che siamo diventati completamente indifferenti alle alternative, e abbiamo perso il gusto di avere opinioni, tendenze, inclinazioni che siano davvero "nostre" e come tali diverse da quelle degli altri. In una parola, anche se ogni giorno ci sciacquiamo la bocca con la parola libertà, siamo in un regime di perfetto conformismo, dove le opinioni, i gusti e persino le passioni che riteniamo "nostre", in realtà ci vengono fornite, proprio come le altre merci, già confezionate, e quindi sotto sotto ci sono indifferenti, e il nostro linguaggio lo registra. Se la possibilità di formarsi una "propria" opinione è limitata, pensi quanto decrepita sarà la possibilità di esprimere una "propria" opinione, ma siccome tutti in Occidente sono convinti di godere di un'illimitata libertà di opinioni (di cui siamo giornalmente riforniti dai media come al mercato siamo riforniti di merci) trattiamo le diverse opinioni l'una "piuttosto che" l'altra come identiche. E questo significa che non solo non ci poniamo più neppure la domanda: "Ma questa è un'opinione mia oppure no?", ma neanche capiamo il senso di questa domanda se qualcuno per caso dovesse porcela. Siamo infatti convinti che le opinioni, di cui siamo rigorosamente riforniti, sono le "nostre", così come siamo convinti che non si può governare senza il consenso, senza cioè aver sentito la gente che ha una sua opinione, che è poi quella di cui è stata precedentemente rifornita. Con l'aiuto dei media che sono a disposizione di chi li possiede, si vendono alla gente le decisioni che si sono prese, proprio come qualunque ditta vende le sue merci ai suoi clienti, i quali sono convinti di desiderare proprio ciò di cui sono riforniti. A questo punto viene da pensare che l'uso improprio del "piuttosto che" non è tanto sintomo di indifferenza, quanto la spia semantica di uno scenario dove per "dettar legge" si deve sommessamente dare a intendere che si "viene incontro" al cliente; anzi, che non si ha assolutamente altro desiderio che non sia quello del cliente, il quale naturalmente già da un pezzo è stato privato del "diritto al desiderio". E per giunta non lo sa. Il cliente di oggi, che sia cliente di merci o di opinioni, la cosa non cambia, è abituato a essere fornito di merci e di opinioni già fatte. Il "fai da te" è considerato tutt'al più un hobby, un'occupazione del tempo libero. È dunque comprensibile che ci aspettiamo di ricevere le opinioni già "belle e pronte", come belle e pronte riceviamo tutte le merci. E siccome ne riceviamo tante, riteniamo anche di essere più liberi di un tempo in cui non c'era tutta questa offerta. Ma l'inconscio qualche sospetto ce l'ha, e allora ci mette in bocca un'espressione alternativa, un "piuttosto che" per esprimere un'equivalenza, perché tutto, dalle opinioni ai desideri, dalle tendenze alle passioni, diventa equivalente quando nessuna opinione, nessun desiderio, nessuna tendenza e nessuna passione è davvero nostra.]](sett.’99)
    Amicizie finite
    Ciao Margherita, mi chiedo come sia possibile cercare in tutti i modi di non deludere nessuno e riuscire invece a fare sempre esattamente il contrario! mi ritrovo tutti gli amici contro per aver tentato invece di tenerli uniti...amici? mi chiedo se veramente si possano chiamare così. E' un amico quello ke appena qualcosa va storto è pronto ad elencarti tutto ciò ke lui ha fatto per te?come se l'amicizia si pesasse su di una bilancia, questo vuol dire voler bene?vorrei essere neutrale nelle miriadi di litigi ke avvengono tra tutti i membri del gruppo e invece sono perfettamente capace di infilarmi in pieno in esse. il mio errore è quello di non saper e di non voler schierarmi dalla parte di nessuno, xchè devo farlo se la cosa non mi riguarda? e nel voler disperatamente stare fuori dai loro stupidi litigi..ecco ke mi ritrovo io ad essere la causa di una mega eclatante discussione di cui ora ne pago le spese. E' vero che nel momento in cui non c'è più niente che accomuna delle persone tutto finisce, ma l'affetto che fine fa?prevale soltanto l'egoismo?
    delusa 

    Ciao delusa, chissà quanti che credono che l’amicizia non sia fatta solo di pettegolezzi e di litigi si ritroveranno nelle tue parole. Più si hanno ideali alti più è facile soffrire. Quando si crede in un sentimento vero, sia esso amore o amicizia, s’investono le energie migliori per far sì che l’affetto cresca ogni giorno e non venga contaminato da piccinerie. Davvero antipatico l’atteggiamento di chi porta la “contabilità” dei favori fatti, odioso il do ut des, questo comportamento da commercianti. Triste. Triste sai perché? Perché “la vita è troppo breve per essere piccola”. Capisco il tuo malumore, certe amare riflessioni le ho fatte anch’io. La solitudine a volte è l’unica salvezza. Come si fa d’altronde a liberarsi da certe logiche di gruppo? Tu hai avuto la peggio perché hai tentato di ricreare armonia, ma non è possibile, molte persone sfogano le loro frustrazioni quando trovano un capro espiatorio, in questo caso sei tu che hai, come un parafulmine, ricevuto gli strali dei tuoi “cosiddetti” amici. La tua colpa? Non volerti immischiare nelle beghe, non volerti schierare, questo non è accettato. Apparentemente il tuo “errore” è stato quello di aver creato “la mega eclatante discussione”, ma in realtà è il tuo voler essere diversa da loro che ha fatto sì che ti si rivoltassero contro. Tu non vuoi partecipare alle loro lotte intestine? Non vuoi prendere posizione? Ecco allora che ne paghi le spese, l’occasione inconsapevolmente gliel’hai fornita volendo fare da paciere. Tu sei vulnerabile perché hai bisogno di non deludere nessuno, è questo bisogno che ti rende debole e il “branco” lo sente…e lì colpisce. Molte amicizie sono scelte opportunistiche camuffate, quanti ancora credono e investono affetti nei rapporti tra persone? Molti le strumentalizzano, anche lì è di moda l’usa e getta. Cosa rimane? tu ti chiedi. La domanda dovrebbe essere: cosa c’era prima? Un aforisma di Francois de La Rouchefoucauld dice: “Il vero amore è come i fantasmi; tutti ne parlano, ma sono pochi quelli che lo hanno visto davvero”. Forse anche la vera amicizia è un fantasma:chi l’ha vista? p.s.Per chi vuole ascoltarla lascio il link di una canzone che mi piace:“People” di Barbra Streisand(http://www.youtube.com/watch?v=0IjtUEuHGvc&mode=related&search=). Un abbraccio.
    Ascoltare la sofferenza: la dimensione dimenticata

     

    Dove s'impara la grammatica del dolore? Non certo nelle scuole, né nelle università. In quei luoghi un fantasma si aggira, il sentire. E' tenuta in conto solo la dimensione razionale, l'intelletto, mentre viene ignorata la dimensione affettiva. Perchè una cura sia più umana bisogna coinvolgere la propria sensibilità, per essere aperti alla parola dell'altro bisognerebbe essere in comunicazione con le "voci di dentro". Il contatto con l'emotività spaventa. Per provare empatia bisogna lasciarsi toccare dagli stati d'animo(rabbia, tristezza)di chi ha bisogno, ma se si è chiusi ai propri questo è impossibile, si è sordi. La parola che conforta, la parola-balsamo che consola nasce dal cuore non dalla testa. Il gesto affettuoso e premuroso è mosso dalla com-passione, solo così si riesce ad accarezzare la sofferenza "disumana" di chi patisce. Spesso si distoglie l'attenzione dal dolore del malato perchè si legge su quel volto la propria vulnerabilità e si ha paura. Il "corpo in pena" mette a nudo tutte le angosce legate alla nostra natura mortale, per questo si volta lo sguardo altrove, per non sentirle echeggiare nell'animo. La vera partecipazione può arrivare solo quando si metta in gioco l'emotività, ma se il camice bianco diventa una corazza nessun dialogo autentico potrà mai esserci. La "crisi d'ascolto" non si registra solo tra le pareti di un ospedale, riguarda anche le relazioni familiari, quelle tra professori e alunni, tra coppie. In realtà ormai l'ascolto è limitato ad un distratto prestar orecchio. Il vero colloquio è raro perchè accade solo quando ci si mette l'anima, ed una medicina con l'anima è quello che i pazienti, impazienti, attendono.
    Vita superlativa

     

    Alle volte mi chiedo:Chi ha paura dell’ordinario? Con il linguaggio cerchiamo di esorcizzare quella che per molti è forse l’insostenibile pesantezza del quotidiano? Mi stupiscono questi aggettivi superlativi con cui tanti infarciscono i loro racconti di vita, mi sembra eccessivo l’uso che si fa di suffissi accrescitivi. Tutto sembra speciale…alla grandissima! Penso che questa sia una società esibizionista che parla in modo enfatico ma, secondo me, ogni parola che si usa ripetitivamente dopo un po’ si logora perdendo senso. Ho come la sensazione che tutto questo parlare ridondante nasconda il bisogno di sentirsi unici, una forma di autoinganno che rischia di farci rimanere soli e prigionieri dietro un castello di belle parole. Parrebbe quasi, vista da un’altra ottica, che anche la fretta alla fin fine sia funzionale al non approfondire le relazioni. Se sono sempre di corsa “inevitabilmente” non potrò impegnarmi in nulla, poi ci ritroviamo paradossalmente a lamentarci che i rapporti umani sono superficiali. Non ci sarà anche come un tacito accordo: io non guardo dietro le tue parole, tu non guardi dietro le mie? E così rendiamo più brillante, lucidandola, la superficie della nostra realtà attraverso parole che come specchietti per le allodole debbano abbagliare chi ci ascolta. Questo fenomeno è massimamente presente in tv. Lì è tutto stupendo, bellissimo, straordinario, tutto è perfetto sin dalla più tenera età, dove i bambini sono dei “campioncini” e le bambine delle “principessine”. Chissà perché mi viene in mente il paragone con la meringa, bellissima fuori, ma alla minima pressione rivela tutta la sua inconsistenza frantumandosi. Ma il prezzo da pagare per recitare non è quello di doversi sradicare dai propri stati d’animo? Far finta di essere sempre “solari”, far finta che non ci siano mai nubi, simulare un sorriso lì dove c’è una tristezza davvero non costa nulla dal punto di vista psicologico? Non mi stupisce poi che il “male oscuro” della depressione dilaghi dietro le quinte della messinscena. Quelli che vediamo nello schermo sono personaggi (forse lo dimentichiamo) che recitano un ruolo, indossano una maschera, non si può confonderli con le persone che loro sono senza il travestimento di “lustrini e paillettes”. Destinato ad essere frustrato dunque il desiderio di assomigliare ai divi tv, non esistono, sono creature apparenti che nascondono le loro fragilità dietro una realtà stupefacente che non di rado mostra tutto il vuoto che c’è dietro la rappresentazione, l’artificio. E quando scopriamo che sotto l’apparenza non c’è luccichio di un’esistenza speciale ma le ombre di una vita dopata non siamo solo delusi, ma ci sentiamo quasi truffati visto che avevamo creduto alla favola dei belli, ricchi e…vincenti! Ecco perché quando l’idolo è nella polvere viene “lapidato” dalla pubblica opinione, era un modello a cui ispirarsi, un ideale a cui tendere ed ora lo vediamo per quello che è, non un superuomo da invidiare, ma un “umano troppo umano” come noi, inquieti uomini alla ricerca inesausta di un senso da dare al nostro passaggio su questa biglia che rotola nell’universo e che chiamiamo Terra.
    Intervista al sociologo

     

    Oggi incontriamo il sociologo Franco Cassano con il quale “leggeremo” alcune caratteristiche del nostro vivere. (qui una scheda dei suoi lavori: http://www.festivaletteratura.it/2005/schedaautore2005.php?autid=1170). 1)Gentile professore, nel suo libro “Modernizzare stanca” racconta una delle nostre ossessioni: “La nostra è una società fondata sulla stimolazione continua dell’allarme”…dosi sempre più massicce di ansia ci vengono propinate dai mass media che lei vede simili ad “una mamma nevrastenica e ansiosa”. Questi sono problemi-lei dice- comuni a tutte le società moderne. Siamo ormai nell’era del monitoraggio compulsivo, come si può uscire da questo vortice ansiogeno? R.-Credo che tutto questo dipenda da una formidabile accelerazione dei ritmi di vita, accelerazione che porta a vivere nell’attimo, più precisamente in una continua successione di “attimi”, ognuno privo di relazioni logiche e temporali con quelli precedenti e quelli successivi. Va detto che i giornali oggi mi appaiono una struttura tra le più irriformabili. Essi sono prigionieri per definizione dell’oggi, e quindi strutturalmente frivoli e superficiali, costantemente esposti al rischio di attribuire al minimo fatto di cronaca una profondità che esso non possiede e che sarà smentita dopo appena ventiquattro ore da un altro fatto presentato come epocale ma solo per qualche giornata. Ne risulta un’immagine del mondo come continua successione di turbolenze indecifrabili e spesso imprevedibili, una costante sensazione di insicurezza. Io continuo a credere che Hegel, quando diceva che la lettura dei giornali è la preghiera dell’uomo moderno, avesse ragione, e che quindi i giornali valga la pena continuare a leggerli, ma prendendo le distanze dal loro isterismo. Insomma occorre costruire un filtro tra ciò che ci arriva attraverso tutti i canali e i tempi più lenti del nostro metabolismo. Occorre moltiplicare le strade laterali, i punti di sosta, i momenti di rielaborazione dell’esperienza. Oggi un dvd permette di vedere un film in modo molto simile al modo in cui si legge un libro. Si può sostare, tornare indietro, insistere su un passaggio, riflettere. Io non credo che la tecnica sia uno schiacciasassi, essa offre anche delle opportunità, anche se spesso non sono quelle descritte dalla pubblicità, ma devono essere scoperte o inventate da noi. Trovo che avvoltolarsi nel lamento non sia più creativo che aderire acriticamente ad ogni novità./----2)“Mi agito dunque sono”. L’agitarsi ha sostituito l’agire, i ritmi tachicardici delle macchine si sono sostituiti all’orologio biologico che ticchetta inascoltato in noi. Ecco un’altra delle ossessioni della vita moderna di cui si parla nel suo libro:la velocità. Questo demone che si è impossessato delle nostre vite ci fa dimenticare che “nei rapporti umani il momento più importante, la sosta, il lento costruirsi di un’intimità, il gioco e l’elaborazione del desiderio” non sono un’inutile perdita di tempo, ma ciò che rende umano il vivere. Si possono mettere in atto delle strategie per rallentare o siamo “condannati” ad una vita di corsa? R.-Spesso penso che la percezione acuta di questa deriva dipenda dalla circostanza che io ho vissuto a lungo un ritmo più lento e per questo sono in grado di stimare il peso di tale accelerazione. Chi è più giovane conosce solo questa modalità dell’esperienza e proprio per questo manca di qualsiasi capacità critica, vive questo mondo come l’unico possibile. Un mondo pieno di merci, di desideri e di tentazioni, in cui le battaglie collettive sembrano appartenere ad un lontano passato, proprio come i telefoni a muro e le topolino. Tutto al più oggetto di modernariato. Solo la sofferenza può portare a mettere in crisi questa forma dell’esperienza, solo lo scontrarsi con le delusioni delle promesse non mantenute, solo la ricostruzione di un nesso collettivo capace di collegare tante sofferenze individuali. Quando la lentezza diventerà un bisogno più diffuso e non solo un esercizio spirituale per le elites più colte e raffinate, solo allora qualcosa inizierà a cambiare in profondità. Noi non possiamo che provare a prepararla, a costruire strumenti che consentano di non perderne la memoria e il significato./----3)La tecnica è la coperta di Linus dell’uomo “modernizzato”, essa rassicura, ma di fronte al limite ultimo, improcastinabile, i nostri tentativi di esorcizzare con la potenza tecnologica l’angoscia della fragilità e finitudine rivelano la loro inadeguatezza. Come lei dice “un buon rapporto col limite ci renderebbe meno dipendenti dalla tecnologia, più lucidi e sereni, capaci di scoprire una nuova filigrana del sacro…dobbiamo abituarci a vivere con le ombre, invece di stordirci di luce per poi tremare all’idea del buio che ci aspetta dietro l’angolo”. Vuole dirci qualcosa in più? R.- Il momento del passaggio dalla vita alla morte è un punto decisivo per capire il cuore di una società. Io credo che esso possa essere affrontato in modo più sereno senza dover fare ricorso ai grandi racconti delle tradizioni religiose. Esiste una tradizione laica che si confronta con questo passaggio senza diventare preda dell’angoscia. Penso a Montaigne, ma anche a tutta la tradizione trasmessaci dalla cultura classica, da Epicuro a Seneca, a Marco Aurelio. Ma per mutare il nostro modo di morire occorre mutare anche il nostro modo di vivere. Se si vive tutta una vita rifiutando di accettare e convivere con la nostra finitezza è chiaro che arriveremo alla fine del tutto impreparati, terrorizzati dal grande passaggio. Ma non c’è solo questa strategia sapienziale. Foscolo ha dedicato un poemetto famoso alla celebrazione dei sepolcri. Chi si dedica alle grandi questioni muore un po’ di meno degli altri, sopravvive nel ricordo. Ma per morire di meno occorre credere ad alcune dimensioni collettive della vita, evitare di chiudersi nella celebrazione della propria individualità. Sento oggi tante esaltazioni della nostra singolarità ed irripetibilità. Io credo che l’uomo occupato sempre da se stesso e dalla propria singolarità sia l’uomo più noioso dell’universo. Perché mai qualcuno dovrebbe ricordarsi di lui dopo la sua morte? La paura ossessiva della morte è l’altra faccia di un mondo senza cause comuni. La nostra ossessione profilattica nei riguardi della vita porta a ripararci da essa, a viverla con il freno a mano. In “Casablanca” Humphrey Bogart fuma continuamente. Io credo che se egli fosse uno degli eroi del nostro salutismo non solo non fumerebbe più, ma non sarebbe neanche capace di rischiare alcunché, di compiere quel gesto finale di generosità che ha reso famoso quel film./----4)In questo periodo sono venuti alla luce episodi di bullismo nelle scuole italiane. Scene di violenza ai danni di coetanei ripresi con i videofonini e scaricati in rete. Le immagini rilanciate in tv e sulla stampa sono finite sotto gli occhi di tutti. Ci s’interroga sugli adolescenti, su quello che viene definito “disagio giovanile”; lo si fa sul serio o è solo l’ennesima ondata emotiva? Secondo lei quando i riflettori che in questo momento illuminano il fenomeno si sposteranno su altri accadimenti, altre “emergenze”, si spegnerà anche l’attenzione sui giovani o il dibattito continuerà? R.- Il problema dei giovani è troppo complesso per affrontarlo solo dal lato del bullismo. Certo, si tratta di un fenomeno preoccupante, che rivela un culto della rozzezza, un guappismo collettivo vile e spregevole. Io credo che vada represso con durezza e senza troppe esitazioni. Cercherei di mettere a fuoco delle sanzioni intelligenti, e quando dico intelligenti non voglio dire, come spesso si intende da noi, più morbide, ma più efficaci. Se il guappo mira ad affermare il proprio potere dovrà essere punito imponendogli di piegarsi pubblicamente e ripetutamente all’interesse collettivo. Dovrà pulire la scuola che ha devastato, impegnarsi in servizi utili. L’attività di servizio agli altri e sotto gli occhi degli altri è l’unico rimedio esattamente simmetrico alla prevaricazione che ha praticato. Ma qui incontriamo un problema che non è soltanto giovanile. Una volta c’era il servizio militare, che era il modo in cui l’interesse collettivo entrava nella vita di tutti i giovani. Certo, quella forma di presenza dell’interesse comune era pericolosamente consegnata alle armi e alla guerra. Per fortuna l’Europa, dopo due massacri mondiali, negli ultimi sessanta anni ha conosciuto un lungo periodo di pace. Ma la marginalizzazione del servizio militare non deve coincidere con la marginalizzaione dell’interesse collettivo. Io ho sempre creduto nell’idea di un servizio civile nazionale, comune a uomini e donne, capace di impegnarli in opere di utilità collettiva. Perché questa forma di esperienza deve cedere spazio ad un idea della vita come avventura esclusivamente individuale? Poi non ci si può lamentare se si scopre che i nostri giovani non hanno alcuna idea forte di bene comune. Infine credo che la nostra società, e vorrei dire soprattutto la nostra generazione abbia scaricato il costo delle proprie conquiste e delle proprie garanzie sulle generazioni successive. Nella maggior parte delle strutture pubbliche c’è da un lato una fascia generazionale tra i cinquanta e i sessanta anni garantita stabilmente, di cui solo una parte lavora seriamente, e dall’altro un esercito di giovani precari, che lavorano molto, ma vengono tenuti fuori del sistema delle garanzie. Credo che i giovani possano essere “riacchiappati” solo se le generazioni precedenti saranno capaci di togliere gli orpelli retorici al loro egoismo. Se c’è un diritto alla lentezza, esso va ripartito equamente tra le generazioni./----5)Altra scena, altra “emergenza”:le morti in passerella. Si mettono in discussione i modelli di riferimento per teen-agers. Era necessaria la morte di due modelle, a breve distanza l’una dall’altra, per sollevare la discussione sui messaggi distorti della bellezza che provengono dal fashion-system? Il malessere psicologico indossa la maschera di anoressia e bulimia, anche la psiche ha i suoi travestimenti. Certo non sono le spigolose modelle-larva che scivolano pallide e smunte sulle passerelle(o appaiono sulle riviste patinate) a generare i disturbi alimentari in stuoli di ragazze che invece di fiorire sfioriscono, ma anche la moda ha le sue responsabilità. E’ allarme sociale, si discute di questo fenomeno, si approntano strategie per fermare il numero di vittime che stando alle statistiche aumenta, ma anche qui, ci s’interroga davvero soffermando il pensiero, o questo interesse è solo momentaneo? R.-Sinceramente non riesco ad allarmarmi oltre una certa misura per il problema dell’anoressia in quanto tale. Non voglio negare il fenomeno, ma mi sembra secondario rispetto ad altre e più pervasive forme di condizionamento, come la spettacolarizzazione del corpo femminile come oggetto del desiderio maschile. Ho sentito molte rimostranze sul burka, ma non ritengo che una cubista abbia guadagnato un’autonomia dallo sguardo maschile molto maggiore. Oppure vedo il corpo divenire sempre più un progetto, il risultato di interventi tesi a modificarlo e ad adattarlo ai nostri sogni e alle nostre aspirazioni. In questa scomparsa del limite e della rassegnazione io vedo la premessa della disperazione del futuro, quella che pensa di togliere la nostra angoscia a colpi di interventi estetici, di diete feroci e altre ordinarie torture, quell’atteggiamento che, per dirlo con una battuta famosa, ci costringe a vivere come malati per morire sani. La realizzazione dei nostri sogni può essere pericolosa: io preferisco rinunziare a realizzare qualcosa dei miei sogni piuttosto che vivere senza la loro compagnia. /----6)Lei, verso la fine del libro suggerisce delle “terapie” per guadagnare, all’interno della nostra affollata e frettolosa quotidianità, delle “zone liberate”, arrivando ad auspicare un contagioso “virus della passeggiata” per tornare a godere di quell’“arte povera, un far niente pieno di cose, il piacere di scrivere una pagina bianca, una risacca dolce della nostra vita minima”. E aggiunge:“una società che non passeggia più e va solo di corsa, una società che ha abolito le domeniche e le notti, in cui i marciapiedi scompaiono e tutto diventa negozio, è una società senza pori, dove anche il tempo libero è un investimento quotato in borsa”. Crede sia possibile che attraverso questi “gesti di resistenza quotidiana” l’anima possa tornare a respirare senza affanno? R.- Io credo che occorra tenere insieme tutte le strade. Quella delle pratiche individuali, delle piccole terapie, ma anche quella della ricerca di soluzioni collettive. Un mondo nel quale i beni pubblici sono forti e diffusi è un mondo nel quale la competizione è meno pervasiva e pesante, e quindi è un mondo meno affrettato e meno ossessionato dal primato dell’affermazione individuale. Quindi tante buone pratiche, ma senza nessuna illusione che essa bastino da sole. Ultimamente vedo molta letteratura sulla lentezza, che pensa che tutto possa esaurirsi in una sorta di degustazione del tempo. Va bene, ma fino ad un certo punto, occorrono anche l’impegno e la passione civile, senza i quali questo rallentamento corre il rischio di essere il lusso dei pochi che possono permetterselo, in quanto protetti da garanzie che ad altri sono negate. E quindi la lentezza come diritto di tutti, come un bene prezioso, da distribuire equamente tra le classi e le generazioni./----“Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre; è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco”. Concludiamo con questa frase di Jorge Luis Borges il piacevole incontro con il professor Cassano, ringraziandolo per il tempo che ci ha dedicato.
    Intervista ad uno scrittore di fantascienza

     

    Oggi incontriamo lo scrittore Vittorio Catani che a Fiuggi, nel 2005, ha vinto il “Premio Italia per la fantascienza” nella categoria “Miglior raccolta di racconti pubblicata nel 2004”. Con lui visiteremo scenari futuri, insieme viaggeremo esplorando gli orizzonti dei mondi possibili./ 1) La prima domanda che rivolgo all’autore è: come e quando è nata la sua passione per la “sf” (“science fiction”)? R. - E’ una passione nata prestissimo. Eravamo negli anni ’40, io avevo 7 o 8 anni e il periodico “Topolino” usciva ancora in un formato tabloid. Sull’ultima pagina (a colori) per un certo tempo “Topolino” pubblicò un fumetto a puntate intitolato “Satana dell’Universo”. Era una storia di vera e propria fantascienza (anche se io non lo sapevo, e il termine “fantascienza” ancora non era stato coniato), e mi appassionò moltissimo, anzi mi inquietò moltissimo: sulla Terra arrivavano da Marte dischi volanti con Marziani dalla pelle verde e gli orecchi a punta, e non si capiva cosa volessero; poi c’era una specie di scienziato pazzo che decideva di scaraventare il pianeta Marte contro la Terra… Roba ingenua, ma insolita per quei tempi e che mi rimase molto impressa. Alcuni anni dopo (1952) uscì in Italia la prima collana periodica di fantascienza, “I Romanzi di Urania” (oggi “Urania”), che Mondadori volle lanciare sulla falsariga dei già collaudatissimi “gialli” Mondadori, facendo conoscere una “nuova” narrativa che negli Usa aveva già autori di rilievo (a partire da Asimov a Clarke a Heinlein) e milioni di lettori. Per me, quegli “Urania” furono una autentica rivelazione, anche se oggi – a una rilettura – li ritroverei senz’altro ingenui e datati. Devo anche dire che mio padre, pur restando all’oscuro di tutto ciò, contribuì molto a farmi nascere un senso di grande curiosità per i misteri dell’universo. Ricordo – era immediato dopoguerra – che noi abitavamo a Francavilla Fontana, un paesino pugliese con quattro case e tanta campagna. La sera, con mio padre, a volte camminavo per i campi e lui mi additava le stelle (che senza l’inquinamento attuale si vedevano benissimo) e mi manifestava la sua stessa meraviglia per corpi celesti lontanissimi e immensi, che forse (diceva) potevano essere abitati; mi mostrava la scia biancastra della Via Lattea e mi rivelava che erano decine di miliardi di soli, anche più grandi del nostro, aggiungendo che chissà, forse un giorno lontanissimo l’uomo sarebbe stato capace di giungere fin lassù. Tutto questo mi affascinava e incuriosiva enormemente, tanto che per anni sognai di diventare astronomo, per scoprire tutti i misteri dell’universo…/ 2) Eugenio Finardi cantava: "Extraterrestre portami via / voglio una stella che sia tutta mia / extraterrestre vienimi a cercare / voglio un pianeta su cui ricominciare”. Il sogno dell’alieno che ci porta lontano dalle ambasce terrestri sembra accomunare molte persone, sarà per questo che il desiderio d’incontrare ET non può morire? Ma la fantascienza non è solo omini verdi e astronavi. “Vengo solo se parlate di Ufi” è il titolo di una raccolta di saggi sulla fantascienza scritti da Catani, e il titolo nasce dalla citazione di una buffa frase pronunciata da una dei tanti ufofili che lei incontra nelle conferenze sul tema. Forse c’è un po’ di confusione sulla science fiction, vuole chiarire di cosa parliamo quando parliamo di fantascienza? R. - Qui la risposta è semplice: ufologia e fantascienza sono due cose diversissime. La prima è una “disciplina” che ha per scopo di verificare l’esistenza o meno degli Ufo, di raccogliere testimonianze eventuali, vagliarne la verosimiglianza, eccetera. La seconda (la fantascienza) è un “genere narrativo” (cioè una letteratura fantastica) che si occupa di produrre storie (totalmente inventate) basate però su dati scientifici plausibili, immaginando quali potrebbero esserne i futuri sviluppi, o quale sarebbe l’impatto sull’uomo e sulla società di nuove scoperte tecnologiche, e così via. Naturalmente, un racconto di fantascienza potrebbe anche essere basato su un incontro ravvicinato con gli Ufo: ma resteremmo sempre nel campo di una narrazione di pura invenzione fantastica. Molto differente, quindi, da una indagine reale sull’esistenza o meno degli Ufo. Gli scrittori di fantascienza sanno che, da decenni, molte persone “non addette ai lavori” assimilano fra loro ufologia e fantascienza. Ciò in realtà crea una grande confusione. Gli Ufo sono un fenomeno (forse reale) da verificare; la fantascienza è storie, racconti, romanzi, né più né meno come lo sono “I Promessi Sposi” di Manzoni o “I tre moschettieri” di Dumas…/ 3) “L’autore di fantascienza è un ecologo, almeno in pectore (…) La sf ha inventato l’ecologia prima che il termine fosse coniato”: è una sua riflessione interessante, mi piacerebbe approfondire il suo pensiero. Il filosofo Jonas dice: “Una colpa comune ci lega, un interesse comune ci unisce, un destino comune ci attende, una responsabilità ci chiama (…)Una volta era la religione a dirci che eravamo tutti peccatori a causa del peccato di origine. Oggi è l’ecologia del nostro pianeta che ci accusa di essere tutti peccatori a causa dell’eccessivo sfruttamento dell’ingegno umano”. Abbiamo spadroneggiato sul nostro pianeta e ora l’umanità tutta rischia la vita. Dobbiamo avere a cuore il destino di Madre Natura, la nostra “Casa”, il suo destino è il nostro. Cosa ne pensa? R. - Dunque: anzitutto devo correggermi: non è vero (ho scoperto più recentemente) che la fantascienza ha inventato l’ecologia prima che il termine fosse coniato. Il termine “ecologia” fu inventato nel lontano 1866 da Ernst Haeckel, anche se solo da qualche decennio questa materia ha ottenuto uno statuto di vera “scienza” . E’ vero invece che la fantascienza è stata probabilmente tra i primi generi narrativi a far proprie tematiche ecologiche. Tanto per dirne una: nel 1897 uscì il romanzo di Herbert George Wells “La guerra dei mondi”, famoso ancora oggi. I Marziani, molto più evoluti tecnologicamente di noi, venivano sulla Terra con armi imbattibili per distruggerci e conquistare un pianeta (la Terra) ancora ricco di acque, fertile, abbandonando Marte, mondo ormai desertico e morente. Senonché, i Marziani soccombevano tutti “spontaneamente”: come mai? Essi venivano sconfitti dalle creature più piccole che esistono: i virus. Essi non avevano anticorpi contro i virus terrestri, e venivano tutti uccisi, fino all’ultimo esemplare, dal… raffreddore! Questa era ecologia bella e buona… (si noti che, ai tempi di Wells, ancora i virus ancora non erano stati scoperti e quindi la sua trovata finale nel romanzo rappresentava un’autentica novità, in grado di stupire il lettore). Oggi molta fantascienza prende a cuore temi ecologici. D’altronde se si vuole descrivere un futuro plausibile non si può ignorare l’odierna presenza di un crescente degrado ambientale./ 4) “Second life” è una realtà parallela (in Internet), dove vivono e interagiscono “avatar”, alter ego virtuali (recentemente alcuni cantanti hanno tenuto un loro concerto all’interno di questo “doppio”, nel web). Tante ore passate davanti a uno schermo in una dimensione “altra”. Quando in futuro esisteranno prolungamenti che ci permetteranno di connettere anche i sensi al computer, cosa ne sarà del nostro caro vecchio corpo? R. - Domanda da centomila euro! In realtà l’autore di fantascienza non ha la sfera di cristallo, né vuole assumersi il ruolo (che non gli compete) dell’indovino… Tuttavia è possibile azzardare qualche previsione (che magari verrà puntualmente smentita!). Se le cose proseguiranno sull’attuale binario, è verosimile immaginare (la fantascienza è pura fantasia) che il corpo umano venga sempre più coinvolto nell’universo virtuale. Un’ipotesi estrema può essere la seguente: l’uomo sarà un corpo la cui mente resterà proiettata 24 ore su 24 (o quasi) in universi virtuali, di sogno. Ci sono molti racconti e romanzi su questo tema; tema anzi talmente sfruttato che ormai è caduto un po’ in disuso. Difficile trovare ancor oggi una storia di fantascienza su una simile visione della realtà virtuale. E tuttavia, il fenomeno è alle porte. Personalmente penso che le parti si invertiranno: sarà il virtuale a fare irruzione nel mondo reale. Ciò accade già. Quando da Boston un celebre chirurgo italiano opera al cuore un paziente ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano, l’intervento è possibile perché è stato costruito un robot-chirurgo estremamente manovrabile e millimetricamente preciso. Colui che manovra il robot (il chirurgo umano) lo fa in base a immagini che gli appaiono su uno schermo e che mostrano l’interno del cuore da operare: un’immagine appunto virtuale, che presenta l’organo in tutte le sue sfaccettature, i suoi punti deboli, le zone sulle quali intervenire. In questo caso, il virtuale “irrompe” nella realtà e la potenzia, è d’aiuto all’uomo. E’ questo genere di “virtualità” che, credo, risulterà vincente. Altro esempio: usi occhiali speciali, e guardando una cattedrale vedi scorrere davanti agli occhi, come su uno schermo immaginario, tutti i dati architettonici, storici, artistici, che riguardano l’edificio… E così via./ 5) Con le nuove frontiere dell’ingegneria genetica, le biotecnologie, davvero ci stiamo avviando alla creazione di cyborg? Una creatura ibrida, un uomo-macchina? Le nuove scoperte scientifiche e le ricadute tecnologiche forniscono tanti spunti creativi ad un narratore di fantascienza. Quali mondi si possono immaginare, abitati da quali creature? R. - Anche questa è una domanda che richiederebbe pagine per una risposta. Abbreviando, dirò che il cyborg c’è già: per esempio, il nostro nonno che ha nel cuore una valvola artificiale. Il cyborg sta nascendo soprattutto in ambito di protesi, insomma in ospedale. Chi di noi non ha un dente finto, un’articolazione di titanio, e così via? Sotto questo aspetto, ben venga il cyborg. E’ probabile che prima o poi si trapiantino anche fasci nervosi artificiali, organi interamente artificiali, eccetera. Le protesi, che dapprima aiutavano l’uomo nel suo lavoro (per esempio l’aratro) si sono talmente evolute che ritornano da dov’erano partite: tornano all’uomo, gli entrano nelle carni. Probabile che l’organismo ne verrà potenziato. Forse avremo occhi che vedranno anche l’infrarosso e l’ultravioletto, orecchi che ascolteranno suoni al di là delle nostre attuali percezioni uditive, muscoli che ci faranno correre come leopardi, cervelli potenziati da chip elettronici (ci sono già esperimenti in corso) grazie ai quali con il solo “voler fare” una cosa, quella cosa si realizzerà. Grazie a sensori speciali, spegneremo le luci di casa semplicemente pensando di volerle spegnere; e così alzeremo la serranda del garage, guideremo l’auto. Tutto meraviglioso, bellissimo. A una sola cosa la fantascienza non può rispondere: cioè se tutto questo renderà l’uomo più felice./ 6) Ho visto il film di fantascienza, “The Island”, mi ha colpito perché anche lì “il sogno” era un’isola simile a quelle tropicali che sogniamo noi. Dopo la visione di quella pellicola inquietante ho acceso il computer e in un banner pubblicitario ecco che appare un’isola di sogno: palme, mare cristallino, sabbia bianca e finissima, l’Eden incontaminato verso il quale prendere il volo per assaggiare la felicità. Anche loro, i cloni, sognavano di partire verso un’isola, attendevano di essere sorteggiati e di veder cambiata la loro vita. Si accontentavano di sognare la “terra promessa” e questo rendeva le loro giornate ripetitive e prevedibili, sopportabili. Tutti uguali, ma non c’era posto per i sentimenti, l’“incidente” del contatto doveva essere evitato, niente amore, emozioni…il pathos è sempre sovversivo. Quanta distanza tra “loro” e noi? Una critica della nostra società mascherata con il velo del racconto fantastico? Lei sottolinea nei suoi libri lo sguardo critico che la fantascienza ha nei confronti del reale: può dirci di più? R. - Il terrore che la tecnologia porti a un pauroso livellamento di gusti, di sentimenti, di pensieri, o addirittura ci desensibilizzi è un tema caro alla fantascienza, e ricorre da sempre in moltissime opere. Questo tema – oggi soprattutto – è di estrema attualità. Noi siamo molto condizionati dai mass media, al punto che ormai non ce ne accorgiamo più. Secondo me (e secondo molti), dovremmo trovare la forza di “risvegliarci”, usando proprio le stesse armi di chi vorrebbe rinchiuderci in un recinto di totale omologazione. Queste armi sono: avere coscienza dei nostri diritti, farli valere, e soprattutto appropriarci di quelle stesse tecnologie (soprattutto delle telecomunicazioni in genere) che permettono a chi ha le chiavi in mano di dettare legge. Internet, per esempio, è stata per anni la culla della libera contro-informazione. Quante cose, tuttora, conosciamo grazie e Internet, dal momento che stampa e tv ne tacciono? Forse non sappiamo il valore di un territorio virtuale, quello del web, su quale ancora ci sono spazi di maggiore libertà, che però si vanno sempre più restringendo grazie a leggi punitive d’ogni genere, emanate sotto il pretesto della “sicurezza” o del “diritto d’autore” (quello che privilegia soprattutto le grandi produzioni), eccetera. Quanto al film che lei cita: certo, il pathos è sempre sovversivo. Ma il pathos non basta, da solo. Occorrerebbe la ferrea consapevolezza di voler contrastare leggi, paletti, imposizioni, soprusi, che vogliono ridurre tutto a mercato da una parte e ad acquiescenti inconsapevoli consumatori dall’altra parte. Come vede siamo un po’ usciti dai binari della fantascienza… Ma non direi tanto. Molta fantascienza, da decenni, si occupa proprio di questi argomenti, non solo di Marziani, Ufo, guerre spaziali e raggi laser./ 7) Ho notato che in molte storie di fantascienza c’è un denominatore comune: la rivolta. Stati totalitari, repressivi spingono all’omologazione e al conformismo schiacciando ogni individualità. Ed ecco…la ribellione, di gruppo o singola. Da film come “L’invasione degli ultracorpi” a “Metropolis”, da “Gattaca” (dove il figlio non geneticamente perfetto – “non valido” - si ribella ad un destino deciso dal suo dna errato) a “1984”, da “Fahrenheit 451” a “Minority report”. C’è sempre un potere occulto che “schiavizza” gli uomini privandoli della libertà, che impedisce loro di pensare, ricordare, amare. Tutto questo non ricorrendo alla forza fisica, manifesta, ma attraverso la manipolazione delle coscienze, l’uso della paura. Al di là delle differenze a me sembra che l’idea di ribellione sia il filo rosso che lega tutti questi racconti. Cosa ne pensa? R. - In realtà buona parte della mia risposta è in coda alla sua domanda precedente. Ma non per questo il tema è esaurito, tutt’altro. Alcuni hanno accusato la fantascienza di essere una letteratura pessimista; di descrivere sempre situazioni angosciose o di presentare storie con un finale che non sia un “lieto fine”. Io dico che se c’è una narrativa (l’unica!) che sta sopravvivendo da circa un secolo pur avendo quasi sistematicamente abolito lo “happy end”, qualche briciolo di verità in questa narrativa deve pur esserci. Non credo al lettore masochista, al lettore cioè che legge per il piacere di… star male. In realtà la fantascienza ha il coraggio di presentare le cose come sono, e il finale solitamente pessimista non vuole essere una “previsione”, ma solo un modo di allertare i lettori, di dire: “Ecco, vedete? Se continuiamo per questa strada, potremmo andare a finire in questo modo”. Se consideriamo tale punto di vista, dobbiamo convenire che anzi la fantascienza vorrebbe che la situazione mutasse, essa insomma esprime “fiducia” in un cambiamento in meglio. Contrariamente a quanto si potrebbe dire giudicando in superficie, la fantascienza quindi – a dispetto dei suoi scenari catastrofici – è una narrativa “ottimista”. Una grande autore degli anni ’50 ormai deceduto, Clifford D. Simak, diede questa bellissima definizione della fantascienza: “La narrativa della speranza”./ 8) “Accadde…domani”, un’antologia di suoi racconti, un titolo che sembra un ossimoro: un tempo passato per descrivere domani possibili. L’uomo cerca da sempre di costruire una macchina del tempo, il presente ci sta stretto, abbiamo bisogno di superare i limiti spazio-temporali spostando le lancette in avanti e indietro. Con l’immaginazione ci siamo proiettati nell’epoca dei dinosauri o verso ere future. Può disegnare per noi con la sua fantasia qualche visione su ciò che potrebbe avvenire? R. - Considerando l’egoismo umano, gli immani capitali attualmente in azione, gli sforzi mascherati per continuare a tenere divisa l’umanità in ricchi e poveri (a dispetto dei proclami e delle ambigue buone intenzioni), il menefreghismo nei confronti delle ricchezze naturali non rinnovabili eccetera, dovrei dire che le visioni del futuro non appaiono edificanti. Non “possono” esserlo. Ma l’uomo ha ancora delle risorse interiori. Almeno lo spero. Il problema è che non mancheranno nuovi spargimenti di sangue. Non è vero che la Storia ci è maestra, o che la Storia non si ripete. Il passato ce lo dimostra cento volte. Non è vera la frase “mai più”, riferita a torture e campi di sterminio. Dopo aver scritto fantascienza (e quindi di futuri probabili, o almeno verosimili) per 45 anni, giungo alla conclusione che non mi sento in grado di prevedere – oggi - un roseo futuro. Anzi, non prevedo neanche un Futuro. Al più, un “futuretto” di pura sopravvivenza, di modesto cabotaggio. Su cui comunque si può ancora scrivere tanta fantascienza. Mi consola pensare che indovini (e a maggior ragione autori di fantascienza, che indovini non sono) hanno sempre sbagliato! Arthur C. Clarke, altro Maestro nel settore (autore della storia da cui fu tratto il film “2001: Odissea nello spazio”) ha giustamente scritto: “Come al solito, il futuro non si presenterà come l’avevamo immaginato: sarà, inevitabilmente, molto più complesso.” E la complessità, lo sappiamo, può offrire molte alternative… Quali non so, ma l’importante è che ce ne siano!/ “Dicono che ogni atomo del nostro corpo una volta apparteneva ad una stella…forse non sto partendo, forse sto tornando a casa”. Questa è la frase finale pronunciata dal protagonista di “Gattaca”. Una frase che mi ha emozionato. Lei proprio all’inizio di questa intervista ha raccontato che la sua avventura come scrittore di fantascienza, la sua passione, nacque guardando le stelle. L’etimologia del verbo “desiderare” dal latino “de”(senza)-“sidera”(stelle) indica questa mancanza; questo tendere verso l’infinito accomunerà sempre gli uomini fino a che avranno desideri. Si conclude qui l’intervista al nostro ospite, ringrazio Vittorio Catani per averci regalato le sue riflessioni sul futuro prossimo e auguro a lui e a tutti noi di trovare la nostra “buona stella”. - Grazie a lei, e grazie al Lettore che ha voluto seguirci.
    Intervista ad un capo-animatore

     

    Vacanze sempre più spesso vuol dire villaggio turistico. In un villaggio nella stagione estiva arrivano tante persone diverse, ognuno con la sua storia, con i suoi problemi, ma li accomuna il desiderio di evadere dalla "grigia" quotidianità. La vita, in queste oasi in cui si sogna di staccare la spina dal “logorio della vita moderna” per regalarsi finalmente un po’ di relax e divertimento, è scandita in modo da rendere vivace la giornata, la noia è messa al bando. La carta vincente sono gli animatori, questi distributori di buonumore offrono brio, leggerezza, giochi scacciapensieri, non sembrano mai stanchi, sono pronti a dispensare sorrisi e vitalità, hanno l'argento vivo addosso. La loro “missione” è rianimare negli ospiti del villaggio quello spirito giocoso che troppo spesso viene sacrificato durante i lunghi mesi dedicati al lavoro nei quali ognuno di noi vive immerso in un ruolo. La dimensione adolescenziale acquattata in un angolo è pronta a saltar fuori non appena si allenta la necessità di tener tutto sotto controllo e così ci si ritrova a saltare, ballare, cantare con naturalezza al ritmo di musica. Renato Zero nella sua canzone “Mi vendo” cantava: “Mi vendo, La grinta che non hai! In cambio del tuo inferno, Ti do due ali, sai! Mi vendo, Un’altra identità! Ti do quello che il mondo… Distratto non ti da!” E in fondo gli animatori cosa fanno? Ci danno due ali per volare con la fantasia. Così ho pensato d’intervistare un capo-animatore incontrato in un villaggio turistico della Lucania:Andrea Cuccu. Ciao Andrea, se ti dico animazione tu a cosa pensi? Penso ad un lavoro appassionante in cui devi mettere tutto te stesso, un lavoro a tempo pieno, in cui sei coinvolto 24 h. su 24. Se si sceglie di lavorare per un tour operator importante tipo Bravo club, Ventaglio, Valtour non ci si può improvvisare, è richiesta professionalità. Io faccio l'animatore da nove anni./ Come è cominciata la tua avventura? Per caso. Mio padre conoscendo la mia passione per i viaggi mi ha iscritto, a mia insaputa, alle selezioni per uno stage. E' stato quello il momento della svolta:Egitto, Zanzibar, Honduras, Tunisia, Grecia, da allora non mi sono più fermato./ Tuo padre quindi non solo ha intuìto il tuo desiderio di viaggiare, ma anche la tua voglia di conoscere gente, è stato una specie di "talent scout" per te? Sì, è vero, ci sono portato. Tanti ragazzi cominciano e poi mollano subito, pensano che fare l'animatore sia un gioco, un passatempo divertente, non è così, è un errore credere che non richieda fatica, è un mestiere che richiede impegno. Bisogna mettersi in gioco, convivere con gli altri./ Qual è l'aspetto più affascinante? Il trasmettere emozioni innanzitutto e poi il continuo contatto con le persone./ Quale dote, secondo te, bisogna avere? Una certa sensibilità nel percepire i diversi caratteri, le diverse personalità di chi hai di fronte./ Cosa hai acquistato in questi nove anni? Nel dialogo con gli altri cresci umanamente./ Cosa hai perso? Perdi le amicizie dell'infanzia e dell'adolescenza, i nuovi amici sono i colleghi di lavoro e le persone con le quali condividi il periodo di vacanza./ Questo lavoro ti permette di "giocare" con tante maschere, quando poi le lasci dietro le quinte degli spettacoli qual è il vero volto di Andrea, i suoi interessi? Non indosso maschere, sono sempre me stesso. Il mio lavoro è la mia vita, mi ci tuffo a capofitto./ Ma dove trovi la carica, l'energia? La passione è la benzina, penso sia l'entusiasmo ad animarmi./ Ti fermi ogni tanto? Tra un po' ci sarà una pausa di una ventina di giorni, ma io non stacco mai, mi riposo cercando nuovi stimoli. Ci sarà un incontro con i capi-animatori di tutti i villaggi Bravo, confronteremo le diverse esperienze e si progetterà la nuova stagione./ Potremmo dire che sarà un periodo di ozio creativo, una sosta in cui vengono "incubate" le nuove idee? Sì, è così, mi preparo e studio il luogo in cui andrò tra qualche mese./ Conservi qualche immagine? Un luogo, un volto? Non mi piace fare fotografie, conservo ogni momento nella mente...tutti gli attimi li porto con me./ E infine l'ultima domanda. E' un lavoro che può durare tutta la vita? Con certezza risponde:Sì, si può vivere la propria passione giorno dopo giorno senza pensare che possa finire, io credo che non finirà./ La stagione qui in Lucania è agli sgoccioli, dopo la pausa chissà dove volerà Andrea, sicuramente avrà ripreso a viaggiare inseguendo l'estate...il sole.p.s.(una sua foto è qui:http://www.speakers.diablogando.it/main.php?blogid=26)
    Pianeta giovani:intervista

     

    Nella principale strada di Bari, via Sparano, non solo shopping e passeggio. [Il fenomeno degli adolescenti che si riuniscono agli angoli del centro della città non può essere ignorato. Come se si potessero ignorare dei giovani che s’impongono con il loro chiasso e i loro colori. Eppure, alla mia domanda se qualcuno fosse mai andato da loro per conoscerli un po’ più da vicino, per capire come vivono, per avvicinarsi alle loro esperienze, smettendola di parlarne ripetendo luoghi comuni, hanno detto di no.] -Tra griffe e vetrine cerchiamo amici sinceri- Sono le 12.30. Elena, Margie e Francesca le incontro sedute su una fioriera, di fronte ad una libreria, minimo comune denominatore un enorme gelato che divorano chiacchierando tra loro. Mi avvicino:posso farvi un’intervista? Si scambiano un’occhiata stupita e Francesca chiede di che si tratta:“Vorrei conoscere più da vicino i giovani che si fermano nel centro della città. Da quando siete affezionate “centriste?”. In coro rispondono: “Da due ,tre anni,da quando cioè abbiamo varcato la soglia del Liceo”. Margie vuol dire la sua: “Per me all’inizio è stato molto bello, ho conosciuto tanti miei coetanei, ragazzi e ragazzi con i quali si stava in allegria anche due o tre ore al giorno ma poi, a mie spese, ho capito che era troppo chiamarli amici. Interviene Elena :“Si ha l’illusione di conoscersi tutti, ma in realtà nessuno conosce l’altro. A volte capita di salutarsi affettuosamente: ciao bellissima, come stai?- dice improvvisando una divertente scenetta con baci e abbracci gonfiati. Ridiamo insieme e lei continua : “Ma sai che spesso ci si ritrova a chiedersi il nome di quella persona perché non ti ricordi più chi è?”. Francesca annuisce con lo sguardo malinconico – “dopo, la domanda di rito è: che mi dici di bello? Scende il silenzio, ci si guarda e…andiamo a farci un giro – e il copione si ripete. Margie,jeans e maglietta rossa sorridendo dice:“il piacere di stare lì è nella maggioranza dei casi solo quello di farsi ammirare, di fare la passerella. Con i loro vestiti griffati dalla testa ai piedi, tutti “allampadati”, tutti uguali, uno lo stampo dell’altro, in divisa, con l’immancabile zainetto multicolore. Elena chiarisce:“Il prezzo per essere accettati nel gruppo è adeguarsi e quindi ci si contagia a vicenda. E’ negativo perché questi condizionamenti bloccano la spontaneità, bisogna stare attenti a quello che si dice, a come ci si muove, s’impara a chiudere a chiave i sentimenti e i pensieri personali, altrimenti si corre il rischio di vedere messe in piazza le proprie vicende. I tuoi problemi diventano argomento di conversazione e di “taglio feroce” come tra le comari di un piccolo paese. ABBIAMO BISOGNO DI NUOVI VALORI. Elena si passa una mano tra i capelli e dice.”E’ vero. Ci sentiamo compressi, c’è una voglia matta di esplodere, di spezzare questa monotonia, non si sa come reagire e a volte la noia prende il sopravvento. Abbiamo bisogno di credere in nuovi valori che non siano quelli effimeri che imperano oggi:il lusso, i soldi, tutto basato sull’apparenza, qualcosa che riempia veramente la vita e che le dia un senso. Un recupero dell’amicizia, della sincerità che ci faccia sentire più sereni e meno in balia delle onde”. Mentre ascolto le loro voci sono tentata di guardare le carte d’identità. Fotografare dunque l’immagine dei luoghi, dei negozi dove una parte della gioventù barese si raccoglie non è difficile. Al centro della città le vetrine lucide e preziose sono lì, immobili in attesa del clic; cogliere invece l’anima di chi vive, ride, soffre sotto quelle grandi insegne luminose è faticoso, si corre il rischio d’imbalsamare una volta per tutte le loro fisionomie proteiformi. Ma chi sono questi giovani? “Siamo tutti liceali”- risponde Mara,una simpatica sedicenne. All’uscita della scuola, ma soprattutto di sera, è tutto un brulicare di adolescenti. Questo mare di giovani è sempre in movimento: numericamente si allarga attraverso il meccanismo di “uno tira l’altro”. Dall’esterno può sembrare un unico blocco compatto, invece è formato da sottogruppi che continuamente interagiscono tra loro.......... POCO FUORI DAL CENTRO. Prima della riapertura della scuola i ragazzi si organizzano e, per raggranellare qualche euro, alcuni di loro s’improvvisano librai. Buttati un po’ di giornali per terra, a mo’ di bancarella si fanno in quattro per vendere la loro merce. Mi avvicino esitante ad uno di loro e gli chiedo se vuole rispondere ad alcune domande. Guardingo ma incuriosito dalla novità mi risponde di sì. Il mio registratore calamita lo sguardo degli altri che scherzosamente mi prendono in giro, una risata e il ghiaccio è rotto. “Sei mai stato intervistato?” “No”. “Frequenti i gruppi del centro?” Una tipa dai capelli ricci strappa la parola ad Antonio e…“ciao,sono Giovanna, ho sedici anni. Posso intervenire? Spara a zero sui “centristi” il centro è una grande…posso dire una parolaccia? cazzata! Ci sono tutti i figli di papà, montati, sembrano fatti con lo stampino, li detesto quei fighetti con i loro motori e i loro vestiti firmatissimi e solo per questo si sentono in diritto di guardare gli altri dall’alto in basso,ma chi si credono di essere? Andare in centro è una moda stupida perché non è detto che se uno va lì è migliore. Molti comunque lo fanno per spirito di emulazione”. Ad Antonio non va giù questa descrizione acida, troppo generalizzante: “E’ sbagliato parlare così, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, non tutti sono figli di papà o si credono dei padreterni. Per me il centro è un punto d’incontro, un luogo in cui ritrovarsi con gli amici per chiacchierare e stare insieme. E’ anche un’occasione per organizzare le serate”. -Ma quali sono i luoghi in cui si consuma la vostra febbre del sabato sera? “I soliti: pizzerie, gelaterie e pub. E poi le discoteche”. -Mi vuoi dire con un pizzico di autoironia i tic e le manie di voi giovani? “Sono tanti, posso fare un elenco in ordine alfabetico: ballare come replicanti, chiedere vestiti in prestito, pantaloni strappati, zaini sulle spalle, scorrerie nelle feste altrui. Oltre i tic e le manie ci sono anche i “tipi” che si ritrovano in tutte le comitive: quelli che si credono veramente unici e “tosti”, i ragazzi che seguono la moda come fosse un nuovo vangelo, che s’identificano con i personaggi famosi del calcio e che magari col pallone sono una frana,che vogliono a tutti i costi essere originali ma non ci riescono mai perché immediatamente vengono copiati. Il che li amareggia però sono pronti a mettersi a caccia di un nuovo look con cui stupire". Una fatica di Sisifo, penso io. Antonio continua:“ certo in queste cose ci siamo dentro tutti, chi più chi meno e non credo ci sia nulla di che vergognarsi, anzi, se prese con misura, senza scivolare nel fanatismo, sono anche divertenti. E poi siamo o non siamo noi che facciamo la moda?”. Ci guardiamo intorno, il mercatino si sta svuotando, guardo l’orologio, è già ora di pranzo; Antonio comincia a risistemare i libri nel borsone e mentre sta per andare via gli rivolgo un’ultimissima domanda: -Cos’è la felicità? Lui mi risponde:“Vedere felici gli altri intorno a te”.
    Dal Corriere.it-"Alla reception? I giapponesi ora ci mettono un robot"- di Francesco Orsenigo
    A vederli sembrano giocattoli di plastica inanimati. Almeno finché non si avvicinano e tentano di intavolare una conversazione. Già, perché appena percepiscono la vicinanza di qualcuno, i robot salutano e cominciano a parlare. In Giappone è la nuova tendenza: ingaggiare automi da piazzare al banco dellereception. C' è addirittura un' agenzia specializzata nell' affittare personale robotizzato. Si chiama PeopleStaff e per circa 50 mila yen al mese (350 euro) mette a disposizione i suoi «impiegati». Così può capitare di essere ricevuti in albergo o in un' azienda da Hello Kitty Robo, capace di riconoscere fino a dieci persone diverse e di interagire con loro. O da Sora, segretaria androide dotata di videocamera,microfono e scanner per i biglietti da visita. Oggi si tratta per lo più di automi che nelle fattezze sembranoappena usciti da un cartone animato, ma una nuova generazione è già pronta a rimpiazzarli: modelliumanizzati con pelle al silicone, che possono quasi essere scambiati per persone reali. Come laconturbante assistente in minigonna e stivali che ha fatto la sua comparsa all' ultimo World Expo di Aichi (foto a sinistra). E se è vero che il Giappone è la punta di diamante della nuova tendenza, anche i Paesioccidentali si danno da fare. Negli Usa la Carnegie Mellon University ha messo a punto una receptionist bionda e chiacchierona addetta alla ricezione nell' ateneo. Per la verità, il suo aspetto non è dei più attraenti: è un congegno a forma di tamburo a cui è collegato un video su cui compare un volto digitale.Ma Valerie (questo è il nome) rileva la presenza di persone, le accoglie, registra l' ingresso e fornisceinformazioni. Dobbiamo abituarci a condividere l' ufficio con gli automi, dunque? Gianmarco Veruggio,presidente della Scuola robotica di Genova, non ha dubbi: «Stiamo per assistere a un' invasione diproporzioni inimmaginabili. Secondo le previsioni del Meti, il ministero giapponese dell' Economia, nel2020 il fatturato della robotica sarà superiore a quello dell' industria automobilistica. Certo, in queste cifre sono comprese anche le applicazioni industriali, ma la vera rivoluzione sarà nei servizi». E che il tema sia attuale lo ha dimostrato anche il recente «Roboethics Atelier» di Genova: cinque giorni di dibattiti a cuihanno partecipato 30 scienziati di tutto il mondo. «Di qui al 2025 ci saranno robot perfettamente integrati negli ambienti in cui lavoriamo - prevede Bruno Siciliano, docente di automatica all' Università di Napoli e presidente della Società internazionale di robotica -. E se prima il robot doveva sostituire l' uomo neicompiti ripetitivi e pericolosi, ora diventa un "companion", un collega». Honda Motor, già «madre» del vecchio robot antropomorfo «Asimo», ne sta preparando una versione in grado di svolgere lavori d' ufficio, come smistare la posta e recapitarla ai destinatari, spingere un carrello, consegnare e ricevere plichi. Manon è solo in fabbrica o al banco della reception che i nuovi robot troveranno applicazione. «I lavori che presto saranno di loro pertinenza? Quelli - prevede Cecilia Laschi, ricercatrice alla Scuola superiore S.Anna di Pisa - per cui oggi è difficile trovare personale giovane e qualificato, come l' assistenza agli anziani o la fisioterapia». In Sicilia, intanto, i ricercatori dell' Università di Palermo hanno messo a punto una guida-automa che accompagna i visitatori nelle sale del museo archeologico di Agrigento. Il suo nome? «Cicerobot». (12/05/'06)
     

    Se bella vuoi apparire

     

    La bellezza? Una divinità crudele. Lo sanno bene gli artisti che per toccare i suoi vertici spesso hanno sfiorato gli abissi della follia. Inutile fare i nomi dei grandi musicisti, pittori, poeti che hanno perso il senno per inseguirla. In fondo anche il detto delle nostre nonne: “Se bella vuoi apparire un po’ devi soffrire” racconta della sofferenza legata al raggiungimento della perfezione estetica. Soprattutto le donne sono state immolate al suo altare. E oggi? Nello schermo televisivo c’è il sogno della bellezza, in questo parallelepipedo(di volta in volta osannato o demonizzato) che illumina di luce azzurrina ogni casa, ci sono canoni, gli standard a cui le donne devono aderire per sentirsi “belle”.Sembra quasi che nell’Iperuranio televisivo abiti la bellezza assoluta, con la B maiuscola, quella a cui tutti devono tendere per essere “esteticamente corretti”. S’ignorano i trucchi: le luci, i filtri che cancellano le imperfezioni. Contro il potere di suggestione delle immagini la ragione non può -quasi- nulla. E’ un “quasi” che vuol essere uno spiraglio d’ottimismo. Il corpo della donna per catturare l’attenzione,dallo sguardo dell’amato a quello della telecamera, ha dovuto piegarsi ai diversi diktat delle diverse epoche. Qualche secolo fa s’indossavano bustini che strizzando la vita toglievano il respiro, oggi in nome della moda i piedi di tante sono costretti a calzare quelle scarpe con la punta a becco di strega. Addirittura in America alcune per adattare il piede alla scarpa si fanno affusolare chirurgicamente le estremità. E i tacchi-trampoli? Potremmo dire ironicamente che sono tutti artifici per rendere lieve il cammino della donna. Ma la bellezza chiede questo alto tributo? E quelle modelle-larva che sembrano corteggiare l’anoressia, che sfilano in passerella, a quale immaginario “perverso” appartengono, c’è bellezza in quei visi emaciati,negli sguardi opachi? Eppure molte ragazzine rimangono affascinate e nell’inseguimento di quei corpi “stra-ordinari” alcune si perdono. Mi sono chiesta quale femminilità vogliano rappresentare, quale sensualità. Potremmo definirle immagini…ad orologeria, non penso possano da sole innescare la spirale drammatica dei disturbi alimentari, ma credo entrino nel nostro inconscio in silenzio e lì s'installino. Un adolescente sembra magari non reagire a quel condizionamento, ma in un momento di crisi, in un momento in cui si sente particolarmente vulnerabile e quindi con la propria identità in bilico, quelle immagini potrebbero riaffiorare alla coscienza e così il meccanismo micidiale deflagrando, suggerire comportamenti che all'apparenza garantiscono riconoscimenti e ammirazione. E chi apparentemente è adorato più delle mannequins-dee che “vivono” sulle riviste di moda o sulle passerelle? Oggi si portano dai chirurghi le icone del nostro tempo ma forse sta per compiersi un salto di qualità. Domani si porteranno le foto di bellezze costruite al computer. Le giovanissime vorranno avere le fattezze dell'eroina Lara Croft la cyber-fanciulla che ha frotte di fans sul web. Da qualche anno il mercato della cosmesi è stato rivoluzionato dalla tossina botulinica, il botox. Ecco, la giovinezza in fiale, basterà iniettarne qualche goccia per veder ringiovanire la pelle di 10 anni. Ma come agisce? Paralizzando i muscoli mimici, così non più "stressata" dal movimento muscolare la pelle apparirà più liscia, “stirata”. Mi domando: Che ne sarà delle emozioni che si leggono sul viso? Saremo come delle maschere di cera? I nostri sorrisi, sempre più tirati, perderanno lo splendore della spontaneità. Chissà come esprimeremo gli stati d'animo che si muovono in noi. Fantascienza? Mah! Per ora sappiamo tutti che è guerra dichiarata alla buccia d’arancia, alla pelle a materasso, alle rughe, è tutto un tagliare e cucire, rassodare, rimpolpare, ristrutturare, snellire…ciò che di certo perde peso è il portafoglio. Ma saranno felici le donne-icone? Non credo. L’immagine di Marylin Monroe ha divorato la donna Norma Jean Baker, avete mai letto le sue dolenti poesie? Disse di Hollywoood: “ è un posto in cui ti danno mille dollari per un bacio e cinquanta cents per la tua anima”. Fu un’anima inquieta prigioniera di un corpo di celluloide. Quanti altri miti finiscono devastati da alcool, droghe, quasi che la Bellezza chieda un tornaconto terribile, inesorabile:la vita stessa. Chi incarna un mito sembra bruciare nella fiamma alimentata dai nostri sogni, sogni di bellezza,giovinezza, felicità…d’immortalità.
    Buona fortuna
    Splendido sito! In avanti auguro buona fortuna! (http://valentino-rossi.275mb.com)
    Valentino Rossi 

    ...avanti tutta!:-) Grazie per gli auguri.
    amici
    Ciao Margherita, ho avuto dei flash del periodo in cui ho fatto il servizio militare. Anche la caserma é un luogo dove nascono delle forti amicizie. Ricordo diversi episodi in cui ho provato questo sentimento,soprattutto erano le difficoltà da affrontare ad unirci. Per esorcizzare la paura dei superiori ci divertivamo a fare le loro caricature,proprio come quando a scuola si imitano i professori accentuando difetti e manie. Quante risate! Poi terminata la leva ci siamo scambiati i numeri di telefono, e per qualche tempo con alcuni di loro sono rimasto in contatto,ma poi pian piano la vita ci ha ripreso ed ognuno ha continuato il suo viaggio. Ora leggendoti ho ripensato a quella esperienza e le sensazioni sono riemerse. Ho voluto scriverti questo mio breve amarcord.Ciao
    Fabio 

    Ciao Fabio, ti ringrazio per aver raccontato qui un tuo ricordo. Penso, e tu confermi con ciò che scrivi, che anche la vita in caserma(a parte le ombre di fenomeni come il nonnismo di cui ogni tanto abbiamo notizia purtroppo in cronaca) cementi delle belle amicizie. Tra commilitoni è facile socializzare nonostante si provenga da luoghi diversi d'Italia. Ne ho sentite anch'io di storie quando i miei amici tornavano a casa. Si creano profondi legami che poi, una volta esaurita l'esperienza insieme, si sciolgono. C'est la vie.
    Amicizie e luoghi condivisi.

     

    Quando finisce un’amicizia, così come quando finisce un amore, si soffre e con la ragione si cercano i perché di quel doloroso epilogo. Vi propongo alcune riflessioni ed esperienze personali. Secondo me nelle amicizie sono importanti i luoghi. Ho considerato che tante delle mie amicizie sono nate e sono sopravvissute finché si condividevano gli stessi spazi e le stesse esperienze. Le amicizie che si ricordano di più sono quelle scolastiche:quelle del liceo, per me, sono state le più durature. Quale era il collante di quelle amicizie? La scuola:i prof., le interrogazioni, i compiti, le ansie, i temi in classe, gli scherzi…tutto questo cementava i rapporti. Quando rivedo il film “Grease” mi vien sempre un po’ di nostalgia per l’adolescenza finita insieme alle illusioni che si sarebbe stati amici “per sempre”! Anche le comitive fanno capo ad un luogo, un angolo della nostra città in cui si mettono radici. E le amicizie che si fanno in vacanza? Anche quelle durano il tempo della vacanza anche se quando arriva il momento del saluto ci si scambia l’indirizzo o il numero di telefono, forse per rendere l’addio meno drastico e definitivo, per lasciare accesa, almeno nel nostro cuore, la speranza di risentirsi…ben sapendo che non ci si sentirà più. Anche i forum o le chat pur essendo luoghi virtuali sono punti d’incontro, si formano comitive virtuali e le dinamiche possono essere, pur con le differenze dovute alla virtualità, simili a quelle reali. Ma anche nei forum e nelle chat i rapporti si evolvono, si creano simpatie, antipatie, si formano gruppi e gruppetti, si vivono infatuazioni virtuali, si corteggia, si vivono tante emozioni ma soprattutto si condivide un luogo. Poi come tutte le cose di questo mondo anche le amicizie virtuali nascono, crescono, raggiungono un acme e poi si spengono. Certo che quando ciò che credevamo eterno mostra la sua finitezza si rimane male, ma io credo sia nel destino umano che tutti i sentimenti abbiano una scadenza. O magari non “scadono”, cambiano e nel cambiare non ci si riconosce più come compagni che condividono una medesima strada. Certamente, e me lo auguro, ci saranno eccezioni a questa regola. E voi, speakerini, che ne pensate? Quali storie avete vissuto? Ciao:-)
    Su "Arrivano i mutanti"
    Ciao Margherita, sono cose dissimili: il progresso della medicina seria e quello della chirurgia al servizio della fatuità. Una gastroscopia tradizionale è cosa dolorosa, perlomeno molto fastidiosa per il paziente. Ho letto che è in fase di sperimentazione finale una minutissima telecamera a forma di “pillola”, munita di trasmittente. Il paziente la deglutisce e la microcamera trasmette a regolari intervalli di tempo immagini del suo passaggio attraverso l’apparato digerente, dal cavo orale fino allo sfintere. Mi sembra una buona invenzione. Tutt’altra cosa è la scienza al servizio della vanità, della moda. Alla televisione vedo sempre più annunciatrici, più starlet e più sciantose con le labbra tutte enfiate, come avessero baciato le ortiche. Se una cosa è di moda, tutti (o quasi) vi si assoggettano, dimenticando che non appena qualcosa diventa di moda ha già finito di essere di moda! Ognuno vuole essere individualista e contribuisce così all’individualismo di massa. La fatuità sta soppiantando il raziocinio. Per citare Friedrich Nietzsche: “La misura della vanità di ognuno è pari alla sua deficienza d’intelletto”. Non parliamo poi di estetica perché è un’entità indefinibile. Secoli fa le donne cinesi si annerivano i denti, oggi sarebbe una schifezza. Fra un secolo i labbroni a canotto probabilmente saranno ritenui altrettanto sgradevoli, forse diverranno “in” invece labbra sottilissime. Io però credo sia opportuno usare tolleranza; chi è del parere che snaturare i propri connotati sia un metodo di acquisire personalità, lo faccia. Una vera personalità non ha bisogno di sotterfugi.
    Gil Blas 

    Ciao Gil, grazie per la tua risposta. Ho letto un simpatico aforisma di Oscar Wilde “La moda e' una forma di bruttezza cosi' intollerabile che siamo costretti a cambiarla ogni sei mesi”. A proposito poi di innesti uomo-macchina, un paio di giorni dopo la festa di San Valentino è apparsa una notizia sul Corriere della Sera: due giovani fidanzati, come prova d’amore e di fiducia, si sono inseriti sotto la cute della mano un minuscolo microchip capace di aprire la serratura delle rispettive case. http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2006/02_Febbraio/16/microchip.shtml. Ed in un altro articolo pubblicato sempre sul Corsera(ven,17 febbraio 2006) incontriamo scenari che fino a qualche tempo fa avremmo pensato di leggere solo nei libri di fantascienza. “Da lunedì prima conferenza mondiale di biorobotica:BioRob)” http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2006/02/17SIF5072.PDF. A volte, confesso, rimango disorientata e faccio fatica a comprendere appieno queste nuove straordinarie scoperte scientifiche. Ciao
    Emozioniamo?

     

    Vorrei proporvi delle riflessioni nate dopo aver letto il saggio “La comunicazione dell’esperienza emotiva” (di Bernard Rimé) che penso possano essere spunto per ulteriori considerazioni./// “Emozioniamo?”Questo è lo slogan che una nota casa di spumanti scelse per una campagna pubblicitaria di qualche tempo fa. L’alcol per slegare le emozioni che nel commercio quotidiano sono ben annodate. Solo apparentemente la vita sociale e politica, le attività economiche e i mass media sono improntati alla razionalità; in effetti in queste rappresentazioni entrano in gioco tutti i sentimenti umani. E’ un “teatro di emozioni” dice Bernard Rimé nel saggio "La comunicazione dell’esperienza emotiva” presente nel volume “Psicologia delle emozioni”. Tornando al mondo della pubblicità che poi è strettamente legato all’universo dei consumi,vediamo come il suo linguaggio è immediato, parole-esca per pescare nei sotterranei della nostra anima. Sembra quasi che si proiettino sul video scene rubate all’immaginario rimosso, quindi fortemente evocative. “La dimensione emotiva è stata allontanata dalla nostra coscienza collettiva a tal punto che i soli luoghi nei quali questa coscienza è stata ammessa formalmente sono l’inconscio, il lettino dello psicanalista e il monologo del paziente in analisi”. Non c’è stata così, secondo Rimé, la possibilità di una elaborazione concettuale delle emozioni. “Le questioni fondamentali aspettano ancora una risposta”- dice lo studioso. La gente ha fame e sete di emozioni come di un cibo per l’anima e questi bisogni sono conosciuti da chi gestisce il mondo della comunicazione…”Emozioniamo?”. La seducente e intrigante voce che sussurra nello spot aggiunge un plusvalore di attese al prodotto, sarà questo poi il principale motivo-emotivo che persuaderà alla scelta. Non a caso i persuasori occulti, i pubblicitari, lavorano in tandem con gli psicologi. “Perché la vita sociale tende a tal punto ad alimentare le emozioni degli individui? Perché le persone hanno generalmente la tendenza a comunicare agli altri le loro esperienze emotive rilevanti?” Il saggio di Rimè propone delle spiegazioni ma soprattutto cerca di stimolare delle riflessioni da consegnare alla futura ricerca scientifica. Per rivivere le proprie emozioni insieme agli altri, è necessario che queste abbiano subito un trattamento cognitivo che le renda comunicabili. Quando viviamo un’esperienza emotiva una serie di informazioni diffuse, inarticolate,una grande ricchezza di impressioni sensoriali dense e vivide ci giungono dal sistema somato-motorio. “Se ci lasciamo sommergere da questo tipo di universo di informazioni,ci troveremo subito ad essere al centro di un ambiente mobile,dinamico…La droga,la follia ,il sogno,la creazione artistica sono altrettante vie che possono condurre a questo universo di esperienza”. Ma “mettere in parole” le impressioni per condividerle socialmente è difficile perché bisogna, attraverso operazioni del sistema cognitivo-concettuale, far diventare questo materiale oggetto di elaborazioni coscienti. Secondo l’autore la rievocazione delle emozioni è “una particolare operazione di elaborazione dell’informazione, un tentativo di trasferire un’esperienza globale, intensa e privata, in un codice e in un linguaggio socialmente condiviso”. E’ importante rievocare “gli aspetti dinamici, i sommovimenti interiori” degli avvenimenti emotivi anche per collocarli in una dimensione spazio-temporale. Riparlare con un interlocutore reale o immaginario, in forma scritta (diari,appunti,lettere,poesie,opere letterarie) o orale le emozioni sperimentate sembra rispondere alla necessità di mettere ordine nel magma emotivo nel quale si precipita quando entriamo in collisione con sensazioni forti che sembrano destabilizzare gli equilibri raggiunti. Nella nostra società questo bisogno di esprimere sentimenti ed emotività viene da un lato frustrato se non censurato per “le norme di inibizione,dissimulazione e controllo”, mentre dall’altro eccitato imbevendo di elementi emotivi tutte le vicende che si svolgono nell’agorà televisiva,lì dove si mettono in piazza dolore,angoscia,gioie, senza pudore rasentando a volte una sorta di pornografia dei sentimenti. Sorprese,collere,tristezze entrano nelle nostre case. I tg sfornano le loro notizie al sangue proprio durante i pasti, così masticando cibo ed emozioni impariamo a digerire di tutto. Nulla ci stupisce più perché efferati omicidi,eccidi,miseria diventano il pane quotidiano virtuale delle nostre mense. I passatempi che ci propone la tv sono battibecchi,litigi recitati,sorrisi stereotipati ,lacrime di glicerina,abbracci prezzolati, tutti falsamente perfetti, ma che lasciano il vuoto attorno. Un universo di gesti non più accompagnati da sentimenti sinceri radicati nella nostra affettività,nel nostro profondo sentire che solo è capace di dare un valore ed un senso all’agire. Messa in catene dalla dittatura dell’immagine l’autenticità è in agonia, e il nostro vero io è costretto a vivere in clandestinità in un angolo buio della coscienza. Non ci si sazia mai perché queste “pseudo emozioni” sono come surrogati mentre la nostra anima ha bisogno di genuinità. “La vita sociale nutre gli individui di esperienze emotive pre-digerite,già integrate nel sistema concettuale socialmente condiviso”. Sono emozioni già impacchettate nelle strutture linguistiche “articolate nello spazio e nel tempo e integrate in un reticolo logico dove sono presenti dei rapporti di causa ed effetto…E’ un’esperienza già organizzata”. L’autore conclude auspicando “un’interazione crescente tra il sistema somato-motorio e il sistema cognitivo per un effettivo affinamento ed una evoluzione della vita emotiva”. Una sinergia per l’equilibrio psico-fisico dell’uomo di domani.Ciao
    Il traghetto dei cani
    Venezia è una città che, se non esistesse veramente, potrebbe essere solo un’utopica visione. È un’intera città costruita sull’acqua, sorretta da milioni di lunghissimi pali di legno, prevalentemente di quercia, piantati nel fango della laguna. Solo per le fondazioni di un’unica chiesa, quella di S. Maria della Salute, ne sono stati piantati ben 1.156.650. Tutti a mano, senza l’ausilio di macchine. È una città che è stata completamente trasportata con barche, a remi o a vela, sull’acqua: ogni pietra, ogni palo, ogni oggetto. E’ divisa in due parti dal serpeggiante Canal Grande, che i veneziani chiamano Canalasso. Oggi il Canalasso è attraversato da tre ponti, un quarto è in fase di progetto che dovrebbe essere completamente in vetro. Ma fino al 1181 se uno abitava, diciamo, a S. Polo e voleva porger visita alla zia che abitava nel sestiere di S. Marco, doveva prendere per forza la barca. In quell’anno venne costruito a cura di un certo Nicolò Baratieri un ponte di barche nel punto più stretto del largo canale, a Rialto, ponte che venne subito chiamato “Quartarolo” per via della piccola moneta che ognuno doveva pagare per poterlo attraversare. Il Quartarolo venne sostituito da un ponte sorretto da alti pali di legno. Distrutto, venne ricostruito e andò poi lentamente in rovina Venne nuovamente ricostruito, come si può vedere nel famoso quadro del Carpaccio. Nel 1524 venne deliberata una più duratura soluzione in pietra e, nel 1554, i più rinomati architetti del tempo, Michelangelo, Palladio, Sansovino, Vignola, presentarono i loro progetti, seguiti più tardi da quello di Antonio da Ponte. Dopo molte dispute e ritardi, il ponte (quello che oggi si può ammirare) fu costruito fra il 1588 ed il 1591 a cura dell’architetto Antonio da Ponte e di suo nipote. Per alcuni secoli è stato l’unico mezzo per poter andare a piedi da una sponda all’altra del Canalasso. Ma c’erano (e ci sono ancora oggi) anche i traghetti, sparsi ad intervalli più o meno regolari lungo tutto il canale. Questo per evitare fastidiose marce a piedi fino al Ponte di Rialto. I traghetti, gestiti dai gondolieri, erano molto frequentati, sia per il trasporto di passeggeri sia per molte altre cose come merci, mobili, animali, ecc. Solo un animale non veniva trasportato: il cane. I gondolieri erano del parere che i gatti erano animali utilissimi perché liberavano la città dall’infestazione dei topi ma che i cani a Venezia non servivano a nulla, solo a lasciare le loro olezzanti tracce per le calli. Per tale ragione si rifiutavano di traghettarli. Chi voleva attraversare il Canal Grande con un cane doveva prendere per forza il Ponte di Rialto che, per questo, prese il soprannome di “Traghetto dei cani”.
    Gil Blas 

    Ciao Gil, mi fa piacere rileggerti. Interessante il tuo scritto. Per chi vuol vedere il quadro del Carpaccio ecco il link:http://www.sfonditalia.it/VE_CarpaccioRialto_800.htm
    Il piccolo "pupillo" è il "grande fratello"?

     

    Quando ho visto lo spot della videocamera Pupillo(nuova creatura di 3) ho pensato subito:ecco il grande fratello. Attraverso la pupilla tecnologica vedremo e ascolteremo senza esser visti? Saremo noi stessi tanti piccoli fratellini che video-sorvegliano? Non so perché ma questo nuovo gadget suscita in me una certa inquietudine, viene pubblicizzato come strumento utile per guardare oltre il nostro campo visivo, se ne illuminano solo le virtù lasciando in ombra il lato oscuro. Il tuo occhio sarà capace di oltrepassare le barriere spaziali e osservare lì dove non sei conquistando quasi il dono di un’ubiquità virtuale, uno sguardo onnipotente/onnipresente. Tutto nel nome di una maggior sicurezza e protezione, sottacendo la sottrazione di una quota di libertà. p.s.l'ossessione di un occhio in un racconto di E.A.Poe:http://www.cronologia.it/poe/Cuore.htm Ciao
    Arrivano i mutanti

     

    Ho già parlato del cellulare “al dente”, il microscopico telefonino nascosto tra le arcate dentali, ma ben altri più inquietanti innesti s’intravedono all’orizzonte. Un’intera famiglia in Inghilterra si è fatta impiantare sottocute un microchip piccolo come un chicco di riso,nella sua memoria la storia clinica del soggetto, una “carta d’identità medica”(gruppo sanguigno, allergie), tutte informazioni utilissime in caso di incidenti. Il problema è che per ora nessun ospedale ha lo scanner capace di leggere i dati contenuti nel granello di riso. Con la famiglia Jacobs e il “Verichip” la fantascienza si avvicina sempre più alla soglia della realtà. Ma i chip invaderanno l’esistenza come alieni spioni? Il nostro corpo ospiterà le “cimici” capaci di violare la nostra intimità? Secondo Rodotà il rischio è grave e avverte : “genetica ed elettronica ormai ci tengono al guinzaglio”. Internet può diventare un “Grande fratello” (o peggio un Panopticon virtuale) che segue i nostri passi nel web e può tracciare il profilo della nostra identità. Una volta immessa la nostra password ed entrati nella grande rete, diventiamo “visibili” e pur movendoci con la sensazione di essere incorporei lasciamo segni del nostro passaggio. Il nostro corpo si smaterializza ma il flusso d’informazioni che lasciamo come una scia dietro di noi, può servire per tenerci sotto controllo. I siti preferiti, per esempio, sono tracce che indicano gusti e tendenze. Tutto questo gioca contro la nostra privatezza, la mancanza di privacy è pericolosa, è liberticida. Oggi si avverte un grande bisogno di sicurezza che metta a tacere le angosce legate alla profonda insicurezza e ansia che ci attraversa, ma tutto ciò non deve andare a scapito del bisogno di libertà. Il Garante stimola le nostre riflessioni facendoci soffermare su tecnologie che-se apparentemente sono presentate come risposta ai nostri problemi-a lungo andare potrebbero mostrare il loro lato in ombra: i chip, i test genetici, le carte di credito, i cellulari, le telecamere sarebbero le nostre sbarre invisibili. In che misura le bioingegnerie cambieranno l’uomo? Riporto le parole del filosofo e sociologo Habermas rilasciate in un’intervista in cui si parlava della possibilità, proprio attraverso l’ausilio dell’ingegneria genetica, di plasmare la prole. Dice:“Un adolescente potrebbe rinfacciare ai genitori il proprio design genetico:potrebbe rimproverarli, ad esempio, di averlo dotato di una predisposizione per la matematica piuttosto che di un talento sportivo o musicale, più utile per la carriera di atleta o di musicista alla quale aspira”. Questa dichiarazione evoca gl’inquietanti scenari del film “Gattaca”. Andiamo dunque verso un corpo “post-umano”? Un ibrido organico-inorganico? Ormai le manipolazioni del corpo non dovrebbero stupirci più. Le tecniche sempre più sofisticate di chirurgia plastica ci fanno sognare corpi ideali sfiorati dalla perfezione. Si “scolpisce” la carne per raggiungere i diktat della Bellezza imposti da donne-dee che vivono sulla carta patinata delle riviste o nel mondo della celluloide o scivolano quasi senza peso sulle passerelle. Su un altro fronte “tribù” di adolescenti mettono in scena la loro ribellione a questa omologazione di bocche, nasi, zigomi, volti e corpi: la chiamano “gioventù bucata”-con la speranza che un sorriso disinneschi la potenza eversiva delle “tecnomutazioni”; ritrovare il proprio corpo nel dolore, un rito iniziatico che forse è un gesto di riappropriazione dell’identità corporea. “Il corpo è mio e lo gestisco io”sembrano dire con tagli, tatuaggi, piercing, scarificazioni(da scar: cicatrice, marchio, sfregio). Ho l’impressione che oltre al bisogno di esibire la loro “corazza” metallizzata questi giovani abbiano l’urgenza di sentirsi vivi, di provare emozioni forti per sentirsi radicati, connessi alle loro sensazioni. Il narcisista invaghito della propria immagine continuando a curare solo l’aspetto estetico si allontana dalle radici del sentire, preoccupato di far bella figura misurerà la sua gestualità per farla aderire al “come tu mi vuoi” indicato dalla recita sociale perdendo il contatto con le emozioni. Dimentichiamo che il corpo è un linguaggio, un’unità psiche-soma indissolubile, ma se la psiche è condannata a tacere, anche il corpo ammutolirà e stati d’animo e pensieri non parleranno mai più attraverso la pelle. La società dell’immagine ci ha abituati a considerare il corpo come un bel vestito da esibire, soprattutto l’estate è il momento in cui vanno in scena i corpi “dopati”: “restaurati” da sapienti chirurghi, gonfiati da body building e ormoni o rimodellati e imbottiti con protesi. Ma sono corpi afasici, incapaci di raccontare le passioni che abitano nelle viscere. Ecco forse che “l’urlo” di quei ragazzi dovrebbe svegliarci, ricordarci che non è la griffe che fa la personalità, e che la moda non può “griffare” anche l’anima. Ma chi di questi tempi si occupa di prendersi cura dell’interiorità e delle sue ricchezze? Che ne pensate? Ciao:-)
    Buona Estate!

     

    Lotto
    Mio nonno era un uomo del tutto particolare che aveva una sua propria filosofia e per ogni cosa aveva un suo motto. A mia zia, che giocava ogni settimana al lotto (a quei tempi c’era solo il lotto del sabato) e poi si lagnava di non aver vinto, mio nonno le diceva: “Dipende dal fatto che tu giochi sempre i numeri sbagliati. Prova a giocare quelli giusti!”. Alla presa in giro mia zia rispondeva: “E allora perché non li giochi tu quelli giusti?” e mio nonno di ripicca: “Io non gioco mai al lotto perché se è mio destino di vincere, vincerò anche senza dover giocare!”. Mia zia poteva solo scuotere la testa e continuare a giocare, ma sempre invano. L’unica volta che ha vinto qualche cosa è successo perché ha mandato me a giocare i suoi soliti numeri ed io ho giocato uno dei numeri sbagliato. Quando se n’è accorta mi ha sgridato e mi ha rimandato al casello a giocare di nuovo e con il numero “giusto”. Ma guarda un po’, il “mio” numero è uscito e non quello di mia zia. Ma dato che era quasi tirchia come mio padre (che deteneva il primato mondiale della taccagneria), non solo non mi ha regalato nemmeno dieci lire ma non si è neanche scusata per avermi sgridato. Un giorno camminavo in Campo S. Maurizio (Venezia) e guardando per terra vidi un coso che sembrava un foglio di carta più volte ripiegato fino alle dimensioni di pochi centimetri di lato, di colore grigiastro per essere stato calpestato più volte (potrei indicare ancora oggi il punto esatto). Incuriosito raccolsi l’oggetto, lo spiegai e mi accorsi che era costituito da due fogli di carta sottilissima, due fogli dal bollettario delle cartelle del lotto. A quei tempi si giocava il lotto negli appositi caselli (non esistevano ancora le macchinette automatiche) dove delle signore scrivevano con l’inchiostro i numeri in cartelle di carta sottilissima, numerate e raggruppate in pagine di quattro o cinque esemplari in un blocco. Due colonne di cartelle, una a sinistra più stretta, che fungeva da matrice, ed una a destra più larga, quella delle cartelle che venivano consegnate al giocatore. Le cartelle venivano anche timbrate con il timbro del casello dove, se la vincita non era ingente, si poteva anche andare a ritirare i soldi della vincita. Bene, con una delle cartelle trovate ho vinto un terno (per “tutte” e in combinazione con l’ambo) e ho dovuto pensare a mio nonno che affermava di poter vincere al lotto anche senza dover giocare. Non erano molti soldi (più o meno sui cento Euro di oggi) ma per un tredicenne, figlio di un genitore “eccessivamente parsimonioso”, ogni centesimo faceva comodo. Ovviamente ho investito quei soldi in libri che a casa ho dovuto nascondere in soffitta perché, se fossero stati scoperti, avrei avuto dei grattacapi e sarei stato subito inquisito da mio padre sulla provenienza della necessaria pecunia per il loro acquisto. Non potevo raccontare della vincita al lotto perché non mi avrebbe certamente creduto ed anche se lo avesse fatto, mi avrebbe rimproverato per aver speso il gruzzoletto in cose inutili, come libri, invece di cose utili, come ad esempio un paio di scarpe (così avrebbe risparmiato di comperarmele lui).
    Gil Blas 

    Gil, ricordo ancora il polverone per lo scandalo delle estrazioni truccate...in quel caso potremmo dire che la Fortuna non fu del tutto cieca. Ciao
    Un orribile costume:l'abbandono

     

    Quella notte dal cielo sembrava venir giù il finimondo. Dietro una finestra una tenue luce giallognola faceva da cornice alle parole che i due si scambiavano: “Non ci resta che una sola scelta…abbandonarlo”, disse la donna con la voce sfiorata da una lieve ombra di rimorso. “Non è possibile, non ce la faccio, siamo degli ingrati senza cuore, ci è stato vicino sempre, con la sua allegria, la sua vivacità ed ora questo triste destino. Che ne sarà di lui?”. L’uomo si mise le mani tra i capelli, scosse la testa e lasciò la stanza come per allontanarsi da quella decisione. Lì, accucciato, in un angolo c’era lui, Dogghy. Quel piccolo mascalzone scodinzolante e affettuoso guardò in silenzio il suo padrone e non gli corse saltellando dietro, mordicchiando le sue pantofole. Si rannicchiò a ciambella e sospirò forte. Aveva ascoltato e in un attimo capì che la sua sorte era segnata. Si guardò intorno, era solo. La luce giallognola era spenta. C’era lui, il buio e la sua grande paura. Scese da quel morbido cantuccio trascinando via con i denti il cuscino preferito, quello a fiori tutto strapazzato con addosso i segni di vecchie battaglie, quando nel cuore aveva la certezza che lui e quel marmocchio di Andrea(il figlio degli amatissimi padroni)sarebbero cresciuti insieme. Ora, tutto svanito in una bolla di sapone. Girovagava per casa come un sonnambulo, l’aria smarrita e la coda tra le zampe e, come sfogliando un album di ricordi, andò alla ricerca del tempo perduto. E tutto fu già ieri…le risa, la ciotola fumante di mille leccornie, le carezze, gli abbracci calorosi del suo caro, caro cucciolo d’uomo. E la notte passò. La mattina dopo si era di partenza, il temporale estivo aveva lasciato il posto al sole che trionfava. Andrea non stava più nella pelle per la felicità, saltava come una molla sul sedile posteriore della macchina, stringeva Dogghy e gli raccontava come sarebbe stato bello far capriole sulla sabbia, poi tuffarsi in acqua e di nuovo tornare a riva, e poi… L’autostrada era una lunga linea retta, monotona, infinita. Il bambino raggomitolato vicino al finestrino si era addormentato. Lentamente la macchina accostò in una piazzola. Dogghy saltò giù, la luce bianca, accecante del sole rendeva l’atmosfera irreale. Era l’addio. Una carezza striminzita, un po’ d’acqua e dei biscotti mentre gli occhi si nascondevano fuggendo il contatto. Uno smozzicato ciao e la macchina fu subito un puntino lontano. Dogghy abbassò lo sguardo e una lacrima rotolò sull’asfalto. [[Estate 2004: 150.000 abbandoni . Estate 2005:?]] Qui sono segnalati gli alberghi che accettano i nostri amici quattrozampe. http://www.pets-hotels.it/
    Il becco e la mente
    D’inverno andiamo spesso a fare una passeggiata sulle sponde del lago e portiamo qualche volta con noi, in un sacchetto di plastica, del pane raffermo destinato a rifocillare un po’ le anatre che, nella stagione fredda, molto non trovano da becchettare. Quando qualcuno arriva al lago con in mano un sacchetto di plastica, le anatre sanno benissimo che stanno arrivando cibarie e quelle più vicine si mettono subito in movimento. Mi sono seduto su una panchina e dopo pochi minuti una ventina abbondante di anatre si era raccolta davanti ai miei piedi. Allora ho cominciato a tirare fuori dal sacchetto il pane, un pezzettino alla volta di adeguate dimensioni, per metterlo direttamente nei becchi di quei volatili affamati. Ovviamente i maschi, i più forti, riuscivano ad avvicinarsi maggiormente alla pappa e perciò cercavo di mettere del pane anche nel becco dei palmipedi meno prepotenti. Ad un certo momento notai all’estrema periferia di destra del gruppo una anatroccola (si riconosce dal piumaggio molto più dimesso di quello delle anatre maschili) di dimensioni alquanto ridotte rispetto a quelle degli altri esemplari. Non si azzardava ad avvicinarsi di più, probabilmente perché era l’ultima nell’ordine di beccata di tutto quel branco di pennuti. Notai però che, con la testa girata da un lato, seguiva attentissima con un’occhio sveglio i movimenti che facevo nel tirare fuori il pane dal sacchetto. Certamente, per sopravvivere, gli esemplari più deboli devono sviluppare un’intelligenza superiore a quella dei più muscolosi poiché, ad un certo momento, non appena feci l’atto di tirare fuori dal sacchetto la mano con un altro pezzettino di pane, quell’anatra striminzita zompò improvvisamente nella mia direzione con una velocità incredibile, dribblò tutti i competitori e, dato che proveniva dal retro, senza prendersi nemmeno una beccata. Con un tempismo perfetto, arrivò a portata della mia mano proprio nel momento nel quale usciva dal sacchetto: fece un saltino, si beccò via il pane e senza soffermarsi nemmeno una frazione di secondo continuò, con la “preda” nel gargarozzo, a correre nella medesima direzione raggiungendo la periferia di sinistra del gruppo. Questa volta si prese un paio di beccate sul groppone perché doveva affrontare gli antagonisti dal lato frontale. La cosa mi divertì e stupì contemporaneamente e perciò feci una prova: ripetei il movimento di estrarre la mano dal sacchetto e l’anatroccola si avviò di nuovo, rapidissima, questa volta dal lato sinistro, sorpassò gli astanti e arrivò a beccarsi un secondo pezzetto di pane. Continuò poi la corsa fino al lato opposto cercando, spesso con successo, di schivare le beccate. Da quel momento avevamo fatto un’intesa: l’anatra osservava i miei movimenti, partiva in tromba al momento giusto, arrivava a portata della mia mano, faceva il solito saltino in direzione del malloppo e si affrettava a raggiungere il lato opposto dell’affollato semicerchio. Ormai eravamo affiatati, la sincronia era perfetta; se a causa della ressa non riusciva a raggiungere con esattezza il punto ottimale, spostavo io la mano nella sua direzione. Così, almeno per una volta, la piccolina s’è fatta una bella abbuffata.
    Gil Blas 

    Ciao Gil, questa simpatica storia conferma il proverbio sempre verde:la necessità aguzza l'ingegno.
    Gazze "burlone"
    La coppietta di gazze si è decisa a fare il nido in uno dei pini dei diretti dintorni probabilmente a cagione della vicinissima fonte di sostentamento. Le abbiamo perciò battezzate “parassite” dal greco antico “parásitos” che significa “para” = vicino, “sitos” = granaglie, cibo, cioè chi sta vicino al cibo ovvero “chi ha il suo cibo presso gli altri”. Nelle commedie greche il “parásitos” impersonava un burlone che, per partecipare alla “mangeria”, intratteneva gli altri invitati con facezie e buffonate. Difatti (le burlone) da quando hanno il nido “vicino alle vettovaglie” tentano di non permettere a nessun altro volatile, in particolare ad altre gazze, di avvicinarsi alla mangiatoia e questo non con molto successo poiché mentre stanno scacciando i tordi subito si presentano i passeri e quando cacciano via i passeri ritornano i tordi. Ma siccome hanno certamente la prole nel nido che devono rifocillare, non possono azzuffarsi continuamente e quando non ci sono ne approfittano gli altri uccelli. Qualche giorno fa ci ha fatto l’annuale visita una coppia di tortore (sanno benissimo che sotto l’albero c’è sempre qualche cosa da becchettare). Vennero immediatamente aggredite dalle gazze e dovettero fuggire. Ma certamente le tortore sono astute, aspettano che le gazze siano affaccendate a battagliare altre gazze o cornacchie e si precipitano subito alla greppia. Le gazze non si azzardano però ad attaccare i corvi che sono molto più grossi e che hanno un becco alquanto rispettabile. Dunque davanti alla finestra di cucina abbiamo continuamente un “commedia” greca con le gazze che fanno la parte dei “parásitos”. Ciao Margherita è un po' che non venivo a farti visita.
    Gil Blas 

    Ciao Gil, mi mancavano i tuoi bei racconti. Per Desmond Morris(di cui sto leggendo "Lo zoo umano") saresti un pie watcher;-) Alla prossima...ciao.

    cara margherita..che dire del mondo dei giovani..a volte non mi ci rivedo molto..e poi ci sono cosi tanti giovani che fanno i vecchi e vecchi che fanno i giovani che ormai in questo mondo pazzo non si capisce più niente..il mondo dei giovani non ha molta freschezza,al giorno d'oggi è un po' perso e confuso..le campane che suonano sono troppe e non si capisce a quale sia meglio dare ascolto..comunque diciamo che non si vive male in questo mondo..si vive e basta...un po' di omologazione, un pizzico di testardaggine e una briciola di fantasia che per fortuna tutti (e dico tutti)possediamo:ecco il mondo dei giovani! A presto,ciao.
    iaia 

    Cara Ilaria, mi fa piacere che lasci qui le tue riflessioni. Finalmente il mondo dei giovani visto attraverso gli occhi di una loro coetanea! E' proprio vero,a volte sembra un mondo all’incontrario. Anche tu hai notato che alcuni giovani sembrano come precocemente "invecchiati"? Un giorno una persona mi disse una frase: forse l'anima ha dei tempi diversi dall'età anagrafica, ci sono anime che invecchiano rapidamente e anime che rimangono fanciulle fino a tarda età. Penso che non ci sia cosa più triste che vedere un giovane con l'anima rugosa. Certo le "campane" sono tante e il loro suono può disorientare,ci vorrebbe una bussola per non perdersi. Sanno allettare gli "spacciatori" d'illusioni,conoscono il disagio e sanno come sfruttarlo, a cominciare dal Mercato che considera i giovani un target appetitoso per finire a chi propone all’adolescente annoiato una vita…"stupefacente". Eric Erikson afferma che i giovani sono delle "bombe di energia",peccato che la società la disperda e non se ne prenda cura. Come te penso che tutti abbiamo fantasia, anzi, non so se conosci una delle frasi da me più amate, è di Henry Miller:"Tutti partecipiamo alla creazione;siamo tutti re,poeti,musici;non c'è che da aprirsi come i fiori di loto per scoprire tutto ciò che era in noi".Ciao
    ciao margherita!!
    eccomi qui..mentre oggi lavoravi ho promesso di venirti a trovare in questo mondo di Costumando cosi ricco di sfumature e di voci...se non lo fai tu lo ricordo io...QUI A COSTUMANDO NON OCCORRE SEMPRE SCRIVERE COSE SERISSIME!!! potete fare come me che sto scrivendo senza arte nè parte..senza tema...lascio che la mia mano scriva sulla tastiera e lascio libera la fantasia..margherita non essere giù..se oggi un pizzico del mio entusiasmo ti ha fatto stare meglio sappi che te ne posso dare a quintali di entusiasmo...e gratis!forse l'entusiasmo e la passione sono l'essenziale che non dovremmo mai perdere per non perderci nel nichilismo in cui a volte ci si imbatte..e te lo dico io che ho solo 19 anni!!bè ci voleva proprio che oggi venissi così dopo due anni mi hai potuto ridare l'indirizzo di Costumando e delle tue rubriche...thank you!! dai scriverò ancora..sei una persona cosi rara e solare che come te ce ne sono davvero poche..viva l'allegria!!ciaooooo iaia
    ilaria 

    Ciao Ilaria:-) Sono contenta di ritrovarti qui, hai portato una ventata di freschezza. E' vero, mi hai "contagiato" con la tua energia e ne avevo bisogno. Capitano quei momenti in cui non trovi più molti sorrisi dentro di te. A volte le delusioni sono come docce fredde che gelano l'entusiasmo, ma la tua allegria mi ha ridato calore. Sprizzavi vitalità da tutti i pori e anche qui leggo la tua vivacità. Proprio così, la rassegnazione è una brutta bestia, ci si spegne a poco a poco senza accorgersene. Allora tu, con i tuoi 19 anni, cosa puoi raccontarci dei costumi dei tuoi coetanei? Potresti essere "l'inviata" speciale nel mondo degli adolescenti, la curiosità non ti manca, la passione nemmeno, dunque hai tutte le referenze per essere una brava "man watcher";-) p.s. hai fatto bene a ricordare che Costumando è un luogo dove si può raccontare di tutto:mode e modi di essere, usi e costumi...e di certo la leggerezza non è off limits, anzi, i sorrisi sono i benvenuti. Thank you!
    M'illumino di bianco
    Ciao Margherita, mi pare di aver letto che sei igienista dentale e penso che posso sottoporre a te e ai lettori di questa rubrica una domanda che riguarda l'"ossessione" dei denti bianchissimi.. Secondo te sono tutte chiacchiere o è davvero possibile sognare di avere delle smaglianti dentature come quelle dei personaggi televisivi? Spesso se ne parla tra amici ,soprattutto adesso che gli sbiancanti si vendono in farmacia,sembra quasi che un sorriso naturale non basti più. Che ne pensi?
    Carla 

    Proprio così Carla, al top dei desideri oggi c'è la dentatura ultrasmagliante. Naturalmente sono dei miraggi. Tutti vogliono i sorrisi come "quelli della televisione". Ma chi l'ha mai visto il bianco assoluto? Solo in tv, quello creato attraverso l'uso sapiente di filtri e luci. In natura non esiste:nello schermo c'è il sogno. Infatti quotidianamente verifico l'aumento di persone che s'informano sui trattamenti sbiancanti, anzi ultimamente mi ha colpito una richiesta specifica:"Vorrei i denti come quelli della Ventura" e io per curiosità ho fatto un giro in internet ed ho trovato che simili richieste si trovano anche nel web. Del potere di suggestione/seduzione del bianco candido ne ho parlato anche nella rubrica "A tutto spot". L'incredibile è che anche persone con un sorriso a 24 carati chiedono lumi e io rimango interdetta. Temo poi che mettere a fuoco solo l'aspetto della "lucentezza" può far passare in secondo piano quello dell'igiene. Non solo, il diktat estetico genera aspettative enormi. La corsa alla perfezione, l'affannosa ricerca del dente "senza macchia", del sorriso ultrabrillante che abbaglia e tramortisce, crea ansia e insoddisfazione e così per paura di non essere all'altezza si rischia di nasconderlo per sempre dietro labbra chiuse. Un vero peccato, non credete? Ciao.
    Bodycrashing

     

    http://www.valdemarca.it/ArticleView.asp?article_id=97
    Errata Corrige
    Koh = Isola ; Samui = Palma / Palme . Chiedo scusa per il precedente errore su "Perduti Atolli"
    Grillo cri-cri 

    fatto:-)Ciao
    NONSOLOSMS

     

    Cellulari, la storia infinita. E' proprio così, come per le ciliegie una tira l'altra, anche le storie, le curiosità, le riflessioni sui telefonini s'inseguono accavallandosi e reclamando un po' di attenzione. Mi piace cominciare con un sorriso. Non si sa bene se sia una leggenda partorita per far sorridere gli studenti in preda ad attacchi di panico pre-esame e quindi inventata di sana pianta da creativi un po' burloni, ma risulta verosimile. Il fatto: un esaminando interrogato sulla spedizione dei Mille, mentre racconta di Garibaldi ad un tratto nomina anche il suo vice-comandante, tale Nino Biperio. Sconcerto nell'aula, brusio...il ragazzo va nel pallone, ha confuso la "x" di Bixio scambiandola per l'abbreviazione "per" e così Bixio diventa per un attimo Biperio. Aneddotica scolastica o reale increscioso incidente ortografico? Non possiamo sbilanciarci, ma forse entrerà a far parte di quei racconti della serie non è vero, ma ci credo. Un altro fenomeno passato sotto la lente d'ingrandimento è il cosiddetto "fattore k". E' ancora il linguaggio contratto, sincopato degli sms ad essere imputato di contaminare la scrittura. Questi "virus" snatureranno la lingua? Certo è probabile che ai linguisti dell'Accademia della Crusca si accapponerà la pelle, ma tant'è. "Mi scappa la Kappa!" dice la ragazzina in un'intervista. Ormai il "ch" è sostituito dal "k". Certamente se le parole devono essere compresse in 160 caratteri, è naturale scrivere al posto di "ti voglio bene", il telegrafico "tvb", breve preciso e compendioso. In un periodo di austerity anche sulle parole si risparmia. Invece di "perché", il criptico "xké", invece di "comunque" "cmq", "ho tanta paura", diventa "80paura". Le virgole e i punti, pause inutili, cestinati. Andiamo ormai talmente veloci che non possiamo inciampare in un punto e virgola, è una perdita di spazio/tempo. E pensare che nella celebre scenetta del film "Totò, Peppino e la Malafemmena" i due comici, dovendo scegliere, nella punteggiatura di una lettera, tra un punto o due punti, optavano soddisfatti per entrambi: "ma sì...fai vedere che abbondiamo...abbundandis in abbundandum!". La domanda che sorge spontanea è: Non è che a lungo andare anche il pensiero diventerà bonsai? Ma nel linguaggio virtuale-senza voce- come si rendono i toni? Le parole hanno bisogno di essere colorate dagli stati d'animo, ed eccoli lì, gli emoticon (icone delle emozioni). Sono quelle faccine che rendono chiaro il senso del messaggio ravvivandolo con tonalità emotive:tristezza, gioia, ironia, rabbia, stupore, perplessità, risata(c'è persino l'icona del filosofo:un punto interrogativo al posto del naso),c'è un segno per ogni sentimento. Queste immagini popolano non solo i messaggini ma anche il mondo delle chat. Alle volte mi chiedo cosa si cerca in internet, in questo universo parallelo. Molti secondo me cercano un dialogo, un colloquio sincero, vero. E il nick(soprannome)? Un piccolo ingenuo trucco per essere se stessi. Una maschera che (paradossalmente) può permettere di smascherarsi, di non recitare le parti, i ruoli che la società impone, in un' illusione di libertà. Si desidera forse essere finalmente ascoltati. Quando l'interlocutore è indifferente e sordo si ha la sensazione di parlare un'altra lingua, di essere profondamente estranei. Questa è la peggior forma di solitudine, dover far vivere la nostra personalità come un clandestino dentro di noi, dissimulando un io posticcio. Certo, ci sono sicuramente personaggi ambigui che si travestono da miti agnellini, ma i lupi non s'incontrano nelle contrade della vita reale? Anche Cappuccetto rosso ne scoprì uno a casa della nonna e le favole la sanno lunga. Travestimenti e tecnologia:incriminati per un clic, accadde a Brindisi. Una fotografia galeotta fatta con un telefonino new generation abilitato alla multimedialità degli mms(inviare/ricevere foto e audio)ha spedito in gattabuia due ladri. La loro immagine, con maschera horror(tipo notte di Halloween) e mantello nero scattata in occasione di una rapina ad un supermercato e immortalata sul cellulare, li ha traditi. Chissà, i carabinieri li avranno fatti salire sul loro cellulare! Una chicca futuristica? Un micro-telefono impiantato nell'arcata dentale: un gadget da James Bond. Pinocchio aveva il suo grillo parlante, per noi sta arrivando il tempo del trillo del dente parlante. Ma il tele-molare si può anche cariare? Ai dentisti l'ardua sentenza. :-)
    Cari, dolci e perduti atolli...
    Non mi ero soffermato a scrivere del disastro nel Sud-Est asiatico tanto è stato immensamente catastrofico e psicologicamente terrificante: era, appunto, un argomento a sé, e grazie Margherita per averlo ricordato. Un paio di volte, sono stato lì, anni fa. Che brivido improvviso veder spazzato tutto via, "ciaff!", come se niente fosse. La forza della Natura, l'uomo incivile? Chi potrà mai saperlo con estrema certezza. I morti sì, quelli sono certi e reali così come tutte le devastazioni che abbiamo visto dai mass-media. I ricordi di molti atolli incontaminati (o quasi), quelle palme dritte a puntare il cielo, bandiere di cellulosa imponenti quasi a dare monito ai visitatori, a volte incauti o vili (vedi il turismo sessuale/surreale ad esempio in Thailandia); loro, le palme (koh) non hanno potuto nulla contro ciò che il destino ha riservato a quelle terre: non è colpa loro se non sono riuscite a proteggere gli atolli, le isole, le città, le PERSONE. Esse sono cadute con loro...
    Grillo Cri-Cri 

    "Il molle e il debole vincono il duro e il forte. La cosa più molle al mondo si precipita contro la cosa più dura al mondo. Niente al mondo è più molle e debole dell'acqua; ma nell'avventarsi contro ciò che è duro e forte nulla può superarla". Tao te ching, XLIII capitolo
    Gli Ultracorpi
    Sì, proprio un bel film, "L'Invasione degli Ultracorpi", del "regista di Clint Eastwood" Don Siegel e con l'attore e ottimo regista Sam Peckinpah... ricordo ancora d'aver avuto -da bambino- molta paura di quel film, di certo non per i motivi di "questo discorso" ma per le immagini a volte agghiaccianti. Di sicuro dobbiamo tenerci strette le nostre passioni e "com-passioni", come dici bene tu, perché dell'altro, stringi stringi non c'è. Di certo è la passione, nel senso più ampio del termine, a far compiere a tutti noi le cose migliori su questo pianeta. Certo anche che un film può aiutarmi/ci a prendere spunti di riflessione su quella che è la base sociologica moderna, e appunto come ripeti, aiutarci a prevenire -se così posso dire- alcuni tipi di conformismo: apatico, sterile e mediocre. La vita sono anche le piccole cose, e questo mi spinge a citare "Segreti e Bugie" -visto che si va per film... :-) Un caro saluto, Margherita, e, a chi legge questa rubrica web, ciao!
    Grillo Parlante 

    Grillo,ti ringrazio per aver consigliato la visione di Brazil , un film che sicuramente mi spingerà a rivedere 1984 tratto dal libro di Orwell. Mi ha colpito l'atmosfera claustrofobica e l'alienazione indotta da una maniacale forma di controllo attraverso un'ottusa quanto invasiva burocrazia.Ciao
    ciao
    io penso che vi dovete stare zitti perché nessuno sa queste domande!!!!!!!!!!!!!
    marina 

    Ciao Marina, mi chiedo cosa ti abbia indispettito per invitarci a tacere. Sai cosa penso? Che anche tu ne abbia tante di domande dentro di te e questo nostro parlare ti ha in qualche modo provocato, e siccome i tuoi punti interrogativi premono per uscire allo scoperto, la tua volontà che forse li vuole soffocare "grida" a noi, ma in realtà, a quella te stessa che vorrebbe esprimersi, di star zitta. Tu solitamente non chiedi mai "perché?" Eppure i bambini lo fanno sempre! Sarà che ho una "bambina" curiosa dentro di me, e nonostante sappia che le risposte spesso non arrivano, cocciutamente non mi rassegno al silenzio. Faccio male, secondo te, eppure credo che così come ci sono palestre per allenare il corpo, ci debbano essere palestre per allenare la mente. Costumando è uno spazio in cui si fa fitness e gli "attrezzi" che usiamo di più sono i ???? Tu hai messo un sacco di punti esclamativi, sai che dice un aforisma di S.Lec? "Il punto esclamativo, quando si affloscia, diventa interrogativo". Se vuoi, puoi venirci a trovare per fare un po' di ginnastica insieme! :-)Ciao


     

    (...continua) Rileggendoti, Grillo, ho compreso quello che dici, nonostante le differenze tu noti un comune denominatore tra l'essere "segregati" in un'isola e l'essere schiavi di un'ipertrofica volontà di controllo, entrambe situazioni in cui un alto stress-causato dal sentirsi sotto pressione -può essere alleggerito da pratiche di meditazione. Anche la cultura- come sottolinei- dandoci gli strumenti per analizzare il mondo circostante affina quelle risorse interiori che possono farci sentire meno disorientati. Condivido il tuo pensiero. A te che sei un appassionato di cinema vorrei ricordare un film, rivisto da poco in vhs, un classico della fantascienza:L'invasione degli ultracorpi. Una pellicola del '56 che mi ha colpito per il tema che come un filo rosso la percorre. In fondo si parla anche lì di controllo. Dei "baccelloni" invadono la terra e per dominarla gli esseri umani vengono man mano sostituiti da cloni senz'anima, somiglianti in tutto e per tutto, solo privi di emozioni. L'umanità è in pericolo proprio perché sta perdendo la propria "umanità", e nel film durante un dialogo viene infatti detto che questa risiede nella capacità di provare sentimenti. La deumanizzazione è la strategia che gli alieni tentano: sottrarre le emozioni per conquistare il potere sui terrestri. Il messaggio è chiaro, la nostra ricchezza e libertà sono nella vita affettiva, privati del mondo interiore diventiamo degli "zombie" insensibili. Ma quante volte abbiamo parlato qui di società apatica, di tramonto delle passioni? Il conformismo ha bisogno di individui anaffettivi, "tiepidi" solo così può allargarsi a macchia d'olio. Mi ha colpito aver trovato questo discorso in un film americano degli anni '50! Teniamoci dunque strette le nostre passioni, in queste, non solo nella fredda ragione è la peculiarità del genere umano, e la capacità -anche- di provar com-passione. Ciao e grazie per gli spunti di riflessione.
    L'Isola dei Famosi
    Kierkegaard: "Non dimentichiamoci mai che non tutti coloro che non hanno perso la ragione, possono per questo dimostrare incontestabilmente di averla" : grazie Margherita per la tua risposta e per questo aforisma. Ha proprio ragione Kierkegaard... Ora, per non fare dispetto a nessuno, ho cambiato il titolo in "L'Isola dei Famosi", tanto, sempre nello stesso tema siamo, anzi, visto che entrambi citavamo il film "The Truman Show", l'isola cade a pennello, per via dell'acqua circostante... (l'ultimo grande disastro asiatico è terribile: il maremoto che ha fatto oltre 24mila morti!) Lasciando, ahimè, le parentesi, questa sensazione di "claustrofobia da controllo sociale" forse, spiegandomi meglio, lascia l'ultima spiaggia alle tecniche orientali di rilassamento e di tempra spirituale: prima tecnica tra tutte la MEDITAZIONE ZEN. Spesso, anche "nell'isola", s'è sentito parlare di meditazione, ed è ovvio! Come è possibile vivere ai limiti della sopravvivenza, oppure nel caos-tecno-burocratico o di controllo? Sono due situazioni molto diverse, ma che richiedono la stessa "cura spirituale": la meditazione. Alcuni riescono semplicemente con la preghiera cattolica, il mantra buddhista, ecc. ma altri no. Hanno bisogno di seguire un LUNGO percorso spirituale, che poi li porterà a poter far meditazione anche sull'autobus. Certo, anche la cultura è un enorme rifugio contro "l'ipotetico osservatore" o "l'ipotetico controllore"; qui, ce ne si fa una ragione "scientifica" o pseudo-sociologica. Mentre assistiamo all'esasperazione del "Panem Et Circenses", spero molti di noi restino, quel poco che basta, vigili e avveduti su tutto ciò che ci circonda e stiamo vivendo in questi anni (a cavallo tra due millenni, non scordiamolo...); ora sarebbe proprio il caso di dire "pace e bene!", per chi fosse maggiormente sensibile a quello che una volta veniva detto "il bene comune"... Ciao a tutti.
    Grillo Parlante 

    Grillo, colgo l'occasione per fare a te e a tutti i lettori di questa rubrica,gli auguri di un buon 2005. Prima di rispondere alle tue riflessioni riapro la parentesi che avevi aperto sul tragico evento che ha funestato l'anno appena trascorso quand'era ormai agli sgoccioli. Sono bastati pochi giorni per portare il bilancio delle vittime a oltre 150mila, tutti siamo stati toccati dal disastro che ha colpito i paradisi del Sud-est asiatico. Mai come adesso, proprio sollecitati da ciò che è accaduto nell'oceano indiano, ci dovremmo render conto che il "bene comune" è la Terra, la nostra Casa che abbiamo abitato fino ad ora con tanta leggerezza, senza pensare ai danni che l'uomo padrone/predone ha causato saccheggiandola con la dismisura tipica di chi non ha a cuore il suo destino(sia dell'uomo che della dimora). Mi auguro che la devastante onda dello tsunami ci faccia almeno prendere coscienza che siamo tutti affratellati e che, come dice Jonas, l'umanità intera è chiamata ad una responsabilità comune, ad aver cura della madre terra. Ecco le parole del filosofo: "Una colpa comune ci lega, un interesse comune ci unisce, un destino comune ci attende, una responsabilità ci chiama (...)Una volta era la religione a dirci che eravamo tutti peccatori a causa del peccato di origine. Oggi è l'ecologia del nostro pianeta che ci accusa di essere tutti peccatori a causa dell'eccessivo sfruttamento dell'ingegno umano". E' difficile chiudere questa parentesi passando all'altro argomento, così preferisco risponderti in due parti. (continua...) Ciao
    Buone Feste!

     

    I "Grandi Fratelli" 2
    Margherita, grazie per il "vecchio e buon Dante": ch'è sì, ancora caro -lui- a tutti. Ma anche per il resto della bella risposta. Ecco, ora, che mi ritrovo ricordare un film ambientato in un futuro prossimo e al tempo stesso molto frenetico, "controllato" e angosciante. Il titolo è BRAZIL -non credo ne esistano di omonimi- e resta molto impresso fra i tanti Hollywood-movies sullo stesso "genere", ne consiglio vivamente la visione (non è difficile reperirlo in dvd o vhs, sia in vendita che a noleggio);non è un "promo" per uno dei tanti film da "cassetta" ma un invito ad allargare le vedute seppur in maniera "ansiogena". Nel nostro passaggio terreno, quanto conta avere un senso di libertà? Sì, certo, siamo tutti liberi -in apparenza... Tu parli di conformismo "mammone", che ci conforta in quanto esser "protetti", ma appunto poi lo siamo realmente? Rifacendomi al "pensiero orientale", in grandissime linee, potrei dire che la libertà si deve ricercare DENTRO noi stessi. Se si riesce a far questo è già un enorme passo. I fatti di cronaca, ahimè, purtroppo non danno ragione alle "telecamere" (negozi, bancomat, piazze, ecc.); vorrei solo ricordare uno degli ultimi episodi accaduti, i quali vedono come protagonista un'infermiera assassina in ospedale, e non si sa ancora di quante vittime con esattezza! Questa, come altre, apparteneva alla categoria -in apparenza- di "persona normale"... Tutte le forze dell'ordine e servizi segreti fanno il possibile con i loro controlli -tornando al tema principale- e quindi non vorrei che questo mio scritto venga frainteso: sono tempi troppo difficili -vedi il terrorismo- per dire NO a tutti i controlli dovuti, telecamere, sms, mms e telefonate incluse. Se la "normalità" -e qui forse si apre un altro tema- genera "mostri", vorrei essere l'essere più strano sulla faccia della terra, anzi, di più. Il processo tecnologico non si ferma -come le microspie, i sistemi più sofisticati per la sicurezza nazionale e via dicendo- (consiglio un altro film, di certo molto più noto dell'altro... "Nemico Pubblico" / "Enemy of the State") così come il bisogno di CONTROLLO: per fortuna esiste la meditazione e altre "tecniche orientali". Ma che, si nota la mia passione per il cinema? Spero di no... ciao e grazie ancora a te Margherita e agli altri che leggono o che scrivono su questa interessante tua rubrica-web di RCS.
    Grillo Parlante 

    ma no, Grillo, che dici? Non si nota affatto la tua passione per la celluloide;-) Grazie per i suggerimenti, andrò a noleggiare Brazil. Sai cosa mi spaventa? L'uso strumentale delle persone, certo, il caso dell'infermiera-killer che usava i malati come un mezzo per mettersi in mostra, per sentirsi importante, fa accapponare la pelle, ma quanti considerano le persone in modo utilitaristico? Quale valore aveva la vita dei pazienti per l'infermiera che li ha liquidati? Nessuno! Magari lei stessa pensava di aver "tutto sotto controllo" eppure era dominata dalle sue paure, quella di perdere il lavoro è diventata un'ossessione che le ha fatto perdere la testa. E torniamo al tema delle paure che ogni tanto riaffiora in questa rubrica. Tu dici: "la libertà si deve ricercare DENTRO noi stessi". Potremmo dire che le paure sono come delle sbarre invisibili dentro cui è prigioniero il nostro Io? In fondo ripensavo al film "The Truman show", il protagonista non aveva mai provato ad oltrepassare i confini della sua Seahaven perché aveva terrore dell'acqua. Quindi non c'era bisogno di ergere barriere, era come auto-recluso senza averne coscienza. E noi siamo liberi di essere noi stessi? Non lo si può sapere fino a che non proviamo a volare con le nostre ali... p.s. a proposito dell'attualità del divin poeta, due psicoterapeuti hanno scritto "Il metodo Dante" ed.Piemme, ecco la copertina del libro: http://www.edizpiemme.it/sagago2.htm. Ti lascio con un aforisma di Kierkegaard: "Non dimentichiamoci mai che non tutti coloro che non hanno perso la ragione, possono per questo dimostrare incontestabilmente di averla". Ciao e Buon Natale!
    I "Grandi Fratelli"
    Bancomat, alzi gli occhi e ci sono telecamere; Piazze di città, bellissimi monumenti, alzi gli occhi e ci sono telecamere; negozi, qualche ristorante, (i telefonini MMS e piccoli filmatini!), ti giri attorno e vedi telecamere, e via discorrendo... Ma, ora, posso capire le insostituibili misure ANTI-TERRORISMO - sono sacrosante - ma quel che rimaneva della "privacy" dei comuni mortali (non dei delinquenti), dov'è andata a finire? A dir poco, ognuno di noi, soprattutto quelli che usano "più tecnologia", non posseggono assolutamente più "privacy". Sì, viviamo tutti dentro un "Truman Show" o un "Grande Fratello" personale. I nostri SMS (non so se legati a parole chiave) vengono conservati in Italia - nei satelliti - per 10 anni, così come gli MMS, quindi le foto, ecc. Come pensate che funzioni il vostro cellulare se non attraverso i satelliti? E, da qui, posso supporre che a determinate parole chiave il segnale GSM, UTMS o GPRS sia reindirizzato a qualche Hard Disk che "registra" 24 ore su 24. Per la sicurezza, cui facevo riferimento, tutto questo va bene, ma per "i comuni mortali"? Provate, ogni tanto, a sollevare il capo e v'accorgerete di quante telecamere ci sono in giro. Ah, quasi lo scordavo, date un'occhiata a questo sito, tanto per darvi una piccola idea (sito in inglese) http://www.earthcam.com , buona navigazione! E, gentilmente, visto che è da molto che non scrivevo più qui, Margherita che ne pensi di tutto ciò? ...
    Grillo Parlante 

    Caro Grillo, ma come puoi pensare che questa rubrica abbia dimenticato il tuo cri cri?;-) Mi fa piacere che tu non abbia perso l’indirizzo. Interessanti (e inquietanti) riflessioni. Dice Eric Fromm nel suo “Fuga dalla libertà”: "L'uomo moderno, liberato dalle costrizioni della società preindividualistica, che al tempo stesso gli dava sicurezza e lo limitava, non ha raggiunto la libertà nel senso positivo di realizzazione del proprio essere: cioè di espressione delle sue potenzialità intellettuali emotive e sensuali. Pur avendogli portato indipendenza e razionalità, la libertà lo ha reso isolato e, pertanto, ansioso e impotente". Forse anche sentirsi osservati se da un lato genera la sgradevole sensazione di essere “sorvegliati”, dall’altro conforta, ci fa sentire protetti benché la storia recente ci faccia dubitare della possibilità di questi sistemi di protezione-dal noto Echelon (il grande orecchio) ai satelliti(i grandi occhi)-di riuscire a prevenire ed evitare disastri epocali. Viviamo un periodo di controllo globale e poi scopri che una pistola ha superato tranquillamente il checkpoint di un aeroporto italiano.. e le nostre paure si riaffacciano. Uno dei sistemi di controllo può essere alimentare il conformismo, il conformismo come grembo-rifugio è un’altra delle modalità di "fuga" dalla libertà. Tutti auto-disciplinati attraverso pressioni invisibili all’omologazione. Così si genera un fittizio senso di appartenenza che placa l’ansia di sentirsi soli e disorientati, almeno hai un senso verso cui andare, anche se questo è un senso…unico. E all’orizzonte l’incubo del panopticon!(leggi qui: http://www.undicom.it/network/in-consapevolezza/repository/articles/socmassmedia/synopticon/view) “Libertà vo cercando, ch’è sì cara”,cantava Dante. Ciao e grazie per il link.
    Leggere:istruzioni per l’uso

     

    Ore 10,45 sabato 6/11/04/(una giornata primaverile)Teatro Kursaal SantaLucia di Bari, si sta svolgendo “Passaparola” primo Forum nazionale del libro e della promozione della lettura, organizzato dall’associazione Presìdi del libro. Salgo al secondo piano del teatro, sta parlando l’illustre semiologo e scrittore Umberto Eco, ma dal palco in cui sono non riesco a vederlo, non è a centro del palcoscenico e quindi dovrei affacciarmi pericolosamente, rimango allora seduta e mi accontento di sentir echeggiare la sua voce. Prendo qualche appunto. Il professore conclude il suo brillante intervento e alcuni posti in platea si liberano, così scendo e posso sedermi di fronte ai relatori che man mano si susseguono raccontando con entusiasmo le loro esperienze. Appunto riflessioni, qualche dubbio, qualche punto interrogativo ma capisco:qui nessuna domanda. Il pubblico,come il telespettatore davanti alla tv, non può esprimersi, non c’è tempo per esporre i propri -anche telegrafici-interrogativi, non c’è tempo e quella bella parola tanto di moda:interattività, rimane un puro flatus vocis. Mi sembra davvero di stare davanti al teleschermo e l’adrenalina, come al solito, comincia a scorrermi nelle vene insieme allo sgradevole senso d’impotenza e alla frustrazione di dover per l’ennesima volta ricacciarmi tutti i ???? in gola. E ripenso all’articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, un’intervista a Riccardo Chiaberge caporedattore dell’inserto culturale del Sole24Ore che leggo ogni domenica. Lui afferma che bisogna “desacralizzare l’oggetto libro”, verissimo, e non pensa gentile Chiaberge, avrei voluto dirgli, che se alcuni addetti alla cultura smettessero di usare un linguaggio da iniziati questo contribuirebbe non poco all’avvicinamento del lettore? Spogliarsi dall’aura sacrale gioverebbe -penso- a ridimensionare quella distanza che a volte pare incolmabile tra chi scrive e chi legge, soprattutto se poi si parla di desiderio di “contagiare” il virus della lettura. Per trasmettere tale “virus” bisognerebbe, secondo me, avvicinarsi alle persone cosiddette comuni rendendosi “leggibili”, il primo passo per raggiungerli è accostarsi al loro mondo, non rimanere isolati in un irraggiungibile Iperuranio della Cultura. Purtroppo sappiamo fin troppo bene che chi ha potere spesso la usa come arma per sopraffare gli altri. Certe volte penso a cosa accadrebbe se gli intellettuali, i professori tornassero tra i banchi di scuola e ricordassero le emozioni(non tutte positive, ahimè) provate da studenti e oggi, forse, dimenticate o nascoste dietro un titolo accademico. Ho immaginato poi che un adolescente si avvicinasse ad Umberto Eco chiedendogli: “Mi scusi, prof,mi dica perché ieri all’uscita di scuola, quando mi sono avvicinato ad Alessandra raccontandole di aver trovato delle belle poesie di Marylin Monroe lei mi ha sorriso con un’ombra d’ironia e quando poi si è avvicinato Giorgio a cavallo della sua vespa e le ha mostrato il suo nuovo videofonino, lei incantata gli è andata vicino e si son messi a giocare e ridere con immagini e suonerie? Io li guardavo e ripensavo ai versi di Catullo: “Mi sembra uguale a un dio/degli dei ancora più in alto/…chi ti è accanto, ti guarda e t’ascolta/quando dolce risuona il tuo riso./Me infelice!Ciò mi toglie ogni senso:/non appena, Lesbia, ti vedo/mi vien meno anche un filo di voce/si prosciuga la lingua e le membra/sono scosse da un fuoco sottile/mentre ronzan le orecchie e la vista/mi si annebbia come per notte.///Poi se n’è andata con lui,la mia Lesbia/Alessandra, rivolgendomi un distratto ciao! Professore, mi dica, perché dovrei pensare con la mia testa e non piuttosto dare ascolto ad uno slogan di qualche tempo fa che recitava: “Pensa con la tua vespa”? Chissà cosa risponderebbe il professor Eco a questo giovane in preda alle sue inquietudini adolescenziali. Dal palco arriva una frase “i giovani con la lettura imparano a comprendere”, sì, ma anche e soprattutto devono poter condividere. Perché adesso io esco di qui e con chi parlo? Le domande che sono sul mio quaderno a chi le faccio se manca un interlocutore? E i Michele, Francesco,Antonio,Giovanna, Patrizia, Alessandra, Antonella, tutti i giovani d’oggi, adulti di domani, perché dovrebbero leggere se non possono condividere il piacere della lettura con i loro coetanei? Ho letto una bella frase di Amartya Sen: “La bellezza è un bene di relazione”, anche la cultura lo è, se è una lingua bisogna che sia una lingua condivisa altrimenti si continuerà a dire che “i giovani” parlano solo degli ultimi modelli di cellulari, di sport, di moda, di isole e grandi fratelli. Me ne sono uscita di lì con quella domanda nella testa:Perché dovrebbero leggere? E cos'è questa passione che mi spinge contro ogni logica e buon senso ad essere stata su una poltrona del teatro, sola, ad ascoltare? Anch’io non ho risposte. Fuori il tepore primaverile ed Eco seduto su una panchina davanti al mare. P.s. segnalo una tra le tante interessanti iniziative per promuovere la lettura, quella portata avanti dalla libreria Bonanzinga di Messina, ecco il link per chi vuol saperne di più: http://194.20.3.168/iniziativa.asp .Ciao
    Il Viaggio
    ...E sono ancora in viaggio, da sempre...non sono ancora giunta...che strano effetto di distanza, un sentore buffo-amaro di non appartenenza...pesa un po' questo gioco al quale non mi abituo mai, perché non so più se sono questa o quella, quale sia l'immagine e quale la persona, quale il volto e quale l'icona...se sono io quella che fissa negli occhi le persone o non sono io che marco sulla carta un tratto, un' impressione...il punto di contatto tra un prima e un dopo, il perimetro di un vuoto...Anche per questo scrivo, per capire che forma hanno i miei pensieri, vedere se questi segni mi assomigliano e se c'è un senso nelle linee tracciate dall'inchiostro, se pesa più il passato o il futuro su questo presente incerto come un vino che è ancora mosto e perché quando guardo oltre il parabrezza della mia auto in corsa, sulla strada della vita, le strisce bianche sembrano tutte uguali, rassicuranti ed inoffensive, mentre sono così differenti quando scivolano dietro le mie spalle...Dove sono stata fino ad adesso? Dove andrò? Ma più che altro, dove sono?... E cos'è quel martello sordo che batte su un lato del cuore? Quel motore sempre acceso dentro? ...Non fuggo da qualcuno... Non fuggo dalla galera o dal Paradiso del voler bene... Scappo da me stessa...Dall'ergastolo di questa eternità. Dallo specchio di giorni tutti uguali...Solo, ogni giorno, un po' più vecchia... Solo i matti sono veramente qualcuno. Quello che decidono di apparire... Ma io non sono matta... Sono un guitto immalinconito dall'essere tanti personaggi per non esserne alcuno? Trovarmi dovunque per non stare in nessun luogo? Provare tutto per non sentire più niente? Aprire o chiudere la porta. Per entrare o uscire? Partire o tornare? E' una strada senza fine... un'avventura. Prossima, ventura. L'abisso. La vertigine. Sospesa tra tempo e temporale. Fortuna e fortunale. Suono e immagine. Tuono e fulmine. Una cacciatrice di raggi, cristalli, stelle, lucciole, scintille. Qualunque cosa sia...Anche un riflesso di luna, un miraggio di caldo, uno sguardo di dentro. E nel silenzio ho cercato parole nuove; roche o chiare potrei dirle con forza? Con coraggio?... una persona nuova... Chissà poi quanto sono cambiata? Chi mi riconoscerebbe? ...cambiai abitudini lontane, provocai attriti e scintille, attimi di stelle cadenti annullate nell'aria dal gelo che rimane...rovistai nel cuore, muscolo stanco, pelle di tamburo, e trovai un sorriso strappato, da un intreccio di teli una spada tranciò ragnatele e legami...ed un raggio di sole entrando nella stanza non mi sorprese indifesa...un pensiero sospeso soppesò quell'attesa smaniosa di riempire un'altra valigia... mi voltai e vagai con lo sguardo lontano dalla torre della mia attesa dove avevo scelto per quel tempo di stare...poi un vento di partenza soffiò sulle mie braccia piegate verso l'alto per imparare invano a volare... attraversai quel cielo esposto al sole lasciando acqua e zattere di terra a centinaia di piedi sotto di me, ed un'altra promessa, scommessa, per chi mi aspettava... una volta scesi dal mio volo ed alzando le mani, toccai fronde d'alberi per riposare all'ombra senza che questo gesto fosse inteso mai come un segno di resa...e a chi domandava ''dove sei?'' rispondevo semplicemente ''forse solo dentro di me''... Ma quel mio impegno era un viaggio per arrivare a scoprire altre terre, altre luci, colori forti come rossi tendaggi di sole...e, sì, mi fermai su scogli scoscesi, tra frange di mare, a cercare il modo di non ripartire...varcai la consapevolezza del presente in tutti i luoghi dell'anima senza avere con me una mappa preordinata, viaggi ideali per quella continua speranza del futuro, cercai tra i volti la luce ed il chiaroscuro, il linguaggio dei suoni in posti fuori dalle rotte dove c'è bisogno di spazi in uno spazio sconfinato per un mondo ancora affamato di giustizia e di calore...Il mio viaggio si consumò come divorato dal calore del fuoco...un altro po' di tempo se ne è fuggito via armato di propositi e pioggia per lavare il campo dalle battaglie del cuore senza più nessuna fretta, e come un lenzuolo al vento lasciarlo asciugare... Nel cielo di pergamena, tra le nuvole e la mia torre, oltre le piane, fino a dove lo sguardo può arrivare, laggiù un altro insieme di luci, altri mondi dove poter esplorare...scommisi con me stessa di voler tentare, giocandomi l'anima e ciò che ancora potevo rischiare...ed eccomi qui, guardo il tempo come dal retrovisore di un'auto in corsa, cercando di capire a cosa corrispondano le pennellate bianche della mezzeria che scivolano, come acqua di fiume alle mie spalle...Se vado veloce sembrano fondersi in una striscia unica, ma quando rallento l'asfalto torna a spezzarle e riesco quasi ad aver percezione di ciascuna di loro, ad identificarle, qualche volta anche a chiamarle per nome...Sono ancora in viaggio..non sono ancora giunta... Ho guardato così tante notti per trovarmi al largo dell'universo e buttar giù un segreto nel più profondo del cuore... ma ogni volta che mi fermo e chiudo gli occhi mi chiedo chi o cosa mi abbia portato qui...siedo ed aspetto...aspetto questa notte che prima o poi mi porterà nel sogno del conforto...aspetto il mio riscatto e che le stelle e le luci della vita si contendano lo stesso blu di confine tra la notte ed il mare..." grazie margherita, un bacio
    alessandra 

    Grazie Alessandra per il flusso dei tuoi pensieri. Buon viaggio!
    Buona Estate!

     

    CogitoBlog

     

    http://www.speakers.diablogando.it/main.php?blogid=26. Anch'io nella blogosfera, buona lettura, ciao:-)
    Coccodè

     

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2004/04_Aprile/10/Gallina.shtml
    Muessa
    Si tramanda che Maometto, nome che significa il “lodatissimo”, il grande predicatore e profeta dell’Islam, aveva una predilezione per i gatti. Ne aveva molti nel suo palazzo di Medina e una leggenda vuole che quelle quattro strisce che molti gatti portano sulla fronte sia proprio la traccia delle dita del profeta che amava carezzarli. Sembra che Maometto nutrisse un particolare attaccamento per una affezionata gattina che aveva chiamato Muessa. Muessa lo seguiva da per tutto, quasi come un cagnolino, e spesso soleva dormire nelle ampie maniche dell’autore del Corano. Un giorno Maometto era seduto sul suo divano ed era immerso nella lettura. Come al solito Muessa s’era intrufolata in una delle maniche dell’abito del profeta e dormiva profondamente. Qualcuno, con molta deferenza, avvertì Maometto che era imminente l’ora della preghiera. Il profeta si accorse della gattina che dormiva aggomitolata nella sua manica ma non aveva il cuore di svegliarla. Non poteva però mancare alla preghiera e per non disturbare il sonno di Muessa prese allora il suo affilato pugnale e senza esitare tagliò via la manica dal suo abito.
    Gil Blas 

    miao:-)
    “Mugugno day”: il teatro contro il mal d’azienda.

     

    Chi ha detto che i lamenti devono essere soffocati? Non crea forse malessere rimuginare il disagio, non dar voce alle recriminazioni? Si rischia d’ingolfare la mente con scorie emotive tossiche e così inquinare la “qualità della vita”. Proprio nel tentativo di migliorarla, nelle aziende si sta facendo strada un metodo “alternativo”:il teatro d’impresa. Infatti quando si lavora gomito a gomito certe situazioni, certi attriti possono portare “sull’orlo di una crisi di nervi”. Piuttosto che ingoiare lo scontento, lo si mette in scena. E così sul palcoscenico saranno riversati gli umori e i malumori che rischiano di rovinare i rapporti interpersonali. Credo che la “drammatizzazione” possa aiutare a metabolizzare i conflitti, a buttar fuori le delusioni. Ci ha provato, a Bari, l’amministratore delegato della Svimservice con “uno stage full immersion di due giorni rivolto a tutto il personale”. Così dichiara sulle pagine del Corriere del Mezzogiorno: “Portare in scena le proprie lamentele significa elaborarle. E nel momento in cui le si elabora, l’insoddisfazione e la rabbia interiore si trasformano in energia positiva”. La “terapia” pare funzioni, l’ansia e lo stress sembrano alleggerirsi. Importante è guardare dal di fuori-a distanza-i problemi nei quali ci si sente invischiati. In fondo, anche questo può servire a conoscere meglio se stessi. Il lamento è una forma larvata e sommessa di protesta…e la protesta contiene in sé i potenziali germi di cambiamento. Per avere un’idea, un link tra tanti: http://www.kunowindisch.de.vu/
    Aalfred
    Una bella domenica un signore di Bochum, una città della Renania-Vestfalia, si portò a casa un’anguilla che aveva pescato nel locale Rhein-Herne Kanal. Per mantenerla viva e fresca, prima di friggerla in padella, l’aveva posta nella vasca da bagno mezza piena d’acqua. Non era però destino di quel pesce di finire nell’olio bollente perché i figlioletti di quel signore avevano posto il veto assoluto di far del male a quell’animaletto così carino e così l’anguilla rimase nella vasca da bagno e venne battezzata Aalfred con la doppia “a” (l’anguilla si dice Aal in tedesco ed è un sostantivo di genere maschile). L’acqua veniva cambiata ogni giorno e nel vicino negozio di articoli per animali veniva regolarmente comperato il mangime per quell’insolito compagno di giochi. Quando qualcuno della famiglia voleva farsi un bagno, l’anguilla veniva posta in un secchio colmo d’acqua e ritornava poi nella sua “dimora” una volta finite le abluzioni. Con l’andar del tempo s’era talmente abituata agli esseri umani che si lasciava persino accarezzare dai bambini e veniva anche a prendersi il mangime dalle dita immerse nell’acqua. La cosa più straordinaria è che tutto questo accadeva nel 1969; a distanza di oltre 34 anni il pesce vive tutt’oggi nella sua bagnarola. Circa due anni fa una popolarissima trasmissione televisiva (Stern TV) presentò ad un vasto pubblico quel pesce fenomenale e la cosa fece scalpore. La società per la protezione degli animali divenne immediatamente attiva ed inviò due periti con l’incarico di constatare se le condizioni in cui viveva Aalfred erano quelle prescritte dalla legge tedesca, la quale prevede che ogni animale deve essere tenuto in un ambiente a lui naturale e confacente. I periti constatarono che una vasca da bagno non è certamente l’ambiente naturale di vita di un’anguilla, ma Aalfred sembrava in ottima salute e nuotava allegramente nel suo piccolo mondo. I periti erano anche del parere che dopo un periodo di cattività di ben 32 anni non era consigliabile di rimettere in “libertà” il pesce perché non sarebbe stato più capace di procurarsi il cibo da solo e sarebbe con certezza morto d’inedia. E così Aalfred continuò ad abitare la sua tinozza. In questi giorni è apparsa una notizia sui giornali tedeschi: Aalfred ha trovato lavoro, ora fa pubblicità per un commerciante di mangimi per pesci d’allevamento. Quale onorario Aalfred verrà gratuitamente vettovagliato fino alla fine dei suoi giorni.
    Gil Blas 

    Grazie Gil, Aalfred testimonial in uno spot. Carriera inconsueta per un'anguilla;-)
    il futuro:macchina o uomo?
    Ciao, Margherita ho letto con interesse e curiosità l'articolo che ci hai proposto. Come tutte le novità, anche quella di un alter ego virtuale che indosserebbe i vestiti al posto nostro, suscita scalpore e entusiasmo, resta poi da vedere come viene utilizzata. Ogni personaggio intervistato ha espresso una sua opinione sottolineando i pro e i contro di questa nuova tecnologia. Ma la commessa carina e gentile che ti sorride e mente spudoratamente pur di riuscire a vendere, e che nello stesso tempo ti fa sentire a tuo agio nel negozio facendoti sembrare bello e affascinante, che fine fa? Sparita! Mi vien da pensare a come ci comporteremo quando ad un ristorante ci metteremo a parlare con un robot per le ordinazioni, come nel film Guerre Stellari, oppure avremo una cyber-domestica tuttofare. Adesso questo magari ci fa sorridere, ma nel futuro quando le macchine prenderanno il nostro posto, cosa faremo noi? Come in Star Trek tutti arruolati e andare nello spazio per lavorare? Non saprei, per il momento ho difficoltà a far funzionare il mio dvd e credo che prima che mi faccia perdere il senno lo riduco in pezzi. Ciao a tutti.
    pantarei 

    Ciao pantarei, capisco i tuoi dubbi, riflettono le perplessità di tutti noi di fronte a scenari che appaiono inquietanti e che soprattutto sembrano mettere sullo sfondo la componente umana. Nel film “Io e Caterina” Alberto Sordi inseguendo il sogno di una colf hi-tech si ritrova a vivere un incubo. Sul TgCom ho letto (13/02/2004)che è nato addirittura il primo robot tatuatore. Le domande che ti poni sono dunque legittime: l’uomo verrà rottamato, un giorno?:-/ url: http://www.tgcom.it/ArticoloTgCom/articoli/16/articolo170016.shtml
    Costumi futuri: il manichino virtuale

     

    Ciao, buona lettura: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2004/01_Gennaio/28/manichino.shtml
    Sacrificio rituale: sì o no?
    Ciao, spero vada tutto bene. Certamente avrete sentito parlare della festività musulmana del Sacrificio. La cosa che mi ha colpito è stata la notizia correlata alla festa dove un gruppo di animalisti ha tentato di bloccare i camion che trasportavano animali che sarebbero stati macellati durante il rito religioso, Questi ultimi vengono sgozzati e poi le carni divise tra tutti gli ospiti. Per gli animalisti questa pratica è violenta e barbara. Mi sono chiesto se gli animalisti protestavano perché erano islamici o perché veramente ci tengono agli animali. Allora perché noi cristiani possiamo uccidere agnelli di pochi mesi di vita per le nostre feste e nessuno dice nulla? Credo che sia un dilemma. Vorrei sapere cosa ne pensate. Un salutone a tutti, a presto.
    pantarei 

    “Il rito ebraico, e per derivazione nel tempo il rito islamico, vietano la macellazione di animali che non siano vitali e integri; e di conseguenza, ma in forza di una interpretazione discutibile dello stato d’integrità, si oppongono alla normativa europea e nazionale che prescrive in via generale di stordire gli animali prima di abbatterli al fine di ridurne le sofferenze evitabili. La questione assume rilevanza di massa con il crescere dell’emigrazione islamica; e presenta esigenze pratiche piuttosto complesse per il vitto in comunità(scuole, ospedali, carceri) dove ebrei e musulmani potrebbero trovarsi obbligati ad alimentarsi in deroga ai precetti delle proprie religioni.” Ciao pantarei, ho voluto riportare qui il pezzo iniziale di un articolo di Valerio Zanone che s’intitola : “Le ragioni degli animali” (Il Sole-24Ore 7/12/03). Come vedi la questione è molto complessa. I problemi dell’integrazione verranno sempre più alla luce e la multiculturalità sarà davvero la grande sfida del futuro. Lascio qui un link con la cronaca di quella giornata di scontri. http://www2.varesenews.it/articoli/2004/febbraio/varese-laghi/1-2festa.htm. Colgo l'occasione per pubblicare integralmente un bellissimo articolo della scrittrice Dacia Maraini apparso sul Corriere della Sera(6/02/04)”Anche le umili galline hanno diritto al rispetto”-La periodica strage degli animali che noi stessi facciamo ammalare---I l fatto che si mangi un animale fa parte della storia carnivora dell' uomo. Ma il modo in cui trattiamo gli animali da macello sta diventando sempre più brutale e insensato. Le epidemie che già hanno minacciato l' uomo cominciando da quella delle mucche, forzate a nutrirsi di ossami e carcasse animali, quando per natura sono erbivori, doveva costituire un avviso per noi umani che crediamo di potere trattare gli altri esseri viventi come se fossero meno che oggetti, con una empietà che si scontra con tutte le pretese di cristianità di cui ci vantiamo. Abbiamo assistito appena qualche anno fa allo sterminio di milioni di creature miti e gentili che per colpa nostra si erano ammalate e minacciavano l' uomo con un nuovo sconosciuto virus mortale. Non riesco a cancellare dagli occhi le immagini di tante povere vacche trascinate per le zampe, sollevate dalle gru e gettate oscenamente in un rogo comune dopo essere state giustiziate brutalmente. Da cosa ci viene questa arroganza? Questa assoluta cecità di fronte alle sofferenze animali? Purtroppo, non credo nemmeno che si tratti di cattiveria, come si suol dire, ma di assoluta insensibilità, ovvero di assoluta mancanza di immaginazione. La gente non è crudele per istinto, ma perché non è capace o non è educata a immaginare la sofferenza altrui. I n questi giorni apriamo i giornali e vediamo milioni di galline e polli che vengono gassati, avvelenati, chiusi dentro sacchi della spazzatura e seppelliti vivi. Vi pare che tutto questo sia degno di qualcuno che si dice fatto a somiglianza di un Dio? Siamo noi che facciamo ammalare le povere bestie che teniamo in cattività. Siamo noi che, attraverso questi allevamenti intensivi, privi di ogni riguardo per la loro anche se brevissima vita, avendoli messi nell' impossibilità di camminare, di beccare, di cantare, di covare le proprie uova, li rendiamo malati, infelici, nevrotici, molli, privi di ossatura. Poi, quando, come si poteva prevedere, diventano portatori di un nuovo micidiale virus, ci spaventiamo e li facciamo fuori in serie. Non so se qualcuno ha visto il film della riscossa delle galline. Ecco un caso di immaginazione e quindi di pietà profonda. Il regista ha immaginato cosa possa provare una gallina chiusa in un pollaio moderno. E ci ha tanto indovinato che gli spettatori nelle sale partecipavano per le galline che volevano sfuggire alla grande macchina che li riduceva a pezzi e poi li gettava nelle scatole. A volte l' immaginazione va sollecitata. I nostri occhi, accecati da tante immagini adulatorie e stupidamente seducenti, hanno perso la capacità di vedere al di là dello stereotipo. Pietà l' è morta, è stato detto. Ma davvero dobbiamo rassegnarci a questa atona idiota accettazione delle leggi del mercato per cui un essere vivente, qualsiasi sia, ha perso il diritto a un pezzetto di vita, anche infima, ma reale? Che un maiale, una mucca, un pollo vengano ammazzati, come facevano una volta i contadini, è parte della tradizione, che non pretendo di scaravoltare. Per carità. Ho abbastanza immaginazione per capire che le tradizioni vanno rispettate. Ma un essere vivente, anche se asservito, anche se finalizzato alla pentola, deve potere avere un breve spazio di vita propria, di libertà, di dignità, centrata sui suoi istinti e i suoi tempi vitali. Io spero che, non per pietà o per comprensione, sentimenti ormai considerati ridicoli e spregevoli, bensì per paura, la paura di nuovi virus e pandemie mortali, si comincino a smontare le insensate strutture degli allevamenti intensivi che portano necessariamente alla mutazione genetica e alle malattie, che dagli animali si trasferiscono sull' uomo./Ciao.
    chiffon
    Parola che da sé esprime preziosità e puzza di alta moda..ma che tradotto nel francese familier vuol semplicemente dire... "strofinaccio,mappina"! Questa è la traduzione che la mia cameriera di Cannes m'ha fatto..ah queste parole con diverse accezioni..dalle stelle alle stalle!
    cri 

    Cri, mi hai fatto sorridere e poi mi hai incuriosito. In Francia se qualcuno dice: "Mi metto addosso uno chiffon" può creare qualche imbarazzo? Come mai la stessa parola che significa straccio, cencio vuol dire anche "velo di seta"?Davvero insolito. I percorsi della lingua a volte stupiscono. Ciao
    la vita è un ?
    Ciao Cristina. Un perché comporta una risposta, quindi mette in moto un ragionamento che partorisca un pensiero. Come vedi è più facile dire: accontentati di quello che ti capita, ma è anche vero che tener desta l’interrogazione dimostra che siamo vivi! Nella mia vita ci sono sempre tanti "?", senza, l’esistenza mi apparirebbe piatta. Un salutone. p.s. Interessante il racconto.
    pantarei 

    Cantava Arbore:"Sì, la vita è tutta un quiz":-).Ciao
    perché ?
    "..ma smettila di chiedere perché!Lo fai da quando sei nata..che ti frega di sapere il perché delle cose, delle situazioni..accade e basta"! Ma papà..se non riesco a sapere il perché delle cose..non mi sento soddisfatta e tranquilla.. "..ascolta piccola(ho 28 anni), è così , è la vita,non troverai mai le risposte a tutto e da tutti perciò prendi ciò che viene..perché se è arrivato vuol dire che è così.. Papà perché sei fatalista? "senti, l'uomo è nato, vive e si sviluppa e muore..e magari potrebbe impiegare meglio il suo tempo libero..senza sprecarlo a domandarsi perché!” Grazie papà..perché però sono confusa?
    cristina 

    “Il libro dei perché/stampato ancor non è/quando si stamperà/allora si saprà!”:-) Ciao Cristina, benvenuta in questo spazio dove i punti interrogativi sono di casa. Questa mini-filastrocca la recitava mia madre se chiedevo un perché di troppo. Ho pensato che il breve dialogo con tuo padre potrebbe intitolarsi: “La cercatrice di senso e il fatalista”. Chissà perché per i genitori siamo “piccoli” a vita! Accidenti, mi è scappato un altro perché. Vedi, non so dar risposte; anch’io uso le domande per capirci qualcosa in questo pazzo pazzo mondo. Credo che la curiosità in fondo dia fastidio e questo lo prova il fatto che quando i bambini chiedono lumi vengono frenati chiamandoli “ficcanaso”, come fosse un difettaccio da correggere. Eppure la voglia di conoscere è innata nell’uomo e penso che fino a quando continuiamo ad interrogarci siamo vivi. O forse, inconsciamente, tuo padre vuole difenderti da una sua visione pessimistica, come quella che troviamo- per fare un richiamo letterario- nel “Dialogo della Natura e di un Islandese”, che ho letto da adulta e ora ripropongo a te nel caso non avessi ancora sfogliato questa operetta morale: http://www.ilnarratore.com/anthology/leopardi/NaturaeIslandese.PDF. Ciao…e conserva il tuo spirito filosofico, anche se spesso lascia confusi.
    buon anno
    Ciao a tutti, spero che l’anno sia cominciato bene. Già, siamo nel 2004! Sembra ieri quando eravamo alle soglie del 2000.Ricordate il panico per l'entrata nel 2000? C'era chi preannunciava la fine del mondo, gente che si preparava al trapasso, la paura per i computer che sarebbero andati tutti in tilt e giù a spendere soldi per far modifiche. Invece eccoci qui, sono passati 4 anni e nessuno ricorda più quei giorni. Siamo nell'anno bisestile e si dice che non porti tanto bene, ma vedendo come vanno le cose mi sembra che gli altri anni non è che siano stati molto migliori. Le guerre scoppiano senza guardare il calendario, la fame nel mondo continua a fare vittime, però quest’anno potremo dire che la colpa è dell’anno bisesto. Comunque un augurio a tutti e a presto.
    pantarei 

    Ciao pantarei, proprio pochi giorni fa ripensavo anch’io al “baco del millennio”. Il temutissimo bug che faceva tanta paura si rivelò -per fortuna- una previsione sbagliata. Forse mi è tornato in mente perché il mio pc ha avuto dei problemi negli ultimi giorni del 2003: infettato dai virus è andato in tilt! (Qualcuno mi ha suggerito di fargli un “vaccino” il prossimo anno;-) Ci sono minacce per tutti i gusti: worms, trojans…etc. Nonostante tutte le difese,muri di fuoco, antivirus, ci si sente vulnerabili. Ho trovato un articolo che ci riporta indietro agli “allarmismi millenaristi” procurati dal piccolo insetto. Url:http://www.mediamente.rai.it/home/tv2rete/mm9899/settimanale/990427/n2_27.asp
    Pippo
    Molti anni fa facevo il fotografo a Venezia ed ero un graditissimo ospite a tutti i matrimoni di parenti, amici, conoscenti e loro famiglie, perché gli sposi ben sapevano che avrebbero avuto le fotografie in regalo. Non mi ricordo quanti matrimoni ho fotografato in quegli anni, uno però è indelebile nella mia memoria. S’era sposato l’amico di un mio amico che abitava in un rione popolare. Dopo la cerimonia in chiesa ci siamo recati tutti nella trattoria dove ci aspettava il pranzo offerto dai giovani sposi. La trattoria era ben frequentata ed il banchetto di nozze aveva luogo in una sala appartata. Nella mia mansione di fotografo io non stavo continuamente seduto al mio posto ma spesso mi muovevo per scattare qualche immagine degli ospiti. Ho fatto anche una capatina nel locale della trattoria dove ho subito notato un bel gattone soriano che mendicava qualche bocconcino dai clienti che stavano mangiando. Vagava da un tavolo all’altro, si soffermava e guardava fisso chi stava mangiando come volesse dire: “Buttami un pezzettino di quello che mangi!”, cosa che uno o l’altro cliente anche faceva. Il padrone del locale era affaccendato dietro il bancone, l’avvicinai e gli chiesi: “Non è strano che un gatto di trattoria vada a mendicare un po’ di cibo dagli avventori?” “E si,” rispose quello mentre puliva il marmo del banco con uno straccio “Pippo è fatto così, in cucina non gli manca nulla, ma lui deve scocciare la gente e io lo lascio fare. A chi non va a genio, deve trovarsi un altro locale dove mangiare.” La cosa mi sembrava un po’ strana, gli chiesi una spiegazione e così appresi la storia di Pippo. Il padrone della trattoria, Giovanni, aveva aperto quel locale qualche anno prima in quel luogo lontano dal centro e dai turisti perché voleva cuocere alla veneziana per i veneziani. Ma nonostante la cucina fosse ottima, non erano molti gli avventori in quel luogo fuori mano. Un mattino, Giovanni aveva appena aperto il locale, entrò un gatto soriano e si comportò come fosse a casa sua. Ispezionò fuori e dietro il banco e poi andò in cucina dove Giovanni gli diede qualche avanzo di carne. “Forse mi porterà fortuna, ma almeno non avrò topi in trattoria!” pensò Giovanni e non scacciò il micio. Ma Pippo aveva un vizietto: molestava i clienti. Non importa quanti appetitosi bocconcini ci fossero nella sua ciotola in cucina, Pippo mendicava qualche cosa da mangiare dagli avventori e qualcuno di loro disse a Giovanni che un gatto che mendica cibo in una trattoria non è certamente cosa igienica. Giovanni notò anche che qualche cliente non si fece più vivo e detta la colpa a Pippo che, invece di portare fortuna, sembrava portare iella. Il gatto doveva andarsene e Giovanni, con molto dispiacere, lo caricò in macchina, partì direzione di Treviso. A Preganziol prese una strada secondaria ed arrivato in prossimità di una fattoria fece uscire il gatto, augurandogli di trovare un luogo dove sopravvivere. Ritornato a Venezia continuò nel suo lavoro ma nonostante il gatto non ci fosse più, la clientela non aumentava. Passarono circa tre mesi ed un bel giorno Giovanni uscì dalla cucina e rimase come paralizzato da quello che vide: in mezzo alla trattoria Pippo, magro come un’acciuga, stava accattando qualcosa da mangiare. A Giovanni vennero le lacrime agli occhi: Pippo aveva percorso più di trenta chilometri in aperta campagna, aveva zampettato anche i quattro chilometri del ponte che unisce Venezia alla terra ferma e poi, seguendo un misterioso istinto, aveva trovato la trattoria di Giovanni che questa volta giurò di tenerselo per sempre. Se un cliente si lagnava, lui gli raccontava la storia. Uno dei clienti era un giornalista del Gazzettino che a sua volta riportò la storia su tre colonne del giornale, con tanto di fotografia di Pippo. Quell’articolo venne letto da molta gente in città ed improvvisamente la trattoria era piena zeppa di clienti che volevano mangiare e fare qualche carezza a Pippo. Giovanni mi mostrò anche l’articolo del giornale, incorniciato ed appeso alla parete. Mi disse: “Lo sapevo che Pippo mi avrebbe portato fortuna!”
    Gil Blas 

    Buon 2004!
    Diamoci un taglio!

     

    Con questa esclamazione s'interrompono discussioni interminabili,si troncano, si risolvono in modo deciso e definitivo situazioni irrimediabilmente giunte al capolinea, si concludono storie d'amore. Chi poteva mai immaginare che l'espressione "darci un taglio" avrebbe riguardato un giorno la moda? Sbirciando nel guardaroba, alcuni capi d'abbigliamento sembrano davvero da "the day after". Quasi tutti i jeans hanno subito l'onta del taglio. C'è chi un giorno divenne famoso sul mercato dell'arte con le sue tele tagliate: Lucio Fontana. Oggi gli stilisti, gli artisti del made in Italy griffano i loro capi con tagli che non hanno nulla da invidiare alle incisioni chirurgiche. La vecchia tela denim ha ritrovato il suo fascino un po' appannato, potremmo dire che le è bastato rifarsi il look, tagliuzzarsi qui e là in punti strategici per ritrovare l'antico splendore. Ma cosa si nasconderà dietro questa frenesia del taglio? Chissà che non ci sia anche un riferimento alla mania di ritoccarsi il corpo, di affidarlo nelle sapienti mani dei chirurghi estetici che con magici tocchi di bisturi illudono di fermare il tempo. Sarà un'estetica del taglio? Un lifting e la bellezza non sarà mai più scalfita. Può sembrare un salto in lungo del pensiero passare dai pantaloni lacerati al desiderio della eterna giovinezza, ma a volte le analogie azzardate possono sfiorare il vero. Senz'altro gli stilisti, girando il mondo sempre a caccia di idee, avranno raccolto degli stimoli e attraverso il filtro della loro creatività li avranno condensati strizzandoli in un segno/sogno. Sarebbe interessante ascoltare come è nata questa idea. I pantaloni, a cavallo della primavera-estate non erano solo tagliati ma anche strappati, sporcati, macchiati, sbiancati, sdruciti, consumati. Il lusso della povertà. Pantaloni da barboni che costano un occhio della testa. E' questa la trasgressione anni 2003? In un liceo classico di Udine si è sollevato un vespaio, quasi uno scontro generazionale. L'oggetto del contendere sono stati proprio un paio di pantaloni macchiati di vernice indossati da una ragazza. Persino la Rai hai inviato una sua troupe. Tutto cominciò con una battuta ironica del preside : "Stai imbiancando la casa?". La scuola non è un cantiere edile,deve aver borbottato tra sé e sé. Dopo di che convocazione in presidenza e un'assemblea per dibattere l'argomento. Il giorno dopo l'intera classe della ragazza, "rea"di leso bon ton scolastico, per provocazione ha indossato abiti da sera. A questo punto la vicenda diventa un "evento"mediatico e fa il giro d'Italia suscitando persino analisi sociologiche. Un piccolo "scandalo" quei pantaloni, una "macchia" di colore indelebile schizzata sul grigio decoro di un austero liceo. Tanto rumore per nulla. Ieri era un taglio di capelli a cresta( e non sto parlando di pennuti) a farci stupire, oggi sono dei pantaloni lacero-contusi a farci meravigliare. E domani? Il vintage è trendy e fa chic...o choc a seconda dei gusti. Si sono visti vip abbigliati come operai dopo una giornata trascorsa tra calce e cazzuola, rigorosamente senza sudore però, noblesse oblige! Ma perché si saccheggiano gli armadi e riciclano gli indumenti delle nostre nonne o bisnonne? Sembrerebbe una contraddizione, ora che tutto segue la logica dell'usa e getta: dall'ultimo modello di cellulare da rottamare dopo pochi mesi, ai sentimenti. Da dove nasce questo bisogno di portare abiti che abbiano addosso il sapore di vecchio, di usato e abusato? Oggi che non ci si affeziona più a nulla, suona strana questa necessità di essere abbracciati da vestiti molto "vissuti" seppur solo in apparenza. Forse un gesto rassicurante? Secondo Mc Luhan, il profeta del villaggio globale, anche gli indumenti sono un "medium", un'estensione dei nostri sensi, in questo caso, della pelle. Lui si chiederebbe sicuramente qual è il messaggio-massaggio di questo stile. Al minaccioso "Mi raccomando, attento a non sporcarti" con cui plotoni di mamme hanno redarguito i loro pargoli scavezzacollo e che ancora echeggia nella memoria, il giovane virgulto del terzo millennio risponderebbe "Mamma, non essere preistorica, la macchia fa tendenza". Oh tempora, o mores! Si dice che non siano importanti le risposte, ma le domande; ne ho disseminate tante e ora sguinzagliate la vostra curiosità e andate a caccia di risposte come cani da tartufo alla ricerca del prezioso tubero. Una piccola raccomandazione: "Attenti a non macchiarvi!":-)
    Perchè la guerra?
    Si continua a chiedersi il perchè l'uomo faccia la guerra. E' come chiedersi perchè l'uomo è uomo.-" La maggioranza degli uomini è cattiva"( Biante da Priene, VI sec. A.C.)- Così disse Biante, ma noi vogliamo per forza convincerci che non sia vero. Ciao Margherita
    Giano 

    Ciao Giano,continuiamo a chiedercelo, così come tu lo chiedi qui nonostante sappia che non c'è risposta se non che la ragione spesso è al servizio degli istinti ferini che abitano nell'uomo. Non vogliamo arrenderci all'evidenza, un'evidenza che mortifica l'immagine ideale che ci raccontiamo quotidianamente ma che viene messa in crisi davanti all'orrore. "Se questo è un uomo"...verrebbe da chiederselo guardando in tv il ragazzino che tira calci al cadavere del soldato con la faccia sul selciato.p.s.Interessante il tuo blog. Ciao
    fermiamolo questo tempo
    Ciao Margherita, siamo noi il "nemico" del tempo perché lo stringiamo sempre più come un cappio fino a soffocarci. Non abbiamo più il tempo nemmeno per allacciarci le scarpe! Ogni mattina partiamo per una corsa che non porta da nessuna parte. Mi hai fatto venire in mente una cosa che mi è successa sabato: passeggiavo per una via qui di Roma,una via che faccio spesso, mi sono fermato per rispondere ad una persona che chiedeva informazioni, ho alzato gli occhi e ho visto la facciata del palazzo che mi era davanti. Mi è sembrato di vedere un palazzo mai visto,non mi ero mai accorto dei bellissimi affreschi che aveva sulla facciata e mi sono stupito. Guardavo un mondo a me sconosciuto e non so quante volte ero passato di là. Spesso perdiamo delle cose stupende solo perché dobbiamo correre e portiamo i paraocchi come i cavalli.Un grosso saluto a tutti, a presto.
    pantarei 

    Ciao pantarei,ti faccio rispondere da Osho:"Osserva, come se fosse la prima volta, una bellissima persona, oppure un oggetto comune. Cosa accadrà? Riacquisterai la vista...Noi guardiamo ogni cosa con occhi vecchi...Noi viviamo ciecamente...Osserva gli occhi di un bambino, la loro freschezza, la loro radiosa vitalità, la loro vivacità. Assomigliano ad uno specchio, silenzioso ma penetrante:solo occhi simili possono raggiungere le profondità del mondo interiore". Buona giornata.
    il denaro, bell'affare
    Ciao a tutti, Margherita ho colto il tuo invito a leggere Enriquez. Secondo me,la frase che dice tutto è:"una persona senza denaro non può essere né un produttore né un consumatore. Agli occhi di molti perde, nelle nostre società, la qualità di essere umano e si vede relegato al rango di strumento inutile". Usando un'espressione di Shakespeare, il "Dio visibile" comanda su tutti. Se ci pensiamo la nostra vita è giocata tutta sulle banconote a cui noi stessi abbiamo dato valore e questo condiziona la nostra esistenza, la nostra coscienza, il nostro modo d'essere. Saremmo solo ipocriti se dicessimo che non è così; il denaro è ormai la nostra carta d'identità. Un contadino più semina più raccoglie, nella società consumistica non è detto che chi più lavora più guadagna. Un salutone,a presto.
    pantarei 

    Ciao pantarei, a me ha colpito, alla fine del breve saggio, la similitudine denaro=vampiro. Ma in fondo anche il nostro modo di vivere il tempo come un tiranno che ci domina non è molto dissimile, sembriamo essere i padroni del mondo mentre siamo schiavi di certi meccanismi che si autoalimentano. Parlo del tempo(non meteorologico) perché qualche giorno fa ho letto con curiosità due articoli. Porto qui le riflessioni che mi hanno accompagnato nel dopo-lettura. Due titoli: "Duecento secondi per un amore" dal Corriere del Mezzogiorno(4/11/03) e "Quell'attimo fuggente" un trafiletto all'interno del pezzo:"Fatti conoscere, fai networking"(dalla rivista Glamour). E così siamo arrivati ai secondi, mi son detta, non più ore, minuti. Riusciamo a giocarci "partite" importanti come l'amore o il lavoro, in tempi da centometristi. Fornitevi di cronometro, è necessario per preparare una "supersonica" presentazione. Oltreoceano lo chiamano "elevator pitch" (discorso da ascensore). Novanta secondi, una mitragliata di parole per colpire (stordire?) l'interlocutore e farsi ricordare. Non più guardarsi le scarpe o l'orologio o le anguste pareti dell'abitacolo, per ingannare il tempo, ma ottimizzare quei pochi attimi per trarre il massimo profitto dall'incontro...e se son rose fioriranno. Più che rose, a sbocciare dovrebbero essere addirittura fiori d'arancio, lo chiamano "Speed date" ed è "il gioco più trendy delle serate mondane italiane ed europee". Circa tre minuti -un appuntamento lampo- per conoscere una persona. "Ma io, io ora vado in crisi...mi ero preparata in 90 secondi, ora come faccio? Cosa gli dico? Come ammazzo il tempo che mi avanza?". Penserà così chi si è esercitato per una presentazione al fulmicotone di novanta secondi netti. Forse "non ci resta che piangere"...però attenti, qualcuno potrebbe monitorare anche il tempo delle lacrime. Non c'è scampo. Ciao.
    benriya il mio "io" in secondo piano
    Ciao a tutti, Margherita un tuo sorriso è più di quanto potessi sperare, ricambio con simpatia. Certo che i benriya sono una bella invenzione!(sai che dormite la mattina?;-) A parte gli scherzi, ci si può anche trovare il lato divertente, ma la cosa pare piuttosto ambigua. La domanda che mi è venuta in mente è: come si può accettare di parlare, come se lo fosse, a una persona che non è quella interessata? Lo si fa per mostrare il proprio potere oppure è solamente un problema psicologico per cui ci si affida alla sicurezza di altri? Mi ricordo delle vacanze-talpa di quelle famiglie che si barricavano in casa simulando un viaggio. Più o meno in Giappone fanno la stessa cosa, si nascondono dietro ad un falso io. Non possiamo dire se l'idea sia buona o no, va sperimentata, in fondo anche qui da noi abbiamo gente che svolge i nostri compiti, chi porta a passeggio i cani, chi ci pulisce casa etc etc. Non so se qui troveremmo una persona disposta a scalare una montagna per far felice una vedova, non ci metterei la mano sul fuoco ma credo che con una buona ricompensa qualcuno lo si trova. Ritorniamo al solito punto, purché ci sia di mezzo il denaro il nostro "IO" può essere messo da parte. Un salutone a tutti, a presto.
    pantarei 

    Ciao pantarei, ho trovato in rete un'interessante pubblicazione: "Il denaro, sacro feticcio-Riflessioni sul rapporto con il denaro nella nostra società" di Eugène Enriquez". http://www.studioaps.it/pubblicazioni/spunti3/enriquez_45_62.pdf Ciao e buona lettura.
    Quattro passi nel Sol Levante

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    dal CORRIERE DELLA SERA/venerdì, 24 ottobre, 2003// LITE COI VICINI O FESTE SGRADITE.A TOKIO C'E' CHI LO FA PER TE./ Costano 40 euro all'ora e sono pronti a tutto. "Ma non azioni illegali". Una donna ha fatto scalare una montagna in nome del marito morto.///Tamami Ono ha ricevuto un compenso per fingersi compagna di scuola della sposa. Questa temeva di avere troppo pochi amici e di sentirsi sminuita davanti al fidanzato, così ha ingaggiato Omo e altre figuranti. Alla fine, al momento del sì, si è commossa anche lei, Ono, come se fosse stata davvero un' amica. Ono è una benriya. Anche Kanji Sugimoto è un benriya. A lui si era rivolta una vecchia signora: il marito era morto prima di aver coronato il suo sogno, salire sulla cima del monte Fuji; ebbene, la vecchia signora chiese a Sugimoto di compiere l'ascensione al posto del consorte, portandone in vetta un paio di fotografie. Una da sotterrare e l' altra cui mostrare il panorama. Sugimoto eseguì l'incombenza, ricavandone il dovuto compenso e la commossa gratitudine della vedova. Un benriya è pronto a tutto. Come il personaggio di Pulp Fiction interpretato da Harvey Keitel può dire: "Io risolvo problemi". E' pagato per farlo, è il suo mestiere. Traslochi, riparazioni domestiche, cure di anziani o di animali domestici, partecipazione a funerali e cerimonie, ma - sempre più - anche incombenze sociali più complicate. Basta telefonare. Il benriya (in giapponese: "tuttofare"), è una figura professionale che si sta scavando una nicchia sempre più ampia nella società nipponica. Un migliaio a Tokio, almeno 5 mila in tutto il Paese, perlopiù uomini che lavorano da soli, ma esistono agenzie che forniscono benriya di età e competenze diverse, e anche benriya donne. E c'è un'associazione nazionale. Il Los Angeles Times, che ha analizzato il fenomeno, li ha definiti una sorta di "lubrificante sociale". In un Giappone dove la popolazione invecchia inesorabilmente e dove il lavoro sopraffà le classi produttive, i benriya svolgono un ruolo analogo a quello che, fino a una ventina d'anni fa, avevano parenti e amici. L'erosione del tempo libero trova un antidoto nella disponibilità di chi può svolgere le mansioni più diverse. La tariffa oraria si aggira sui 40 euro ed esistono vere e proprie "scuole" che, in un paio di settimane, insegnano il necessario. Spesso i benriya sono ex impiegati licenziati che si reinventano attraverso un impiego che non richiede alte specializzazioni e garantisce introiti accettabili. L'allargamento delle mansioni è uno specchio della società giapponese. Servono discrezione e psicologia. Ci sono persone che ingaggiano un tuttofare per portare la pattumiera da casa al deposito condominiale, perché non potrebbero sopportare di incontrare i vicini. Altri sono, sì, abbastanza pii da desiderare di curare le tombe degli antenati ma non così tanto pii da farlo personalmente, e così chiamano il benriya. La vita urbana cancella ogni familiarità con il mondo naturale? Ecco l' incarico di schiacciare uno scarafaggio apparso in cucina. Se servono un "fidanzato" o una "fidanzata" per far felici i parenti durante un incontro familiare, c'è chi si presta all'uopo, così come ci sono "mogli" in caso di cene di lavoro. C'è chi si presta a lunghe trasferte per acquistare souvenir necessari a coprire scappatelle coniugali ("cara, vado in Hokkaido per lavoro", e invece lui si chiude con l'amante in un love hotel dal decor medievale a Tokio), anche se è tradizione che nelle stazioni ferroviarie si trovi un assortimento di prodotti regionali da tutto il Giappone ampiamente utilizzati come "alibi". E ancora: i benriya possono litigare al posto vostro con i vicini, tenere compagnia agli insonni, tessere le vostre lodi durante un banchetto o ripararvi un lavandino, spiare un coniuge infedele o persino scrivere tesi di laurea. Nonostante la dura competizione, spiegano i benriya professionisti, è buona norma evitare incarichi illegali, come sbarazzarsi di rifiuti inquinanti, ricattare, minacciare, compiere pestaggi, prostituirsi. Ed è meglio chiamare la polizia se, com'è successo, ci si accorge che nella borsa che si sta trasportando è nascosto - come nell'hitchcockiana "Finestra sul cortile" - il cadavere di una moglie sfortunata. E' già abbastanza emozionante così, senza rischiare l'illecito. Basta ascoltare il tuttofare della capitale che ha dovuto ripulire un appartamento una settimana dopo che il proprietario si era suicidato facendo harakiri: «Quello non me lo scordo», dice ora il benriya.///Marco Del Corona/STILI DI VITA (Un lavoro su procura. Basta una telefonata e c'è un «tuttofare» pronto a mettersi a servizio).CHI SONO: Nuovi tuttofare. Benriya in giapponese significa «il tuttofare». E' una nuova figura professionale che sta nascendo nella società nipponica. Solo a Tokio sono già mille. Quasi 5.000 in tutto il Paese. COSA FANNO: Pronti a tutto. Un benriya è pronto a tutto, salvo che a svolgere incarichi illegali. Può eseguire traslochi, partecipare a cerimonie e funerali, effettuare riparazioni domestiche, curare le tombe di avi e antenati. Per chiamarlo basta una telefonata. QUANTO COSTANO: Un'ora 40 euro. In Giappone esistono scuole che in due settimane insegnano tutto il necessario per diventare benriya. Spesso le frequentano ex impiegati licenziati. Una volta formati alla nuova professione, la loro tariffa è di 40 euro all'ora.
    i soldi
    Ciao a tutti, Margherita al tuo perché la risposta è: i soldi! Se è giusta, ho vinto qualcosa?
    pantarei 

    Ciao pantarei, posso regalarti un sorriso, so che è poco, ma non ci sono premi in palio:-)Penso che i soldi siano solo un modo per procurarsi potere. Nietzsche parla di "volontà di potenza", eppure ho la sensazione che tutto dipenda da quel senso di mancanza che ci fa desiderare qualcosa credendo di poter appagare l'ansia d'incompletezza. L'uomo è costituzionalmente insoddisfatto, ha sempre nuovi appetiti...dalla mela in poi. Ciao.
    il problema a monte non a valle
    Margherita, hai colpito in pieno! E' una presa in giro continua, da una parte fanno i moralisti e poi volti pagina ed ecco la fregatura. Le sigarette? M'è tornato in mente un fatto accaduto a mio padre: doveva operarsi alla colecisti, stava male ma aveva paura dell'intervento chirurgico. In ospedale il dottore gli dice che l'operazione è necessaria altrimenti rischia la vita. Allora mio padre gli risponde secco: "Anche lei può morire visto che fuma". Il dottore con molta calma lo guarda e..."Chi sta male è lei non io". Certo quello che hai detto sul fatto dei videogiochi in cui si usano le persone per giocare a tirassegno è terribile. Il problema come sempre è a monte, anche internet è un porto di mare, tutti possono entrare e fare quello che vogliono senza un controllo, forse tocca che qualcuno metta un po' d'ordine. Non sarebbe quindi il caso di risolvere il problema a monte e non a valle? Se è stato accertato che il fumo fa male perché continuare a produrre sigarette? Perché si fanno macchine sempre più veloci e poi si vieta di correre? Ciao, a presto.
    pantarei 

    Perché?
    due spaghetti non fanno male
    Ciao a tutti. L'argomento trattato è molto serio.Ho vissuto l'anoressia attraverso l'esperienza di una mia amica presa da una crisi perché doveva dimagrire a tutti i costi per piacere, non era affatto brutta e neanche grossa.Come dice bene Margherita la pubblicità ci coinvolge al punto che non si ragiona più da soli, si viene presi dalla voglia di assomigliare a qualcuno che non siamo noi ma che gli altri decidono sia un modello. Ho notato che non è solo il mangiare a crepapelle che fa male, ma anche la pigrizia di molti bambini che non hanno voglia di fare sport oppure -e questo è più grave-che i genitori non hanno tempo per portare i figli a fare dello sport, attività, non solo fisica ma anche culturale per socializzare con altri ragazzi. Pc, play station e altri giochi statici impigriscono e la pigrizia porta a mangiare di più. A me capita, quando sto a casa, di spiluccare sempre qualcosa. Il mio rapporto con il cibo credo sia buono. Mi piace mangiare, non abbuffarmi. Penso che con il cibo si può avere un rapporto più tranquillo. Anche le situazioni emotive hanno senz'altro un'influenza. Detto questo, due spaghetti ci stanno bene, devo solo decidere come condirli. A tutti voi buon appetito e a presto.
    pantarei 

    Ciao pantarei, così si crea adipe che non solo insaccherà il corpo ma anche l'anima. E l'obesità dello spirito è molto peggio che antiestetica, è anestetica. A proposito di videogiochi, ne ho visto uno pubblicizzato su internet che mi ha fatto sgranare gli occhi. Si chiama " lancia i gavettoni". Scorrono sotto un ponte delle auto e dal cavalcavia si devono gettare dei gavettoni per colpirle. Non ti ricorda nulla questo "innocuo" giochino? A me sì. Trovo assurdo che si rievochino gesti come il gettare pietre camuffando dei sassi con delle "bombe d'acqua". Ecco, sarebbe proprio il caso di chiedere a chi ha elaborato queste immagini: "A che gioco giochiamo?". E la stessa domanda la farei anche a quelle riviste che pubblicano articoli sul dramma dei disturbi alimentari per poi un paio di pagine dopo stampare il viso e il corpo di una modella "larva". Questi sono dei messaggi ambigui caratterizzati da "doppio legame". Sono modi di comunicare "patologici". Su una pagina è detto:"attenti ad anoressia/bulimia" mentre sull'altra è "scritto" attraverso l'immagine..."se vuoi piacere devi essere senza carne addosso". Come si può parlare in tv contro il fumo mostrando sigarette accese e persone che aspirano voluttuosamente il tabacco? Mettere scritte luttuose sui pacchetti mentre campioni da pole position esibiscono salendo sul podio il logo delle marche? Vorrei capirci qualcosa. Come pensare che gli adolescenti non colgano anche solo intuitivamente queste contraddizioni rimanendone disorientati? Solite domande senza risposta e allora l'interrogazione si spegne...e subentra la rassegnazione. Quante volte sentite la frase: "non ne vale la pena!"? Non la penso così. Per quanto riguarda il potere delle immagini, credo che esistano delle immagini...ad orologeria, che entrano nel nostro Immaginario in silenzio e lì s'installano. Un adolescente può sembrare non reagire a quel condizionamento, ma in un momento di crisi, in un momento in cui si sente particolarmente vulnerabile e quindi bisognoso e avido di "carezze" alla propria identità in bilico, quel meccanismo micidiale può deflagrare e suggerire al giovane comportamenti che all'apparenza garantiscono riconoscimenti e ammirazione. E così per superare la timidezza e per "far bella figura" si può arrivare a guardare con simpatia alcool, pasticche e immagini-droga rimanendo invischiati in "giochi" in cui ci si ritroverà sempre più soli. Come star zitti? Ciao.
    Piacersi o abbuffarsi?
    Margherita e tutti gli altri, ciao! Rispondo alla tua domanda, scrivevi: "Quanta distanza tra queste immagini e i rapporti conflittuali con il cibo?"... io direi poca distanza e molti rapporti conflittuali con il cibo, certo! Ma, prima di iniziare la mia "raffica di matrioske", ci terrei a dire che-ovviamente e lo si vede in tutta l'arte figurativa-ogni epoca ha le sue "mode" i "suoi glamours": se una modella d'adesso fosse raffigurata in un dipinto del 1700/800, sarebbe da subito censurata come anoressica (anoressia...che problema !!!). Insomma il concetto è chiaro, cambiano i secoli e di conseguenza le "taglie". Non si può mica vivere in funzione delle mode... certo, i consigli dei medici bisogna seguirli, sul "peso forma", ma loro stessi (se non ci sono problemi di salute gravi) ti lasciano un margine di una decina di kg. La conflittualità con il cibo è sempre in agguato, sia a livello di anoressia che di obesità: non è facile trovare la giusta via di mezzo, ma si può "apprendere col tempo." La conflittualità con il cibo credo che ce la portiamo dietro fin dall'infanzia: mangiare è anche confrontarsi con il mondo esteriore. Quanti di noi hanno delle preferenze per alcuni cibi o delle vere e proprie "intolleranze"? Mi sa molti. Il cibo, anche se in una maniera di considerarlo "primitiva", è in qualche modo il primo nostro rapporto col mondo esterno, per questo facevo riferimento alla nostra infanzia, ma anche alla conflittualità che potrebbe derivare col cibo stesso. Lo so, forse ho preso tutto l'argomento sotto un'angolazione diversa, ma è il mio piccolo contributo su Costumando. Attendo, se ci fossero come di consueto, risposte o riflessioni, ovviamente mettendo in palio "ricchi premi e cotillon!!!" :-) Ciao !
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, tu fai riferimento all'arte figurativa e io ho pensato alle donne rotonde di Botero. Morbide, burrose, altro che quelle ragazze filiformi a cui sembra di poter contare le ossa; certo con occhio attento alla salute,(qui vorrei ricollegarmi all'ultimo ritratto fatto al bambino italiano da parte della federazione italiana medici pediatri). Abbiamo sentito parlare del rischio obesità e delle "ricette" del ministro della Sanità. Il prof.Gustavo P.Charmet( psicologia dinamica-Università di Milano) ricorda che:"I pediatri invitano genitori e docenti ad essere presenti in modo più intelligente, più attento ai bisogni reali dei figli e degli studenti, non offrendo cibo quando il bambino si sente vuoto, non regalando oggetti quando si sente brutto e inutile, non occupando tutto il tempo dei bambini con attività stressanti che rubano tempo all'attività creativa che ha bisogno di silenzio sociale e solitudine". Una malnutrizione affettiva che genera bimbi pingui, con l'anima affamata. Dietro la richiesta di un cibo o di un giocattolo si nasconde spesso una domanda d'amore che se viene costantemente disattesa porta sofferenza. Ma come fare quando la televisione pullula di pubblicità sempre più dirette all'infanzia e all'adolescenza? Spot che sanno quali corde toccare per "colpire e affondare". E così merendine e biscotti diventano di volta in volta "strumenti" per vincere nello sport (per diventare campioni e far goal nella vita), per far amicizia, per conquistare la ragazzina: alleati che rispondono alle urgenze di quell'età. Ma scuola e la famiglia come possono far qualcosa quando usano il linguaggio assennato della razionalità contro il linguaggio emotivo e metaforico della pubblicità? Non è assolutamente un tentativo di demonizzare i mass media , solo un voler sottolineare che essi utilizzano una lingua diversa e molto più potente di quella diretta al raziocinio. L'anoressia un tema delicato. "Chiudo la bocca"-un gesto fortemente simbolico- per non far entrare più nulla dentro di me. Forse si allontana il piatto per allontanare da sé le pressioni esercitate dall'ambiente,non si "digeriscono" i messaggi che la famiglia trasmette, le aspettative eccessive che possono condizionare la personalità in formazione. Le ambivalenze, gli aspetti conflittuali con se stessi, il mondo e la famiglia vengono mascherati. Pur di non aderire a quei modelli che gli altri vorrebbero cucirci addosso si assume inconsciamente un'identità da malato e si rischia di morire di fame d'affetto. Ciao.
    meno "tossicità" per noi comuni mortali
    Ciao a tutti, grazie Grillo e Margherita, le vostre risposte sono sempre centrate e gradite. Avete ragione sui titoli "fantascientifici". A volte, confesso, ho paura a comperare quei libri perché temo di non essere all'altezza, ma poi quando leggo l'introduzione mi verrebbe voglia di strozzare qualcuno. La mia curiosità è una: vorrei sapere come vivono coloro che scrivono libri sullo stress, oppure su come tocca comportarci nel posto di lavoro, ma i migliori sono "100 modi per conquistare una donna", oppure sulla vita sessuale da vivere con il proprio partner. Che tristezza! Poi la tv sta diventando una cosa scandalosa, tutti piangono o hanno perso qualcuno. Ancora più triste è la quantità di gente che segue questi programmi, sembra come se le disgrazie altrui allontanassero le proprie. Il trucco, se ci fate caso, lo fanno anche con i film, ti fanno vedere due scene, pensi sia bello poi vai al cinema e prendi una sòla (bidone)come si dice a Roma. Purtroppo alcune volte mi è successo. Adesso un grosso saluto a tutti a presto. p.s. Grillo credo che dopo quanto abbiamo scritto ci cacceranno. Sei pronto a ricevere una bella querela? Sai che notizia da prima pagina: "panta e grillo querelati ". Margherita ci faresti da difensore in tribunale? Eheh
    pantarei 

    Ciao panta, mi hai fatto sorridere, già mi vedo nel ruolo di Perry Mason;-) Se l'audience è così attratta da queste pubbliche confessioni vuol dire che certi spettacoli rispondono al bisogno di "emozioni forti". Il telespettatore forse si accontenta di brividi "per procura". Nell'agorà televisiva si mettono in piazza dolore, angoscia, gioie, senza pudore, a volte rasentando una sorta di pornografia dei sentimenti. E così sorprese, collere, battibecchi, lacrime di glicerina entrano nelle nostre case. Non ci si sazierà mai, la dose dovrà sempre crescere perché queste sono "pseudo-emozioni" che lasciano il vuoto dentro. Il nostro spirito ha bisogno di genuinità. Dovrebbero vivere da nababbi anche i maghi che danno i numeri da giocare al lotto. Ti lascio con un saluto fatato...salagadulamegicabulabibidibobidibù.:-)
    Le matrioske 2
    Ciao Margherita e ciao a tutti i frequentatori di COSTUMANDO. Rispondo subito -per correttezza e simpatia- a pantarei: le nostre idee non sono poi così distanti. Quando parlavo di AUTOSTIMA (la stima che noi stessi abbiamo PER noi stessi), mi riferivo esclusivamente ad una sorta di "volerci bene" -a noi stessi- per poi poter voler bene agli altri: se non scatta la prima cosa è difficile amare gli altri. Il rispetto a mio parere, a differenza dell'autostima, la quale spero d'aver spiegato meglio, è qualcosa che necessita di "regole".Certo pure che se in tutto il mio o tuo messaggio invertiamo le parole "autostima" con "rispetto" e viceversa, in alcuni passi, si nota che il significato è identico. Personalmente non so se riesco tutti i giorni ad essere estremamente rispettoso con gli altri, a volte le cose vanno anche un po' da sé... Però sarei un bugiardo ad affermare che io non rispetto né me stesso né gli altri in senso generico. Buona parte di rispetto ci viene "insegnato", l'autostima di sé -forse- è più difficile d'acquisire, col tempo. Margherita, ora vorrei però rispondere a te! Tu mi domandavi:"Non pensi anche tu che ci possano essere parole emotivamente "tossiche" che inquinano l'habitat interiore? Parole-immagini-pensieri "scorie" che introduciamo in noi e che ci allontanano dalla nostra natura?", ed ora mi fa piacere rispondere. Certo che ci sono una marea di scorie che ci "inquinano"!!! E' anche vero che queste scorie tossiche ci possono -più o meno posso parlare per me e non per la popolazione mondiale...- allontanare dalla nostra -innata- natura. Inizierei col dire che la maggior parte dei "titoli in italiano" o i "sottotitoli in italiano" dei libri, aggiunti dagli italiani -anche se rischio di essere bandito da questo forum- più d'una volta li ho trovati quantomeno abominevoli. Ad esempio, come faccio a comprare un libro dal titolo (è solo un esempio inventato) "Vincerai le tue paure e vivrai in piena felicità.", oppure "Come capire i grandi misteri della psiche e riuscire a contemplare l'universo grazie alla serenità."??? A tali titoli io rabbrividisco, anche se sono inventati, poiché mi allontanano dalle librerie!!!Non so...forse ci considerano tutti degli "idioti". Un esempio opposto ma d'un libro vero? "L'arte di amare." di E.Fromm = perfetto. Scusa se sono andato un po' fuori tema, ma sai,le matrioske :-)...e comunque di questi "titoli" di libri -quelli brutti- che inneggiano a chissà quale rivoluzione stratosferica per il nostro essere, senza avere nessun tipo "d'efficacia" positiva, volevo almeno scriverne un po' in merito, proprio perché non sopporto più di vedere negli scaffali dei negozi titoli -o sottotitoli aggiunti- di libri MAL TRADOTTI (il titolo, volutamente per "invitare a comprare"?!?!?) o comunque sempre quelli della serie "Cogli la felicità in pochi passi - adatto contro lo stress e per chi s'affatica al lavoro." , no! Non posso vedere nemmeno le copertine...chiuderò gli occhi.Cercando di tornare al tema della "tossicità" che assorbiamo a livello emotivo, di esempi potrebbero essercene diversi; vogliamo parlare di radio? di TV?... Meglio di no, per ora, che forse rischierei l'asfissia. I miei più cordiali saluti, se ci saranno riflessioni o risposte tanto meglio, e di nuovo ciao a tutti.PS.Margherita, vanno bene le risposte a puntate, se preferisci anche dei "bimestrali con allegato":-)
    Grillo Parlante 

    Grillo, come si dice in tv per attrarre? "Oggi sarà un puntatone!":-) Hai ragione, sembrano titoli-specchietto per le allodole. S'immagina un lettore ingenuo e suggestionabile, certo, in fondo è come una pubblicità ingannevole, bisognerebbe allegare il modulo: "soddisfatti o rimborsati". Ripenso al film "Sette chili in sette giorni", sembra uno slogan estivo, uno dei tanti ascoltati durante il battage per arrivare pronti alla fatidica "prova bikini". Siamo un popolo di "creduloni" forse, ammettiamolo, ma solo perché questi titoli così accattivanti fanno leva sui bisogni profondi della psiche. Siamo stressati...ed ecco il libricino sullo stress, andiamo(anzi, "siamo") di fretta...ed ecco il libricino sulla calma, abbiamo inquietudine...ecco spuntare il libricino sulla quiete. Vorrei soffermarmi un attimo su immagini potenzialmente "tossiche". A volte alcune copertine di riviste mi lasciano perplessa.Un sabato di qualche settimana fa sono rimasta turbata da una foto che ritraeva delle giovani attrici italiane, i loro volti, maschere senza un sorriso, sguardi ombrosi, spenti, altro che "sexy"! Mi sono chiesta quale femminilità volessero rappresentare. E' questa la sensualità? Corpi devitalizzati, muti, senza vitalità. Nel libro "Donne" Pierre Daco ricordando che femminilità=energia, si domandava cosa accade:" Se si alimenta l'immagine, l'uso e la vendita di una moltitudine di femminilità pietose, di donne-vegetali, di donne-statue, di donne narcisiste, di donne-mannequins...di marionette decolorate". Lui parla addirittura di donne-alga. Quanta distanza tra queste immagini e i rapporti conflittuali con il cibo? Ciao e grazie per gli spunti di riflessione.
    Oktoberfest
    Il giorno 17 ottobre del 1810 venne tenuta a Monaco di Baviera una corsa di cavalli, fra le molte festività in occasione del matrimonio del principe ereditario, divenuto poi re Lodovico I di Baviera, con la principessa Teresa di Sassonia-Hildburghausen. Il luogo della corsa, un grandissimo prato, venne chiamato Theresienwiese (Prato di Teresa) in onore della principessa. L'anno dopo la festa fu ripetuta in occasione di una esposizione agraria e, visto che era una cosa allegra, venne poi replicata ogni anno ad eccezione dei periodi bellici. Così è nata la cosiddetta Oktoberfest (festa di ottobre) che dura 16 giorni e finisce con la prima domenica di ottobre. Sull'enorme spiazzo del "prato", sul quale ormai non cresce un filo d'erba, è concentrata una enorme quantità di baracconi e giostre di ogni tipo. Oltre a ciò, ogni birreria di Monaco ha in quel luogo una vastissima costruzione che chiamano "Zelt" (tenda) nella quale trovano posto intorno alle 10.000 persone, sedute strette strette su panche di legno davanti ad angusti tavoli. Spesso viene interdetta l'entrata a queste tende per mancanza di posto. Lì si mangia e, soprattutto, si beve una birra che viene fatta proprio per quell'occasione. In ogni "tenda" dai 300 ai 320 camerieri (per la maggior parte però cameriere) portano continuamente agli avventori immense quantità di birra. Questa "Wiesenbier" (birra del prato) ha un tasso d'alcol di soli 4,5 ma viene tracannata a boccali da litro e la quantità fa il suo effetto. L'inizio della festa viene dato alle 12 in punto, spacca il secondo, della prima domenica della festa dal sindaco di Monaco che, a colpi di martello di legno, pianta il rubinetto nel primo barile e spilla la prima birra dicendo: "O' zapft is!" (è spillata!). Prima di questa cerimonia non viene servita nemmeno una goccia di birra e perciò tutti aspettano con avidità di trincarsi la prima libagione. Il primo giorno di quest'anno, con un tempo bellissimo, si sono contate sul "prato" 300.000 persone provenienti da tutto il mondo. Nei 16 giorni della festa il "prato" viene visitato da circa 6.000.000 di persone: la festa più grande del mondo. Moltissimi gli italiani, nutriti gruppi di australiani e neozelandesi che per tradizione vengono ogni anno all'Oktoberfest e che, ubriachi, tradizionalmente si azzuffano. Sul tardi le tende diventano una bolgia di sbevazzate e risate, si balla sui tavoli, spesso mostrando a tutto il popolo il sedere o i seni nudi, il tutto accompagnato da una "musica" assordante suonata da una banda popolare bavarese. Anche la Croce Rossa ha una sua grande tenda dove vengono medicate le vittime delle zuffe e dove due file di lettini aspettano le cosiddette "Bierleiche" (salme della birra) che possono smaltire lì in pace la loro sbornia.
    Gil Blas 

    Cin cin:-)
    vivere o non vivere?
    Ciao a tutti, voglio raccontarvi una storia che si collega a quanto abbiamo scritto. Ad un uomo, dopo una visita di controllo in ospedale, vien fatta una prognosi: ha poco da vivere per un male incurabile. Dopo un primo momento di panico, sembra esserne contento, come se la malattia lo liberasse da un peso, già un peso, quello del suo "io" ormai succube di tutto quello che lo circondava. Un mattino-dopo giorni che non usciva di casa-si alza deciso dal letto si fa una doccia si veste ed esce tranquillo come non lo era da tempo, si avvia al lavoro. Giunto sul posto esplode con tutta la rabbia che ha dentro insultando il capo e dicendo che ne aveva abbastanza della sua arroganza. Se ne va, ovviamente licenziandosi e, preso ormai dalla sua euforia di liberazione e di coraggio che pian piano aumentava, si dirige verso la casa dal suo vicino che con i suoi rumori assordanti non gli permetteva di dormire. Non aveva mai trovato il coraggio di reclamare. Arrivato davanti a lui lo picchia non direi con rabbia ma più con gioia, e con una calma assoluta si allontana sotto gli occhi increduli delle persone, si ferma su una panchina del parco, si sente libero come se fosse rinato. Sulle labbra un sorriso di soddisfazione per il coraggio trovato anzi ritrovato, che aveva chiuso dentro una corazza di umiltà e quieto vivere. A sera, tranquillamente si dirige verso casa (la cosa che gli faceva più piacere era quello sguardo di paura e rispetto della gente che lo incrociava) si prepara una buona cena e si mette a letto ripensando alla giornata trascorsa. Mai una volta gli era passato per la mente quello che all'ospedale gli avevano detto. Era felice e si addormentò come non faceva da tempo. La mattina dopo viene svegliato dal trillo del telefono, con calma allunga il braccio e risponde. Di colpo si ritrova seduto sul letto: è l'ospedale! I suoi occhi si spalancano di colpo, sono un misto di terrore e costernazione, la bocca non riesce a pronunciare una parola, il braccio con un movimento involontario posa la cornetta sul comodino accanto al letto, tutto il corpo diventa rigido come una statua di marmo, le paure e frustrazioni tornano nella mente e dopo un po' riesce a pronunciare solamente alcune frasi:"non è vero, io devo morire, non posso vivere, adesso non posso, non sono più in grado di farlo, sono indifeso, il mio guscio si è rotto, non ho più la forza di sopportare il peso della vita". Saluti.
    pantarei 

    Ciao pantarei, il sogno di rinascere al mondo credo sia più frequente di quanto si possa immaginare. Cosa pensi si cerchi, in coda dietro lo sportello del superenalotto? Una grossa vincita potrebbe permettere di eclissarsi. Uno dei desideri più frequenti è proprio il viaggio in luoghi "inaccessibili", un bisogno di solitudine quasi per ritrovare se stessi come se il vivere quotidiano ci rubasse a poco a poco l'autenticità e ci costringesse ad indossare un?identità acquiescente per sopravvivere. Non si dice "partire è un po' morire"? e infatti il personaggio del tuo racconto sa di dover morire e allora, solo allora ha la forza di scrollarsi di dosso la vecchia identità "succube" liberando la protesta che aveva sempre soffocato in gola. Voleva regolare i conti col passato per ricominciare da zero, e non era importante che il momento della rinascita coincidesse con la sua fine, lui voleva incontrarla con il suo vero volto, senza maschera. Il tuo scritto mi ha fatto riandare col pensiero a "Il fu Mattia Pascal" di Pirandello. Anche lì la lotta contro le convenzioni sociali che imprigionano l'individuo soffocando la complessità della vita interiore e la ricchezza dei sentimenti. E le amare considerazioni dell'autore che riflette sull'irrisolvibile conflitto tra uomo e società. Ciao.
    L'anello
    Al tempo in cui Venezia era la Regina dell'Adriatico, la città-la più ricca del mondo di allora-per ragioni di commercio nutriva stretti contatti con gli stati del Medio Oriente che erano, allo stesso tempo, clienti e fornitori. Una delle molte leggende di questa città racconta che un bel giorno l'ambasciatore del sultano era arrivato nella laguna dal lontano Oriente, sia per rendere omaggio al doge sia per rafforzare i comuni vincoli d'affari. Questo ambasciatore approdò in gran pompa con una nutrita scorta di navigli davanti a S. Marco. Venne ospitato in uno dei sontuosi palazzi della Serenissima e gli vennero messi a disposizione innumerevoli servitori. Il mattino dopo, fissato per la visita al doge, l'ambasciatore era di pessimo umore: durante la notte qualcuno gli aveva rubato un preziosissimo anello, sembra fosse appartenuto nientemeno che a Maometto. Si recò allora al Palazzo Ducale con la sua scorta e comparve, nella sala del gran consiglio, davanti al doge che gli diede il benvenuto. L'ambasciatore, incavolato com'era, invece di rispondere al cortese saluto cominciò a recriminare ad alta voce: "Credo" disse "che questa sia una città piena di ladroni! Sono arrivato solo ieri e mi è stato subito rubato un anello di valore inestimabile! Non so come esprimere il mio malcontento!" Il doge ascoltò in silenzio e con molta calma le poco diplomatiche parole, fece poi un cenno con la mano ad un domestico il quale mise davanti all'ambasciatore un vassoio chiuso da un coperchio d'argento. L'ambasciatore sorpreso ed anche incuriosito alzò il coperchio e vide che sul vassoio c'era una mano mozzata con nel palmo il suo anello. "Vede, eccellenza" gli disse il doge "sarà anche vero che a Venezia ci sono molti ladri, abbiamo però anche un'ottima polizia. Il ladro è già stato catturato, condannato e punito!" Così viene raccontata oggi questa la storia che, se non è vera, è ben trovata.
    Gil Blas 

    Gil, col tuo breve racconto per un attimo c'immergiamo in un'atmosfera favolosa che c'illumina sui "costumi" di un tempo.Ciao
    il rispetto
    Ciao a tutti, Grillo è sempre un piacere leggerti. Leggevo sull'autostima, il mio punto di vista è un pochino diverso, credo che sia più importante il rispetto che la stima che altri possono avere di noi anche perché la stima mi dà l'impressione di essere un po' "vanitosa". Io personalmente evito chi non mi rispetta, il rispetto è la base di tutto. Essere stimati è salire un gradino sopra agli altri:un professore è stimato per il suo lavoro, ha acquistato una posizione sociale attraverso un titolo di studio e quindi è degno di stima, così come uno scienziato. Ma la cosa più importante è il rispetto di noi stessi, io non mi stimo ma mi rispetto, rispetto il mio corpo, il mio io, la mia intelligenza e cerco sempre di capire quali sono i miei limiti. Chilone diceva "conosci te stesso", se si riesce in questo, si riesce a rispettarsi ma soprattutto a rispettare gli altri. Credo quindi che per prima cosa bisogna rispettare e poi stimare. Diceva Biante "la maggioranza degli uomini è cattiva", più tardi Rousseau scriveva "l'uomo è buono per natura". Come vedete sono due frasi molto diverse ma se le leggiamo bene sono simili: la cattiveria è nella maggioranza non nel singolo e la seconda frase conferma questo, l'essere in sé è buono purché non diventi maggioranza. A voi il giudizio di quanto scritto, aspetto con impazienza vostri commenti. Un grosso saluto a tutti e a te Margherita. Ciao.
    pantarei 

    Le matrioske...
    E' così! E' tutto legato a sé! Alla fin fine tutto è "collegato" -in ogni cosa- nell'universo! Siamo o no parte del "tutto"? Anche l'Anima vorrebbe essere parte del "tutto", ma sembra proprio che si faccia sempre perfettamente l'esatto contrario affinché Essa possa "vivere in pace" con l'universo. Ad esempio -come dicevi tu, Margherita- questo "apparire" non c'appartiene più di tanto, rispetto al famoso "essere"; ed ecco un'altra matrioska che si apre... il nostro essere vuol'essere parte del tutto, ma gli viene impedito dalle varie costrizioni dettate dall'educazione -sbagliata- e dai tanti "divieti" e "no" che troviamo ovunque. Se sto parlando d'essere completamente liberi di fare quel che ci pare? No, non è questo che intendo. Voglio solo dire che sarebbe interessante lasciare un po' più libera la nostra "parte primitiva", il "pilota automatico" del nostro cervello, lasciarsi, insomma, andare un po'. Ma in una direzione -anche se non predeterminata- abbastanza precisa e che non crei problemi a noi stessi o agli altri --e qui si apre un'altra matrioska... :-) Tanto per definire meglio la cosa, sto, anzi iniziavo a parlare della Meditazione e dello Zen --senza che già ci s'immagini cosparsi d'incensi in ambienti misteriosi e in posizioni del loto o simili. Secondo me, la meditazione aiuta il nostro essere ad una percezione -seppur all'inizio per i neofiti solo a brevi tratti- diversa del mondo che ci circonda e oltretutto ci fa eliminare molte "scorie" prodotte dal nostro cervello "razionale" (anche se il sognare mentre si dorme, pare serva anche a questo scopo: le fasi R.E.M.): ci tengo a dire che la meditazione zen non inquina, anzi ci aiuta ad "astrarci" dai problemi che -forse- ci assillano, e, almeno per decine di minuti al giorno, ci fa tornare -importantissimo- con i piedi per terra e in contatto col "tutto" (al contrario di quello che si possa pensare), di cui spesso ci dimentichiamo...l'unico "nemico" della meditazione è la PAURA (di noi stessi, di "perderci", di non essere in grado, ecc. ecc.) e qui c'è una matrioska già aperta -tempo fa su Costumando. Margherita, grazie della tua risposta e del "tuo Hillman" che fa sempre riflettere molto -ho aperto un'altra matrioska?- Ciao e grazie per un'altra eventuale riflessione in merito alle matrioske :-)
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, leggendo i tuoi messaggi mi sento come Pollicino che ritrovò la strada seguendo le briciole. Kierkegaard ha intitolato un suo libro "Briciole di filosofia". A me infatti piace la Conoscenza perché non sazia mai, rimane sempre un po' di appetito. Hillman dà da pensare e anche questa volta non potrò fare a meno di ricordarlo. Secondo lui, Jung-le cui parole vengono riportate nel libro "Anima"-si rammaricherebbe perché "l'uomo stesso ha smesso di essere microcosmo e eidolon del cosmo, e la sua ?anima' non è più la scintilla consustanziale dell'anima mundi, dell'anima del mondo". Oggi l'uomo forse è troppo centrato su se stesso, anche questo crescente invito alla consapevolezza rischia di allontanarci dalla possibilità di "fare anima". Leggevo stupita che ora va di moda il "Life Coach", trovo ansiogeno lo slogan "come vivere felici e vincenti!". Cosicché dovremmo avere un "allenatore" per paura di far flop nella vita. Quanto di più lontano dal nostro caro essere. Ma questo in fondo non è che la punta dell'iceberg di una visione del mondo basata sui miti dell'efficienza, del successo, della ?performance'. Secondo Hillman al linguaggio è già accaduto di essere ?manipolato' come è paventato nel libro Fahrenheit 451 e ti dirò che quando leggo parole come ottimizzazione comincio ad averne il sospetto. E' una lingua che mi è estranea, che non crea risonanza, che blandisce l'ego. Non pensi anche tu che ci possano essere parole emotivamente "tossiche" che inquinano l'habitat interiore? Parole-immagini-pensieri "scorie" che introduciamo in noi e che ci allontanano dalla nostra natura? p.s. Grillo, sto cominciando a pensare di risponderti a puntate;-)Ciao.
    frustrante invidia
    Ciao a tutti, Margherita ho letto l'articolo sui finti viaggiatori. Certo che per arrivare a questo non si deve stare molto bene con se stessi, anzi credo che siano persone succubi della vita che li circonda e credo che non sia un fenomeno da sottovalutare. Aver paura dei giudizi che altri possono dare sulla tua vita privata e di come devi comportarti fa pensare che non si ha un carattere positivo, anzi lo scopo di queste persone è quello di appagare, cercando di spegnerla, la "frustrante invidia" pur di non sentirsi inferiori, ma così facendo lo sono anche se gli altri non lo sanno o non lo sospettano dal loro comportamento. "Il mondo è bello perché è vario" ringrazio mamma e papi perché tra tutti i difetti che mi hanno inserito nel "DNA" manca quello dell'invidia. Un salutone a tutti, a presto, ciao.
    pantarei 

    Ciao pantarei, secondo C.Lasch in "La cultura del narcisismo" la propaganda commerciale propone il "consumo" come panacea di tutti i mali dell'anima, esso è la bacchetta magica per far tacere il malcontento. L'autore afferma che la pubblicità "crea o esaspera nuove forme d'infelicità-l'insicurezza personale, la preoccupazione per il proprio status sociale, nei genitori il timore di non riuscire a soddisfare i bisogni dei figli", ma ecco la frase che mi ha colpito e a cui ho pensato quando ho letto il tuo messaggio: "La pubblicità istituzionalizza l'invidia e i suoi tormenti"; come se l'Invidia fosse un idolo che richiede un tributo per non tormentarci. Secondo Lasch le merci avrebbero quasi la funzione di sedativi per assopire l'insoddisfazione. Anche l'industria del tempo libero ha bisogno dei suoi "operai" per andare avanti. Le vacanze sono un business, chi ha il coraggio di sottrarsi? Chi resiste alle allettanti promesse di luoghi da sogno, di villeggiature all'insegna del divertimento e della trasgressione? Dicevo nella precedente risposta che la delusione è dietro l'angolo e oggi(7/09)leggo sul Corriere Salute che esiste un disturbo chiamato "holiday blues", una tristezza profonda -che può sfiorare la depressione- che segna il ritorno di alcuni dalle ferie. Per gli studiosi americani -come riporta l'articolista Peccarisi- "un fattore importante per lo sviluppo di questa condizione è la delusione emotiva che deriva dall'aver coltivato per tutto l'anno aspettative non realistiche, che poi si scontrano con la realtà di una vacanza ben diversa da quella che si era immaginata". Credo che il disagio sia acutizzato dal dover mettere in vetrina il proprio sorriso migliore anche quando non se ne ha voglia, di dover recitare la "festa" mentre magari pensieri malinconici ci sfiorano. Durante l'estate non ci devono essere nuvole. Ciao.
    L'autostima
    E' interessante sapere che ci sono molte persone -ne conosco diverse me compreso- che sognano ancora, dopo anni e anni, la scuola, i professori, gli esami... "Gli esami non finiscono mai!"... Credo sia più o meno così, Margherita, e grazie per la risposta al precedente messaggio; gli "esami" ci sono tutti i giorni. Ma tornando all'autostima, qualcuno saggiamente m'ha detto: "Elimina, cioè non frequentare, seguire, lavorare, ecc. con le persone che mettono in dubbio o addirittura in crisi la tua autostima..." Ciò m'ha fatto un po' riflettere; all'inizio non capivo questo concetto, ma alla fine credo d'averne afferrato almeno l'essenza. "Difendere" prima noi stessi, per poi poter "difendere" o aiutare (non solo economicamente o simili) gli altri. Perdere stima di sé, è quanto di più terribile -si fa per dire- possa capitarci. Quante "malattie" psicosomatiche possono derivare da una scarsa stima di se stessi? Molte. Cito un altro film: "Hollywood Ending"(di e con Woody Allen). Tratta d'un regista che perde la vista -diventa cieco- per motivi psicologici: ha somatizzato.Il colmo per un regista che deve dirigere un film! Ne consiglio la visione. Ciao a tutti, e grazie Margherita per una tua risposta o commento -o anche nulla- :-)
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo,i tuoi messaggi mi fanno pensare alle matrioske, le bamboline russe che tutti conosciamo.Da un argomento ne saltan fuori tanti. L'autostima è una sorta di fiducia di base in se stessi, sapere di poter far conto sulle proprie risorse durante le mareggiate della vita. Non acquisire autostima, al contrario, ci lascia in balia del giudizio altrui, vulnerabili alle opinioni delle persone che ci avvicinano. Ogni tanto mi soffermo sugli slogan pubblicitari, soprattutto mi colpisce quello di una nota marca di prodotti per capelli: "perché voi valete!". Quanto badiamo ad una frase così? Le pubblicità sono belle, colorate, allegre, vivaci, chi vuoi che rifletta su quanto condizionanti siano? Le mandiamo giù in un sorso. Non c'è nulla di più fragile di una stima di sé costruita sull'immagine, nulla di più precario di un'identità in bilico che si poggi sugli status symbol come stampelle per sorreggersi. E le malattie psicosomatiche? Dietro le facciate tirate a lucido si agitano sentimenti rimossi, messi al bando...l'autenticità è off-limits e così il disagio dell'anima si trasforma in "stigma" del corpo. Per Hillman la voce dell'anima si esprime ormai attraverso sintomi perché l'Io, per paura di essere destabilizzato, rimane sordo ai suoi sussulti.Ti ringrazio per il suggerimento cinematografico. Alla prossima.Ciao
    le vacanze
    Ciao a tutti, eccoci qui. Sono finite, già, anche loro sono passate, 11 mesi ad aspettare questo momento che poi vola. La cosa terribile è il ritorno, quella parola magica "vacanza" è terminata. Per alcuni il bello di un viaggio è il ritorno, il ritorno alla normalità ed è proprio questo invece che spaventa altri. Ho visto gente tornare dalle vacanze con musi lunghi come se andasse al patibolo e mi viene da pensare una cosa: se pochi giorni di vacanza possono influire così tanto, vuol dire che la maggioranza della gente non è contenta della propria vita o che vive 11 mesi dell'anno male. Sì, è vero, dopo tanto lavoro il riposo ci vuole ma è anche vero che c'è gente che in vacanza si riposa meno che a casa. Allora non è solo del riposo che abbiamo bisogno ma di una condizione mentale che teniamo frenata per il resto dell'anno. Durante le ferie amiamo di più noi stessi e quello che facciamo e credo che vivremmo meglio le vacanze se fossero vissute come una novità, come un'esperienza da aggiungere alla nostra vita. Io personalmente ho fatto una bella vacanza in montagna, rilassato, belle passeggiate, visitato dei bellissimi paesi e santuari in mezzo alle montagne, aria pura ma la cosa bella era la cordialità della gente di questi paesini. Ovviamente quello che ho appena scritto è molto opinabile e mi piacerebbe leggere i vostri commenti e opinioni in proposito. Un grosso saluto a tutti a presto e un buon ritorno.
    pantarei 

    Ciao pantarei, è proprio così, la vacanza col suo carico di aspettative è il momento più atteso e più temuto da tutti. L'investimento emotivo è altissimo:in quel pugno di giorni sembra giocarsi il benessere di tutto l'anno. Ma la delusione è dietro l'angolo. Viviamo sempre un po' come nell'attesa di Babbo Natale, come se ci fosse qualcosa o qualcuno in grado di cambiarci la vita e la "svolta" potrebbe essere sbancare il superenalotto o incontrare il principe azzurro. Mi ha colpito un articolo letto sul Corsera: ci sono 3.000.000 di italiani che fingono di partire per le ferie, ma in realtà restano rintanati in casa nascondendosi agli occhi del mondo simulando magari un viaggio ai tropici. Fanno provviste alimentari e nel chiuso delle quattro pareti si documentano sulle bellezze del luoghi ipoteticamente visitati e sbirciano le notizie meteo per sapere se c'era nuvolo o splendeva il sole durante il loro soggiorno "virtuale". Il castello di carte potrebbe crollare al soffio della domanda "insidiosa" della curiosa vicina di casa o dell'amica di famiglia. Ci vogliono "alibi" come per un delitto perfetto. Gli osservatori di costume hanno notato che queste vacanze sono state percorse da un fremito d'iperattività (ma perché poi ci si stupisce se i bimbi soffrono della sindrome ipercinetica?), è stato tutto un muoversi, saltare, correre, sudare...il fitness dettava legge. Estate 2003:l'apoteosi del Chi si ferma è perduto! A solleticare i nostri muscoli impigriti dal lungo letargo invernale ci sono gli animatori. Suggerirei per i mesi grigi, freddi e con vitalità rasente lo zero, l'introduzione di "rianimatori";-) p.s. se volete saperne di più sulle vacanze-talpa, ecco l'articolo: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2003/08_Agosto/03/finte_vacanze.shtml
    un maestro, Socrate
    Sono un socratico per natura e il "so di non sapere" è il mio motto di vita. Amo Socrate e mi piace stare qui perchè riesci ad accendere la mia curiosità che è sempre più grande. Un salutone.
    pantarei 

    Grazie, lo spirito "maieutico" anima Costumando. Ciao
    L'omino dallo slip rosso
    Stava arrivando la sera di una di quelle insolite giornate di canicola. Le sponde del lago prealpino bavarese erano affollate di bagnanti che aspettavano di godersi la frescura serale. Qualcuno entrava ancora in acqua per un'ultima nuotata e fra i pochi c'era anche un omino dallo slip rosso; molti lo avevano notato, non solo per il suo slip di colore acceso ma anche perché tutto il pomeriggio si era crogiolato al sole, tutto solo e isolato. Ad un certo momento qualcuno si accorse che l'omino era sparito, l'accappatoio non era più occupato e i suoi pochi vestiti erano abbandonati accanto. Era stato visto nuotare un po' al largo ma ora non si vedeva più. La voce si sparse, l'omino era forse annegato; una breve nuotata nell'acqua relativamente fredda del lago dopo un pomeriggio di sole e canicola può essere fatale e gli abitanti del luogo lo sapevano bene. Si pensò allora di chiamare i vigili del fuoco che sono attrezzati per casi del genere e sono gli unici ad avere il permesso di navigare sulle acque del lago con un'imbarcazione motorizzata a scopo di salvataggio, tutti gli altri devono accontentarsi di una barca a vela o a remi per ragioni di protezione ambientale. Il lago venne perlustrato accuratamente nella zona dell'accaduto, ma dell'omino dallo slip rosso nessuna traccia. Venne chiamata allora la polizia e dopo una decina di minuti arrivò anche l'elicottero che permetteva una visione migliore dall'alto; tutto inutile, l'omino sembrava essersi dileguato nel nulla. Ormai si pensava ad una tragedia. Ma la cosa ebbe un buon fine: sulle sponde del lago era stato aperto un cinema all'aperto. Lo spiazzo per gli spettatori era stato recintato con enormi teloni e lo schermo era stato piazzato vicinissimo all'acqua. L'omino, un turista austriaco come poi si venne a sapere, si era intrufolato nel cinema dalla parte del lago per vedersi le "Guerre stellari" a sbafo e per questo era improvvisamente "sparito". Fu notato perché sedeva in prima fila, tutto bagnato e vestito solo del suo slip rosso; non si era per niente accorto di tutto il subbuglio che aveva provocato. Tutto è bene ciò che finisce bene. Storie di paese.
    Gil Blas 

    Umiltà? Dipende...
    Ciao Margherita e tutti gli altri. Leggendo sull'umiltà, m'è subito venuto in mente un "collegamento inconscio". Si tratta di una scena d'un film di Massimo Troisi (grande autore-attore, e compianto...), nella quale egli sceglieva tra le alternative "Meglio un giorno da leone o cento da pecora?", così: "Meglio 50 giorni da orsacchiotto..." Ora, credo che per l'umiltà valga più o meno la stessa cosa, ovvero io potenzialmente sono umile ma nel quotidiano è difficile esserlo; soprattutto nel lavoro - inteso come affermazione della nostra personalità - dove ci si scontra con gli altri, che umili o non umili o falsi umili, possono farti una sorta di "sgambettismo a ripetizione". Un altro conto è come porsi di fronte al lavoro stesso, qui, personalmente, sono molto umile. Ma se devo "combattere" per spiegare quello che ho realizzato con umiltà, allora NON SONO assolutamente umile, anzi direi esattamente l'opposto. Quindi, se potessi scegliere - in prima persona - se mi sento umile o no, sceglierei una via di mezzo, poiché fa bene aiutare gli altri - anche inconsapevolmente - o far del bene in senso generico, ma non fa tanto bene essere "calpestati"... e poi che male c'è ad autoaffermarsi in questa società? Ovviamente senza nuocere a nessuno. Ma che male c'è? Dopotutto l'autoaffermazione, in senso psicologico, è un "bisogno fondamentale". Insomma, fare del bene e scordarsene, ma lasciare anche un po' di spazio al nostro ego, no? Grazie per l'eventuale risposta.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, trovo molto vero quello che dici. Il mondo del lavoro è un territorio pieno "sgambettisti" & Co. Per esempio, in fondo sminuire l'altro, umiliarlo procurandogli ecchimosi psicologiche non è crudele? Mi pare naturale difendere la propria dignità quando è messa in pericolo. Il maggior impegno, secondo me, consiste nel cercare di realizzare i propri desideri senza aggredire il mondo. Una forma di aggressione larvata consiste proprio nel "calpestare" gli altri. Non posso fare a meno di ricordare il periodo scolastico. Uscita dal liceo avevo l'autostima sotto livelli di guardia. Alcuni professori popolano ancora i miei sogni...e quando mi sveglio sono contenta che siano solo fantasmi notturni. Quindi credo che in ogni luogo in cui si esercita un potere, c'è il rischio d'incontrare il "Megapresidente galattico" che attende qualcuno a cui gli si "intreccino i diti"(Fantozzi). Simpatica la citazione tratta dal film "Scusate il ritardo": "meglio cinquanta giorni da orsacchiotto". Anch'io mi sento un po' orsacchiotto:-) Ciao


     

    Buon Ferragosto
    non credo che non possa esistere l'umile
    Ciao a tutti, volevo ricordare che un'altra centrale ex-nucleare sta a Montalto di Castro vicino Roma, che è stata riconvertita dopo il referendum spendendo altri soldi. Comunque credo che bisognerebbe sfruttare l'energia del sole e per i mezzi di trasporto usare gas tipo metano. Certo, i governi dovrebbero essere più avveduti. //Sul Garzanti alla voce umiltà leggo:"l'essere umile, non orgoglioso, non superbo", poi cerco ipocrisia e trovo:"simulazione di buoni sentimenti, di buone qualità o di buone intenzioni". L'ipocrita simula l'umiltà, allora il falso umile è un ipocrita, allora mi viene il dubbio e dico che se simula lo fa per eccesso di superbia. Continuo la mia lettura e trovo superbia:"eccessiva stima di sé accompagnata da ambizione smodata e da disprezzo verso gli altri". L'ambizione, è tutto lì che gira la cosa. L'umile viene dal cristianesimo,è colui che si accontenta di poco, di quello che Dio gli ha concesso, non pretende l'eccesso. Personalmente l'unico umile che ricordo è S. Francesco. Chi ama farsi notare in tv o in belle foto non può essere umile, chi specula sulle disgrazie degli altri per il proprio successo non è umile. Credo che oggi come oggi sia difficile trovare degli umili nel vero senso della parola, non per questo non ci sono persone caritatevoli e buone, devote al prossimo, ma non credo che chi ama la notorietà sia umile perché subentra l'ambizione. Un grosso saluto a tutti.
    pantarei 

    Ciao pantarei, già semplicemente scendendo alla radice etimologica troviamo la nostra natura "terragna":Uomo deriva da humus.L'esserti rivolto al dizionario mi ha fatto pensare al "So di non sapere" socratico. Non hai dato per scontato il senso della parola umiltà e di lì sei partito per un giro di ricognizione tra i vocaboli che ruotano attorno a questo concetto. Ci vuole curiosità e voglia di non fermarsi alla superficie delle cose. Forse ciò che maggiormente disturba è proprio la "simulazione di buoni sentimenti". I "superbuonisti"(come dice la Palombelli) non saranno anche un po' esibizionisti? Credo che sia "umano troppo umano" il desiderio di realizzare le proprie potenzialità, quindi non riesco a vedere nell'ambizione solo una valenza negativa. Ben consapevoli dei propri limiti è bello sfidare se stessi, affrontare nuove avventure, essere "pionieri" nella vita. Se non ci fosse questa spinta forse saremmo rimasti all'età della pietra. Altro è l'hybris, quella sfrenatezza che tende a spezzare le catene dei limiti umani per sentirsi onnipotenti. A volte la medicina ce ne fornisce esempi quando con i suoi tentacoli tecnologici cerca di annullare il destino mortale degli uomini. In questa società che "simula le buone intenzioni" dirsi umili sembrerebbe quasi un voler "coprire"-nascondendo agli occhi degli altri -una "macchia" intollerabile, ma qualcuno bluffa e si scopre da sé perché, siccome la superbia va a braccetto con la suscettibilità, basta guardare l'alto numero di permalosi (Homo Permalosus) per rendersi conto che chi si affretta a definirsi umile lo fa per salvare le apparenze, per far bella figura...quindi l'umiltà esibita è una maschera da sfoggiare nella rappresentazione. Quella vera non ha bisogno di gesti plateali o di essere gridata. Ciao.
    Nuova energia "nucleare"
    Margherita, quando dici "A noi non resta che continuare a chiederci:che afa fa?:-)", be' sorrido anch'io...:-) però, però... lo dici tu stessa che "il nostro è una specie di TAM TAM", ed è questo già un buon motivo per parlare di ENERGIA (io punto SEMPRE sulla RICERCA per una "nuova" energia nucleare, cioè non "classica"). Passando e ripassando "sempre" parola su quest'argomento, credo - a qualcuno che legge di passaggio - possa almeno venire in mente di INVESTIRE (i governi industrializzati di tutto il mondo), per la RICERCA di ENERGIA "nuova" NUCLEARE...penso, spero, mah! Io continuo a disseminare, senza alcuna pretesa o presunzione, messaggi e messaggi (anche in altre "parti" del web) sull'energia: questo lo possiamo fare!Altrimenti credo che l'utilità di Internet, come "forma di comunicazione globale", si riduca veramente a ben poco. Grazie per l'URL con l'articolo di B.Severgnini. P.S.: ma per "disseminare le proposte/idee", servirà anche dell'acqua?:-) Ciao e grazie per la risposta.
    Grillo Parlante 

    Grillo, dopo la semina bisogna innaffiare.:-) Ciao e a presto.
    Energia nucleare "classica"
    Pantarei, grazie della tua risposta: è vero, abbiamo abbandonato "il nucleare" quando poi, dal Sud della Francia, ci arriva gran parte dell'energia elettrica dalle loro CENTRALI NUCLEARI... ovvero, il classico controsenso. Su quanto diceva Margherita, "Per avere una centrale, comunque, dovremmo attendere dieci anni.", mi dispiace in parte dissentire. Ci sono le centrali di Caorso (Piacenza) e di Trino Vercellese (in Piemonte): la prima (Caorso) non è mai stata "spenta", il motore gira tutt'ora al minimo - seppur non in funzione - , la seconda (Trino Vercellese) è stata "spenta" ma non smantellata, per farla funzionare basterebbe controllare - accuratamente - gli impianti, per la sicurezza. Quindi, due centrali nucleari, già ci sarebbero e senza spendere nemmeno troppi soldi. Di fatto è anche vero, che per costruire NUOVE centrali nucleari "classiche"(cioé come quelle di Caorso e Trino V.) ci vorrebbero molti soldi e anni per vederle in questione. E, ancora, c'è il problema dello smaltimento dei rifiuti tossici...Beh, a dirla tutta, io spererei in un "nucleare nuovo", non inquinante, ecc.:la ricerca, la ricerca! Ciao Margherita e pantarei, a presto.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, non solo siamo riforniti di energia elettrica, ma l'Enel è addirittura in trattative con la società francese(Edf)che gestisce le centrali nucleari, per l'acquisto di un pacchetto azionario. Ciò accade in un paese che ha detto no al nucleare...più controsenso di questo! Per quanto riguarda il desiderio di aumentare i fondi per la ricerca, non posso che unirmi a te: il nostro è una specie di tam tam. p.s.frequento il sito di Beppe Severgnini "Italians" e trovo che sia ricco d'interventi interessanti anche su questi argomenti, per esempio mi ha colpito molto il messaggio di un idrogeologo : http://www.corriere.it/solferino/severgnini/03-07-16/01.spm. A noi non resta che continuare a chiederci:che afa fa?:-)
    L'inneffabile controsenso dell'umiltà esibita

     

    Ciao Speakerini, qualche settimana fa ho spedito una lettera a Barbara Palombelli. Lei mi ha risposto-IoDonna(n.20)-nella sua rubrica "Le Storie". Mi fa piacere farvi leggere sia la mia riflessione sia la sua risposta. Il discorso potrebbe ampliarsi attraverso la vostra partecipazione. ////Gentile Barbara, ha notato che c'è in giro una nuova epidemia,"l'umilite"? Questo "virus" colpisce alcuni individui che con grande immodestia dichiarano di essere umili. Ho sempre pensato che fossero le persone che ci conoscono a dover notare questa qualità, qualora sia presente in noi. Invece, sfacciatamente (e senza pudore) molti hanno preso l'abitudine di autodefinirsi tali. Personalmente diffido di queste persone perché ritengo che a spingerle a certe dichiarazioni sia proprio una tracimante presunzione. Le leggo sui giornali, le ascolto in tivù, e quando ciò accade, mi viene la pelle d'oca. Che senso ha ostentare l'umiltà? Dove c'è esibizione sento sempre puzza di bruciato. Per me dietro questi atteggiamenti c'è solo arroganza. Non sarà che il narcisista, oltre all'immagine, ha bisogno di mostrare che ha anche un'anima bella?//// Che osservazioni giuste. Cara Margherita, è davvero difficile definire chi-fra i personaggi pubblici- è sinceramente umile. Io, come lei, diffido dall'esibizione delle virtù e ho sempre apprezzato i "cattivi" dichiarati più dei superbuonisti, almeno nel mondo politico. E le sue considerazioni credo che meritino un dibattito tra chi legge la rubrica: secondo voi, quali sono le caratteristiche autentiche dell'umiltà? Come si misura? E come la si identifica, sottraendo naturalmente l'ipocrisia di chi vuole apparire migliore di quello che è.
    ENERGIA
    Sono tornato, con il mio "cri cri" :-) e grazie della risposta. Perfettamente d'accordo con te quando dici che "bisognerebbe sollecitare anche la responsabilità individuale, i nostri piccoli, quotidiani comportamenti.": è sacrosanto, certo. Poi mi chiedevi:"chissà se sarebbe possibile imbrigliare l'energia dei fulmini!"; credo che sia possibile - anche se non ne ho la certezza documentata - ma purtroppo, in questo caso, non ci sono fulmini tutto l'anno... Bisognerebbe davvero, ma non so nemmeno in che modo, sollecitare - in tutto il mondo - la "spesa pubblica" per investire seriamente per una "nuova forma e fonte" di ENERGIA. Gli ultimi "eventi" che hai ricordato, per l'Italia, messa in ginocchio dai "black-out", sono solo un avviso di quel che potrebbe essere il prossimo futuro. La ricerca nucleare credo sia l'unica valida alternativa per avere tanta, nuova ENERGIA, necessaria a tutto, e a tutti noi. E' lì che i "governi" - TUTTI - debbono investire i soldi. Senza ENERGIA, tutto si ferma... - come avevo già detto - e, nella speranza che "non si fermi mai nulla", intanto mi mangio un gelato, ("questo è estivo davvero..."), nella speranza che i miei pensieri "possano giungere" a chi deve cogliere quest'appello universale - il tutto dovrebbe avvenire in maniera telepatica... Ciao e grazie della risposta. "Cri cri cri..."
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, sembra un po' scontato dirlo, eppure chissà quanti, per distrazione o per leggerezza lasciano scorrere l'acqua mentre lavano i denti o quanti lasciano aperto il rubinetto durante una doccia... litri e litri sprecati! Credo che ci vorrebbe un'opera di sensibilizzazione anche per questi comportamenti spiccioli, un'educazione che cominciasse sui banchi di scuola, soprattutto se, come dicono, l'Italia va verso una tropicalizzazione. Ho letto un interessante brano sul Domenicale de Il Sole-24Ore in cui sono riportate le cronache di cinque secoli fa. "Allora- dice l'articolista Dario Camuffo- come oggi, i fiumi andavano in secca. Anziché fermarsi le centrali termoelettriche, si fermavano i mulini, e non potendosi macinare il grano seguiva facilmente una carestia aggravata dai danni all'agricoltura. Diminuendo l'acqua calava l'igiene e insorgevano epidemie." Certo, allora nessuno ipotizzava l'effetto serra né parlava di "bolla sahariana". Oggi sappiamo dare nomi e spiegazioni scientifiche, "monitoriamo" la situazione climatica, ma come uomini possiamo riconoscerci nelle parole dei testimoni di allora, nelle loro paure, nelle loro speranze. L'articolo s'intitola: "Et era ogni cosa arsa". p.s. ottima idea un buon gelato, abbiamo bisogno anche noi di energia, di una ricarica...altrimenti rischiamo di andare in tilt. Quali gusti?:-) Ciao.
    l'energia (magari a volerla trovare)
    Ciao Grillo, quello che dici è vero, che si dovrebbe spendere di più nella ricerca di fonti alternative non solo per un'eventuale crisi energetica ma per diminuire l'inquinamento. Sul problema nucleare sì, anch'io sono per il nucleare, ma come tu sai in Italia con il referendum è stato abolito e nessuno ha più ripreso in mano l'argomento. Riteniamo pericolose le centrali quando poi al confine abbiamo la Francia nostra fornitrice di corrente. Con i pannelli solari si è un po' risolto il problema di accumulare energia ma sono troppo pochi per poter soddisfare il bisogno generale e credo poi che il problema sia il petrolio: troppi interessi, scoppiano persino guerre! Credo che i paesi più industrializzati conoscano le fonti alternative ma non le utilizzano volontariamente. Molto tempo fa si parlava di una benzina con i semi di colza o girasole che aveva portato buoni risultati ma è sparito tutto, per quale motivo? Si parla di gas prodotto dai rifiuti urbani anche quello sembra essere svanito nel nulla. Come vedi di voci ce ne sono tante ma tocca vedere quando e se mai vorranno metterle in pratica, purtroppo il business è sempre più importante della salute e l'avvenire di tanti. Margherita, se tu hai notizie più specifiche in proposito o delle correzioni in materia su quanto scritto, sarei lieto di leggerle. Un salutone a tutti, a presto.
    pantarei 

    Ciao pantarei, mi sembri abbastanza informato su alcune delle possibili fonti di energia alternativa. Ed è anche bene sottolineare il legame tra le materie che forniscono energia e l'inquinamento. Sappiamo che le multinazionali del petrolio non vogliono perdere il business energetico e quindi ostacolano le nuove proposte. Energia nucleare:sì o no? Per avere una centrale, comunque, dovremmo attendere dieci anni. Un esempio di uso di combustibili derivati da oli vegetali (ricordiamo la battaglia intrapresa- e fallita- dal finanziere Gardini negli anni ?80 proprio per ottenere carburanti dalla lavorazione dei cereali) l'abbiamo a Forlì dove gli scuolabus sono alimentati a biodisel. In Brasile le macchine viaggiano da tempo con miscele che contengono percentuali di bioetanolo. Questi argomenti sono balzati sulle prime pagine dei giornali e sono tra i primi nei titoli dei tg. I Meteo sono tra i programmi più seguiti e testimoniano l'interesse di tutti per le vicende climatiche che ci tengono col fiato sospeso. Studiamo ogni nuvoletta che passa nel cielo che ci appare più azzurro del solito. Anche la siccità ormai fa spettacolo ed è un argomento sulla bocca di tutti, fino a quando? Quando una nuova emergenza scalzerà la vecchia e i problemi saranno così accantonati e rimossi...fino alla prossima estate! Ciao.
    Un bel tema estivo...
    Ciao Margherita, ti ricordi ancora di me? - nel frattempo non ho avuto tempo o desiderio di scrivere qui - sarò perdonato?... Vado a "razzo" col tema estivo - MOLTO estivo... :-) L'Energia. Sì, l'energia per le lampadine dei nostri appartamenti, o quella per accendere il computer - senza elettricità non funziona - o anche quella per riscaldare, d'inverno, e rinfrescare, d'estate, le nostre casette. Bene, ora che sappiamo di cosa sto parlando, mi chiedo: MA E' POSSIBILE CHE TUTTO QUELLO CHE VIENE (mal)SPESO - da tutti i governi di tutto il mondo - NON POSSA ESSERE INVESTITO NELLA RICERCA DI "NUOVE FORME DI ENERGIA"???... eh sì, perché senza di essa, "tutto s'inquina di più" - non sarà tra secoli che NON ci sarà più acqua potabile - poiché per desalinizzare o depurare l'acqua del mare servono soldi ma soprattutto ENERGIA; tutto si spegne senza "energia"... proprio un bel discorso "da ombrellone da spiaggia"... SERVE investire nella RICERCA - per avere energia nuova - credo in modo assoluto, per poter fronteggiare gli anni a venire (il petrolio non è "eterno", anzi... e oltretutto inquina). Io sarei per una ricerca in ambito NUCLEARE, per avere energia nuova. Certo, esistono le "energie alternative" oggigiorno - anche se nel nostro Paese poco applicate - quali la fotovoltaica(pannelli solari), l'eolica(le pale che dal vento come dei "mulini", generano energia) e qualche altra che non mi ricordo al momento; però queste "energie alternative", a mio modesto parere - anche se in Paesi come il Giappone funzionano moltissimo - non basteranno a fronteggiare il "domani" per tutte le esigenze - chiamiamole - "globali". MENO SCUDI SPAZIALI, MENO ARMI... I SOLDI ANDREBBERO INVESTITI - in tutto il mondo - NELLA RICERCA per l'ENERGIA, una NUOVA VALIDA e DURATURA ENERGIA. Sei (o siete) d'accordo? Altri spunti su questo "tema estivo..."?Ciao e grazie per una eventuale risposta.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, come dimenticare il tuo cri cri?...Ho pensato che fossi in letargo;-)Bentornato! Abbiamo avuto tutti sotto gli occhi gli effetti "paralizzanti" della mancanza di elettricità. Il black-out " a macchia di leopardo" ci ha colto di sorpresa mostrandoci quanto siamo vulnerabili sotto la nostra corazza tecnologica. Inutile elencare i disagi provati:dai bambini rimasti bloccati sulle giostre di un luna park fino all'interruzione della catena del freddo necessaria a mantenere intatti gli alimenti congelati. Ognuno ha il suo personale ricordo di ciò che è successo in quell'ora e mezza. Le protesi tecnologiche che ci regalano un piacevole senso d'onnipotenza, sono rimaste lì accanto a noi, inerti come arti senza vita. Credo che quando tutto funziona non è possibile riflettere sui nostri limiti, sulle nostre risorse " a tempo". La consapevolezza non si fa strada quando ci sentiamo padroni del mondo, ma quando la nostra incosciente arroganza è messa in ginocchio. Così è stato e così pare accadrà ancora. Ci spaventiamo nei momenti di emergenza e poi quando l'allarme è finito ritorniamo sconsideratamente a sprecare i beni che la natura fornisce. Siamo la società dello spreco, non abbiamo il senso del risparmio...come si fa a dire di "contenere i consumi" quando i messaggi pubblicitari sono tutti indirizzati a vivere "no limits!"? Quanto cibo buttiamo nella spazzatura? Quanta acqua sprechiamo con assoluta indifferenza? Poi arriva l'emergenza idrica e ci stupiamo come ingenue cicale. Condivido ciò che dici ma credo che bisognerebbe sollecitare anche la responsabilità individuale, i nostri piccoli, quotidiani comportamenti. Ci vorrebbe un manualetto con le istruzioni per l'uso dell'ambiente. Ti ringrazio per aver portato sotto l'ombrellone questo argomento "scottante" e ti lascio con un dubbio che forse sfiora la fantascienza :chissà se sarebbe possibile imbrigliare l'energia dei fulmini!Ciao.
    parliamo ed ascoltiamo di più
    Ciao Ilaria e Terry, benvenute tra noi, avete ragione nel dire che non bisogna dimenticare, ma il problema di fondo é che non siamo noi a doverlo fare ma sono coloro che stanno in alto, quelli che ci speculano sopra, quelli che prima vendono le armi e poi organizzano aiuti umanitari. In India la fame -come tutti sanno- è spaventosa, la gente muore per strada. I poveri superano l'80\% della popolazione, ma la cosa più importante è avere la bomba atomica. Nel mondo ci sono più di 20 conflitti ma nessuno ne parla, i casi più importanti come la Palestina oppure l'Irlanda, quelli vengono menzionati. Hai detto bene, tocca cominciare da noi e dalle piccole azioni di tutti i giorni ma prima dobbiamo cambiare noi stessi, non essere sempre "contro", essere nel mezzo per poter valutare le situazioni che ci si presentano e credo che la cosa che manca veramente è il dialogo, si parla poco e si ascolta meno: questo è un grande errore. La mancanza di comunicazione è all'origine dell'intolleranza e del disprezzo, dobbiamo imparare ad accettare anche il diverso anche quello che non la pensa come noi. Ho già scritto di alcuni miei colleghi di razze diverse e religione diversa di modi di pensare diversi, lo ammetto, a volte mi rimane difficile condividere alcune loro opinioni ma capisco che per loro sono importanti. Noi ci riteniamo superiori anche perché possediamo cose che per loro sono inarrivabili (computer, tv, cellulari, macchine costose) ma poi nelle cose vere, quelle che contano, mostrano una grande sensibilità. Dobbiamo imparare a parlare ma soprattutto ad ascoltare. Ciao a tutti, a presto.
    pantarei 

    ACROPOLI E HAWAII
    Era l'anno 1975. Io e un mio collega, anche lui come me libero professionista a Düsseldorf, avevamo lavorato molto durante i primi cinque mesi dell'anno. A maggio eravamo veramente sfiniti e perciò decidemmo di prenderci ambedue una meritata vacanza. Io e mia moglie amiamo trascorrere le vacanze in qualche interessante città e avevamo pensato ad Atene, una città che a quel tempo era finalmente visitabile, dopo la caduta del regime dittatoriale dei generali e dopo altre peripezie politiche. Il mio collega invece voleva andare a tutti i costi alle Hawaii, ci faceva addirittura il tifo. Allora io e la mia compagna di vita prendemmo un aereo per Atene, Pino(il mio collega)e la sua consorte si misero in viaggio per raggiungere la loro lontanissima meta. Dopo una ventina di giorni ci ritrovammo assieme e scambiammo le impressioni raccolte durante le vacanze. Io gli raccontai delle emozioni vissute nel visitare la culla della civiltà e cultura europee, nel calpestare le pietre millenarie dell'Acropoli, di toccare con le mani le colonne del Partenone, quel superbo tempio dedicato alla dea Atena Parthénos, un capolavoro d'architettura creato quasi cinquecento anni prima di Cristo, divenuto poi chiesa cristiana, moschea ed infine adibito a polveriera. Durante l'assedio di Atene del 1687, condotto dai veneziani sotto il comando di Franceso Morosini, il proiettile di una cannonata colpì fortuitamente la polveriera ed il Partendone venne letteralmente sventrato. Ma anche le rovine rimaste sono qualcosa di veramente incomparabile. Eravamo saliti sul Licabetto, un colle alto 277 metri entro il perimetro della città per vedere dall'alto quella sterminata distesa di case, avevamo ammirato il Teseion, l'Agorà, la Torre dei Venti e molto altro. Spesso ci facevamo portare da un taxi al Pireo, a mangiare il pesce fresco in qualche ristorante greco (non turistico!) dove si viene invitati ad andare in cucina per vedere cosa c'è di buono nelle pentole. E poi la Plaka, il vecchio quartiere ottomano dove ci sono molti locali tipici, dove si beve il retsina, si balla il sirtaki e si spaccano i piatti sul pavimento per dimostrare il proprio entusiasmo. Mi pareva spesso di poter incontrare ad ogni momento Zorba, l'immortale personaggio di Níkos Kazantzákis. Impossibile raccontare tutto in poche ore. Erano state due settimane intensamente vissute, indimenticabili. Pino aveva ascoltato con attenzione il mio racconto. Poi mi disse: "Sai che ti dico? Ero lì, agli antipodi, su una spiaggia piena di bagnanti e guardavo la distesa d'acqua di fronte a me. Sai cosa pensavo? Pensavo che avrei potuto benissimo essere a Rimini, tanto il paesaggio era il medesimo".
    Gil Blas 

    Voglia di vacanze?;-)Ciao.
    la vecchietta
    Ciao a tutti, volevo raccontarvi una storia simpatica ma che nasconde nelle righe il modo di vivere di oggi e della schematizzazione che abbiamo. Margherita, la poesia qui sotto scritta è molto carina. Un'anziana signora impellicciata e adornata come si conviene di braccialetti anelli e orecchini, in preda a un certo languore dopo aver concluso il suo giro di shopping in un grande magazzino si reca al bar dell'ultimo piano intenzionata a godersi un cappuccino con brioche alla crema. Si siede, appende il sacchetto con le compere all'apposito gancio posto sotto al piano del tavolino, poi ordina la sua merenda. Davanti alla bevanda fumante e al suo croissant preferito si accorge che il cameriere non le ha portato i tovagliolini di carta di cui lei non può fare a meno. Pazienza! Si alza e se li va a prendere al banco. Anzi ne prende un bel po', anche per casa. Tornata al tavolo, si accorge che un signore di pelle scura, un africano, sta intingendo la brioche nel suo cappuccino come se niente fosse! Indispettita ma decisa a far valere le sue ragioni si siede davanti all'uomo di colore e in tono di sfida prende un po' della brioche e la intinge anche lei nel cappuccino. La scena va avanti per un po', finché l'africano non si alza, ordina un cappuccino e una brioche alla crema e li mette davanti alla signora. La vecchietta lancia un'occhiata severa all'uomo, afferra brioche e cappuccino e comincia a mangiare con avidità. Per fortuna che l'ha capita, mormora tra sé e sé.Dopo aver terminato la sua consumazione, l'uomo si alza e se ne va. La signora gongola per la rivincita inflitta a quello screanzato, di certo un potenziale delinquente.Dopo qualche decina di minuti, soddisfatta, prima di alzarsi per tornare a casa ispeziona la parte inferiore del tavolino per cercare il suo sacchetto con gli acquisti, ma il sacchetto non c'è! Al ladro! grida con un filo di voce che in gola ha ancora un poco di brioche alla crema. Gli altri avventori si voltano e vedono l'anziana impellicciata in piedi guardarsi intorno come una furia.Lo sguardo le cade poi su un cappuccino e una brioche alla crema su un tavolino vuoto pochi metri più in là."Hmm -pensa la signora- che quel sacchetto appeso sotto al tavolo non sia per caso il mio?" E com'è arrivata, se ne va. Ciao a tutti e alla prossima.
    pantarei 

    "E' piu' facile spezzare un atomo che un pregiudizio".Albert Einstein. Ciao
    Non dimentichiamo
    Salve a tutti!! Ho letto i vostri testi e mi sono piaciuti moltissimo...Vorrei dare anch'io un piccolo "contributo" a questa rubrica...Vi riporto di seguito una riflessione che ha scritto la mia migliore amica, nonchè mia scrittrice preferita, qualche tempo fa...la ricopio perchè credo renda bene il mio punto di vista nei confronti di una guerra assurda su cui credo sarà impossibile mettere la parola FINE..Non riesco e non voglio dimenticare...Siamo spesso spettatori impassibili dinanzi ad una realtà troppo dura da accettare,troppo brutta per credere che ci riguardi perchè siamo per la maggior parte dominati dalla legge del profitto e dall'egoismo. La storia è una continua ripetizione di errori..."Errare è umano", certo, ma non so fino a che punto sia ammissibile sulla pelle di innocenti. Non si tratta di un gioco perchè gli uomini non sono pedine anche se alla fine vengono reputati tali! Appendiamo e sventoliamo pure le bandiere della pace (ma non dimentichiamoci che anche loro fanno parte di un business in quanto non le distribuiscono gratis...)! Mi chiedo però a quanto possano servire ...Il modo più efficace per ottenere la pace, a mio parere, è ricercarla dentro noi stessi e praticarla nelle famiglie, tra i conoscenti..Ogni giorno sempre di più c'è gente che uccide per motivi assurdi,spara, insulta ecc.. non credo che dietro a tutti questi mali ci sia esattamente un Bush o un Osama o un Berlusconi ( senza discolpare nessuno chiaramente..). Ma noi siamo un popolo di pacifisti! Sono molto giovane e la mia è solo un'opinione discutibilissima ma è il mondo visto dai miei occhi....Ecco il brano della mia amica... "Quando quella notte smisi di sognare, le stelle cominciarono a scoppiare nel buio. Quando quella notte cominciai a tremare, non esisteva più nulla al mondo che il terrore..Il terrore della morte che passeggiava tra le case costruite con la terra brulla impastata con le lacrime, le nostre lacrime...Quando quella notte sentii gli aerei affettare il cielo scuro e riempire di boati il buio, lo riempivano di nulla...Quando quella notte mi ritrovai sola, sotto un cielo troppo alto, su di un mondo troppo grande, con una domanda troppo complicata:..PERCHE'? Quando quella notte mi ritrovai gli occhi inondati di odio, di pazzia, di vuoto , di buio, di silenzio...Restai in silenzio per cercare una risposta nella notte e fu allora che mi accorsi che c'ero e vibravo nella notte come il desiderio di un bambino. Non mi importava perchè, quello che mi importava era che c'ero e sentivo il respiro che mi entrava e mi cambiava, il cuore batteva il tempo strano della vita, il sangue che girava e fu allora che pensai a quel giorno in cui nascerà un fiore su tutta questa polvere, quando un giorno ricomincerò a sognare, quando un giorno ricomincerò a sperare"Terry. Ciao Margherita, ciao a tutti.
    ilaria e terry 

    Gentili amiche, vi ringrazio per esservi fermate qui e averci fatto condividere le vostre idee. Ilaria, tu sottolinei la tua giovane età, ma non penso che questo sia negativo, non è detto che occhi esperti sappiano leggere meglio il reale. Nella fiaba di Andersen "I vestiti nuovi dell'imperatore" chi grida "Il re è nudo"? Un bambino! Questo è il mondo che gli adulti hanno messo sotto il vostro sguardo e che vi trovate tra le mani...un mondo che sembra una polveriera. Nell'attesa che nasca un fiore tra le macerie voi avete fatto sbocciare un piccolo pensiero poetico in questo spazio. Sono convinta come te che dobbiamo rimboccarci le maniche ogni giorno per lavorare affinché il domani non riservi sorprese peggiori di quelle che già scopriamo sulle pagine dei giornali. Chissà quante volte vi sentite dire che il futuro siete voi! Le giovani generazioni portano sempre con sé il germe della speranza, quella stessa speranza che la generazione precedente e le passate hanno disatteso. Tu dici "non dimentichiamo", ma sai cosa scordiamo crescendo? Ho trovato un'interessante riflessione di E.H.Erikson, lui parla dell'eclissi dell'infanzia :"La psicoanalisi ha ampiamente dimostrato che tutti gli uomini sono affetti da amnesia, quando si tratta delle esperienze cruciali dell'infanzia. C'è ragione di sospettare che questa amnesia individuale sia accompagnata da una zona d'ombra nell'interpretazione della condizione umana...Forse l'uomo morale e l'uomo razionale, avendo lottato tanto per rendere l'immagine dell'uomo civile assoluta ed irreversibile, si rifiutano entrambi di capire che ogni individuo deve cominciare dal principio...Si direbbe che questo rifiuto rispecchi un'intima superstizione, per cui l'uomo razionale e pratico perderebbe la sua fiduciosa sicurezza se mai si voltasse indietro e si ritrovasse faccia a faccia con la Medusa delle sue ansie infantili...Se l'uomo comprendesse questo fatto, forse riuscirebbe ad essere meno distruttivamente puerile sotto certi aspetti e più creativamente infantile sotto altri". Allora, voi, se potete, ricordatevi dell'entusiasmo con cui avete scritto a Costumando in un caldo giorno di giugno del 2003 e mettete in valigia i sogni che riscalderanno i domani che verranno. Ciao.
    Perché correre?
    Ciao a tutti ben ritrovati. Molto carina la descrizione di Raffaele, posso confermarlo per il tipo di lavoro che faccio, sempre in giro. Certo fa riflettere. Al di là della parodia ormai la gente vive in modo frenetico senza un freno. A tal proposito ho scritto poco tempo fa "FERMATI UN ATTIMO": questo correre non si sa dove, ci sentiamo sempre schiacciati da tutto quello che ci circonda. Vedo mamme che la mattina davanti alla scuola lanciano i figli come se fossero alla stazione e i bagagli vengono lanciati dal finestrino del treno, ma la cosa bella è che si corre per arrivare e quando siamo arrivati non si vede l'ora di andar via. Gente che quando arriva al lavoro già pensa a quando deve staccare. Anche il fatto di correre sempre dietro a qualcosa o qualcuno, la moda, attori, cantanti tocca copiare qualcuno per sentirci bene. Ricordo da ragazzo la moda che aveva lanciato la cantante Madonna:tutte vestite a lutto sempre in nero, il taglio dei capelli di un cantante, bambini che ormai vivono perennemente con la tv non vestono o mangiano se una cosa non è stata vista in tv, zaini per la scuola che costano cifre da brivido come se con quello zaino si studiasse meglio (nel mio caso allora ho sbagliato marca eheheh:-). Leggevo della ragazza-Hurricane-che ha scritto che quando si avvicinava il sabato andava in crisi perché si sentiva costretta ad uscire. Cerchiamo di pensare con la testa nostra e fermiamoci un po', prendiamo tempo con noi stessi. Un saluto a tutti, a presto.
    pantarei 

    Ecco, dici bene pantarei, prendiamo un appuntamento con noi stessi, scriviamo il nostro nome nell'agenda affollata d'impegni. Il guaio è che inseriamo anche i bambini in questi ritmi affannati. Sono tutti occupatissimi:tra palestra e nuoto, catechismo e musica, sembrano dei replicanti degli adulti. Devono già guardare il "carnet" del grande ballo quotidiano. Chissà se tra un giro e l'altro riusciranno a respirare! Un capo polinesiano raccontò al suo popolo, dopo un viaggio in Europa, il modo di vivere frettoloso degli uomini bianchi(Papalagi)"Il Papalagi è sempre scontento del tempo che ha a disposizione...Gli uomini bianchi sostengono di non avere mai tempo. Corrono freneticamente qua e là...corrono attraverso la vita come un sasso che sia stato lanciato...Dobbiamo liberare il povero, confuso Papalagi dalla follia, dobbiamo distruggergli la sua piccola macchina del tempo rotonda(l'orologio)e annunciargli che dall'alba al tramonto c'è molto più tempo di quanto un uomo possa avere bisogno". Ma non sarà che proprio questo annuncio, questo appello del tempo, ci spaventa tanto da non volerlo né ascoltare né pensare? La nostra filosofia dell'ottimizzazione ci porta anche a vivere i rapporti interpersonali in modo alterato. Pensiamo che in fondo entriamo in contatto con gli altri soprattutto attraverso la mediazione del nostro ruolo sociale. Ogni tanto riesco a ritagliare qualche minuto del mio tempo lavorativo per parlare con la persona che ho di fronte. Chi ha detto che quei cinque minuti siano tempo perso? Ho invece la sensazione che instaurare un rapporto "umano" con l'altro, seppur per qualche attimo, significa ritrovare la nostra dimensione autentica. Finalmente non più prigionieri di un ruolo ma semplicemente uomini. E poi, ce l'ha ordinato il medico di correre? Se andiamo al galoppo la vita ci sembrerà ancora più breve. Ti lascio una mia riflessione in poesia: Riempire il tempo col fare./Nella routine distrarsi/e perderlo per paura d'incontrare,/affrontare lo spettro della vuota noia/che ci chiede di noi,del nostro senso./Ammazzare il tempo per non pensare.../per poi dire al vivere che non c'è tempo.
    TIPOLOGIE DI AUTOMOBILISTI
    1. Autolesionista. Ha perso, forse per una mutazione genetica, l'istinto di conservazione. Guida la sua potentissima e luccicante auto a zig-zag sull'affollata tangenziale di Napoli , sulla corsia di sorpasso sfiora il paraurti posteriore dell'auto che lo precede, ignora il rispetto dei limiti di velocità; se sbaglia lo svincolo va a marcia indietro sulla corsia d'emergenza.// 2. Autuomo. Si muove solo con l'auto. Ha perso quasi completamente la capacità di camminare. Per lui la città ideale è rappresentata da un'autostrada a 6 corsie interrotta di tanto in tanto da enormi parcheggi.// 3. Salutatore. In fila nel traffico si ferma, incurante degli strombazzamenti delle auto che lo seguono, per salutare il conoscente fermo sul marciapiede. Il massimo è quando due salutatori si incontrano in auto nei due sensi di marcia: allora il danno è doppio.// 4. Feudatario: Ha con il territorio il medesimo rapporto che avevano i feudatari nei confronto dei servi della gleba: Parcheggia in doppia fila, sui marciapiedi, davanti ai passi carrai, imbocca i sensi vietati, vuole circolare nell'isola pedonale. Se qualcuno osa protestare risponde arrogante: "Ma che sei un vigile?"// 5. Car-Sitter: Giuda con il figlio piccolo sulle ginocchia e così lo avvia prestissimo all'uso e all'abuso dell'auto. E poi si arrabbia, quando a 12 anni, il figlio gli fracassa la preziosissima Range Rover contro il muro di cinta della villa.// 6. Discoteca Ambulante Socializzata: La sua auto è dotata di un potentissimo impianto stereo con altoparlanti da 300 Watt e ascolta musica a finestrini aperti e fermo nelle strade cittadine fino a 2 di notte. E' giusto che tutti usufruiscano della sua preziosa attrezzatura.// 7. Tartaruga: Non supera i 50 all'ora anche su un'autostrada a tre corsia deserta. Non ha mai usato la quarta e la quinta marcia e abitualmente non si sposta dal centro della strada. Guai a capitare dietro di lui su una stretta strada di montagna.// 8. Feticista: Lavaggio completo ogni settimana; guai se si fuma in macchina; i sedili sono ricoperti di lucide foderine protettive; un piccolo graffio sulla carrozzeria lo manda in crisi e subito dal carrozziere per una passata di pasta abrasiva; quando va dal meccanico per qualche riparazione assiste compunto e attento alle operazioni a cofano aperto neanche stessero operando un suo familiare.// 9. Discarica Ambulante: Dopo un viaggio nella sua auto bisogna vaccinarsi contro il colera, il tifo e l'epatite. Il peso a vuoto della macchina è superiore di 150KG di quello ufficiale: tanto pesa la spazzatura che si porta in giro. I Camion che effettuano la raccolta dei rifiuti solidi urbani quando passa hanno un senso di nausea.// 10. Super kitsch: Personalizza la sua auto con tutti gli accessori più raffinati esistenti sul mercato: "Coprisedili in canna di bambù (modello estivo)" "Coprisedili in Agnello di Tasmania (modello invernale)" "Tendine parasole con foto Marylin Monroe" Autodesivo di un peloso dito medio" "Blocca volante in ghisa color arancione" "Leva del cambio Teschio del pirata" "Antenna Radio modello Monte Palomar(Altezza m 2,50), "Marmitta in Acciaio super-inox".// 11. Sfasciacarrozze: La sua macchina è perennemente ammaccata anche il giorno dopo l'uscita dal concessionario....Le varie auto possedute sono caratterizzate da parafanghi rigati, fari rotti, gli stop. Il record l'ha raggiunto quando comprò un Maggiolino Wolkswagen a serie limitata (solo 8 in tutta Italia color canna di fucile) e sulla rampa di uscita del concessionario distrusse il parafango destro contro una parete. Il fatto è che non ha senso della misura....nel senso che non si rende conto che una cosa larga 1,60 non può passare in un varco largo 1,40. E' la gioia dei carrozzieri.
    Raffaele Abbate 

    Raffaele, la ringrazio per le divertenti "tipologie", sono pillole di buonumore. E le donne al volante? "Fifone,indifferenti,angeliche, diaboliche, narcise", questi i cinque tipi di guidatrici secondo una ricerca commissionata da una nota marca di auto. Su Iodonna(allegato del Corsera)si legge che -in macchina- amino cantare, telefonare, fumare...e mandare a quel paese il prossimo su quattroruote. E se ferme, si truccano o leggono il giornale. Sono lontani i tempi di "Donna al volante pericolo costante!":-) Per chi vuol leggere i risultati dei test: http://www.marketpress.info/003\%20notiziari/somnews/18\ %20aprile\%202003/pag\%2003\%20VEnews\%2018\%2004\ %202003.htm
    Il riccio
    Un giorno, mentre stavo lavorando al computer, udii dei rumori strani nelle mie vicinanze. Erano fruscii ed anche qualche sommesso grugnito. Cercai d'individuare la direzione di quelle sonorità e constatai che era molto in basso, sul pavimento, sotto il mobilio. Con l'ausilio di una lampada tascabile riuscii anche ad identificare la fonte dei rumori: era un riccio che s'era rintanato nell'angolo più recondito, dietro quell'ammasso di hardware che costituiscono i ferri del mio mestiere: un generatore d'emergenza a batterie, 3 computer, due scanner, due stampanti, diverse pile di libri di dimensioni rispettabili e molto altro ancora. L'animaletto era certamente entrato dal pertugio per i gatti, praticato nella porta che dà sul terrazzo, ed aveva trovato quello che a suo parere era un perfetto rifugio per trascorrere in pace la giornata. I ricci sono attivi di notte e sono quasi gli unici animali che riescono a mangiare quelle grandi lumache nude, tutte appiccicose di viscida bava, le maggiori nemiche di ogni orto e giardino; sono perciò animaletti utilissimi. Per trascorrere in pace le ore di luce cercano poi qualche angolino oscuro e tranquillo e quel riccio l'aveva trovato dietro ai miei computer. La cosa non mi avrebbe disturbato molto se non fosse per il fatto che i porcospini hanno delle brutte abitudini in merito ai loro bisognini corporei:li lasciano semplicemente cadere dove si trovano e, oltre al puzzo emanato che è piuttosto penetrante, la cosa non è davvero igienica. Il nome tedesco del porcospino è "Igel" ed il verbo "sich einigeln", derivato da quell'appellativo (letteralmente "porcospinarsi"), significa "rintanarsi, proteggersi, asserragliarsi, arroccarsi, trincerarsi, barricarsi, fortificarsi" e questo vuol dire che è quasi impossibile snidare un riccio da un'alcova poco accessibile senza farsi o fargli del male. Quasi, ma non impossibile del tutto; il sistema c'è e si chiama Gorgonzola. I ricci danno i numeri per il Gorgonzola, specialmente se è di una qualità molto olezzante! Per fortuna avevo in casa una bella fetta di Gorgonzola maturo. Ne staccai dei pezzettini che disposi sul pavimento, ad intervalli di una ventina di centimetri, dal covo del riccio fino al pertugio dei gatti sulla porta del terrazzo. Mi ritirai poi ad una accettabile distanza, senza far rumore. Dopo un po' ecco spuntare l'animaletto, sniffando con il suo nasetto appuntito. Andò dritto, dritto verso il primo pezzetto di formaggio, se lo sbafò con sorprendente velocità, passò al secondo e così via fino alla porta. Mi ero infilato due robusti guanti da giardiniere, a prova di pungiglioni. Presi delicatamente quello che improvvisamente era diventato una sfera irta di acuminatissimi aculei, trasportai il pericoloso gomitolo fino a quella specie di giungla in miniatura che eufemisticamente chiamo giardino, lo misi giù sotto un cespuglio e consigliai al piccolo amico di cercarsi un luogo più adeguato per le sue pennichelle diurne.
    Gil Blas 

    Ciao Gil, sono molto piacevoli queste brevi passeggiate nel mondo degli animali. Ho scoperto che il riccio addomesticato diventa un buongustaio. Se vuoi leggere il suo menù preferito ecco una pagina dove trovare delle notizie curiose. http://www.inseparabile.com/il_riccio.htm
    fermati un attimo
    Fermati un attimo. Scivola fuori dai problemi. Siediti e concediti un momento di silenzio e di pausa. Lavoro, figli, casa, sei schiacciato/a dal peso che devi rivestire. Tutti si aspettano il massimo da te e cerchi di fare del tuo meglio per tutti ma sai che non è mai abbastanza. Pensa a quanto tempo perdi dietro alle scemenze di una vita troppo competitiva, a quale spreco di soldi, di tensioni e di sonno ti obbligano certe ritualità magari inutili, a quanta anima perdi dietro all'ipocrisia degli obblighi sociali. Fermati un attimo. Scivola via da qualunque aspettativa che non senti tua. Togliti l'orologio metti la segreteria, stacca il cellulare fai tacere le pressioni esterne. Tira un sospiro profondo ecco che adesso arriva la quiete che è nella tua vera natura quel senso di leggerezza che sale da dentro e ti appaga. Vedrai che se non continuerai ad elaborare dati su dati, i pensieri come vengono, se ne vanno. Adesso sei te stesso e basta concediti un momento per riflettere, esplora il tuo mondo interiore, ascolta i tuoi bisogni autentici. Crescere per esempio. Prova a tirare fuori quello che senti le emozioni pure e profonde. Poniti le domande che rimandi sempre e ascolta le risposte che tieni sopite dentro di te e stenti a riconoscere tue. Una poesia scritta da chi sa parlare al cuore è un patrimonio di emozioni, di sogni, di desideri che la vita quotidiana sta uccidendo. Fai sbocciare il fiore che è dentro al tuo cuore e apri il cassetto segreto delle tue parole. Fermati un attimo prova a riconoscerti negli altri. Un abbraccio a tutti.
    pantarei 

    Biografia: Il cuore è un metronomo incessante/un ritmo che sale nella mente/e dice:"Tempo",/non perdere il tuo tempo,/non fartelo scippare dalle macchine,/non fartelo tritare dalla vorace routine,/non fartelo ridurre in fotogrammi(senza un prima né un dopo)/riallacciati al tuo tempo/ritrovati nel battito...torna in te.//Ciao.
    il saggio
    Salve a tutti. Volevo raccontarvi una piccola storia familiare. Abbiamo perso la voglia d'imparare dalle esperienze altrui come se fossimo già perfetti, è un racconto di poco conto ma, secondo me, è pieno di significato. Ero seduto con mio nonno al tavolo della camera da pranzo, come sempre lui è vestito come se dovesse andare alla messa di domenica: cravatta, giacca e il suo indimenticabile cappello. Guardandolo pensavo che lui neanche in bagno andrebbe senza il suo capello! Ormai è parte di lui come un braccio o una gamba. Accendiamo la tv e sentiamo il telegiornale e come per incanto mio nonno pronuncia le sue parole che rimangono sospese nell'aria, chi voleva rispondeva oppure morivano così come erano uscite: " Prima non era così, ai miei tempi queste cose non sarebbero successe". Mi giro verso di lui e gli rispondo: " Ma i tempi sono cambiati nonno". Lui con molta calma mi guarda e mi dice: " Ne sei sicuro?" Dissi: " Sì, adesso i ragazzi vogliono più libertà!". "Ah, la libertà e per fare cosa?" Mi sentivo messo alle strette da mio nonno, con la solita pacatezza riprese a parlare senza darmi il tempo di rispondere... "La libertà ve l'abbiamo data noi, siamo stati noi a combattere, molta gente è morta per quella libertà che voi chiedete, il problema è che voi giovani non sapete farne buon uso, non apprezzate, per voi è tutto dovuto, non sapete cosa sia la vera oppressione di pensiero". Ero come incantato dalle sue parole. Mi guardò e mi domandò: "Tu che libertà vuoi? Rimasi un po' sorpreso e impaurito risposi : "Credo che dovremmo avere più peso nelle decisioni politiche oppure avere più lavoro per noi giovani". La sua voce riprese a martellare, disse: " Voi avete il voto, potete riunirvi in manifestazioni, potete leggere libri ,giornali, scrivere sui giornali e poi avete la cosa più importante avete la possibilità di imparare leggendo le pagine della Storia". Ormai non riuscivo più ad entrare nella conversazione. Adesso si cerca solo un lavoro di comodo dietro una scrivania -continuò- oppure un bel posto. Sai che tua nonna pur di portare a casa qualche soldo portava al pascolo le vacche del fattore che era proprietario del nostro quartiere? Prima non potevi avere delle preferenze. Andare a scuola non era possibile per noi perché la fame era tanta. Io a volte non prendevo lo stipendio perché non avevo la tessera del partito fascista e allora non venivi pagato, si lavorava anche 12 ore al giorno. Ho lottato per quella libertà che voi dite di non avere, tuo padre ricordi da piccolo dove lo vedevi? Con la testa risposi sì e mi girai a guardare la tv. Mio padre da piccolo lo vedevo più in televisione che a casa, in manifestazioni per il miglioramento dei diritti dei lavoratori. Avete mai pensato -riprese- che quella gente che ha lottato per la libertà e per i diritti umani lo ha fatto per il futuro, per voi? Se tu lotti oggi non è per te ma per i tuoi figli perché tu non hai il tempo di godere delle tue vittorie ma puoi solo essere contento e felice perché un futuro migliore si prospetta. Adesso invece voi cosa fate? Andate a scuola, siete vestiti tutti carini, a 30 anni ancora state con mamma e pretendete sempre qualcosa. Bella la vita vero? Invece di lottare per i diritti in cui credete usate quelle droghe che vi mangiano il cervello, chiedete la macchina perché senza vi sentite oppressi, sempre attaccati a quel telefono microscopico- sorrido perché per mio nonno il cellulare è una cosa incomprensibile -e siete sempre contro! Ero seduto ma mi sentivo sprofondare nella sedia. Poi mi guardò dritto negli occhi e mi disse: " Ma non dovete mollare, ricorda, se credi veramente in qualcosa che senti tua non fare mai in modo che qualcuno la calpesti, questo significa essere liberi, poter esprimere la propria opinione basta che non si calpesti quella degli altri, questa si chiama DEMOCRAZIA, e citò Voltaire -Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo-". Si girò verso la tv e con la stessa calma di prima, come se non ci fossimo detti nulla disse: "Non c'è proprio nulla in tv, andiamo a mangiare che è ora". Sì -risposi- e mi alzai, davanti a lui mi sentivo così piccolo ma orgoglioso di avere un nonno tanto grande. So che tu da lì su mi proteggerai e guiderai con la tua calma e fierezza. Ti voglio bene nonno, grazie! Un salutone a tutti, a presto.
    pantarei 

    Caro pantarei, tuo nonno attraverso quello che hai raccontato è stato qui insieme a noi. Era un uomo tutto d'un pezzo e questo attestato di stima lo avrebbe sicuramente reso felice. Le nuove generazioni hanno fame della libertà di essere. Come potrebbe capire lui col suo cappello calcato sulla fronte che ciò che manca è la possibilità di essere se stessi? Leggiamo oggi, trovandola attuale, una riflessione di D.Winnicott: "Possiamo vedere i giovani alla ricerca di una forma d'identificazione che non li lasci a terra nella loro lotta, la lotta per sentirsi veri, la lotta per fondare un'identità personale, non per inserirsi in un ruolo assegnato, ma per andare in fondo a qualunque cosa vi sia da traversare...Non sanno che cosa sono. Aspettano. Essendo tutto sospeso, si sentono irreali...". Una volta soddisfatti i bisogni primari l'uomo ha urgenza di esprimere i suoi pensieri, i suoi sentimenti. Quando l'oppressione non si avverte, è inapparente, per questo è più subdola. Il conformismo è un attentato alla libertà. Essere liberi non vuol dire scegliere tra due tipi di macchine, tra diverse marche di orologi o cellulari. "I sogni a portata di mano"-come recita uno spot- non sono merci, è questo l'inganno. Ogni giorno dovremmo difendere il diritto alla creatività personale, il gusto d'inventare i nostri desideri, di sentirli crescere dentro di noi, l'entusiasmo di perseguirli. Non c'è delitto più atroce che spegnere le passioni contrabbandandole con piaceri di plastica. Tuo nonno ha seminato in te il suo "non mollare" e l'affetto: beni preziosi. Ciao.
    Una storia triste
    Ero a Exeter, una interessate città del Devon, in Inghilterra. Avevo scelto quella città per una delle mie solite scorribande invernali allo scopo di perfezionare le mie conoscenze della lingua inglese. Dato che prevedevo una lunga permanenza, almeno sei mesi, avevo preso una stanzetta in affitto in un quartiere popolare. Un giorno la signora che mi affittava la stanza mi disse di sentirsi poco bene e mi chiese se potevo accompagnarla dal medico. Accettai e ci mettemmo in cammino fino alla fermata dell'autobus. Pioveva. Salimmo su uno di quei tipici autobus inglesi a due piani e prendemmo posto su un sedile vicino all'uscita. Di fronte a noi sedeva un signore anziano, corpulento, vestito molto dimessamente, quasi come un barbone; aveva un'aria un po' assente ed un viso alquanto paonazzo. Diedi di gomito alla lady e le sussurrai che mi sembrava che quello strano tipo aveva un po' esagerato con il sidro, una bevanda tipica di quei luoghi. Ad una delle fermate il "beone" si alzò e tutto traballante scese dall'autobus; noi scendemmo alla fermata seguente. L'ambulatorio del medico era poco distante, in una strada secondaria, un poco in salita. Era sito in una casa isolata, con antistante un ampio cortile delimitato da un basso muretto. La porta d'entrata era protetta da una pensilina e da due vetrate laterali che permettevano di scuotere l'ombrello all'asciutto. Il campanello era contemporaneamente apriporta, cosa che risparmiava all'infermiera il compito inutile di schiacciare un bottone ogni volta che qualcuno suonava alla porta. Prendemmo posto nella saletta d'attesa e per trascorrere il tempo preferii guardare fuori dalla finestra, nel cortile, invece di leggere una delle solite vetuste riviste che immancabilmente s'incontrano nelle anticamere dei medici. Dopo circa una ventina di minuti ecco entrare nel cortile, con mia sorpresa, il signore osservato nell'autobus; era ancora più paonazzo e barcollava in maniera impressionante. Arrivò fino alla porta, tese la mano per premere il bottone del campanello-apriporta ma improvvisamente sparì. Ero sicuro che era caduto perciò avvertii immediatamente l'infermiera ed andai a vedere che cosa era successo. Il poveraccio era disteso per terra e mi sembrava molto malconcio. Arrivò il dottore, gli tastò il polso, poi la vena giugulare e constatò che era deceduto. Mi disse che era un suo paziente, molto sofferente di cuore e che probabilmente aveva fatto il suo ultimo infarto. Gli raccontai di averlo visto nell'autobus e che era sceso una fermata prima di quella opportuna, certamente in uno stato confusionale. Se fosse sceso alla fermata giusta non avrebbe fatto, in quelle condizioni, la fatica di fare il lungo percorso a piedi e forse sarebbe sopravvissuto. Nel frattempo l'infermiera aveva chiamato un'ambulanza che arrivò pochi minuti dopo. Il conduttore era solo e io lo aiutai a caricare il malcapitato, prima sulla barella e poi sull'automezzo. Da quel giorno evito di ritenere un uomo "ubriaco", non importa che colore abbia il suo viso.
    Gil Blas 

    Questo tragico episodio si commenta da sé.
    buona fortuna o popolo di emigranti
    Ciao, pochi giorni fa ho visto in tv un bel documentario sul periodo dell'emigrazione, soprattutto quella italiana, ci lamentiamo che siamo invasi dagli emigranti ma dovremmo ricordare che nei primi anni del '900 noi italiani abbiamo invaso terre di tutto il mondo. Per i nostri connazionali non è stata una vera e propria passeggiata anzi, ma credo che era da immaginare la difficoltà che si poteva trovare andando in altri posti, credo comunque che bisognerebbe controllare meglio il traffico clandestino per non rovinare la vita di quelli che vengono da noi con il proposito di lavorare seriamente con tutti i sacrifici che comporta. Vorrei dedicare le righe che seguono ai miei colleghi di lavoro che hanno intrapreso questa avventura venendo da noi a lavorare con molta voglia e diligenza e soprattutto ad uno in particolare, Domenico delle isole di Capoverde una persona che sono contento di aver conosciuto per le sue qualità umane. Le mani che salutano, le lacrime che scendono sul viso gli occhi rivolti verso l'alto che esprimono tutto il desiderio che si ha dentro di non perdere quel volto che ci osserva dall'alto i suoi occhi, il suo sorriso che anche senza una parola dicono tutto. Quel filo che unisce i cuori sarà sempre più lungo di qualsiasi distanza. I destini si dividono per cercare una vita migliore, si lascia una terra che ci ha dato i natali per andare incontro alla speranza. Lasciamo lì una parte di noi, lì in quel luogo d'infanzia dove col passare degli anni si è scoperto il mondo andando a scuola i primi amori le prime amicizie e in qualunque posto del mondo si vada rimarranno nella nostra mente come in un quadro che si è dipinto con gli anni colorato con i nostri stati d'animo con i paesaggi che dentro pian piano sono cresciuti: praterie fiorite o deserti ma comunque sempre in un angolo il mare, quell'angolo della nostra vita che teniamo come ultima carta di salvezza. La sirena suona e la nave si muove lenta, le mani tese quasi a voler trattenere quella massa di ferro si fanno sempre più piccole e la nave si allontana lenta verso il sole che calando sull'orizzonte ne illumina di rosso la scia. Sperando sia solo un arrivederci. Un caro saluto a te, Margherita e a tutti i lettori.
    pantarei 

    Ciao pantarei,grazie per le belle immagini. Domenico sarà felice di leggere il pensiero che hai voluto dedicare a lui e a tutti quelli che lasciano la propria terra per inseguire un sogno. Mia nonna è stata profuga e scese al Sud con la famiglia. Non le ho mai chiesto come avesse vissuto lo strappo dalle radici della sua Trieste e lei non me ne ha mai parlato, forse aveva pudore di quei sentimenti nascosti nella memoria. Io sono legatissima al Mezzogiorno, alle bellezze naturali e ai profumi che risvegliano i sensi, al mare blu premiato da Legambiente e non ultima alla gastronomia meridionale, però credo che la sua identità non possa ridursi né allo slogan: sole orecchiette e mandolino, né ad eventi folkloristici: pizzica e taranta. Per riscattarci dal complesso di Cenerentola dovremmo noi stessi saper valorizzare i nostri talenti. Il Meridione "povero" ma "ricco dentro" ha tenuto a battesimo illustri pensatori ed artisti, perché non dissotterrarli dall'oblio? In questo momento per esempio il tacco d'Italia ha l'attenzione di registi come Rubini, Piva e Winspear, mi auguro che spente le luci delle cineprese, su quei paesaggi diventati scenografie, non scenda nuovamente l'ombra. E a proposito di emigranti, mi piace ricordare che la Puglia è stata proposta per il Nobel per la Pace avendo offerto solidarietà agli stranieri riversati sulle nostre spiagge delle carrette del mare. E per non dimenticare "quando gli albanesi eravamo noi", come recita il sottotitolo del libro "L'Orda" di Gian Antonio Stella, ti suggerisco l'interessante sito:http://www.rcs.it/rcslibri/rizzoli/stella/home.htm. Buona lettura, alla prossima.
    l'abito non fa il monaco
    Ciao a tutti. Oggi mi è capitato di vedere un aneddoto molto carino. La sua semplicità mi ha colpito e fatto venire in mente quelle belle frasi fatte o detti a cui personalmente non credo molto. Ero in via Nazionale (a Roma)con tutti i suoi bei negozi, turisti da spellare, uffici, tutti vestiti bene con grosse macchine. Come si dice, con la puzza sotto il naso. Credo di aver fatto capire un po' la situazione. Ero seduto a bere una bibita, faceva molto caldo anche se ombrato. Osservo la gente che passeggia e osserva i negozi e da lì già vedo la differenza di come la gente ti guarda: se sei straniero vieni trattato in un modo se sei italiano ti guardano un po' storto, sono lì seduto e vedo due ragazzi vestiti in maniera strana, per i miei gusti ovvio, con capelli colorati, piercing,due bei punk con le loro catene sui pantaloni. La scena che vedo in quel momento è del tipo: ecco la peste,l'influenza atipica, un tifone di colera che cammina sul marciapiede.Ecco la cosa che mi ha colpito:una signora anziana doveva attraversare la strada e come sempre nessuno si fermava per farla attraversare e la signora che imprecava con la solita frase "ai miei tempi...vergognatevi" ed ecco cosa succede uno dei due ragazzi punk attraversa la strada sì perché la signora era sull'altro marciapiede e ferma le macchine e tutti a girarsi per vedere quel pazzo che si butta tra le macchine e l'altro va verso la signora e l'aiuta ad attraversare la strada, la signora la prima cosa che ha fatto è stata quella di stringere la borsa a sé per paura. E dovevate vedere la scena, si sentiva nell'aria quello che la folla pensava. Arrivata sull'altra sponda la signora si sente osservata e ringrazia a bassa voce il ragazzo e poi gli dice: "ai miei tempi non saresti andato in giro così in quel modo" si gira e se ne va per la sua strada. Un sorrisetto mi esce spontaneo sulle labbra, il ragazzo attraversa la strada e se ne và per la sua via con il suo amico.Ecco la famosa frase "l'abito non fa il monaco"! Sicuramente un racconto semplice, ma se ci sofferma nella sua essenza primaria ci dovrebbe far pensare molto. Un saluto a tutti e a te Margherita.
    pantarei 

    Oggi più che mai caro pantarei per molti è vero quel detto. Crediamo che basti un clic per fotografare una persona, per comprenderne il carattere e invece la tua breve storia ci fa andare oltre le apparenze. Essendo aumentata la diffidenza abbiamo bisogno di "segni" rapidi di riconoscimento. Il look è uno spot su se stessi. Tribù s'incontrano nelle metropoli, s'incrociano quasi senza vedersi, si sfiorano incuranti gli uni degli altri. Il tuo episodio con tutto il corollario di gesti ed emozioni che ha suscitato ci ha mostrato cosa accade quando qualcuno rompe gli schemi. I due punk hanno per un attimo sciolto la zavorra di pregiudizi con cui ci ancoriamo nella realtà nella quale altrimenti andremmo a tentoni. E così l'anziana signora con il suo "ai miei tempi..." ha stretto la sua borsetta perché per lei era più facile associare quell'alieno "pirsato" ad un ladro di cui aver paura che ad un giovane che si apprestava a compiere una gentilezza. Forse sarebbe stato meglio lasciare la signora borbottare, in fondo quell'"incidente" ha creato attrito negli ingranaggi ben oliati dalla nostra indifferenza. Quella non ci stupisce più! Ciao.
    la vera trasgressione
    E' l'ennesimo sabato sera che trascorro in casa,in piena libertà.Certo,mi piace ridere,scherzare,se sono in compagnia non sto a bocca chiusa in un angolo. Ma,per una lunga serie di circostanze,ho deciso di dire basta,come se fosse una droga da cui depurarsi...un no a tanti DEVO. La lista è veramente lunga,cercherò di fare una sintesi...La tortura di norma inizia dalla prima occhiata al calendario,quando la parola SABATO suona come una provocazione più che un riposo. Se è sabato DEVO uscire a fare shopping,DEVO contattare qualcuno per organizzare qualcosa di SPECIALE,DEVO sottopormi ai capricci del parrucchiere e,proprio il giorno in cui non si dovrebbe guardare l'orologio,i ritmi diventano ancora più frenetici(non si pranza per precipitarsi nel centro commerciale che fa orario continuato;non si riposa perché c'è il giro di telefonate_caffè al baretto_seduta dal parrucchiere;la cena sostituita da qualcosa di ultraveloce mentre si cerca dannatamente di trovare uno straccio da indossare;il sopratacco traditore o il collant smagliato all'ultimo momento diventano un test di autocontrollo..). Una volta usciti da casa si fa una sorta di via crucis per riunire tutti e poi una dannata lotta al parcheggio,che culmina nello sfoggio di conoscenze per avere un tavolo al locale di turno.E l'ansia aumenta,ma la serata deve ancora iniziare,fumi e intrugli colorati non hanno ancora stordito quel barlume di lucidità sopravvissuto che stenta a farsi strada tra discorsi insulsi(veri sfoggi di quanto la mente umana si autoinflazioni a volte)... Allora,nella ricerca delle nuove stravaganze,nella folla di chi vuole osare nuove trasgressioni,tra i rumori e i blabla,ho scelto la mia trasgressione e ho detto basta. Domattina mi sveglierò lucida ed entusiasta....un paio di occhiali da sole e vado a mare...
    hurricane A 

    Hurricane, un nick un destino. Si è svegliato il "ciclone" che in te dormicchiava e ho ricevuto, leggendoti, una ventata di energia. La vera trasgressione infatti è proprio quella di riprendersi il proprio tempo. Non farselo rubare da riti ormai svuotati di senso, compiuti come un dovere sociale. Leggendo tutti i tuoi "Devo" ci si sente soffocare dall'ansia. Il sabato sembra essere diventato per te un tour de force, e se così lo vivi sei stata coraggiosa a sradicarti da quegli ingranaggi perversi che tu stessa non esiti e definire "droga"...quasi che fossero capaci di ottundere la volontà. Non ti ci vedo proprio, con la tua voglia di libertà, incastrata nella routine dei forzati del divertimento. Evidentemente c'è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso e non te la sei sentita più di reggere un gioco in cui non ti senti più te stessa. Scommetto che i tuoi amici saranno rimasti turbati dalla tua decisione e magari non se ne capacitano. "Disintossicarti" per te è stato un imperativo molto più forte di quel "Tu devi" che per tanto tempo ti ha condizionato. Mi ha colpito anche un termine che hai ripetuto,"sfoggio". Forse il segreto di questa tua ribellione è che non ti va più di ostentare un piacere che non provi, di trascorrere serate alla ricerca di quelle "stravaganze" che dovrebbero regalare emozioni forti. Ti sei stufata della recita di false euforie che coprono la noia di serate che si trascinano lasciando il nulla dentro. Dal quadro sconsolante che hai dipinto ha fatto capolino il tuo humour che mi ha fatto sorridere. Una bella abbronzatura è un toccasana...a quando il primo tuffo? Ciao.
    Mima
    La guerra era agli sgoccioli ed i tedeschi occupavano ancora il nord dell'Italia. Mio padre possedeva una catena di negozi di generi alimentari a Venezia e lui stesso ne gestiva uno alla Giudecca, prospiciente il Campomarte, uno spiazzo erboso di dimensioni inconsuete per la città lagunare. Nel passato serviva alle esercitazioni dei mercenari (ecco l'origine del nome) che combattevano per la Serenissima, oggi non esiste più perché vi sono stati costruiti i soliti alveari umani dei tempi moderni. Un bel giorno, mentre mio padre, in mancanza di avventori, stava occupandosi dei fatti suoi, forse attirata dall'odore dei formaggi, entrò nel negozio una bellissima gattina, mingherlina, tigrata e di un bellissimo colore grigio, quasi perlaceo. Mio padre aveva veramente un debole per i gatti e sebbene i commestibili fossero al quel tempo preziosi e tesserati, offrì alla gatta un pezzettino di quella mortadella bellica di infima qualità, donazione che venne lestamente pappata. Dopo pochi minuti entrarono nel negozio alcuni marinai tedeschi, armi alla mano, che chiesero a mio padre "Katze? Katze?" che ovviamente significava "gatto". Mio padre capì che cercavano la gattina (che nel frattempo si era rifugiata dietro il banco) e per non avere delle noie la consegnò ai marinai. Loro fecero capire che era la mascotte di una delle navi che ancoravano lungo la riva della Giudecca; era scappata e la cercavano. Se ne andarono tutti felici e contenti. Qualche settimana dopo (la nave aveva fatto ritorno alla Giudecca) ecco rispuntare i marinai con la loro richiesta "Katze? Katze?" ma mio padre non poté soddisfarli, questa volta non aveva veramente visto la micetta. Allora i militari fecero una breve ispezione nel negozio, non trovarono nulla e se ne andarono alquanto insoddisfatti. Poco dopo, però, ecco spuntare la micia da chissà quale recondito nascondiglio del magazzino. Miagolando sembrava reclamare un pezzettino di mortadella. Alla sera mio padre portò a casa la gatta in una borsa perché non si fidava di tenerla nel negozio. Se i marinai fossero ritornati e l'avessero trovata avrebbero forse pensato che mio padre l'aveva di proposito nascosta per tenersela e con gente armata non si sa mai.... Avevamo già quattro mici, venne battezzata "Mima" e divenne la quinta. Era una vera principessa, sempre tranquilla ed appartata. Quando arrivavo io dalla Pescheria (a due passi da casa mia) con un cartoccio di "pesce per i gatti" bisognava dare alla Mima la sua porzione separatamente perché si "disonorava" a mangiare assieme alla plebe. Visse poi per molti anni con noi, era rimasta mingherlina e sempre affettuosa; morì ultraventenne curata fino all'ultimo momento.
    Gil Blas 

    Ciao Gil, la storia di Mima, gattina cenerentola diventata principessa ci ricorda di quanto affetto gratuito siano capaci i quattrozampe. Sfogliando un quotidiano l'altro ieri ho letto che a Mosca un gatto ha percorso in due anni oltre 700 km. per tornare dalla sua anziana padrona. Sai che a Roma c'è stata in febbraio la giornata dell'orgoglio felino? Il Cat pride. Puoi leggere dell'evento e di altre curiosità sui nostri amici mici in questa pagina web: http://www.rai.it/RAInet/news/RNw/pub/articolo/raiRNewsArticolo/0,7605,45821\%5Escienze\%5E\%5E,00.html
    Indifferenza
    L'indifferenza più brutta è quella che ci circonda, sapere di essere in mezzo a tanta gente ma essere solo e sono d'accordo con te che anche la vita di coppia non vuol dire essere in due, anzi a volte è peggio. Certo la prospettiva di parlare con il mio pc mi spaventa un po', il problema è che si dovrebbe aprire un po' di più il nostro animo e non tenerlo chiuso come se fosse un gioiello da tenere nascosto, essere meno cinici e meno ipocriti. Io spero che per il futuro invece di parlare con le macchine si ritrovi il piacere di parlare con gli umani di ritrovare la gioia di mettersi a confronto per crescere e per sentirci più vivi. un salutone a tutti ciao e buona pasqua a tutti
    pantarei 

    Ciao pantarei, tu dici:"si dovrebbe aprire un po' di più il nostro animo e non tenerlo chiuso come se fosse un gioiello da tener nascosto". Credo, come te, che i nostri stati d'animo hanno bisogno di respirare e vivere nel contatto con gli altri altrimenti rischiamo di farli diventare delle scorie, dei residui emotivi tossici che inquinano il nostro habitat interiore. Metterli in gioco nei rapporti è rischioso, ma è l'unico modo per sentirci vivi. Ecco una frase da "La cultura del narcisismo" di C.Lasch:"Uomini e donne affrontano oggi i rapporti personali calcolandone attentamente il rischio emotivo. Decisi a manipolare le emozioni altrui proteggendo se stessi da ogni possibile trauma emotivo, coltivano una superficialità difensiva e mantengono un distacco cinico che, pur corrispondendo solo in parte ai sentimenti reali, diventa rapidamente abituale". Mi sono chiesta se siamo superficiali solo con gli altri o anche nei nostri stessi confronti. Abbiamo intimità con le nostre passioni? Ti dirò che ho notato un modo di dire, una sorta di "tormentone" linguistico: il "piuttosto che". Mi ha colpito il fatto che passando di bocca in bocca, masticato e rimasticato, questo termine si sia allontanato dalla sua originaria intenzione, snaturandosi. Nato per istituire una differenza oggi celebra l'indifferenza: Caraibi piuttosto che Maldive, gelato al pistacchio piuttosto che alla crema, Versace piuttosto che Armani. Cancellate le priorità, le preferenze. E' il livellamento del "questo e quello per me pari sono", l'azzeramento delle "tendenze desideranti", la negazione della conflittualità legata all'aut-aut. Ma non scegliendo si rimane spettatori della propria esistenza, quindi perché stupirsi di non sentirsi vivi? Se non siamo vicini alle nostre inclinazioni, se non le ascoltiamo, non ci prendiamo cura di loro, se dimentichiamo i nostri gusti autentici...il vivere ci sembrerà insipido. Ciao.
    L'Abc dell'Umanità
    Vero Margherita, il problema è che per loro-(i pianisti)-ormai è normalità e questa è la cosa terribile. Già, il Museo di Baghdad, non lo dire a me che sono un appassionato di storia, ho mia cognata iscritta al circolo che si occupa della Valle dei Templi in Sicilia. Vedere tanta storia andare in fumo così per degli idioti mi si stringeva il cuore, la culla della civiltà tra i due fiumi più importanti del mondo il Tigri e l'Eufrate, ormai perduta, è uno schifo, prima la guerra e adesso è peggio. Spero che i prossimi scritti siano dedicati alla buona cucina o a qualche avvenimento mondano ché di guerre ne ho abbastanza come credo tutti voi. Un abbraccio grande e Buona Pasqua. Continua così Margherita, questa pagina è bellissima.
    pantarei 

    Ciao pantarei, purtroppo non si trattava di disordine creativo o vandalismo estemporaneo quello sfogo a cui abbiamo assistito dai nostri schermi, sembra fossero sciacalli professionisti che agivano su commissione di una "mafia d'arte internazionale". Tra i 173.000 reperti trafugati c'erano -come avrai letto- delle tavolette cuneiformi. Se oggi noi possiamo giocare con le lettere dell'alfabeto dobbiamo ringraziare quegli uomini che cinquemila anni fa incisero sull'argilla. E poi, nel dopo-Saddam, c'è il business:15 società hanno fatto domanda per acquistare il nome dell'operazione "shock and awe" per farne un marchio.Fra loro un'azienda di pesticidi e una di fuochi d'artificio. Grazie per i complimenti. Questa pagina la costruiamo insieme giorno dopo giorno. Sguinzagliate il man watcher che è in voi e poi descrivete i comportamenti che vi colpiscono, i costumi che osservate...comincia tu! Ciao.


     

    Buona Pasqua.
    "Singletudine" o vita di coppia?
    Qualsiasi situazione se è idealizzata è destinata a deluderci. Fino a che i sogni abitano nel nostro immaginario sono perfetti, senza ombre che ne intacchino la bellezza. Dice un aforisma:"Quando gli dei vogliono punirti realizzano i tuoi desideri". Suona assurdo, ma la realtà contamina sempre l'originale perfezione con cui i sogni furono concepiti. Solo i fiori non colti vivono nel rimpianto immacolati e conservano intatto il loro splendore. Singletudine non fa per forza rima con solitudine né con beatitudine, come non è affatto detto che la vita a due sia sinonimo di compagnia e complicità. La solitudine è quella dei bambini che non hanno chi li ascolti, quella degli anziani abbandonati che non hanno uno sguardo che ricambi il loro, quella degli adolescenti che giocano a nascondino, timidi, dietro un muro di messaggini. Come si fa a non sentirsi profondamente soli se il nostro volto è celato dietro una maschera; se facciamo dietrologia per ogni gesto e persino un sorriso viene passato sotto la lente della diffidenza? Ma nel prossimo futuro già si annuncia una rivoluzione, la soluzione a tutti i nostri problemi:la domotica. La casa robotizzata. Dialogheremo con le cose inanimate.
    Margherita 

    Gestire la pace in Iraq
    Ciao a tutti e ben ritrovati. Oggi mi sono alzato con molta calma dal letto visto la bella giornata e dopo una colazione tranquilla esco e compero "IL MESSAGGERO" del 13 aprile 2003 domenica. In questo periodo, purtroppo, leggo le notizie sulla guerra, ma la notizia che mi ha stupito è stata quella che il nostro premier dice che in settimana porterà in parlamento la questione dei militari in Iraq e la cosa strana è che chiede di dare più credibilità all'ONU, contraddicendosi con le precedenti dichiarazioni.(Invece il vice premier Fini afferma che anche senza il consenso dell'ONU le nostre truppe andranno in Iraq). Penso che sia il massimo che si possa leggere, siamo stati i primi contrastare le Nazioni Unite adesso facciamo i patrioti per l'Europa! Mi sento costernato inoltre nel leggere le dichiarazioni fatte alla Confindustria in cui il premier accusa la costituzione di essere "sovietica". Mi sento offeso per mio nonno (e per i tanti che hanno sacrificato la vita) che ha combattuto per lei per dare a questo paese la libertà e una Carta Costituzionale democratica e liberale. Non bastandogli invita gli imprenditori a dare il 51\% dei voti a lui oppure le imprese non cresceranno -dico solamente che è incredibile leggere ciò. Spero che il presidente della Repubblica faccia qualcosa essendo custode della costituzione e che questa venga rispettata. E' inutile far studiare a scuola Mazzini, Garibaldi, i moti rivoluzionari per l'unificazione dell'Italia se ci si può permettere di dire certe cose liberamente e si cerca di dividere l'Italia come se fosse proprietà privata. Un salutone a tutti a presto
    pantarei 

    Ciao panta, mi rendo conto che la situazione internazionale in questo momento è sotto l'occhio dei riflettori e attira la nostra attenzione e il nostro coinvolgimento suscitando sentimenti e risentimenti. Per quanto riguarda l'ONU, gli USA pare non ne possano fare a meno per l'emergenza umanitaria e per la ricostruzione in territorio irakeno. Vuoi sapere cosa mi ha turbato? Oltre al tributo di sangue di entrambe le parti -per cui non ci sono parole- vedere lo scempio del Museo Archeologico che custodiva una parte dell'immenso patrimonio culturale che appartiene all'umanità, il fuoco che si levava dalla Biblioteca...il respiro di antichissime civiltà in fumo. Come avrai sicuramente seguito, nel momento in cui rispondo(16/04) la "questione" è stata discussa in parlamento e un contingente di circa tremila uomini partirà per operazioni di "peacekeeping" in l'Iraq nei prossimi giorni. Cerchiamo piuttosto far rispettare la Costituzione nei luoghi deputati alla legiferazione. Esiste un malcostume "trasversale" che vede protagonisti deputati eletti da noi cittadini, li chiamano "pianisti". Sono parlamentari che votano per due allungando la mano fino al banco del collega assente. Parlando di costumi, mi pare il luogo opportuno per segnalare questo, nonostante i pianisti si difendano dicendo che è una consuetudine. Secondo me bisognerebbe indignarsi:il voto è sacro. Un saluto.
    Una birra "grande"
    Come spesso facevo in autunno, mi ero messo in viaggio, questa volta in Germania. Da povero studente di lingue avevo scelto il mezzo più economico, quello dell'autostop. Le Alpi erano attraversate, l'Austria pure ed ora camminavo su una delle tante strade bavaresi in attesa che qualcuno mi offrisse un passaggio. Ero diretto a Norimberga per poi prendere un aereo per Berlino dove avevo dei conoscenti; a quel tempo c'era ancora la "DDR" e io non avevo il visto per poter attraversare la Germania "comunista". Pioveva come se fosse ritornato il diluvio, ma io ero ben equipaggiato con uno di quei cappotti americani per le zone artiche, foderato di pelliccia e idrorepellente. Il male è che un automobilista non si ferma volentieri al vedere un tizio con un enorme zaino sulla gobba e tutto fradicio di pioggia che gli mostra il pollice recto. Cammina e cammina, come nelle favole, per delle ore; s'era fatta sera. Mi venne una sete tremenda e a meno di sporgere la lingua sotto la pioggia non sapevo dove procurarmi qualche cosa da bere. Per fortuna vidi in lontananza un barlume di luce e pensai, come nelle favole, dove c'è luce c'è gente e dove c'è gente ci sarà anche acqua. Per fare più in fretta presi la via diretta, attraverso i campi, tanto avevo ai piedi un paio di stivali con gambali corti, nei quali avevo anche infilato le gambe dei jeans. La luce si rivelò quella della una birreria di un paesino di quattro case e io pensai di essere sul luogo giusto. Entrai e mi accolsero calore, nebbia di tabacco ed il brusio degli avventori che discorrevano; il locale era pieno zeppo. Non appena varcai la soglia, silenzio di tomba, tutti gli sguardi bucavano l'aria nella mia direzione. Non ci feci caso, la sete era tremenda. Mi recai subito al banco (non sapendo che in Baviera non si beve mai al banco ma solo al tavolo) e all'omino dietro il banco dissi una delle poche parole che a quel tempo sapevo di tedesco: "Bier!" Quello mi guardò come fossi un marziano appena sceso da un disco volante e mi chiese: "Gross oder klein?" Benissimo, erano tre parole che sapevo: "Grande o piccola?" Abituato com'ero alle dimensioni di mescita usuali in Italia e spinto dal vero Sahara che regnava nella mia gola feci un gesto dimensionale con le mani e sbottai: "Gross!!!" L'oste non batté ciglio e mi spinò un boccale di birra da un litro. Come potevo io sapere che in Baviera la birra piccola è mezzo litro (Halbe) e quella grande un litro (Mass)? Ma io feci buon viso alla buonissima sorte e riuscii a vuotare il boccale senza prendere fiato, sempre nel silenzio assoluto. Pagai e me ne andai verso il mio destino, sotto la pioggia. Provai poi ad immaginare la situazione, dal punto di vista dagli avventori. Nell'unica birreria di un paesucolo della Baviera entra improvvisamente un tizio tutto imbacuccato, rivoletti d'acqua scorrono sul pavimento, gli stivali lasciano tracce di fango dalla porta fino al banco, si ferma ordina e s'ingolla tutto d'un fiato un litro di birra. In quel paesino dove di sicuro non succede mai niente, credo che ne discutano ancora.
    Gil Blas 

    Prosit!:-) Ciao Gil
    Il mondo eterico
    Gentile Margherita, nella magia di 4 dim.,nel mondo eterico tutto è uno dentro l'altro le immagini possono essere anche non concrete, sfumate. La vivremo dopo la morte con nostro corpo eterico-astrale e nella totale libertà i nostri pensieri prenderanno forma. E' una dimensione proiettata ,come la 3 dim. e ripetono la matrice originale, creatrice dell'universo. La nostra arte sta studiando questa matrice e come si rappresenta tramite 5, 6, 7.....dimensioni.(...) La quarta dimensione non é stabile e ci riferiamo al mondo psicologico , se la coscienza é concentrata solo in essa senza il supporto delle più alte 5 ,6,7.....dim. la personalità sente molto forte le passioni come gioia e tristezza, diventa sensibilissima alla negatività presente nella psiche degli altri ed è normale entrare nella depressione per un certo periodo di tempo finché non si guarderà in alto verso la 5,6.7,....dimensione rappresentate dentro di noi, l'armonia è nel farle funzionare tutte insieme come un'orchestra.
    Uliana Todoro & Thomas Nenov 

    Gentili Thomas e Uliana, vi ringrazio per aver mandato un messaggio in questo spazio. Immagino la vostra difficoltà nell'esprimere concetti così complessi in italiano, per questo spero di interpretare correttamente la vostra visione del "mondo eterico". Mi pare di comprendere che voi, attraverso il vostro lavoro artistico, cerchiate di portare alla luce immagini tratte dalla "matrice originale" in cui sono contenute -una dentro l'altra- le forme delle varie dimensioni che abitano in noi, immagini che il nostro corpo "eterico-astrale" potrà "vedere" solo uscendo dalla vita. Le dimensioni che sfuggono ai nostri sensi, nel momento in cui sapessimo - superando i limiti di una coscienza vincolata a quelle terrene - "guardare in alto verso la 5,6,7 dim"., potrebbero regalarci l'"armonia" interiore. Le passioni sarebbero mitigate e la cupa malinconia si attenuerebbe se potessimo sentirle attraverso una sensibilità "superiore" che contempli dimensioni "altre". Già le vostre parole trasportano in un altro mondo, sfidano il nostro usuale modo di rapportarci alla realtà. Credo che tutti vorremmo imparare a creare armonia piuttosto che conflitti e l'immagine di una psiche-orchestra è davvero molto bella. Pensiamo quindi a quanto possa soffrire un individuo quando la società lo costringe a vivere "a una dimensione". p.s. avete sentito parlare di Flatlandia "un romanzo a più dimensioni" scritto da Abbot nell'ultimo scorcio dell'ottocento? Mi ha incuriosito, potete leggerne la trama qui: http://www.provincia.palermo.it/~istpa071/QuintaI/antibo/riassunto.htm.Un saluto
    Si potrebbe fare di più
    Ciao Margherita, hai ragione nel dire che l'ONU è un organo giovane ma non credo però si possa giustificare per gli errori che commette, e quando parliamo di ONU non possiamo parlare di etica ma solo di politica perchè è solo con quella che ragiona purtroppo, le nazioni unite ci sono dal '45 ma il problema è che gli USA sono e resteranno troppo forti per il solo fatto che hanno troppo potere sugli stati facente parte dell'ONU, Italia compresa. Io credo nelle intenzioni dell'ONU, è che poche volte il suo potere viene rispettato o si occupa di casi veramente gravi. Sono fermamente convinto che finché non si risolverà il caso Palestina e la fame nel mondo l'ONU non avrà mai il peso che dovrebbe avere, con gli aiuti che da anni sento in tv per aiutare le popolazioni dell'Africa adesso dovrebbero essere più ricchi di noi invece il più delle volte ho sentito di aiuti umanitari solo di lucro , medicinali scaduti, cibo avariato, e non credo che questo si può chiamare aiuto. Un detto cinese dice "se tu regali un pesce ad un affamato lo sfami per un giorno se gli insegni a pescare si sfamerà per tutta la vita". Sì, lo so che molti governanti approfittano di questa situazione, loro mangiano e il popolo muore di fame e qui dovrebbe intervenire l'ONU controllare che gli aiuti arrivino a chi di dovere e punire coloro che approfittano della situazione. Nella mia ditta abbiamo ragazzi che vengono dall'India, un filippino e uno da Capo Verde, i loro racconti non sono belli. In India si muore di fame ma il governo pensa alla bomba atomica, non tutto il paese ha la corrente elettrica, il mio amico ha dovuto spedire in India 2000 euro per far partorire la moglie perchè se non pagava poteva pure morire di parto. Sono 30 anni che sento sempre le stesse cose e un pò di scetticismo sull'ONU l'ho accumulato ma sono anche convinto di quello che tu dici che alcuni passi si sono fatti anche se gocce nel mare, purtroppo ho un'educazione portata più sul pratico che sul chiacchiericcio, come dice mio padre, purtroppo il Dio denaro e l'ipocrisia del genere umano sono un ostacolo molto grande da superare. Margherita, questa non è una critica alla tua risposta anzi, ma vorrei che un giorno-non chiedo di più-i problemi umani venissero prima della politica e degli interessi monetari perché se questo non cambia non vedo un futuro roseo. Un grosso saluto a tutti
    pantarei 

    Ciao pantarei, con quello che scrivi fai venire a galla le contraddizioni nelle quali siamo immersi. Come non ricordare la vergogna dei medicinali scaduti e del cibo avariato? Come non condividere il proverbio orientale del dare una canna da pesca ed insegnare a pescare piuttosto che limitarsi a regalare un pesce ogni giorno? Quando trasmetti conoscenze regali autonomia, negandole mantieni la dipendenza. Spesso l'ipocrisia fa da velo per coprire queste incoerenze. E poi diciamolo, sentirsi generosi fa bene all'amor proprio. Mi ha stupito, per esempio, sentir parlare di Valori da esportare in Oriente. Ma come, fino all'altro giorno non discutevamo di crisi di valori? Spero che durino queste certezze. I racconti dei ragazzi indiani fanno capire quanto poco conti il singolo individuo, non solo in India, ovunque. Il tuo scetticismo è anche il mio, come vedi. Qualcuno mi può prestare degli occhiali rosa? p.s.tra le incisioni di Goya intitolate "I disastri della guerra" ne ho scelto una: "A che serve una scodella?" http://www.artgalleryone.com/Goya/Goya\%20works/59.jpg. Ciao
    TIPOLOGIE ALIMENTARI
    Un popolo è anche quello che mangia. Le tipologie alimentari da me rilevate sono le seguenti: A)Tradizionalista napoletano: Si è sempre alimentato con i cibi della cucina tradizionale napoletana (tracchiole di maiale, pere e mus, samurchio, trippa, baccalà) e ha sempre bevuto nausebondi e torbidi vinacci "dello zappatore". Per difficoltà a reperirli ma soprattutto per recenti problemi di pressione, epatici, gastrici e renali oggi è costretto a cibarsi solo di brodo vegetale e bere acqua Fiuggi.// B)Modernista: Untuose patate fritte inondate da una semisolida salsa rossa, panini con ripieni improponibili (uova sode, foglia di lattuga e scivolosi salamini viennesi) il tutto innaffiato dalla bevanda mondiale o da dolciastri vini portoghesi sono la sua dieta quotidiana che lo hanno portato ad un eccesso di peso di 20 Kg. Per questo va in palestra e dopo si vede con gli amici per farsi il solito panino.// C)Il pericolo è il mio mestiere. Mangia frutti di mare crudi, impepate di cozze in tutte le Feste Patronali, brodo di purpo all'ossido di carbonio, comprato agli angoli delle strade, cibi già scaduti tanto quello che scrivono sulle confezioni è tutto una fesseria. E' un cliente abituale dei reparti di malattie infettive e l'Organizzazione Mondiale della Sanità lo ha denunciato per epidemia continuata.// D)Salutista. Non adopera nessun condimento, utilizza solo prodotti dietetici e vegetali. Un suo invito a pranzo è peggio del Ramadan. Molti suoi familiari per reazione soffrono di bulimia.// E)Sfondo Profondo Domenicale. Con quello che mangia la domenica si può sfamare un intero villaggio Hutu. (3 etti di mezzani al ragù, una costata alla brace di 4 etti, 2 carciofi arrostiti alla fornacella, 4 ovoline, mezzo kg di noci, 3 etti di castagne del prete, 2 arance, 2 babà, un cannolo, una fetta di Saint Honorè, 40 noccioline americane, un litro di vino rosso, 2 bicchierini di limoncello, un caffè e un bicchiere di Fernet per digerire). E la sera si mantiene leggero perché c'è la partita a Telepiù: solo un carciofo arrostito e un pezzo di carne al ragù.// F)Doppia Personalità. Quando è a casa alimentazione equilibrata e bilanciata. Si scatena al ristorante (soprattutto quando non paga lui) dagli antipasti ai dolci non salta niente. E alla fine "per aver mangiato si è mangiato ma la qualità e la finezza della cucina lascia a desiderare...pensano solo a riempirti i piatti".
    RAFFAELE ABBATE 

    :-)
    TIPOLOGIE DI VACANZIERI
    TIPOLOGIE DI VACANZIERI "Esistono varie tipologie di vacanzieri che dipendono da tante variabili: località della vacanza, posizione sociale, risorse economiche e modelli culturali del vacanziere. La vacanza è uno specchio fedele dell'uomo. Per me le più indicative sono queste.// "L'Economico: passa le sue vacanze in improbabili località della costa ionica calabrese, in ormai abbandonate case coloniche collocate tra foci di fiumare asciutte e la linea ferroviaria, in compagnia solo di voraci e invincibili zanzare, con il più vicino centro abitato a 8 Km di strada tutta curve e buche, e con una spiaggia sassosa piena di bitume e di residui chimici scaricati dalle navi dirette a Taranto. Al rientro dalle ferie commenta con i suoi amici. "E' lontano e scomodo per arrivarci, però siamo stati benissimo, senza folla intorno e che acqua si vedevano nuotare i pesciolini. Poi vuoi mettere 14 posti letto, ad agosto, solo per un milione".// "La grande famiglia. Come ogni anno, si rivolge deciso alla moglie: "Quest'anno solo tu, io e i due bambini. Affittiamo un appartamento con solo quattro posti letto così niente visite di parenti e niente ospiti" Ma già dal quattro d'agosto si presentano le due figlie del fratello di sua moglie una di 16 e una di 18 anni. "Zio ci tratteniamo solo il fine settimana." Ma sono arrivate con quattro enormi valigie. La moglie "E che vuoi che sia. Le facciamo dormire in corridoio, sulle brandine da mare. Il fatto è che le due fanciulle la notte non dormono proprio. Escono all'una di notte per andare in discoteca e rientrano alle sei del mattino. La moglie "Dai alzati le facciamo dormire nel nostro letto" E così alle 6,30 è già sulla spiaggia. Il 12 agosto «Zio a Ferragosto ci vengono a prendere mamma e papà così passiamo il Ferragosto in compagnia" Ed il giorno dopo ecco in arrivo tre macchine con la rituale dotazione di reti pieghevoli e materassi. Equipaggio n. 1: Cognato, con moglie, suocera, suocero e il peloso yorkshire. Equipaggio n.2. Cognata del cognato con marito e i due pestiferi gemelli di cinque anni rossocriniti, che quando non urlano e litigano tra loro, vogliono giocare con la sua telecamera, con la sua macchina fotografica, con il suo telefonino, con il suo giornale, lo chiamano zio e sulla spiaggia, ogni giorno, si perdono perlomeno quattro volte e purtroppo li ritrovano sempre. Equipaggio n. 3: I due nuovi fidanzati delle nipoti della moglie, due taciturne teste rasate che fumano enormi sigarette fatte a mano. E la moglie "E che vuoi che sia, hanno portato di che dormire. Per le posate, piatti e bicchieri si usano quelli di plastica così non si perde tempo." Il fatto è che quella schifezza di plastica è solo per lui e per i ragazzi. Poi ogni giorno sempre la pasta scotta e mai un posto in ombra sotto l'ombrellone".// "Il Litigioso.Trenta giorni di litigio continuo: con il proprietario dell'appartamento (mancano i cucchiaini), con il bagnino (l'ombrellone è troppo lontano dalla riva del mare), con il pizzaiolo (ritardo nel servizio), con la commessa della boutique (la maglietta che ha comprato ha una smagliatura) , con i figli (troppo tempo a mare), con la moglie (ha scelto lei la località), con i vigili (multa per divieto di sosta), con il giornalaio, con il macellaio, con il fruttivendolo, con il pescivendolo (pronunziando la fatidica frase "vi portiamo soldi, vi diamo da mangiare e ci trattate come vi dessimo fastidio". Quando ritorna in ufficio: "Che vacanze distensive, quest'anno! Che Pace! Che serenità!".// "L'orologio E' più preciso dell'orologio dell'Istituto Galileo Ferraris. Colazione con cappuccino e cornetto (Ore 9.00). Discesa in spiaggia (9.15): Lettura del giornale all'ombra sotto l'ombrellone (9.15-9.45): Passata di crema protettiva e esposizione al sole sulla brandina regolarmente ricoperta da un asciugamano (9.45-10.15). Conversazione con il vicino d'ombrellone. Gli argomenti:gli extracomunitari, i sindacati, il governo di centro sinistra, che esagerazione questa storia del nonnismo nelle caserme (10.15-.10.45). E via a seguire: bagno, pranzo, riposino pomeridiano, bagno pomeridiano, cena, passeggiata serale e gelatino, sempre alla stessa ora per 31 giorni di seguito. E quando ritorna in ufficio "Il bello di questa vacanza è uscire dalla routine, cambiare abitudini e non guardare mai l'orologio"// "L'abbronzato S'incaponisce a fare lunghi bagni di sole e costringe gli indifesi figli a fare altrettanto. E' chiarissimo di pelle forse per antiche ascendenze normanne e purtroppo, nonostante il matrimonio con una donna di caratteristiche mediterranee, la sua negatività genetica è stata trasmessa totalmente ai figli. Tutto ciò comporta che anche pochi minuti di esposizione al sole, malgrado l'uso di pomate ad altissima protezione, provocano a lui e ai suoi incolpevoli figli profondissime bruciature. La pelle diventa rosso aragosta, rosso anguria, rosso fuoco, poi si riempie di striature, di croste e di bruciature, poi comincia a squamarsi e quando compare lo strato inferiore il ciclo ricomincia. Dopo un mese di questo trattamento la pelle più che abbronzata sembra quella di un reduce di Hiroshima. Al ritorno a casa con i suoi amici: "Tanto sole d'estate niente influenza d'inverno".
    Raffaele Abbate 

    Gentile Raffaele, grazie per avermi regalato un lungo sorriso, quello che mi ha accompagnato durante la lettura del suo brano. Lei è un man watcher doc. Ci pensa se l'economico, la grande famiglia, l'orologio, il litigioso, l'abbronzato s'incontrassero? Che baraonda! O forse già accade ogni anno sotto il sole. Non per nulla le vacanze sono un "evento" altamente stressante. I commenti di fine ferie sono le ciliegine sulla torta. Saluti e a rileggerci.
    E' tutto assurdo
    Ciao Margherita e a tutti voi mi mancava scrivere qui, ma il lavoro purtroppo ha le sue esigenze. Tu Margherita hai ragione, è stata proprio una frase fuori luogo e a dir poco squallida quella del giornalista , purtroppo però dobbiamo dire che questa guerra è squallida in sé per come è scoppiata e per quello che porterà in seguito, è il solito discorso che si ripete da anni ormai. Gli americani sono una grande potenza con un potere enorme e fanno il bello e il cattivo tempo. Hanno cominciato con Castro, se ricordate, prima gli danno l'appoggio e poi gli si mettono contro e Cuba è anni che sta con l'embargo e l'ONU non fa nulla per evitare questo. Poi con lo stesso Saddam, prima appoggiano la sua ascesa al potere per combattere contro l'Iran (e quella è una guerra che ricordo bene perché mio padre era lì a lavorare e mi ha raccontato cose bruttissime), poi si viene a sapere che il vice presidente americano firma un accordo per milioni di dollari per avere l'appalto per ripristinare i pozzi di petrolio che sarebbero andati a fuoco, e questa è tutto dire. Mettendo il punto fermo che la guerra è brutta ma la cosa che è scandalosa che stati europei, e mi vergogno tanto che l'Italia sia uno di quelli essendo io italiano, hanno diminuito il potere dell'ONU per stare con L'America dando atto che l'ONU non conta nulla , ma soprattutto che ognuno domani si può alzare e decidere di fare quello che vuole tanto gli è permesso , secondo il mio punto di vista l'ONU doveva mettere sanzioni a chi partecipava a questa guerra che lo stesso organo aveva proibito ma so che sono solo parole buttate li . Ma è anche vero che Saddam è una persona che non merita nulla visto le sue atrocità commesse contro il popolo irakeno la sua crudeltà è pari ai grandi dittatori che questo mondo ci ha fatto conoscere, la mia domanda è perché l'ONU e altri stati europei non si sono mai intromessi in altre guerre come in Eritrea che si stanno massacrando da anni, oppure in Irlanda tra protestanti e cattolici diciamo cosi, ma la più orrenda di tutta tra Palestinesi e Israeliani? Dove migliaia di persone hanno perso la vita per che cosa perché nessuno è mai intervenuto ? Credo che l'ONU in tal caso ha sulla coscienza migliaia di persone morte e di questo si dovrebbe vergognare. Se questo è il potere dell'ONU allora non serve a nulla se s'interviene solamente in casi di comodo, non serve a nulla se stati poveri come quelli africani o asiatici dove la mortalità è molto alta continuano a essere solo fumo negli occhi e valgono solo per interessi politici. Allora dico no all'ONU . Come sempre queste sono solo opinioni di una piccola testa, giuste o sbagliate che siano e l'unica cosa bella è che ancora ci è permesso di esprimerle. Un saluto. Pace nel mondo e amore per tutti.
    pantarei 

    Ciao, bentornato pantarei, purtroppo una cosa sono la politica e gli imperativi dell'economia e un'altra l'etica e la considerazione delle popolazioni che subiscono gli orrori della guerra. L'Organizzazione delle Nazioni Unite è un organismo relativamente giovane e non ha ancora grande possibilità d'imporsi, quindi fa quel che può. Eppure proprio in queste ore ci si sta accorgendo di quanto non si possa fare a meno delle sue direttive. Le questioni del Terzo mondo poi, sono nodi irrisolti della decolonizzazione a cui pongono rimedio, con gli interventi umanitari, le istituzioni dell'ONU...certo, gli aiuti sono una goccia nel mare di bisogni. Speriamo piuttosto che la guerra in Iraq non si allarghi e non si accendano nuovi focolai. A proposito di regimi totalitari, possiamo riconoscere qualsiasi dittatore nella significativa immagine che ci ha lasciato Chaplin nel suo film: Adenoid Hynkel che gioca col mappamondo facendolo volare sulla testa. Ciao
    Pace in terra e in cielo!
    Cara Margherita! Grazie x le parole di conforto e x le sagge osservazioni sulla crudeltà mentale di chi vuole atterrire con immagini orripilanti, x vecchi, adulti, donne e bambini, senza distinzioni di sorta. Il buio della ragione genera mostri! Eppure l'uomo è dotato di raziocinio, x risolvere il tutto con il potere della mente, della parola e del dialogo. Nel 2000 è ora che parlino i fiori al posto dei missili. A tutti i soldati in Iraq mando una margherita virtuale, x l'immediata fine dell'inutile conflitto bellico e del letale spargimento di sangue! Abbasso la guerra e viva la pace! Gianni
    Gianni Latronico 

    Gentile Gianni, che la ragione si sia trasformata in "sragione"? Questo verrebbe da pensare ora che il conflitto deflagra nelle nostre coscienze. Ne abbiamo parlato quando la guerra era solo un'ipotesi, continuiamo a parlarne ora che le immagini entrano nelle nostre case. Ecco quale fu il primo messaggio inserito in "Costumando": "...ho visto fuoco, fumo, ho ascoltato grida, pianti...ho respirato odore di carne bruciata, ma perché non parliamo di guerra e facciamo la pace, invece di parlare sempre di pace e fare la guerra???". Era 5 mesi fa e ciò che scrivevo era frutto d'immaginazione, oggi accade davvero e come al solito la realtà supera le peggiori fantasie. Penso che anche l'assenza di passioni possa generare mostri, senza compassione la follia diventa lucida e spietata. La ragione ha partorito s-c-i-e-n-t-i-f-i-c-a-m-e-n-t-e gli universi concentrazionari vergogna dell'umanità. Oggi se siamo giunti ad attribuire alle bombe "l'intelligenza", forse l'uomo l'ha persa! E i morti porteranno nell'Aldilà la loro domanda inevasa qui:perché? p.s. ma quante altre guerre sporcano il pianeta in questo momento senza luci di riflettori che le illuminano? Gli etologi dicono che le formiche hanno un'organizzazione militare e, nelle battaglie, delle strategie simili alle nostre. (Per chi vuole saperne di più lascio l'url di un articolo di Danilo Mainardi "Battaglie fra formiche") http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/020811c.htm. Cordiali saluti e grazie per l'attenzione che mi riserva.
    guerrra & paaaace!
    Il mio è un grido di dolore x questa guerra insensata! Vorrei gridare agli uomini ed alle donne di tutto il mondo: "Fate l'amore e non fate la Guerra!" ma non penso di essere ascoltato. Spero soltanto che il tutto finisca alla svelta, altrimenti, io mi sento male fisicamente ed ancor + spiritualmente. Un caro saluto da Gianni.
    Gianni Latronico 

    Gentile Gianni, comprendo il suo profondo turbamento, è uno stato d'animo che condivido con lei. Credo che il dolore più grande sia dato dal senso d'impotenza -come pedine su una scacchiera- di fronte alle immagini che vediamo in video. C'illudevamo che l'uomo del terzo millennio sarebbe stato più saggio, mentre è triste accorgersi che sprofonda ancora una volta nella follia facendo prevalere thanatos. Per giunta trovo angosciante che questo conflitto in diretta sia visto anche dai bambini -magari stando a tavola per il pranzo- che sono psicologicamente più fragili. Eppure credo che anche gli adulti siano fondamentalmente indifesi di fronte all'agghiacciante verità della morte. Ci si chiede come spiegarla ai più piccoli, ma ai "cosiddetti" grandi chi la spiega? E ci sono parole per dirla? Non so. Solo perché siamo cresciuti pensiamo di essere "attrezzati" per sopportare la durezza della sofferenza. Mi ha amareggiato una frase pronunciata in un tg da un giornalista: "Ed ora vediamo il film della notte" e sono partite le immagini delle prime operazioni di guerra. Come è possibile parlare di "film"? E' serio paragonare una tragica realtà ad una finzione cinematografica? Peccato che qui i morti non saranno attori che dopo il ciak si rialzano e che il sangue che scorrerà non sarà vernice rossa. Un saluto.
    La banconota da mille lire
    Molti anni fa, a Venezia, mi è successa una cosa molto istruttiva. Ero da un mio conoscente, nel suo negozio di articoli fotografici, e stavo già per andarmene. Il conoscente mi chiese se per caso passavo dalle parti della Banca d'Italia e, alla mia risposta affermativa, mi domandò se potevo fargli un favore. Tirò fuori da un cassetto un biglietto da mille lire che sembrava il vetusto veicolo di una stupenda collezione di bacilli patogeni. Non solo era in due pezzi e rabberciato con del nastro adesivo, ma da un lato ne mancava anche una strisciolina di circa un centimetro e mezzo di larghezza. Dato che i numeri di serie erano completi, presi la banconota in consegna e, strada facendo, entrai in quell'austero edificio che è la sede della Banca d'Italia di Venezia. Mi feci indicare lo sportello del caso e presentai la banconota al funzionario con preghiera di cambiarmela. Lui la prese, la esaminò con attenzione e poi mi disse che non la poteva cambiare. Alla mia richiesta di chiarimenti mi dette, con molta gentilezza, le dovute spiegazioni. Dunque, per essere cambiata una banconota può essere anche in molti pezzi ma deve essere completa, cioè non deve mancare niente. Se invece una banconota non è completa, la parte incompleta deve essere in un solo pezzo, i numeri di serie devono essere intatti e la parte mancante deve essere sostituita con un pezzo di carta bianca. La mia banconota invece era dimezzata e una delle metà era perdippiù scevra di una sezione laterale. Chiesi al brav'uomo se adesso dovevo gettare via le mille lire ma lui mi rassicurò. Potevo consegnargli il biglietto, dovevo però compilare un modulo con la domanda di sostituzione indicando nome, cognome, indirizzo ecc. e lui avrebbe mandato il tutto alla zecca centrale di Roma. Ivi avrebbero condotto le indagini del caso e poi avrebbero, eventualmente, inviato o accreditato alla Banca d'Italia di Venezia la somma di mille lire, la banca mi avrebbe poi avvisato in modo che io potessi ritirare il mio avere. La spiegazione mi rese un po' pensieroso; dissi al funzionario che ci avrei ripensato e mi feci ridate la banconota. Ritornai nel negozio del mio conoscente e, dopo avergli chiesto il permesso, rovistai nel cassetto dei soldi fino a che trovai una banconota tutta intera che aveva più o meno il medesimo livello di degradazione del biglietto da mille lire da cambiare. Da questa banconota asportai una strisciolina laterale di dimensioni esattamente uguali a quanto mancante sull'altro biglietto, sostituii la parte asportata con una striscia di carta bianca ed attaccai la striscia di banconota previamente asportata al famoso biglietto da mille. Ora avevo due lercie banconote: una era completa ma in tre parti e l'altra era incompleta ma in un solo pezzo. Circa un quarto d'ora più tardi entrai di nuovo nella Banca d'Italia, mi recai allo sportello di prima e presentai, sorridendo, le due banconote con preghiera di cambiarmele con delle nuove. Il funzionario mi riconobbe, esaminò le due banconote con un'espressione perplessa ma non batté ciglio e me le cambiò. Morale: una delle cose di maggior importanza per un cittadino è quella di essere in regola con la burocrazia.
    Gil Blas 

    ...non per niente i burocrati vengono chiamati "burosauri":-). Lessi, quando ci fu la dipartita della lira, un simpatico manifesto-necrologio che qui riporto:"Dopo lunga e travagliata esistenza è venuta a mancare in Roma, presso il ministero del Tesoro, la nostra amata LIRA. Ne danno il triste annuncio la mamma Italia, il figlio Euro e gli zii Ricchi e Poveri. Le esequie avranno luogo in Roma presso l'abitazione dell'estinta il 28 febbraio del 2002. Ciao Gil e grazie per la tua storia gustosa ed istruttiva.
    l'amicizia
    Molte persone entreranno ed usciranno dalla tua vita, ma soltanto i veri amici lasceranno impronte nel tuo cuore. Per trattare te stesso usa la testa; per trattare gli altri usa il tuo cuore. Se qualcuno ti tradisce una volta, è un suo errore; se qualcuno ti tradisce due volte, è un tuo errore. Grandi menti discutono di idee; menti mediocri discutono di eventi; piccole menti discutono di persone. Chi perde denaro perde molto, chi perde un amico perde di più, chi perde la fede perde tutto. Un amico che ti è vicino per tutta la vita è un dono e una rarità lo devi solo saper amare. Impara dagli errori degli altri e fai buon tesoro dei tuoi. Non puoi vivere così a lungo per farli tutti da te. Dimostra ai tuoi amici quanto tieni loro... la dedico a tutti quelli che credono nell'amicizia. Un saluto a te Margherita e a tutti voi.
    pantarei 

    Ciao pantarei, ascolta queste parole: "come può essere ?vivibile una vita'(...)che non trovi sollievo nel reciproco affetto di un amico? Cosa c'è di più dolce che avere una persona cui confidare tutto, senza timori, come a te stesso? E quale frutto ci sarebbe nella prosperità se non avessi qualcuno capace di goderne al par tuo? Con difficoltà, poi, potresti affrontare le sventure senza un amico che ne soffra anche più di te" e ancora "È come se privasse l'universo del sole chi priva la vita dell'amicizia: e niente di più bello, niente di più gradito dell'amicizia abbiamo ricevuto dagli dèi immortali". La voce di Cicerone è giunta dalla seconda metà del I° secolo a.C. fino a noi per ricordarci che la vera essenza dell'amicizia consiste nell'avere "un'intesa perfetta di intenzioni, di aspirazioni e di opinioni". Questa è l'Idea di Amicizia a cui ognuno di noi dovrebbe tendere per realizzarla e farla scendere nelle nostre contrade. Ciao.
    la bugia
    Russell elogia l'ozio, Erasmo elogia la pazzia ma nessuno ha mai fatto un elogio alla BUGIA. Io qui vorrei riuscire in questo. Anche gli antichi greci avevano la loro dea ERIS, la dea della discordia, che portava sempre con sé otto piccoli bambini: DOLORE, FAME, PENA, OBLIO, INGIUSTIZIA, STENTO, MENZOGNA, BESTEMMIA, ed ecco che compare la 'menzogna' cioè la bugia. Chi, almeno una volta, non ha chiesto aiuto a lei, la bugia, sempre pronta ad aiutarci e che non chiede nulla in cambio tranne che nella nostra coscienza. Ma lei che ci è cosi cara perché poi viene cosi mal giudicata ? Non siamo noi che la chiamiamo in aiuto? Non siamo noi che le chiediamo sempre consiglio? E speriamo che ogni volta la bugia sia sempre più vera e che rispecchi la realtà dei fatti? O almeno cerchiamo di far credere che sia cosi? Allora perché non diciamo che la bugia è una cosa buona, perché si deve considerare la bugia come una cosa cattiva e malvagia se la bugia ci aiuta a superare gli ostacoli e a volte ci salva la vita? Anche Achille fece appello alla bugia pur di non andare in guerra, Ulisse ne fece una legge di vita, conquistò Troia con la menzogna, poi salvò i suoi amici nelle immense traversie che affrontò per far ritorno ad Itaca, con l'inganno cacciò i Proci dalla sua casa. Tutti la consideriamo cattiva, ma poi tutti la usiamo, ma lei non ci obbliga, è lì che ci osserva, sempre pronta ogni volta che noi la chiamiamo, come una pantera che sta in agguato, pronta a balzare sulla preda ,come una freccia che viene scoccata da un arco e quando colpisce procura morte...cosi è lei la bugia che può sembrare innocua, ma quando colpisce é devastante. Ma quando diciamo le bugie? Il periodo in cui si dicono più bugie è da bambini e quando Eros si impadronisce del nostro cuore quando la mente è offuscata dalla Dea dell'amore . I sofisti come Gorgia, Protagora ne hanno fatto una filosofia chiamandola fenomenismo "non ci sono verità e neppure affermazioni universali tutto dipende dal soggetto e dalla situazione in cui si trova" infatti i sofisti usarono la persuasione per mentire e sedurre , infatti nell'antichità i sofisti divennero gli avvocati per le varie cause e pagati molto bene proprio per la loro capacità di far sì che la bugia prenda il posto della verità. Ma quando si è bambini non abbiamo il senno per ragionare e la bugia è l'unica arma che si possa usare, anzi diciamo la più facile, la più veloce da usare e scarichiamo la colpa sempre su qualcuno o qualcosa...perché lei la bugia non si crea problemi di età, anzi, là dove la ragione è debole, lei s'impadronisce della mente e molte volte siamo contenti, anzi ci prendiamo gusto nell'usarla, più la bugia riesce ad aiutarci più noi continuiamo a usarla per sottrarci alle nostre responsabilità. Interi popoli sono governati con la bugia, l'inganno. Lei nn guarda in faccia nessuno lei è li pronta al primo richiamo di aiuto, per lei nn c'è un buono un cattivo lei nn giudica le situazioni o prende parte per qualcuno ,per lei sono tutti uguali tutti hanno ragione . Ma fino a che punto è giusto dire le bugie? Possiamo vivere senza la bugia ? Lascio a voi giudicare e decidere, ma soprattutto come diceva Protagora "l'uomo è la misura di tutte le cose". Ciao Margherita mi scuso per la mia presunzione nel paragonarmi a Russel, e ad Erasmo ,nn mi permetterei mai tale confronto,comunque è sempre un piacere scrivere qui da te almeno per me che ho la passione di scrivere .
    pantarei 

    Ciao pantarei, tu citi Erasmo da Rotterdam, proprio lui disse: "Se qualcuno durante una recita tentasse di strappare la maschera ad un attore, per mostrare agli spettatori la sua vera faccia, non guasterebbe forse tutta la rappresentazione, e non meriterebbe d'esser cacciato dal teatro a sassate, come un folle?...Del resto tutta quanta la vita umana non è se non una commedia, in cui ognuno recita con una maschera diversa, e continua nella parte, finché il gran direttore di scena gli fa lasciare il palcoscenico...tutto su questa terra è una mascherata." Come sarà apparso Copernico ai contemporanei quando cercò di far venire alla luce la sua teoria? Come il portatore di una grande bugia. Sconvolse la millenaria visione geocentrica semplicemente interrogando ciò che appariva ovvio, ri-osservandolo con occhi liberi, non imbrigliati dalle spiegazioni ortodosse. Passando dalla scena del mondo al privato, cosa si potrebbe aggiungere sulla bugia? Secondo me mentiamo soprattutto per paura del giudizio degli altri. A volte raccontiamo una verità camuffata per compiacerli e sembrare migliori ai loro occhi. Per paura! Per il timore che svelando noi stessi loro ci volterebbero le spalle, che deludendo le aspettative potremmo essere privati del loro affetto. Così come un bambino sorpreso a fare una "marachella" si schermirà dicendo che non è stato lui per non sentirsi dire "monello"! Non c'è in fondo in tutti un piccolo Pinocchio pronto a saltar fuori quando non vogliamo che la nostra immagine ideale venga intaccata? Posso indicarti anche "Della dissimulazione onesta" un trattato scritto nel seicento da un intellettuale-cortigiano, il napoletano Torquato Accetto: se cerchi nel web lo puoi trovare. Ci sono tanti testi che tessono le lodi della menzogna o ne ripercorrono la storia. Ti saluto con una considerazione di U.Galimberti che credo ti piacerà : "Senza possibilità di mentire...l'umanità non avrebbe mai conosciuto ciò di cui si vanta: la cultura, che è una forma di non rassegnazione al reale, e quindi un'ideazione di mondi non veri perché non reali, anche se poi sono i soli capaci di incidere e modificare la realtà". Come vedi l'argomento si allarga diramandosi. Ciao
    pace - guerra
    Detesto la guerra, aborrisco le armi, disprezzo la violenza, la discriminazione, la sete di potere, il falso progresso ed il vile denaro. Fosse x me, eliminerei tutte le armi, tutte le carceri, tutti i soprusi. Sono un figlio dei fiori, amo la tranquillità dell'anima e la pace dello spirito. Secondo me, la panacea x tutti i mali sta nella parola, nell'amore e nell'arte. Abbasso la violenza; viva la pace!
    Gianni 

    Spero di riuscire a farvi immaginare un disegno che mi colpì molto su una comic strip di NILUS ambientata nell'antico Egitto. All'ombra delle piramidi s'incontrano due gruppi di manifestanti. Un corteo ha scritto sullo striscione "W la pace", l'altro, "Abbasso la guerra". Non appena le loro strade s'incrociano scoppia la rissa. Se le danno di santa ragione...botte da orbi. E davvero mi chiedo: come si può essere così ciechi? In un fumetto tanta saggezza. p.s. penso che lo slogan più bello rimanga "Mettete dei fiori nei vostri cannoni!". Grazie Gianni per aver partecipato. Saluti.
    buon appetito
    Ciao Gil credo che Margherita abbia ragione, nn metto in dubbio che il caffè di cotesti semi dopo il trattamento nn sia buono ma sai.... un buon piatto di bucatini tradizionali mi farebbe più felice.
    pantarei 

    Il destino
    Esco di casa veloce è tardi non posso perdere l'appuntamento, scendo le scale di corsa non aspetto l'ascensore , prendo le chiavi dalla tasca e sono in macchina in un attimo, è una bella giornata di sole e io ho già tutto programmato questo giorno. L'appuntamento di lavoro poi il pranzo con i colleghi, in ufficio e poi a casa e stasera si va al cinema, la macchina va spedita ormai conosce la strada da sola, lo stereo è acceso e sento una bella canzone, mi ripasso il programma, quando tutto a un tratto mi sento tamponare l'urto non è violento ma sono lo stesso spinto in avanti e do una testata al vetro della macchina per un attimo mi sentii confuso e non capivo cosa era successo , sento un urlo e vedo la portiera della macchina che si apre e sento una voce che mi chiede come sto e mi giro lentamente sono confuso mi viene detto di non muovermi per paura di aver qualcosa di rotto al collo sento una voce femminile che piange scendo lo stesso dalla macchina il cofano posteriore ha subito una bella botta sento che la voce femminile si avvicina e mi chiede scusa io per istinto o per gentilezza non so veramente chiedo come sta lei anche se non so chi sia stato a tamponarmi. Dolorante al collo e alla testa rifiuto andare all'ospedale dicendo di avere un appuntamento di lavoro, la ragazza che poi saprò chiamarsi Stefania continua a chiedere scusa ma era in ritardo e correva troppo e non aveva fatto in tempo a fermarsi che le dispiaceva tanto io per cavalleria anche se avrei voluto ucciderla le dico che è tutto ok ma soprattutto volevo andare che era tardi, salgo in macchina ancora tonto per la botta metto in moto e riprendo il mio cammino. Qualcosa ha già cambiato il mio programma mi affretto a telefonare per avvisare che arrivo tardi un inconveniente ma sto arrivando, mi chiedo era destino oppure è il fato che ha causato quell'incidente? La causa è stata la ragazza una sua distrazione che ha causato l'incidente ,lei come entità esterna e non il destino così come vogliono altri secondo cui il destino ha progettato tutto questo, sì lui il "destino " questa entità nascosta che già dall'antichità era venerata gli antichi greci la raffiguravano con la donna e la chiamavano ANANKE la necessità il destino e neanche il Dio Zeus poteva fermarla tanto era potente il suo volere. Ma come si sa gli antichi greci non si fermavano qui Ananke aveva tre figlie che l'aiutavano Cloto la filatrice colei che iniziava una nuova vita Lachesi quella che misurava la lunghezza della vita e poi la più crudele Atropo che provvedeva al taglio e cioè alla morte . Nell'animo dell'uomo anche con l'avvento del cristianesimo il destino è sempre molto radicato, non si sa come identificare il destino ai giorni nostri, non lo si identifica con Dio (anche se molti lo pensano dicendo è volere di Dio)e non è un vero e proprio Dio almeno per noi oggi ma è sempre presente nella nostra vita. Mentre mi avvicino all'ufficio cerco di dare una risposta a questo dilemma, infatti pensandoci bene l'unica cosa che mi viene in mente è che sia Dio il destino ma poi penso, perché Dio si dovrebbe divertire a decidere il nostro destino? ? perché dovrebbe giocare con le vite dei mortali come facevano gli dei greci?- e se fosse così allora toccherebbe pensare che Dio abbia una anima buona e una cattiva e questo mi viene difficile pensarlo almeno da quello che ci hanno insegnato, un colpo di tromba della macchina che ho dietro, non mi ero accorto che il semaforo era scattato sul verde riparto e alzo la mano per scusarmi e vedo dallo specchietto che l'autista dalla autovettura mi mandava qualche parolina poco simpatica e un piccolo sorriso sboccia sulle mie labbra eccomi adesso essere la causa del futuro di un altro. Si cerca comunque di trovare e dare soprattutto una colpa o una giustificazione a tutto quello che ci succede come se noi non fossimo colpevoli ma solo vittime, l'espressione più comune è "era destino che succedesse" ma non diciamo che se ero più attento non sarebbe accaduto si è vero a volte non è colpa nostra se qualcosa succeda e per questo che sono convinto che ognuno di noi è causa sia positiva che negativa della vita propria e di quella egli altri. Il destino siamo noi, noi costruiamo il nostro destino, siamo noi che possiamo cambiare il destino nostro e quello degli altri, il nostro io deve sempre essere al comando della situazione, decidere secondo le situazioni che ci si pongono davanti e secondo una nostra logica, è facile ogni volta dare la colpa al destino in modo da non essere responsabili delle nostre azioni o almeno da trovare una giustificazione, ma il nostro io che pensa che decide che ci fa provare sensazioni belle e brutte, non può e non deve sottovalutarsi e sottrarsi alle sue responsabilità "il destino esiste finché noi agiamo" e in quanto noi agiamo siamo essere pensanti e essendo esseri pensanti abbiamo la capacità di mutare il futuro, questo è il punto iniziale di tutto e dobbiamo entrare nell'ottica che tutto quello che ci circonda può cambiare il nostro futuro ma soprattutto noi possiamo farlo. Sto per arrivare alla riunione e il pensiero di quella ragazza ormai è scolpito nella mente, scendo dalla macchina mi fermo a guardare il danno prendo il foglietto dove è scritto il telefono della ragazza, meno male che ho scritto il nome perché non lo ricordo più mi avvio nell'ufficio per la riunione ?pronto la signorina Stefania ?si sono io chi è ? Ciao sono quello a cui hai tamponato la macchina questa mattina , - ciao ti chiedo scusa mi dispiace molto, è tutto ok mi chiedevo se potevo invitarti a cena che ne dici? Certo sei strano ti distruggo la macchina e mi inviti a cena, - perché non dovrei? Sì accetto allora ci si vede questa sera, - va bene a stasera ciao . Adesso a voi lascio decidere se esiste il DESTINO oppure no.
    pantarei 

    Ciao pantarei, da quando la scintilla del pensiero si è accesa sulla terra l'uomo non ha mai smesso d'interrogarsi su destino, fatalità, libero arbitrio, predestinazione, fortuna. La storia della filosofia raccoglie le ipotesi di tutti i pensatori. Secondo me il comune denominatore che muove queste ricerche è una domanda di senso. Cosa si cerca presso un mago o una fattucchiera, come possiamo credere che dentro una sfera di vetro o sul fondo di una tazzina di caffè ci sia il nostro destino? Cosa può dirci un astrologo leggendo per noi nel buio del cielo le costellazioni? Davvero crediamo che il nostro destino sia scritto lì? E gli aruspici che frugavano nelle viscere degli animali per indovinare il futuro e le sibille con i loro messaggi "sibillini"? Eppure nel 2003, nonostante la tanto sbandierata razionalità, in tantissimi cercano risposte nei luoghi dell'irrazionale. Sono rituali scaccia-paura, scaramantici. Non posso addentrarmi in discorsi sui quali filosofia, teologia, scienza(non dimentichiamo che c'è chi afferma che il nostro destino è inscritto nel dna) hanno dibattuto in un cammino durato secoli, senza rischiare di cadere nella banalizzazione. O peggio fare citazioni su citazioni. Ti dirò semplicemente che un lungo capitolo sulla nostra responsabilità conscia nelle azioni quotidiane lo ha aperto Freud. Egli vedeva in alcuni apparenti incidenti, degli "atti mancati", mancati solo per il volere cosciente, ma perfettamente riusciti secondo una volontà inconscia. Lapsus verbali, sbadataggini, incidentale rottura di oggetti -secondo i suoi studi- sarebbero rivelatori di desideri "altri" che vivono nel nostro inconscio, delle "epifanie", rivelazioni che raccontano che non tutto può essere controllato dalla vigile coscienza. Chissà se quel tamponamento "galeotto" è stato del tutto casuale. Chi può dirlo? Ciao.
    Kopi Luwak
    De gustibus non est disputandum. È un adagio che spesso viene scherzosamente tradotto in italiano: "Sui gusti non si sputa". Se si gira il mondo si può certamente affermare: "Paese che vai, cibo che trovi". Quando uno va al ristorante cinese dalle nostre parti, crede certamente di mangiare come i cinesi; invece ciccia! A parte il fatto che la Cina è immensa e che ogni regione ha la sua tipica cucina, al ristorante cinese si mangiano pietanze cinesi alquanto europeizzate. Cosa direbbe il cliente se gli venisse servito uno spezzatino di serpente oppure gatto in salsa agrodolce? Dunque, se si vuole proprio mangiare come i cinesi bisogna andare in Cina oppure (più vicino) nel quartiere cinese di Amsterdam. Si tramanda anche che gli antichi romani mangiavano delle pietanze alquanto strane. Ma ciò succedeva soprattutto nel periodo della decadenza, quando il motivo era il voler farsi notare a tutti i costi. Questo avviene anche ai nostri tempi: più rara è una vivanda, più è anche costosa e perciò viene servita agli ospiti per far vedere che ce la possiamo permettere. Essa si trasforma così in uno status symbol. In Canada si è ora scoperto un tipo di caffè del tutto particolare, il "Kopi Luwak". Un etto di questo rarissimo caffè costa da 85 a 90 Euro e questo è dovuto al fatto che ogni anno ne vengono prodotte solo poche tonnellate in tutto il mondo. Perché non di più? Bene, nelle isole dell'Indonesia vive un piccolo animale, il paradossuro (Paradoxurus hermaphroditus) che mangia un po' di tutto: lucertole, animaletti, uova di uccelli ma anche frutta matura. Volentieri si ciba delle bacche del caffè, ma non ne digerisce i semi che, ovviamente, rivedono poi la luce. Gli indigeni di quei luoghi perlustrano le foreste alla ricerca delle deiezioni del paradossuro, dalle quali piluccano i grani di caffè non digeriti. Sembra proprio che i succhi gastrici e gli enzimi della digestione dell'animale diano al caffè un aroma del tutto particolare. Si dice che questa sia la ragione per la quale, nonostante il prezzo, sia così agognato. Suum cuique (a ciascuno il suo).
    Gil Blas 

    Ciao Gil, sarà! Io resto fedele ai sapori della vecchia, buona e salutare cucina mediterranea. Poca ostentazione...molto gusto.
    Lo specchio
    Ciao Margherita, grazie per aver risposto alla mia lettera.Credo che la gente ha paura di se stessa di mettersi a confronto con il proprio io di prendersi le proprie colpe. Si cerca sempre una scusa per nasconderci e per questo ho scritto questo piccolo racconto se cosi si può dire.LO SPECCHIO Lo guardo serio e lui nn sembra intimorito anzi mi sfida mi guarda dritto negli occhi, penso dentro di me che lui è più forte ma non devo darlo a vedere che lo devo sfidare fargli capire chi è il più forte, mi cominciano a passare in mente tutte le mie vicende da quando ero bambino a cosa avrei potuto evitare quella volta che attraversai i binari del treno per fare una ragazzata e mio padre mi mise in punizione per una settimana, lui mi osserva nel mio pensare come se capisse quello che mi passa nella mente e sembra divertito con quell'aria da superiore sembra dirmi solo a te poteva capitare non sei stato furbo a me nn sarebbe successo devi crescere, e mi sento interrogato da quei due occhi che non mi si staccano un attimo allora io cerco di abbassare lo sguardo ma quando lo ritiro su è lì che mi fissa e come giustificandomi dissi:- ma ero piccolo nn capivo, già avrei dovuto essere più furbo e le mie ansie e insicurezze cominciano a salire ma cerco di soffocarle ma lui lì sicuro e spavaldo legge le mie sensazioni e si diverte, allora cerco di prendere coraggio e vedo anche le mie azioni positive e cerco di tirarmi su di far capire a quei due occhi che anche io so cosa faccio e anche cose positive e mi sento un attimino soddisfatto di me e anche carico a sfidarlo cercando in quella corazza un piccolo buco per affondare il mio fendente ma lui no, era lì fermo come se quello che dicevo o pensavo nn lo turbasse anzi mi faceva capire che era solo il mio dovere che la vita nn è tutto qui anzi ancora doveva venire il più bello che se dovevo superare gli ostacoli futuri dovevo far tesoro di quelli passati e a quella morale mi ripresi e con un pizzico di collera gli chiesi:Allora tu che mi dici sei sempre stato perfetto non hai mai sbagliato sei sempre stato sicuro di te?Dai cosa mi dici delle tue paure e insicurezze? E per un attimo ci fu il silenzio dopo il mio sfogo mi tenevo la testa tra le mani capendo che lui aveva ragione era il momento di cambiare e maturare era finito il tempo del gioco ma dovevo far vedere che avevo ancora qualcosa da dimostrare, alzai gli occhi e lo sfidai aspettando la sua risposta a quello sfogo, era li che mi osservava dritto serio e quei due occhi mi dissero "sei tu che stai guardando dentro di te io sono solo uno specchio".
    pantarei 

    Ciao pantarei,lo specchio è considerato infatti il simbolo della conoscenza di sé. In pittura c'è addirittura un'allegoria in cui Socrate illustrando il "Conosci te stesso" addita a dei giovani uno specchio in cui un loro compagno si sta osservando. Dinanzi alla superficie "riflettente", al nostro sguardo diventano trasparenti i moti dell'animo, siamo messi a nudo davanti alla nostra coscienza. Lo sguardo allo specchio può farci oltrepassare l'apparenza e precipitare all'interno di noi stessi. Montaigne racconta così la sua attitudine introspettiva,"speculativa" : "io ripiego la mia vista al di dentro, la fisso, la trattengo lì...mi osservo continuamente...io mi rigiro in me stesso". Il tuo racconto è un dialogo tra il giudice interiore(che- per un meccanismo di proiezione-sembra abitare nello specchio) e l'Io. Una "sfida" occhi negli occhi. Lui "interroga", fissa ironicamente e le sicurezze vacillano, ci si sente tornar bambini, ingenui, vulnerabili, ci si sente quasi schiacciati dal giudizio negativo e si cercano scuse, "giustificazioni". E' quasi un confronto spietato...da spalle al muro. Ogni tanto cerchiamo all'esterno degli occhi che ci accolgano liberandoci da quella coscienza che può diventare una prigione e lasciamo il "super-io" a borbottare da solo, chiuso nello specchio!
    La guerra imminente...
    Margherita, mi è piaciuta molto questa frase dalla tua risposta: «Sotto la bandiera arcobaleno i diversi colori si sono fusi e le moltitudini si sono affratellate.» ; non credo che tutti siano riusciti a cogliere quest'aspetto delle manifestazioni pacifiste. Ma a parte ciò, il tema della guerra in Iraq è quello più discusso dai media ed è quello che incombe maggiormente, a mio parere, nel pensiero di tutti. Che sia a decidere l'ONU o no, sarà sempre una guerra con le sue tante vittime (anche dal fronte degli "attaccanti"), e sono proprio questi gli scenari che, scusa se mi ripeto, nel III Millennio non vorrei mai vedere. La situazione è fin troppo controversa e l'informazione quotidiana ce ne dà conferma. Si parla tanto di "Guerra preventiva" a cui tu hai contrapposto il concetto di "Pace preventiva": la questione è come arrivare ad una pace mondiale, è sempre quello il punto, ovvero se le guerre servano a creare, dopo, i presupposti per la pace. Proviamo ad immedesimarci in un cittadino di Baghdad, cui magari non gli interessa nulla dei "bisticci" dei potenti, povero e che vuole solo vivere la sua vita: credo sia veramente un brutto momento per lui, e difficile per "noi" immedesimarcene. La guerra ci sarà, ma la speranza più viva è quella che non ci siano ripercussioni terroristiche dopo-guerra in Europa o in Usa; forse un pensiero egoistico, ma chi è che non si preoccupa di questo? E' pesante scrivere per me ora tutto questo: è il presente, ma un brutto presente! Dobbiamo continuare a vivere, certo, magari non curanti di quello che sta accadendo, ma forse è l'unica strada che abbiamo da percorrere: questo non è egoismo ma un "concetto zen" «Se non puoi fare nulla, non fare nulla.» anche s'è difficile "farlo capire" alla nostra coscienza. Le notizie sulla guerra si susseguono via via che passano i giorni: esisterà un modo per non essere impotenti di fronte all'inevitabile? Ciao e grazie per l'eventuale commento o risposta, anche se comprendo che sia un tema un po' duro.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, è vero, quando abbiamo festeggiato l'ingresso nel III Millennio non ci aspettavamo di dover assistere ai preparativi di una nuova guerra. Forse avevamo l'illusione che l'uomo oltre il duemila avrebbe avuto più saggezza dei suoi predecessori. Ma non è così e accettare questa verità è duro per chi crede che il cammino del pensiero dovrebbe illuminare i nostri passi. Temiamo per la nostra incolumità, questo è umano. Ho la sensazione però che questo clima risvegli in noi, celata dietro le naturali preoccupazioni, ciò che cerchiamo di rimuovere sempre: la caducità. E' come se la precarietà delle nostre esistenze venga messa a nudo e sotto i nostri occhi che-volentieri-rimarrebbero chiusi. Infatti tu parli di una coscienza che di fronte al concetto zen: "Se non puoi fare nulla, non fare nulla" quasi si ribella. C'è dunque un "conflitto" in noi stessi. E' l'inevitabile che ci spaventa. In un epoca che esalta il "monitoraggio" continuo, i fenomeni imprevedibili sono uno scacco. Hai notato come questa parola ormai faccia capolino ovunque? E' rassicurante. Però non posso non ricordare che solo da pochissimo abbiamo smesso di essere in allarme per lo scrollarsi della terra. Anche lì si è "monitorato" il respiro dei due vulcani (Stromboli e Etna), ma queste attività di controllo dell'uomo danno solo un'apparente sicurezza. In realtà siamo sempre fragilissimi. Ho un racconto familiare. Pensa che vicino alla casa dei miei nonni -in Puglia- c'era un vasto campo adibito-dopo il '44-a deposito di bombe per aerei dove i mie zii bambini e altri amichetti andavano a giocare. Ancora oggi noi usiamo come sgabellini per il giardino alcuni poggia-bombe. Per la loro fantasia incosciente quello era uno spazio da esplorare e in cui inventarsi nuovi giochi. Peccato che i grandi non smettano mai di giocare ai soldatini. Ciao.
    la guerra
    Appena apre gli occhi si guarda intorno, la paura gli si legge negli occhi, un respiro profondo e si alza e come un bastone che userebbe un anziano con problemi di ossa si appoggia su un fucile che tiene stretto nella mano, che ormai è l'unico compagno che ha , la gola è secca e lo stomaco vuoto la testa ormai nn ha più pensieri tranne quello di riuscire a stare vivo, dei nomi gli escono dalla bocca tremante e si sentono le voci che salutano e il cuore sentendo quei suoni batte forte, come quando sentiamo un uccello cantare libero in cielo che preannuncia la primavera e tutto sembra cosi bello e dolce il sole riscalda l'aria e i fiori colorano la terra. Ma ormai solo il sentire quelle voci dei compagni di sventura gli procura queste emozioni ormai le belle passeggiate sui prati fioriti sono un ricordo lontano le stagioni passano veloci e neanche si fa più caso quale sia già passata o quella attuale, l'unica cosa sovrana è lei la "guerra" che ormai ha preso il posto di tutto del sole della pioggia delle stagioni e come un computer siamo stati programmati e il nostro cervello pensa solo a sopravvivere e i sentimenti sono stati messi dentro a un forziere che abbiamo seppellito dentro con la speranza che un giorno si possa riaprire, uno sguardo allo specchio e si nota che dall'altra parte c'è qualcuno che nn si conosce e nn avresti mai voluto conoscere senti nella mano il fucile che ti pesa e subito riprendi atto della realtà e pensi ma perché e non sai darti una spiegazione sai solo che un giorno ti sei ritrovato in mano un fucile al posto della penna e la tua vita da ragazzo è finita cresciuto anche se non volevi, ti giri e vai verso la porta è ora di prendere il posto di tutti i giorni e sperando che domani potrai di nuovo pensare come oggi davanti allo specchio, apri la porta e vedi il sole e metti la tua vita nelle mani del Signore e con uno sforzo ti spingi fuori da casa pregando che un domani ci sia.
    pantarei 

    Il dubbio
    Chi non ne ha o almeno non ne aveva? Ma noi già nasciamo con il dubbio, non sappiamo se siamo maschio o femmina che tipo di genitori avremo e cosi via. Il dubbio ci aiuta a vivere a capire e a cercare, perciò a essere vivi, il dubbio ci permette anche di sognare, di far camminare la nostra fantasia, le nostre incertezze, le nostre insicurezze e di cercare di migliorare. Il dubbio è la base di tutto, il cercare di capire fa sì che noi miglioriamo perché dobbiamo capire se una cosa è giusta o sbagliata. E' meglio vivere nella certezza o nel dubbio? Bella domanda, io credo che la certezza non esiste, almeno quella assoluta come la verità. Tanti dicono che la morte sia una certezza: ma per i cattolici non esiste la morte come cosa definitiva perché c'è il paradiso, dove noi continuiamo a vivere; per altre religioni è la stessa cosa: e qui c'è il dubbio se sia vero o no e questo ci porta a vivere e andare avanti perché non si sa se sia vero..La nostra sete di sapere da cosa è guidata? Dal dubbio, perché non essendo certi cerchiamo di capire e di conoscere. Cartesio diceva "in quanto penso vivo" e il dubbio ci porta sempre a pensare: tutte le teorie che noi uomini sapienti abbiamo portato avanti da secoli sono sempre state smontate appena uno si è soffermato a pensare e a dubitare. Pensiamo a Galileo Galilei, che uccise la teoria della certezza che la Chiesa continuava a mandare avanti per proprio comodo. La certezza ci rende cupi e ristringe la nostra capacità di pensare e di reagire, di essere pensanti, in quanto prendiamo per buono tutto quello che ci viene detto. La certezza porta all'essere succube e alla dittatura: le dittature si basano sulla certezza dei propri ideali, fino alla fine, ciecamente. Il dubbio ha portato a molti cambiamenti nella storia, buoni e cattivi, ma fin che ci sarà la possibilità di dubitare ci sarà la possibilità di pensare e cambiare e di crescere. Io dubito anche che questo che sto scrivendo sia giusto, io dubito in quanto penso e vivo e l'unica sicurezza è che dubito. Complimenti Margherita per l'interessante rubrica.
    pantarei 

    Ciao pantarei, innanzitutto grazie sia per l'apprezzamento che fai alla rubrica, sia per esserti affacciato qui per condividere con noi un po' del tuo tempo.Tante domande assillano l'uomo: dall'esistenziale "Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo" allo scherzoso "E' nato prima l'uovo o la gallina?". Impossibile sradicare i dubbi. Hannah Arendt affermava: "A causa della loro capacità di pensare, gli uomini sono sospetti per definizione". Questo la dice lunga sulle preoccupazioni di chi amministra un potere circa la pericolosità del libero pensiero. Tu dici:" Io dubito in quanto penso e vivo e l'unica sicurezza è che dubito", infatti un nick come il tuo,"tutto scorre", evoca proprio il fluire. E cosa c'è di più turbinoso, più tumultuoso del movimento delle idee? I dubbi corrodono tutti gli Ipse dixit come l'acqua corrode gli argini. Arginare il pensiero è impraticabile. I dubbi sono esercizi ginnici per il cervello e così come il movimento è necessario al corpo per non atrofizzarsi, così quelli mantengono in forma la nostra testa. Dovremmo fare fitness della mente, non credi? Un dubbio al giorno leva il medico di torno;-) Vogliamo dire che la nostra società-secondo me il consumismo è l'oppio dei popoli- preferisce persone senza troppi punti interrogativi nella materia grigia? I dubbi -come tu ricordi- portano il pensiero a soffermarsi, mentre il ritmo accelerato dei nostri giorni impedisce di farlo.Lo stupore è il padre della filosofia...ma abbiamo ancora la capacità di stupirci? La meraviglia fa venir sete di conoscenza e i perché spronano al cammino. I dubbi ci portano a oltrepassare la rappresentazione data a non accontentarci delle retoriche tranquillizzanti. Come bambini curiosi desideriamo andare a vedere cosa c'è dietro le quinte. Nei libri ci sono gli anticorpi contro l'ignoranza e l'acquiescenza, ed ecco i roghi. Hai visto il film "Farenhait 451"e i pompieri/incendiari? Paul Ricoeur definisce "maestri del sospetto" Marx, Nietzsche e Freud accomunati da una stessa intenzione:demistificare. Essi hanno portato il loro dubbio "nel cuore stesso della fortezza cartesiana", la coscienza. Per es. dopo Freud, il "dubitante", l'Io si è ritrovato sottomesso a tre padroni l'Es, il super-io e la realtà. Le certezze, messe a nudo, si sono scoperte per quello che erano, illusioni, "favole". Ti lascio un aforisma di Stanislaw J.Lec:"Il punto esclamativo, quando si affloscia, diventa interrogativo". P.S. Molto vero il tuo racconto. Ciao e ripassa se vuoi.
    la guerra
    Margherita ti ringrazio per aver risposto in maniera accurata al mio intervento su Costumando. Tu dicevi: "Speriamo che in questo momento storico prevalga la ragionevolezza.", bene lo spero anch'io. Ma a quale ragionevolezza ti riferisci? Ad una risoluzione pacifica della "questione irachena"? ... Aggiungerei un'altra risposta a quanto esponevi: killer lo si può diventare per denaro, qui non c'è morale. Uccidere non possiede "morale" in nessun caso, perché ritengo vada contro noi stessi e che sia l'atto più crudele (come il suicidio) che si possa compiere, al di là della Bibbia; è un problema sempre legato ad una moralità propria dell'uomo: sebbene esso sia uno dei pochi esseri della Terra che uccide i propri simili, penserei anche a quali gravi conseguenze psico-socio-emotive porterebbe tali atti alla coscienza (ce l'abbiamo tutti). Sulle guerre, e certamente ce ne sono state dall'inizio della "civiltà" e il punto di vista storico è differente: si uccideva per i territori più ricchi (nel senso di fertilità della terra, uguale a cibo, ecc.), oppure in nome di dichiararsi "indipendenti" da altri Stati (vedi la guerra d'Indipendenza, dall'Europa, degli Stati Uniti in America) o anche per rivoltarsi a regimi dittatoriali (per la democrazia e la libertà) e tante, tante altre. Ora il problema storico e attuale è questo: quanto è legittima una guerra? La guerra, dopo, genererà pace? Quanto viene speso per una guerra nel III Millennio, non potrebbe essere usato in maniera più costruttiva? Bene, questi sono alcuni interrogativi che mi pongo: se vuoi rispondi, grazie.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, le manifestazioni per la Pace sono state la dimostrazione che questo è uno dei valori condivisi e imprescindibili per l'uomo. Sotto la bandiera arcobaleno i diversi colori si sono fusi e le moltitudini si sono affratellate. Secondo me la Pace è un Ideale proprio perché sulla terra si vive immersi nella conflittualità. Sciolte le fila dei cortei ognuno è tornato alla sua quotidianità e spero che quell'afflato alla fraternità non si sia del tutto spento. Spero che litigiosità, asprezza, arroganza, suscettibilità, ostilità si siano stemperate. E che un po' di sorrisi, un po' di quello spirito di fratellanza sia possibile trasportarli nell'appannata routine. Routine, come ricordavamo, segnata dal profondo senso di solitudine. Mi piacerebbe che i sogni non si spegnessero all'alba di un nuovo giorno. Non smetterò mai di sognare nonostante le mie perplessità e vorrei si riuscisse ad andare oltre le parole e le promesse. Mi chiedo, ad esempio, se sia possibile un vero "noi". Le discoteche dove migliaia di giovani si radunano non sono certo luoghi di socialità. Apparentemente sono insieme, ma in realtà sono monadi solitarie. Le guerre? E' stato legittimo per Caino uccidere Abele? Per Romolo uccidere Remo? E le "guerre" clandestine come il "mobbing"? Cosa c'è di più terribile del prendere di mira un collega al lavoro e torturalo psicologicamente per farlo crollare? Sono questi fenomeni meno distruttivi per i singoli? Perché se ne parla poco? Capisco che le tue ultime domande sono dettate dall'estremo sforzo di trovare qualcosa di sensato...per non sprofondare nell'insensatezza. Ma le "logiche" di questa guerra, come di tutte, ci sfuggono. Mi piacerebbe tanto sentir parlare di "pace preventiva". Ciao
    Homo permalosus
    S'aggira inquieta nelle nostre strade una nuova specie umana,l'homo permalosus. Dopo l'erectus, il sapiens sapiens, il videns...si fa largo tra la folla un nuovo tipo di bipede cogitans: il permalosus. La permalosità pare essere un gene vincente, si trasmette con la stessa virulenza di un bacillo invernale. Comincio a nutrire il dubbio che anche i tratti temperamentali che appaiono utili alla sopravvivenza s'installino nel dna ,vengano"selezionati" per essere trasmessi alle generazioni successive. Così pare stia accadendo sotto i nostri occhi per la suscettibilità. Siamo tutti diventati un po' "fumini"? Di qui parte la mia avventura nel territorio "minato" della suscettibilità. Non si diceva una volta che la permalosità è donna? Ebbene credo che ormai sia un carattere unisex, ipotizzo possa aver attecchito anche nei maschi a causa della ormai dichiarata "femminilizzazione" in atto. Secondo le leggende nordiche i re della permalosità vivono nei boschi,sono i folletti: questi esseri terribilmente dispettosi se la prendono per un nonnulla e organizzano tremendi "scherzetti". C'è stato forse un silenzioso inurbamento in massa di folletti? Altrimenti come spiegare l'aumento di questo "vizio" nelle nostre contrade? Una mezza idea l'avrei. Secondo me è una conseguenza della società dell'immagine che ci porta a mostrare un'apparenza perfetta in cui deve venir esposto-messo in scena- sempre il lato smagliante mentre quello smagliato si deve nascondere. Che stress dev'essere tener costantemente sotto controllo il nostro lato in ombra. Non appena qualcuno osa fare una lieve ironia(senza retrogusto sarcastico), una battuta scherzosa, così tanto per sorridere un po'...ecco come risposta un muso ingrugnito, un rinchiudersi dietro un ostinato silenzio rancoroso. Allora cosa dire? Visto che non sei stato così avveduto da morderti preventivamente la lingua chiedi venia riempiendoti la bocca di "scusa/perdono/perdono/scusa". Da domani in poi diktat sarà: bocca cucita, intimoriti e timorosi di offendere "sua maestà". Non sarà perché la maestà teme sempre qualcuno che guardando oltre gli abiti e gli atteggiamenti da parata gridi "il re è nudo!"? Una società narcisista ama vedere solo la sua bella immagine e non tollera nessuno che ne metta in dubbio la realtà. E' salito il livello di diffidenza-tutti più sospettosi e in allerta- e si è alzata la soglia di suscettibilità. Anche dietro un sorriso leggiamo chissà quali trame,facciamo "dietrologia" per ogni gesto, abbiamo intossicato la naturalezza con mille ruminazioni. Sarà frutto della mancanza di fiducia. Quando ci si aspetta uno sgambetto dal prossimo ci si mette in guardia, è naturale, una parola-sgambetto minaccia di smascherare la recita tanto tenacemente difesa. Forse si teme che l'altro parli con "lingua biforcuta" e celi in un doppio fondo una cattiva intenzione. E così spunta come un fungo velenoso anche la sindrome del perseguitato, del "ce l'hanno tutti con me!" Che senso ha in questo clima esistenziale la tolleranza? E' puro flatus vocis, parola bellissima ma vuota come una meringa. Con questi chiari di luna i rapporti interpersonali diventano peggio della fatica di Sisifo. Saremo sempre più soli e avremo una qualità di rapporti più scadente perché la superficialità la farà da padrona: non si faranno più domande, si dovranno pesare le parole, s'indosseranno maschere compiacenti timorosi di urtare la suscettibilità altrui. Impermalosendosi non si guadagna il rispetto. Alla fine si useranno guanti di velluto per paura e spontaneità e sincerità rimarranno seppellite sotto una coltre di bugie. Bisognerebbe ricordare però che a volte chi di permalosità colpisce di permalosità perisce!
    Margherita 

    Via dalle paure
    Margherita, grazie per quanto m'hai scritto. Certo, la "guerra" è quantomeno una parola pesante solo a pronunciarla, sono d'accordo con te (e anche sul resto che hai scritto). Ma questa guerra sempre più imminente sarà un dato di fatto, e triste, come ogni guerra. Tu scrivevi (dalla Bibbia): Dio disse a Noè : "Io non maledirò più la terra a causa degli uomini, perché i sensi e i pensieri del cuore umano sono inclinati al male sin dall'adolescenza, quindi non colpirò più ogni vivente come ho fatto". Vorrei che questa frase rimbombasse nelle nostre coscienze, scotendole. Sono sicuro che queste parole di Dio dall'Antico Testamento ci scuotono, e ci fanno anche riflettere. Non sono sicuro che l'essere umano sia "inclinato al male" per sua natura, a volte le persone "peggiori" diventano le migliori: certo i casi sono rari, ma ci sono. E' sempre l'eterno discorso sul bene e sul male e se vuoi sapere come la penso è che ognuno di noi sa cos'è "bene" e cos'è "male", senza aver letto nulla, magari di filosofia o sociologia o non avendo ricevuto un'educazione dai genitori adeguata, insomma credo che "geneticamente" sappiamo riconoscere il bene dal male. Purtroppo il nostro crescere a livello emotivo o psichico è molto diverso tra le persone, il più delle volte si avvertono emozioni come le paure, ma che sono sempre solo nella nostra mente (a parte la guerra, ecc.) ed è di questo che volevo continuare a parlare. Una via per far sparire le nostre paure, come dicevo in precedenza (altri messaggi), è comunque quella di non insabbiarle, non trasformarle o nasconderle, ma portarle al nostro raziocinio per poterne trovare da soli cura e rimedio (fosse facile a volte...): è comunque una soluzione a quanto viviamo in questi giorni "guerra sì, guerra no, chi c'è a farla, chi non c'è", sembra un gioco ma non lo è affatto. Non saprei se questi sono discorsi da "Costumando", ma vedo che rispondi a quanto spesso ho scritto su vari argomenti, quindi direi di sì(?). A presto e graditissima una tua risposta o aggiunta o in contrario. Ciao.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, tu dici:"Una via per far sparire le nostre paure(...)è comunque quella di non insabbiarle, non trasformarle o nasconderle, ma portarle al nostro raziocinio per poterne trovare da soli cura e rimedio". Non fare come gli struzzi che nascondono la testa nella sabbia. Hai ragione, a volte la più grande tentazione sarebbe negare la realtà(secondo Freud, uno dei principali meccanismi di difesa dell'Io). Fare come quelle scimmiette che si coprono occhi, orecchie e bocca.Questa "strategia" è rischiosa perché poi i problemi rimossi possono deflagrare distruggendo tutto. Per questo condivido la soluzione di guardare in faccia ciò che fa paura. Per es. uno dei modi per acquistare un minimo di distanza è mettere nero su bianco:scrivere può essere un'ottima auto-terapia. Quando si è emotivamente coinvolti è difficile valutare una situazione e sapere che pesci prendere, per questo la scrittura è una risorsa. Sai, per quanto riguarda il discorso del Bene e del Male, mi sono sempre chiesta se esiste il male assoluto e il bene assoluto. Non sono certo discorsi extra-Costumando ma sento che ci sono argomenti più grandi di me. Ci sono temi delicati come cristalli e ho paura(vedi,le paure tornano)di toccarli proprio perché sbadatamente potrei urtarli scheggiandoli. Per esempio mi sono chiesta: "Se è vero che nel dna è chiusa la nostra morale...come mai abbiamo la tavola delle Leggi con i dieci comandamenti?" Perché la necessità di Inferno e Paradiso? Credo al contrario che dentro di noi abiti il "gene egoista", senza che a questo termine si dia una coloritura negativa, semplicemente il nostro istinto di conservazione e sopravvivenza come individui della specie umana. Cosa è peccato? E il killer ha un'etica? E il "Non uccidere" è valido sempre? Domande quasi metafisiche. P.S. Speriamo che in questo momento storico prevalga la ragionevolezza. Ciao e grazie per i tuoi interventi.
    I quattro ladri
    In un antico annesso, ubicato sul lato destro della basilica di S. Marco a Venezia, vengono oggi conservati i resti di un preziosissimo tesoro, in gran parte saccheggiato per ordine di Napoleone che fece poi colare l'oro e coniare monete in modo da poter pagare le proprie truppe. Sullo spigolo esterno di questo edificio, davanti alla Porta della Carta del Palazzo Ducale, sono murate quattro figure, un bassorilievo in porfido rosso cupo, nell'atto di abbracciarsi, due su un lato e due sull'altro. Secondo gli storici d'arte si tratta della raffigurazione dei tetrarchi (arte egiziana del IV secolo d.C.) che regnavano ai tempi di Diocleziano. Queste figure si tengono avvinte, due a due, con un braccio mentre la mano dell'altro braccio afferra l'impugnatura della spada. I veneziani chiamarono queste figure "i mori" per il loro colore cupo e scorsero nei loro atteggiamenti un'intenzione di tradimento. Su queste figure venne poi tessuta una leggenda, quella dei quattro ladri che volevano rubare il tesoro di S. Marco. La cosa sarebbe andata così: I quattro mori si misero d'accordo di procedere nella seguente maniera: due di loro dovevano nascondersi nella chiesa di S. Marco ed aspettare la notte. Gli altri due dovevano tenere pronta, per la fuga, una barca davanti al "Molo", la riva prospiciente la Piazzetta S. Marco. E così fecero. Mentre i due rinchiusi nella chiesa aspettavano il silenzio della notte per agire, gli altri due nella barca preparavano il la cena. Mentre così facevano progettarono di sbarazzarsi dei loro complici in modo di dividere per due e non per quattro l'immenso tesoro. Misero perciò del veleno nel cibo degli altri due ladroni, pensando che quando sarebbero ritornati dall'impresa avrebbero avuto certamente fame e così, dopo aver mangiato, sarebbero morti avvelenati. Gli altri due, nella chiesa, fecero più o meno il medesimo ragionamento e si misero d'accordo di ammazzare i due che aspettavano nella barca, tanto avevano contribuito poco o nulla per meritarsi la loro parte del tesoro. A notte tarda i due riuscirono a scassinare la porta della tesoreria, fecero man bassa delle cose più preziose, riuscirono poi dall'interno ad aprire il portale della chiesa e si affrettarono a raggiungere la barca. Ivi arrivati si accorsero che i loro complici si erano addormentati, forse sotto l'effetto di qualche buona bottiglia di vino; fu perciò cosa facile tagliar loro la gola per poi gettarli nell'acqua. Issarono poi la vela e si allontanarono in direzione del Lido, probabilmente diretti verso la Dalmazia. Dato che avevano fame, come previsto dai loro complici ormai in pasto ai pesci, mangiarono il buon cibo preparato e poi tirarono a loro volta le cuoia. La barca con i due cadaveri, ormai alla deriva, fu trovata per caso il mattino seguente da dei pescatori che riportarono il tesoro nelle mani del Doge. Come molte delle antiche favole, anche questa ha una morale: chi vuole tradire deve aspettarsi di essere a sua volta tradito.
    Gil Blas 

    La saggezza popolare del proverbio:"Chi la fa l'aspetti!". Grazie Gil per il bel racconto. Saluti.
    Emoticon e oralità di ritorno
    Eccomi tornata... ho portato emoticon, ma andiamoci piano: questi pasticcini sono una bomba! Cosa ne penso? Secondo me hanno rappresentato una vera e propria rivoluzione, sia in ambito linguistico che sociologico; conferendo alla scrittura una terza dimensione, hanno arricchito il nostro modo di comunicare, trasferendo alle parole scritte, anche le sensazioni, le impressioni, le emozioni provate dal mittente o che il mittente spera di suscitare nel destinatario. E' una figata! Con la diffusione della scrittura digitale, della posta elettronica, degli sms, la scrittura si è fatta "volatile" e, come scriveva piu' di 10 anni fa Roberto Maragliano nel suo "Manuale di didattica multimediale", oggi si puo' dire che "Scripta volant": la scrittura si è avvicinata sempre più alla dimensione orale: anche nell'antica Grecia i cantori epici utilizzavano formule fatte epiteti ricorrenti che servivano non solo a facilitare il compito ai rapsodi di ricordare a memoria i brani che cantavano, ma anche a rendere l'interpretazione più immediata per il pubblico: "il pelide Achille", "l'aurora dalle dita di rosa"... eppure i poemi omerici sono un esempio di straordinaria complessità lessicale! Qualcuno, infatti, potrebbe pensare che l'affermarsi di un linguaggio "globale", ricco di inglesismi, neologismi, simbolismi, volto all'estrema sintesi, possa rappresentare una perdita, un impoverimento della nostra lingua e delle sue peculiarità, ma il mondo corre, siamo tutti più vicini e questo è un bene, un miracolo del progresso, che non possiamo frenare solo in virtu' di un sentimento nostalgico. Personalmente, ho studiato a lungo l'antichità e tutte le sue forme espressive, dalla lingua alla letteratura, dalla filosofia all'antropologia, dalla storia all'archeologia, all'arte, all'epigrafia, ma questo non mi ha impedito di scrutare il presente, di accogliere il nuovo come un probabile seme di cio' che sarà, di guardare al domani con fiducia e approvazione. La comunicazione globale è un bene: ben venga il ricorso alla lingua inglese, se serve a capirci, a sentirci tutti parte di un unico globo, una moltitudine capace di convivere, di confrontarsi e di crescere insieme pur mantenendo ciascuno la propria identità, la propria cultura, le proprie tradizioni, il proprio credo. Forse cio' che scrivo potrà sembrarti un pensiero utopico, ma se ci pensi tutti noi qui, in speaker's corner, siamo già un esempio di globalità, una piccola grande comunità, basata non su una vicinanza geografica, ma di interessi. Condividiamo umori e pensieri con persone che sono interessate agli stessi temi e (qui è il bello) possiamo incontrarci senza dover prendere appuntamento, senza doverci infilare in una macchina o in un treno, nel traffico delle nostre città; possiamo farlo liberamente, come e quando ci pare. Cosa c'è di più bello? Questa volatilità, poi, nulla toglie alla sostanza dei rapporti che nascono così virtualmente e così si sviluppano, ma che davvero ci arricchiscono; non rappresentano un'alternativa (almeno spero!): continuiamo tutti ad avere le nostre vite, ad uscire la sera insieme agli amici di sempre, ad incontrare gente nuova, con la differenza che, nel mondo reale, non sempre è facile instaurare rapporti profondi: spesso le parole sono maschere di circostanza... in rete è come se tutto fosse troppo veloce per perdersi in chiacchiere fini a se stesse (della serie "Oggi è una bella giornata!" ? "Sì, ma ieri faceva un freddo..." ? "Chissa domani che tempo farà..." e così via). Mi sono dilungata... è ora di andare... ma se ritieni che la cosa possa interessare anche altri speakerini, rispondimi ancora una volta: cosa pensi tu di scrittura volatile e comunità virtuali? P.S. Non mi sono dimenticata: presto su L'altra arte ci sarà una sorpresa a proposito di Art Brut... se vieni a trovarmi, sei la benvenuta!
    Myriam 

    Ciao Myriam, è vero gli "emoticon" sono scoppiettanti. Che bel titolo! Ti racconto un episodio, non so se partorito da creativi un po' burloni per stemperare la tensione che serpeggia nei corridoi durante gli esami o un vero increscioso incidente ortografico: un esaminando interrogato sulla spedizione dei Mille, mentre racconta di Garibaldi ad un tratto nomina anche il suo vice-comandante, tale Nino Biperio. Sconcerto nell'aula, brusio...il ragazzo va nel pallone, ha confuso la "x" di Bixio scambiandola per l'abbreviazione "per" e così Bixio diventa per un attimo Biperio. Mi ha fatto sorridere quando l'ho letto e lo riporto qui per far sorridere chi leggerà. Credo che internet sia una specie di ?terra di mezzo' tra mondo esterno e interiorità. Il web ha dato corpo a questo territorio virtuale dove s'intrecciano fantasia e realtà. Secondo me quella che Winnicot chiama la "terza area", distinta tanto dalla realtà psichica interiore che dal mondo effettivo in cui vive l'individuo-e che lui reputa il "luogo" sia del gioco che delle creazioni culturali-ora è fatta di bit. Quello che mi stupisce è la mancanza di stupore di fronte all'eccezionalità di questo mezzo. Ci abituiamo troppo velocemente a tutto, siamo bulimici e ingoiamo novità senza la voglia di assaporarle come fanno i bambini quando cominciano ad assaggiare il reale per scoprirne il gusto, diamo tutto per scontato. Ma ci fermiamo mai a pensare che in un pc ci sono autostrade telematiche che possono portarci dal Brasile all'India? Con un clic nel mio portatile si aprono finestre sull'Altrove:il mondo in una valigetta...incredibile! Le community sono una bellissima invenzione e senz'altro arricchiscono la vita di relazione che ahimè si è impoverita. In ognuno di noi c'è un grande bisogno di raccontare e questo viene sfruttato nel più cinico dei modi dalla grande affabulatrice, la tv. Vampirescamente viene succhiata l'anima. Non credo che il linguaggio sincopato, ristretto appaghi le nostre più profonde urgenze. Per Heidegger: "Il linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora". Se la lingua s'isterilisce contraendosi non penso ci staremo comodi. Sicuramente risponde al bisogno di ?ottimizzare' i tempi, ma ci si può accontentare di uno squillo? L'emozione veloce di un bip o il "fast speak" riscaldano l'animo? Inimmaginabile l'impasse di punto e virgola; e pensare che nella celebre scenetta del film "Totò, Peppino e la Malafemmena" i due comici, dovendo scegliere, nella punteggiatura di una lettera, tra un punto o due punti, optavano soddisfatti per entrambi: "ma sì...fai vedere che abbondiamo...abbundandis in abbundandum!":-) La domanda che sorge spontanea è: "Non è che a lungo andare anche il pensiero diventerà bonsai?" Queste sono perplessità che non eliminano i pro della scrittura digitale che certamente-come dici-ha una portata rivoluzionaria. Tu ne hai ricordato le luci, io ne ho sottolineato le possibili ombre. Sono già finiti i pasticcini? Sob:-(
    Le PAURE
    Margherita, grazie della tua risposta a quanto avevo scritto. Chiedevi se avessi mai visto uno slogan che recitasse "Rimani accanto alle tue passioni, non perderle di vista.": no, purtroppo. Ora, alle PAURE consuete, si aggiunge quella della guerra (imminente?... Pare di sì, ahimè): è impossibile non accorgersi che nella collettività si avverte "realmente" questa paura e tutte le sue derivazioni. Cosa ne pensi?
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, tu mi parli della guerra. Devo dirti che è una parola che ho quasi paura a pronunciare. E' così tragica che mi chiedo come facciamo a parlarne con tanta incosciente leggerezza. In questi giorni rimbalza attraverso i mass media e viene quasi metabolizzata dal blabla quotidiano. La Storia è maestra di vita, sarà, ma non mi pare. Immagina che avvertivo lo stridere tra le commemorazioni del Giorno della Memoria il 27 gennaio e la cronaca di questo evento in stand-by sulle nostre teste, come una spada di Damocle. Ma a che serve ricordare se poi nulla cambia? Insomma mi pare di essere sulla soglia dell'assurdo. Ti dirò che ho letto una frase dalla Sacra Bibbia che mi ha lasciato sgomenta. E' così choccante che sono stata in dubbio se riportarla qui o meno. Dopo il diluvio universale Dio disse a Noè : "Io non maledirò più la terra a causa degli uomini, perché i sensi e i pensieri del cuore umano sono inclinati al male sin dall'adolescenza, quindi non colpirò più ogni vivente come ho fatto". Vorrei che questa frase rimbombasse nelle nostre coscienze, scotendole. Ciao.
    Looking for...
    Io li guardo. Loro sanno che li sto guardando e per questo evitano il mio sguardo. Nei locali fumosi sono quello che non sbatte mai le palpebre, non voglio perdermi neppure un millesimo di secondo del movimento delle loro labbra. Loro sanno prima o poi li giudicherò, sarà allora che mi pregheranno di guardarli ancora. Io accetterò, tanto so che il loro sforzo per cambiare è vano. Poi affondo la lama ed estraggo i loro occhi, li poso sulle mie labbra e li succhio finché il dolce succo di tutto quello che hanno visto non impregna la mia bocca.
    Sergio Scalet 

    Gentile Sergio, leggendo le sue parole ho ricordato dei versi di una poesia di Pessoa: "Nulla mi lega a nulla./Voglio cinquanta cose allo stesso tempo./Bramo con un'angoscia di fame di carne/quel che non so cosa sia." In quello che scrive trovo una sorta di voracità dello sguardo. La metafora "Ti mangerei con gli occhi" lei l'ha stranamente ribaltata in "ti mangerei gli occhi": un'immagine surreale. C'è il desiderio di succhiare il midollo della Vita, quasi come se, nonostante la sua caparbia volontà, non riuscisse a sentirne il sapore. Lei si apposta, scruta le vite altrui, le viviseziona, le giudica, ma non le tocca, come se temesse di esserne contaminato. Perché? In genere non ci si vuole coinvolgere per paura di rimanere invischiati nelle emozioni. Questa è però una difesa pericolosa perché si rischia poi di sentirsi estranei al banchetto dell'esistenza. Perduto il rapporto d'immediatezza con la ?carne' del mondo la vita la si può solo analizzare, ma non vivere, guardarla come si può guardare un fiume che ci scorre accanto, ma non riuscire più a nuotare nelle sue acque, ad avvertire un brivido di piacere. Lo stesso brivido di piacere che vorrebbe provare "impregnandosi" le labbra del "dolce succo"...finalmente il trionfo dei sensi!Un saluto.
    Pseudonimi e dintorni
    E' permesso? Ho portato i pasticcini... mi offriresti un po' delle tue "succose" parole? Potremmo sorseggiarle lentamente insieme agli speakerini presenti! Ciao Margherita, anche se in ritardo... ce l'ho fatta a raggiungerti. Ti ricordi di me? Ci siamo incontrate nel forum qualche settimana fa... Allora, tu che hai avuto il potere di convincermi a smascherarmi, a presentarmi al mondo per quella che sono, senza veli, né falsi pudori, accantonando timori e ritrosia, timidezza e imbarazzo... dimmi, hai mai sentito l'esigenza di mostrarti diversa da cio' che realmente sei? non dico migliore, semplicemente diversa... Hai mai usato uno pseudonimo? Io spesso. Un po' per la voglia di giocare (da bambina mi nascondevo, poi riapparivo, poi sparivo di nuovo, facendo impazzire genitori e balie!), un po' per una sorta di pudore, un po' per mantenere le mie idee solo per me e lasciare che fosse un'estranea a svelarle agli altri (anche questo era un gioco che facevo spesso da bambina: scrivevo biglietti e poi mi addormentavo lasciandoli in giro, così che chiunque potesse scoprire cosa pensavo senza che fossi io a rivelarlo direttamente)... ecco non so se tutto questo c'entra con gli pseudonimi, ma mi chiedo: chi li usa, perché lo fa? Per i miei stessi motivi? O, se no, perché? Per esempio un discorso a parte meritano i nomi d'arte: perché Domenica Bertè ha deciso di farsi chiamare Mia Martini e Anna Maria Mazzini ha scelto Mina? Probabilmente le loro motivazioni saranno state legate più a motivi di immagine/marketing e simili. Io invece mi riferisco all'abbondare di nomignoli che pullulano nella rete. E questo mi sembra proprio un argomento da costumando! Cosa ne pensi?
    myriam 

    Cara Myriam, sono felice della visita, il tuo entusiasmo è corroborante. Grazie per gli "pseudonimi", sono ottimi pasticcini da sgranocchiare insieme. Come posso non pensare, leggendoti, a quell'aforisma che ricordo spesso: "Mi contraddico, sì, mi contraddico, sono vasto, contengo moltitudini"? I tuoi giochi di bambina mostrano la ricchezza della tua interiorità e un solo nome è troppo poco per contenerla. Infatti il tuo ex-pseudonimo-come hai confidato-racchiudeva in sé due nomi. I bigliettini volanti lasciati per casa mi sembrano pensieri in libertà. Ecco, secondo me tutti quei giochi simboleggiano la tua voglia di libertà interiore. Anch'io non sopporto le etichette, ci sto stretta, non siamo uomini ad una dimensione e forse il web ha liberato i nostri alter ego che durante i commerci quotidiani dobbiamo tenere strettamente allacciati; per questo il virtuale pullula di nicknames. Questo fenomeno sta rivelando che il concetto d'identità non basta a rendere la complessità da cui siamo abitati. Nel suo "L'enigma dell'esistenza" il filosofo Sergio Moravia dice: " L'essere umano, il soggetto è davvero condannato ad essere A o B? A essere, cioè un'identità?...se il soggetto è plurimo, esso non potrà non assumere volti e denominazioni anch'essi plurimi. Da Kierkegaard a Pessoa non sono certo pochi gli scrittori e i filosofi che avvertendo dentro l'uomo la presenza di questi molteplici soggetti, di queste molteplici ?voci di dentro', tendono a battezzarle con nomi diversi, quasi ad accentuarne l'imprescindibile esistenza". Gli artisti nelle loro biografie spesso raccontano il loro Sé camaleontico. Per quanto continueremo a rimaner sordi all'inquietudine che aleggia in questi scritti e a far finta che non riguarda anche noi? Faccio appena in tempo-prima che il nostro tè party finisca- ad accennare al fenomeno giovanile di Luther Blisset(un nome che nasconde un'identità collettiva) e alle sue "disordinazioni" che tendono a scompigliare e destrutturate il concetto d'identità "propagando la strategia del nome multiplo". Myriam che ne dici la prossima volta di un melange cioccolato e panna?;-) p.s. E tu che nomignolo mi daresti? A proposito, che ne pensi delle icone emotive o emoticon? Ciao
    La PAURA delle parole
    Ciao Margherita, mi chiedevi nello scorsa risposta:"Ma come si sentiva Cappuccetto rosso davanti alle fauci spalancate del lupo?" , direi atterrita sconvolta attonita incredibilmente impaurita. Spero d'aver superato il "test" (sorridendo). Il problema sulla "paura", a parte Cappuccetto rosso ovviamente, credo sia da esaminare in maniera differente. Noi tutti nel nostro bagaglio culturale e inconscio abbiamo accumulate una serie di KEYWORDS, o parole chiave se preferisci, che se pronunciate accendono in noi la paura di questa o di quell'altra cosa. Ma com'è possibile aver paura delle parole? E' inconcepibile, direi. Eppure è così. Se dico "il lupo ti rincorre!" già si è impauriti non tanto per quello che realmente potrebbe accadere DOPO che il lupo ci abbia raggiunto, (se ci abbia realmente raggiunto, poi), ma proviamo paura al pensiero del lupo. Lasciando perdere gli esempi con gli animali prendiamo una situazione o un fatto ipotetico umano, si ha paura di perdere tutti i soldi: cosa facciamo? Abbiamo paura ovviamente, ma come dovremmo vivere questa paura? Scappando da essa con "equipollenti ma deterrenti" che ci distraggano? No, è errato, continueremmo a sfuggire alla paura all'infinito, e la cosa peggiore in questo caso è proprio la fuga, soprattutto di fronte al pensiero di "perdere tutti i soldi" che non è reale, ma solo una nostra idea di ciò che potrebbe accadere. Ma quante cose potrebbero accadere? Tante e di tutto prima che noi potessimo già veder persi i nostri soldi (sempre per fare un esempio). La PAURA invece, o l'idea della paura che si ha, va vissuta e iperscrutata consciamente e inconsciamente, e quando dico vissuta intendo dire di confrontarci con "lei" a livello di realtà, in maniera realistica, non di fretta, ma con la calma e anche con la razionalità: forse è l'unico modo di sconfiggere la paura in senso generico, non solo quella delle parole che dà gli input all'inconscio e ai nostri ricordi per farci "tremare" inutilmente. Portando al raziocinio, col tempo, tutte le nostre paure, si vivrebbe meglio. Ringrazio J.Krishnamurti d'avermi insegnato molto in questo senso e su questo tipo d'argomenti. Che ne pensi su tutto il discorso della PAURA? ciao e spero a presto.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo,la volta scorsa ho chiuso con un sorriso, questa volta vorrei cominciare con un sorriso.Chissà come mai leggendoti affiorano alla mente personaggi dei fumetti. Secondo te perché dopo aver letto il tuo messaggio ho pensato a Paperon de' Paperoni e alla Banda Bassotti? Per quello che posso immaginare, evidentemente certi discorsi fanno scattare-proprio come dici tu-dei meccanismi di difesa. Forse tento, scherzando, di allontanare, di tener a freno le emozioni che inevitabilmente accompagnano il processo di riflessione. Pensare alla Banda Bassotti e ai sudori freddi di zio Paperone mi rassicura, quasi come se potessi, ritornando un attimo bambina, circondarmi d'immagini spensierate e ansiolitiche. Spero accetterai questo estemporaneo tentativo d'introspezione nei meandri della mia mente. Tu parli di keywords che innescano pensieri che innescano paure. Quale anello della catena si dovrebbe spezzare per evitare di ripetere all'infinito questo modo di reagire sfiancante? Non lo so. Il nostro immaginario-pesantemente condizionato dal ?clima' culturale che respiriamo-è abitato da ?pregiudizi' che influenzano la nostra visione del mondo. La parola "vecchiaia" quali sentimenti ispira? In questa società la vecchiaia viene caricata da una serie di immagini negative: una paura tira l'altra. Si collegano ad essa la perdita di visibilità sociale, l'isolamento, l'abbandono. Parole come rughe, inestetismi generano ansia, allarme. L'industria della cosmesi fiorisce su queste ossessioni. Nella società contadina, l'anziano era una persona autorevole, il depositario della saggezza, la sua figura aveva un senso. Oggi il suo ruolo è insignificante. Quali immagini evoca la perdita di denaro? Se in Occidente vale il motto "Chi ha, è!", possiamo ben immaginare il senso d'angoscia che può afferrare chi non ha il portafoglio gonfio. Hai mai visto uno slogan che recita: "Rimani accanto alle tue passioni, non perderle di vista."? Ho trovato un pensiero di Osho: "L'uomo, così com'è, è un essere represso...E' schiavo e tutta la società è una grande prigione. Le mura sono molto sottili, sono mura di vetro, trasparenti. Tu non puoi vederle, ma esistono e sono ovunque". Ciao, ti aspetto per una nuova full immersion nel mare della Vita.
    L'equilibrista
    Questa mattina dalla finestra della cucina ho potuto osservare una bella scenetta. Lo scoiattolo, quello che d'estate rovistava nei cestini, abita quasi in cima ad un abete che ha quale diretto vicino un faggio. Siccome salire un abete è cosa piuttosto faticosa, lui preferisce arrampicarsi sul faggio (che adesso non ha più foglie) e poi saltare al punto giusto sull'abete. Lì in cima all'abete si è fatto una specie di nido, certo per svernare. Dunque, questa mattina lo vediamo arrivare di corsa tirandosi dietro un canovaccio, certamente sgraffignato da uno dei terrazzini dove la gente mette qualcosa ad asciugare su degli stendibiancheria pieghevoli. Arrivato quasi al punto strategico per il salto, il canovaccio (uno di quei piccoli canovacci a quadretti, molto leggeri ed assorbenti che da queste parti si usano per asciugare i piatti) gli sfuggì dalla bocca e cadde per molti metri andando ad impigliarsi in un ramo sottostante. Lo scoiattolo reagì immediatamente e scese velocissimo, ma intanto era stato scoperto da un gatto che subito corse sotto l'albero. Lo scoiattolo se ne accorse certamente ma non si fece impressionare dal gatto che nel frattempo si era accovacciato sotto il faggio. L'animalino agguantò il canovaccio e con molta destrezza lo arrotolò con le zampette anteriori, risalì poi il faggio, prese bene la mira e fece un salto per raggiungere l'abete. Impedito com'era dallo straccio che teneva in bocca riuscì appena, appena ad aggrapparsi all'estremità di un ramo, salì poi sul ramo con alquanta fatica e sparì nella sua alcova con il prezioso strofinaccio. Il gatto rimase ancora almeno un'ora sotto il faggio prima di andarsene. Ho deciso di mettere qualche nocciolina vicino al tronco del faggio per quello scoiattolo. Questo mi ricorda uno scoiattolino striminzito e certamente affamato che mi rincorse saltellando mentre camminavo nel Sokolniki Park, a Mosca. Per fortuna avevo in tasca un paio di noccioline che mi erano state poco prima regalate da una bambina. Avevo fatto conoscenza con una signora russa che mi aveva invitato a casa dei suoi genitori. Lì ho conosciuto la simpatica bambina che mi recitò una lunga poesia in russo e poi mi regalò quelle noccioline che ho gettato allo scoiattolo. Lui ne ha afferrata subito una, è salito come un fulmine su un albero e da sotto potevo udire come i suoi dentini mordevano il duro guscio della nocciolina.
    Gil Blas 

    Gentile Gil, questi racconti sono molto simpatici. Tu fai dello "squirrel watching". A quando il terzo contributo? Avremo così una specie di piccola trilogia dello scoiattolo. Ciao
    Io e ...l'altro!
    Spesso siamo così occupati a pensare che gli altri non ci capiscono, che non abbiamo tempo per capire gli altri!................ Le nostre opinioni sono...idee! Le idee degli altri sono solo...opinioni! Ciao Margherita.
    Giano 

    Ciao Giano, eppure comprendendo gli altri si dovrebbe capire un po' più se stessi. Forse la paura è proprio quella di non voler guardare dentro di sé. Mi chiedo:"Ma noi ci comprendiamo fino in fondo?". Le nostre intenzioni sono chiare e distinte o a volte ambivalenti? Dentro di me spesso albergano sentimenti contraddittori:desiderio e timore, speranza e disillusione, gioia e malinconia. "Odio e amo" cantava Catullo. Credo che i sentimenti siano così sfumati da non poterli separare con una linea netta: qui il bianco e lì il nero. Quello che scrivi mi ha fatto pensare ai bambini, fino a sei anni circa, il loro pensiero e il loro linguaggio è "egocentrico", nel senso che, come dice Piaget, egli "considera il proprio punto di vista come l'unico possibile;gli è difficile mettersi nei panni degli altri, immaginare che agli altri la realtà possa apparire diversa da come si presenta a lui". Ho il dubbio che qualche traccia di questo modo di pensare rimanga nelle profondità anche degli adulti, visto quello rilevi. Piaget ricordava che avendo chiesto a un bambino di 5 anni, perché viene notte, questi rispose:"Perché fa scuro"; "Ma perché fa scuro?" "Perché è sera e debbo andare a dormire". Un bambino pensa che la luna lo "segua" durante un tragitto notturno, che il cane che abbaia in lontananza lo "sgridi"per i suoi capricci. Credono che tutto il mondo ruoti intorno a loro. Crescendo si rendono conto che esistono gli altri, con propri pensieri, sensazioni e sentimenti. Siamo davvero sicuri di esserci completamente emancipati da questa visione? O a volte dimentichiamo che gli altri hanno diversi punti di vista? Grazie per aver condiviso il tuo pensiero.Ciao
    Una vittima in più
    Lo chiamavano Manfred aveva 66 anni ed era venuto da Dresda molto tempo fa, 41 anni per l'esattezza. Da allora viveva come un eremita a Camelle, lì in Galizia, in una piccolissima capanna sulle rocce, in riva all'oceano. In 41 anni di lavoro aveva creato una grande opera d'arte dipingendo le rocce sul bagnasciuga, aveva eseguito strane sculture con pezzi di legno e ossa di balena che le onde gli fornivano gratuitamente. Anche da molto lontano la gente veniva a vedere quella meraviglia sorta dal nulla, creata con quello che l'oceano gettava gratuitamente sugli scogli. Poi arrivò "Prestige", andò in avaria, affondò lasciando sul mare una traccia di morte; l'oceano non ha rispetto per le opere d'arte e sulla costa portò anche il petrolio nero che distrusse in poche ore l'opera di molti anni. Manfred si ritirò nella sua capanna e da allora non fu più visto. I pescatori gli portavano qualcosa da mangiare che deponevano davanti alla porta, per non disturbare la voluta solitudine. Da un paio di giorni però il cibo non veniva toccato e i pescatori preoccupati entrarono nella piccola stanza: Manfred era morto. Di crepacuore, si dice. Ora la noncuranza ha ucciso anche un essere umano, oltre a migliaia di animali.
    Gil Blas 

    Grazie Gil, ricordano gli abitanti di Camelle che poco prima di morire l'eremita raccontava, come fosse un presagio,la visione di "una enorme balena nera, grande come tutta la costa della Morte".Il suo Atlantico gli ha portato un'onda di oro nero. Un haiku:Terra marcita/Umanità clonata/Avvelenata. E una foto:http://it.news.yahoo.com/021229/58/22of3.html
    Bellasolitudine
    Da piccola odiavo star sola, oggi ho tre piccoli che non mi lasciano mai. Da grandi andranno per conto loro e forse avrò paura di restare sola. Cara Margherita .. forse chissà potremo farci compagnia. Ho paura del futuro .. forse sto bene adesso.
    Patrizia 

    Cara Patrizia, la tua ultima frase "forse sto bene adesso" è molto bella. E ti pare poco? Fare una riflessione del genere secondo me vuol dire aver la capacità di vivere e sentire il "qui e ora" degli stati d'animo mentre invece proiettarsi nel futuro o nel passato possono essere modi per fuggire dal presente. Le tue tre righe mi hanno fatto fare un viaggio a ritroso nel tempo, durante la mia adolescenza. Ti racconto un episodio che si è risvegliato nella mia memoria. Durante il liceo avevo due amiche del ?cuore', quando le invitavo a casa, scherzavamo, parlavamo dei professori, dei ragazzi per cui perdevamo la testa. Se eravamo particolarmente giù di corda, affogavamo le nostre malinconie in una buona tazza di melange al cioccolato.Tra chiacchiere e frullati, risate e patatine, il tempo passava in fretta e arrivava l'ora di salutarci. Non volevo andassero via, forse temevo di provare un senso di abbandono. Cosa facevo allora? Chiudevo la porta a chiave per non farle fuggire. Incredibile! Naturalmente tutto finiva a "tarallucci e vino", con le mie amiche che facevano finta di essere "prigioniere" ed inventavano nuovi modi per "evadere". Ripensandoci ora, mi sembra davvero un gesto assurdo, ma forse era proprio il "terrore" di rimanere sola che mi spingeva a quella messinscena inconsapevole. Spero avrai sorriso. Siamo sempre abitati da un'inquietudine che a volte si fa più pungente e altre invece pare scomparire, ma l'uomo è "work in progress"...ed è proprio la sua continua possibilità di definirsi giorno per giorno che chiamiamo libertà, anche se a volte avvertiamo il gusto amaro del vuoto che ci assedia. Grazie per aver scritto, se vorrai, io ci sarò. Un BUON 2003 a tutti!
    Consigli per gli acquisti
    L'uomo ama le tradizioni. Le tradizioni danno un senso di appartenenza, una sicurezza di gruppo. Una di queste tradizioni, molti dicono la più importante o la più bella, è la festività natalizia. Viene ormai festeggiata da molto tempo. L'origine è così vetusta da essere stata quasi dimenticata da molti; rimangono però i rituali. L'uomo ama perciò anche i rituali: gli auguri, la vigilia, la messa di mezzanotte, l'albero di natale, il buon pranzo natalizio con tutta la famiglia e i regali. Il rituale delle strenne è però anche fonte di problemi e uno di questi problemi è l'acquisto. Ecco perché nelle settimane prima di Natale i negozi ed il centro di ogni città sono affollati di gente all'affannosa ricerca di adeguati regali. Viene a crearsi così una situazione di stress che, oltre ad essere dannosa per la salute, debilita le cellule grigie e così ci si accorge alla vigilia che abbiamo completamente dimenticato il regalo per zia Angelina e quella, forse, ci diseredita. Ma la soluzione c'è. Mettiamo il caso mio: non sono un grande tifoso dei rituali, ma certe cose si devono fare. Per fortuna ho una saggia moglie che tiene conto di tutte le cose necessarie a mantenere buoni rapporti con il resto del mondo (io, invece, riesco persino a dimenticare il mio compleanno). Dunque, per evitare il famoso stress prenatalizio, abbiamo escogitato un sistema molto semplice: noi cominciamo con l'acquisto dei regali a gennaio e continuiamo poi per tutto l'anno. In questo modo non siamo noi che cerchiamo i regali ma, per così dire, i regali cercano noi. Voglio dire che quando andiamo in "città", in ferie oppure a fare una gita troviamo spesso qualcosa di carino da comperare; se è un'occasione o un'offerta speciale ne acquistiamo più esemplari. Poi ci sono i cataloghi di vendite per corrispondenza che offrono spesso cose interessanti, ad esempio libri del tutto particolari, oggettini, ninnoli ecc. Seguendo questo metodo abbiamo sempre, in cantina, cartoni pieni di regalini e siamo sempre pronti ad ogni evenienza. Il sistema ha tre vantaggi: Primo: non c'è il problema di arrovellarsi al pensiero di: "Ma che cosa possiamo regalare a zio Giuseppe quest'anno?" perché il regalo per zio Giuseppe ci sorriderà certamente da una vetrina nel corso dell'anno. Secondo: si risparmiano un mucchio di quattrini poiché la scelta è più ponderata ed anche perché si possono sfruttare le offerte speciali. Terzo: la spesa viene distribuita nei dodici mesi dell'anno e non intacca così tanto il budget di dicembre. Quarto: niente stress prenatalizio e al centro si va, eventualmente, solo per ammirare l'illuminazione.
    Gil Blas 

    Buone Feste!
    Paure e solitudini
    Margherita grazie della risposta. Sì, è vero che ho scritto di trasformare gli estranei in amici, ma sicuro che una scelta "in questo gigantesco formicaio" va comunque fatta, ovvero uno ci prova a conoscere "gli estranei" e poi decide se avere amici in più: come hai scritto tu ci sono anche le "formichine-squalo" e se mordono fanno male. Con questo vorrei dire che ci devono essere comunque delle affinità per trasformare "gli estranei in amici" e non sempre è facile, credo per nessuno. Tu parli di necessità di sguardi, dialogo, contatto con le altre persone (siamo "animali sociali", anzi "formichine sociali") e come darti torto? Però, appunto, tutto questo non viene capito dagli "altri" e così di seguito come un'interminabile giro di ruota. Bisogna vivere. E se vivere implica il conoscersi, il concetto di "vita" assume un aspetto ancora più importante. Il problema alla fin fine credo sia un altro: la paura, o meglio "tutta la zavorra di paure che abbiamo dentro". Queste "paure" di certo non aiutano il rapporto interpersonale ma lo eliminano già in partenza. A questo punto ti chiedo cosa ne pensi del concetto di "paura"? Ciao (Sempre grazie per l'eventuale risposta).
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, la paura non è un "oggetto" del pensiero, è una passione. Il nostro corpo, così come si strugge d'amore, trema di rabbia, raggela di paura. Certo, possiamo "pensare" la paura, possiamo parlarne, ma queste emozioni affondano nella carne. A me pare che nella nostra società gli individui si siano come scollati dal proprio corpo e dalle sue sensazioni, forse perché darsi delle risposte attraverso l'uso della mente, dà in qualche modo l'impressione rassicurante di averne il controllo. Siamo "animali sociali", verissimo. In natura quando un animale rimane solo è vulnerabile, indifeso, preda. Nel mondo civilizzato dalla cultura, l'uomo sociale non dimentica il terribile monito iscritto nel suo dna...soli si rischia la morte. Parli di "paure" e quale paura è più feroce di quella dell'abbandono? Il dolore conseguente alla perdita di persone care penso sia quello che incide l'anima più in profondità. In fondo, mentre riflettevamo insieme sulla solitudine, non parlavamo senza accorgercene della paura della solitudine? Eppure come fosse una medaglia, anche la paura può essere letta come una risorsa per conoscere se stessi. Piuttosto che cercare di esorcizzarla, potremmo essere guidati da lei nei territori della nostra anima. Bisognerebbe non aver paura della paura, altrimenti potremmo rimanere paralizzati da questo spettro. Mi piace quello che dice Aldo Carotenuto : "si può pensare che la paura sia come una porta che dà sull'inconscio...nella situazione che suscita panico emergono i contenuti personali profondi, i quali ci spingono alla ricerca". Sondando la nostra dimensione interiore potremmo scoprire il nostro "quid", ciò per cui la vita acquista senso. Una moltitudine di formichine uguali nella loro diversità, ognuno a modo suo. Chissà perché mi viene in mente questa domanda: "Ma come si sentiva Cappuccetto rosso davanti alle fauci spalancate del lupo?". Ciao.
    Il crisantemo
    I giapponesi amano molto i fiori, in particolare i fiori di ciliegio (sakura no hana). Hanno anche una grande festa nazionale, in primavera: "hanami" che significa semplicemente "guardare i fiori". Questa festa non cade in un giorno particolare ma nel giorno in cui i ciliegi (sakura no ki) sono, secondo la stagione, in pieno fiore. Siccome il Giappone, da sud a nord, è lungo circa 2500 km, è logico che non si festeggia mai "hanami" contemporaneamente in tutto il paese. Il giorno della festa i giapponesi vanno a fare una tradizionale passeggiata per ammirare gli alberi tutti in fiore: "hanami ni yuku", cioè "andare a guardare i fiori". L'amore per i fiori si riflette anche nel nome che viene dato a molte bambine: "Hanako" che potrebbe essere tradotto in italiano come "Fiorella". Un fiore anche molto amato e molto coltivato è il crisantemo, in giapponese "kiku". Su questo fiore c'è anche un'antica ed interessante parabola. Molti, molti anni fa, in Giappone, c'era un giardiniere che era notissimo per i suoi magnifici crisantemi. Ne aveva un grande giardino pieno zeppo, fantastici crisantemi di tutte le forme e colori. La fama di questo giardiniere si era sparsa per tutto il Giappone e molti venivano anche da lontano per ammirare quel giardino straordinario. La notizia arrivò anche agli orecchi dell'imperatore che era molto curioso e bruciava dal desiderio di vedere la decantata meraviglia. Siccome non era possibile portare il giardino dall'imperatore, questi decise di mettersi in viaggio per andare da quel giardiniere, al quale mandò un messaggero con la notizia e la data esatta del suo arrivo. Difatti, esattamente il giorno preannunciato, l'imperatore giunse nel piccolo paese dove viveva modestamente il giardiniere e ci arrivò sdraiato nella sua ingioiellata portantina, con tutto lo sfarzo e tutta la pompa della sua corte, con un seguito di decine di dignitari, di centinaia di servi e di un intero battaglione di samurai. Gli venne indicato il famoso giardino ma quando entrò in quel luogo si accorse che il giardiniere aveva distrutto tutti i crisantemi, tutti meno uno: il più bello. L'imperatore rimase silente a lungo, contemplando quel superbo fiore, l'essenza di tutti i crisantemi del mondo, e capì che il valore delle cose non sta nella quantità ma nella qualità. Ringraziò poi e coprì di lodi ed onori quel giardiniere che gli aveva dato una bella lezione.
    Gil Blas 

    Grazie Gil per la bella storia da sfogliare. "Il valore delle cose non sta nella quantità ma nella qualità":un pensiero su cui riflettere in questi giorni di stress vestiti a festa. Tutti affollano le strade quasi come in trance incantati dalle luci delle vetrine, mi sembra un rito scaramantico. Fare i regali dovrebbe essere un piacere eppure ho la sensazione che stia diventando solo un obbligo sociale. Penso che il bene più prezioso sia il tempo, nessun regalo potrà mai risarcire una latitanza. Un papà o una mamma anziani più che regali attendono un sorriso, una carezza, una tazza di caffè gustata con calma insieme. Un bambino più che una montagna di oggetti costosi e trendy vorrebbe avere un genitore con cui giocare più spesso. Lo sfarzo non illumina gli occhi, non riscalda il cuore. La luce si riaccende quando sentiamo che un pensiero viene dal profondo dell'anima, e può essere anche un semplice bacio. p.s. Sarebbe bello vedere nelle librerie la stessa affluenza che c'è durante le feste natalizie. Quel serpentone di gente che si snoda lungo le pile di libri assomiglia al serpente dell'Eden che con la mela in bocca invitò Adamo ed Eva ad infrangere il divieto di avvicinarsi all'albero proibito. Un morso alla mela ed uno al libro...per godere, soffrire, crescere ed essere liberi. Saluti.
    solitudine e dintorni
    Margherita, grazie di tutta la risposta. Tu scrivevi:"Se mi aspetto uno sgambetto dal prossimo, come posso guardarlo con simpatia?" (ironizzando sui vari aspetti della fiducia), ed io risponderei a questa domanda così: non m'aspetto nessuno sgambetto ma se qualcuno me lo facesse riterrei opportuno non reagire, immobile e andando poi dritto per la mia strada; (lo "sgambetto" in questo caso è ovviamente da intendersi non "una gamba che ti fa inciampare, cadere" ma in senso più ampio). Quanti sono i "sorpassisti" o gli "sgambettisti" (nel lavoro ad esempio) che pur di raggiungere il loro fine ti schiaccerebbero con una ruspa usando anche il doppio schiacciamento a marcia indietro? Sono "loro" gli inferiori? O è chi cerca di legare con gli altri, essere spontaneo e "cambiare in amici gli estranei" ad essere inferiore? (Non vorrei infierire a lungo con queste poche righe ricche della parola "inferiori", ritenendo, tra l'altro, che sarebbe a priori difficile stabilire un concetto di "inferiorità" e che comunque necessiterebbe di quello di "superiorità": credo che siamo tante piccole formichine, forse microbi, su un sassolino tondo un po' ellittico in mezzo ad altrettanti, tantissimi sassolini non tutti uguali ma tantissimi, alcuni brillanti altri no, ma pur sempre interessanti). Al dunque siamo noi stessi a farci inferiori o superiori, secondo te, o no? Grazie per l'eventuale risposta.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, basterebbe ricordare un po' più spesso che siamo come formichine(circa sei miliardi)su questa terra-formicaio per ridimensionare le illusioni di superiorità, le smanie di grandezza. Ho la sensazione che l'"inferiorità" di cui tu parli sia il bisogno degli altri, l'avvertirsi mancanti. L'ho notato anch'io, viene scambiato per un segno di debolezza il mostrare di voler "cambiare in amici gli estranei". Sembra quasi si voglia raggiungere una sorta di autosufficienza di cui andar fieri. Per me è un terribile abbaglio, anzi, credo che al contrario la vera maturità sia accettare di non poter bastare a se stessi. Sin da neonati abbiamo necessità che qualcuno ci "ricambi gli occhi". Perché vergognarsi, quasi che il desiderio di contatto sia una vulnerabilità da nascondere allo sguardo di tutti? E' vero, aprendosi c'è la possibilità di soffrire, ma questa è anche l'unica possibilità di provare gioia. Ho sorriso con i tuoi "sorpassisti" e "sgambettisti" che poi sarebbero proprio quelli che sgomitano per arrivare non so dove...quelli che al gusto vero del piacere hanno preferito il surrogato del potere: le formichine-squalo. Mi hai fatto ricordare un mio aforisma:"Tutti abbiamo dei complessi, cerchiamo di suonarli insieme!". Ciao, alla prossima.
    Il colpevole
    Io risiedo in Germania, in un paesotto sulle sponde di un lago delle Prealpi bavaresi. Aria buona, gente ammodo, tutto è pulito, (quasi) nessuno sporca le strade; insomma gente "per bene". Il condominio dove abito è circondato da molto verde, prato, alberi e uno spiazzo per i bambini con i soliti attrezzi per il gioco. Non mancano anche tre o quattro cestini per gettarvi occasionali rifiuti come cartine di caramelle, involucri di plastica e magari qualche occasionale mezza barretta che un bambino lascia inavvertitamente cadere per terra e perciò non più appetibile. Un bel giorno successe una cosa che andava oltre il limite di comprensione del custode (un oriundo rumeno) che fa anche funzioni di giardiniere: buona parte dei rifiuti non era più nei cestini ma per terra. Questo fu l'inizio di una guerriglia fra mammine e custode. Il custode andava regolarmente in escandescenze quando constatava che i rifiuti erano stati tolti dai cestini e buttati per terra ed incolpava i bambini dell'orrendo misfatto. Le mamme, invece, sostenevano che i rampolli erano di buona famiglia e perciò non potevano commettere tali infrazioni al buon comportamento. Ma siccome i rifiuti continuavano a essere sparsi attorno i cestini, il custode aggiungeva alle accuse anche la supposizione che i bambini lo facevano apposta per farlo arrabbiare. Con l'andar del tempo la situazione minacciava di diventare intollerabile. Un bel giorno stavo alla finestra e potei osservare un bellissimo scoiattolo che scendeva da una albero, si intrufolava in un cestino e mentre rovistava alla ricerca di qualche cosa di mangereccio buttava fuori tutto ciò che gli era d'impedimento. Ecco trovato il colpevole! Morale: mai tirare conclusioni affrettate ... ci potrebbe essere anche uno scoiattolo impertinente.
    Gil Blas 

    Su questa terra siamo in tanti e pretendere di spiegare tutto attribuendo ogni evento all'intenzionalità umana è pura vanità. Ma poi al "colpevole" hanno dato un'ammenda? Grazie Gil per la bella storia.
    La ginestra
    Francesco scruta attentamente ogni persona che per caso si trova a conoscere, o che attira la sua curiosità.Di ognuno lo colpisce la particolarità di un gesto o un modo di sorridere, una confidenziale inflessione della voce, la maniera affettata di arrotare una erre, la piega di un sopracciglio pensieroso. Vede in quel solo gesto.
     

    Ciao, per Francesco ogni piccolo gesto è un'epifania. Una manifestazione che rimanda oltre il semplice gesto. Come il Leopardi cantò "il fiore del deserto" vedendo in esso compiersi il miracolo della poesia che sa nascere nei luoghi più aridi, così un sorriso, un tono di voce, l'inarcarsi di un sopracciglio sanno sprigionare poeticità. Così come la delicata ginestra sa sbocciare sulla ?terra desolata', improvviso può essere colto l'attimo fuggente di un piccolo dettaglio eloquente. Un dettaglio che cattura e seduce l'occhio e l'anima. Maestri nella cura dei dettagli sono i grandi registi capaci di consegnarci immagini memorabili che poi riposte nel ricordo possono essere risvegliate per ossessionarci ancora. La forza inestinguibile dell'Ideale, impalpabile fantasma del desiderio. Mi viene in mente il film "S1m0ne" in cui il regista Niccol ci racconta proprio di una creatura irraggiungibile creata al computer. Una cyberdiva che racchiude in sé il fascino di tre attrici-mito, una figura puzzle. Viviamo in una dimensione estetica, dominati dall'apparenza, ed ecco il corpo-feticcio intoccabile, incarnazione senza carne dato in pasto per nuovi riti pagani da consumare(e gettare?)nel proprio immaginario. Grazie per aver scritto. Saluti.
    ancora sulla solitudine...
    Ciao Margherita, grazie della gentile risposta e scusa il mio ritardo di "replica". È vero, "condividere" resta un po' in soffitta... E' proprio dal condividere con gli altri che dovrebbe scaturire amicizia, interesse comune e lo "scacciasolitudine" : forse il "condividere" è passato di moda, non saprei, ma in ogni caso racchiude in sé molti aspetti atti a far scomparire questa solitudine. (Continuo a chiamarla solitudine ma indendo dire anche disinteresse per gli altri, menefreghismo, intolleranza, disunione, ecc.). Mi chiedevi "scherzando" di chi fosse stato quel motto d'altri tempi che avevi scritto tu, esatto? Beh,di Benito Mussolini : "Chi si ferma è perduto!". Chiuderei con una domanda (un'altra...) : secondo te le tendenze giovanili (dai 20 ai 40 anni) sono più verso la "solitudine" o verso lo "stare assieme" ? Scrivo questo pensando alla mia generazione, che ancora una volta in apparenza non mi sembra all'oggi così "sola", piuttosto magari "disorientata", che ne pensi ? Grazie per l'eventuale risposta.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, bentornato. Disorientati? Chi non lo è...scagli la prima pietra. Abbiamo tutti bisogno di una bussola. Immagina se fossimo in macchina e sui cartelli stradali invece di indicazioni precise sul percorso da fare ci fossero tanti ?????? Un vero caos. Non solo disorientati, ma anche confusi. E' morto il mondo in cui vissero i nostri nonni e si è sfilacciato il tessuto sociale che apparteneva a quel mondo: la vita scorreva su rigidi binari, i ritmi erano quelli delle stagioni, i ruoli codificati; questo, anche se in qualche modo costringeva, in cambio dava maggior sicurezza. Oggi i nostri progetti, i nostri bisogni di autonomia sopporterebbero quelle limitazioni? Potremmo dire che noi navighiamo a vista. Si avverte prepotente in questa generazione un desiderio di nuove forme di coesione, di solidarietà, per uscir fuori dagli angusti confini del proprio Io. Solo così si potranno spezzare le catene della diffidenza e dell'intolleranza. Sono stati d'animo tutti connessi, come fai notare tu. Così come, secondo me, il confidarsi, l'affidarsi, sono satelliti dello stesso pianeta scomparso:la fiducia. Se mi aspetto uno sgambetto dal prossimo, come posso guardarlo con simpatia? Ciao.
    Un tiranno la vedova e le vacche
    Una parabola attribuita a Martin Lutero: Alle orecchie del tiranno giunse la notizia di una vedova, alla quale lui certamente non aveva fatto proprio del bene, che fervidamente pregava ogni giorno per la sua salute, implorando il Signore di concedergli una vita lunghissima. Il tiranno si meravigliò di questa popolana che ripagava con ferventi preghiere il mal fatto e per saperne la ragione la fece venire davanti a sé; le chiese perché per lui pregasse. La vedova rispose: "Quando ancora tuo nonno viveva, io avevo dieci vacche; due mi vennero prese dal tuo antenato. Io allora pregai che lui morisse, in modo che in sua vece tuo padre potesse regnare. Quando ciò s'avverò, tuo padre mi sequestrò tre delle rimanenti vacche. Di nuovo pregai che anche lui morisse per dar modo a te di regnare. Arrivato al potere, tu mi portasti via quattro delle cinque restanti vacche. Per tale ragione ora prego per te; questo perché temo che il tuo successore mi porti via anche l'ultima mia vacca, forse con tutto il resto di quel poco che ancora possiedo.
    Gil Blas 

    Gentile Gil, a commento lascio un aforisma di Stanislaw.J.Lec:"Se abbattete i monumenti, risparmiate i piedistalli. Potranno sempre servire". Saluti.
    Un bel nulla
    Forse non interessa più a nessuno osservare, probabilmente ci sono troppe cose da fare per trovare il tempo di osservare gli altri per capire noi stessi. Mi sono spesso soffermata a riflettere su cosa passi per la testa degli esseri umani oggi, su cosa passi nella mia testa e difficilmente mi sono data una risposta. Io credo che spesso vediamo senza guardare e sentiamo senza ascoltare, probabilmente i troppi mali ereditati dal tragico secolo XX ci hanno svuotati e sconfitti. Mi capita di pensare che dentro le persone abbia nidificato il "nulla", il nulla che è tutto, che è il male, lo stress, l'angoscia, è la paura e l'egoismo, è la solitudine di cui dobbiamo liberarci.
    Francesca Cannoni 

    Gentile Francesca, credo che ormai si respiri un'aria di disincanto. Stiamo perdendo il "sesto" senso, quello dello stupore, della meraviglia. Non siamo più curiosi di sapere cosa c'è dietro l'angolo e ogni angolo della vita ci sembra un dejavu. Tutte le utopie hanno mostrato la corda e i Paradisi immaginati si sono trasformati in Inferni in terra. Al di là di questi sogni collettivi non intravediamo "Nulla". Anche nei rapporti tra persone sembra essere sceso un velo che non è quello dell'indifferenza -come si suol dire- ma quello della diffidenza. Stiamo sempre sul chi va là, in allerta. Anche dietro un semplice sorriso leggiamo chissà quali trame. Insomma facciamo dietrologia per ogni gesto, abbiamo intossicato la naturalezza con mille ruminazioni e così c'è un cadavere sul campo:la spontaneità. E' lei che dava corpo e senso al nostro linguaggio non verbale. Una piccolissima rivoluzione-senza clamori-sarebbe cominciare ad osare l'inosabile, essere fedeli ai propri sentimenti, senza timore di essere inchiodati dai giudizi degli altri. Senza la spada di Damocle del "Chissà cosa pensano". Queste sono le catene che imprigionano la libertà di essere se stessi. Una piccola chicca:nelle scuole di seduzione per uomini il primo comandamento è:"Non essere mai te stesso!". Rabbrividiamo. Grazie per aver scritto il tuo pensiero.Ciao
    Sulla solitudine sposa... della tecnologia
    Dalla mia ultima raccolta di poesie Nei travagli di ogni attimo un frammento sugli "Uman Watchers"...nessuno escluso!/// Un mouse/ Una keyboard/ Un modem/ Un monitor/ Un floppy/ Un cd-rom/ Una workstation/ Li guardo/ Li utilizzo/ Li sfrutto/ Ho compassione per loro.../ Già... il ritorno alle origini.../ Ma... dov'è la gente?/ Si è persa tra i cavi?/ Inghiottita dal proprio silenzio?/ Gente vigliacca... ha paura di parlare!/ Di guardarsi in faccia.../ Di comunicare con gli occhi/ Terrore di una bocca che ti risponde/ Vermi rosicchiati dall'indifferenza altrui/ Sempre più soli ticchettate i soliti tasti.../ Da .../ A .../ CC .../ Subject .../ Invia ...
    Marco Saya 

    Ciao Marco, ti ringrazio per le tue poesie ricche di idee ed emozioni. Tra un po' ci saranno le nuove tecnologie wireless, senza fili. Così la "gente" non sarà più persa tra i cavi, sarà solo persa. Sconnessa, senza rete. Monade/nomade che trasloca in siti virtuali perdendo la connessione con il corpo e i suoi sensi dimenticati: tatto, udito, olfatto, gusto. Anime in migrazione verso iperuranei telematici. E gli occhi? Ipnotizzati...sedotti dal balletto dei pixel. E i rapporti di coppia? Immagino già la conversazione tra due innamorati: "Cara, quando avrò la password del tuo cuore?" Una favola moderna scandita da t.v.b. Alla fine della storia, sul cellulare: "Chiudi sessione". The end!
    Il terzo millennio...
    Ti rispondo con una poesia tratta dal mio ultimo libro. Una bambina raccoglie il fiore Il bambino gioca al gameboy La mamma amoreggia con un nokia Il papà sente la partita Quattro estranei a un picnic Il loro!
    Marco Saya 

    Ciao Marco, da brividi.
    Tempura
    In giapponese il pesce fritto si chiama "tempura". Questo termine è nato al tempo in cui i gesuiti tentavano di cristianizzare il Giappone. A quel tempo i giapponesi mangiavano il pesce crudo, come lo fanno anche oggi, oppure bollito ma osservavano che quei sacerdoti lo friggevano in olio bollente e ne chiesero la ragione. Forse per difficoltà di comprensione linguistica e dato che era il periodo dei digiuno prima di Pasqua, la quadragesima, i missionari capirono male e risposero in latino che mangiavano pesce per via dei "quator tempora," durante i quali la carne era proibita. I giapponesi, invece, capirono a loro volta che quel modo di cucinare il pesce si chiamava così. Cominciarono anche loro a friggere il pesce e chiamarono la frittura "tempura". Tanto per l'etimologia. I belgi, invece, i pesci invece se li trincano. A Gerardsbergen, nel Belgio, c'è una strana usanza: la prima domenica di quadragesima, nel corso di una festa ufficiale, agli ospiti d'onore si offre da bere un miscuglio di acqua e vino con dei pesciolini viventi dentro. L'organizzazione per la protezione degli animali GAIA ha portato la cosa davanti ai tribunali sostenendo che si tratta di crudeltà verso gli animali. La prima istanza d'appello del Belgio ha ora confermato la sentenza iniziale che l'usanza non viola alcuna legge. Il sindaco di quella contrada, il Signor Guido De Padt, ha dichiarato che si tratta di una usanza iniziata nel sedicesimo secolo che oggi ormai fa parte del patrimonio culturale del paese. Ma guarda che razza di cultura ha certa gente!
    Gil Blas 

    Gentile Gil Blas, la ringrazio per il messaggio davvero interessante. Chissà cosa ne pensano loro:le aragoste, le lumache(le francesi escargotes), i polpi, della nostra cultura. O piuttosto cosa sentono le prime quando vengono buttate vive nell'acqua bollente o i secondi mentre sono "arricciati" sugli scogli. Non credo avrebbero parole gentili nei nostri confronti né tanto meno ci chiamerebbero civili. Che stupore se un giorno un'aragosta posata in un piatto saltasse su e desse una bella chelata al naso del malcapitato dicendo:"Dimmi grazie!". Ecco, questo vorrei, che almeno rendessimo grazie a chi diventa cibo sulle nostre tavole. Saluti.
    Come tu mi vuoi
    Tutti belli, muscolosi, abbronzati, atletici, sempre giovani, snelli e scattanti. Guai a mostrare manchevolezze, rughette, qualche capello bianco o le prime tracce della vecchiaia. Tutti vogliosi di apparire come la salute in persona, estetica pura, statue greche ... e se la natura non ci ha pensato ci pensa la chirurgia plastica. Il seno di Marylin Monroe in esecuzione siliconica? La boccuccia di Brigitte Bardot al collagene iniettato? Le sopracciglia tatuate? Il naso di Afrodite? Un profilo perfetto? Nessun problema. E poi si cita Giovenale: "Mens sana in corpore sano", una mente sana in un corpo sano. Non è vero nulla! Giovenale, in una delle sue satire, ha voluto dire una cosa molto diversa. La citazione completa è: "Orandum est ut sit mens sana in corpore sano" e cioè "Preghiamo (gli dei) che in un corpo sano sia presente anche una mente sana". Come non detto.
    Gil Blas 

    Gentile Gil Blas, lei almeno parla di Brigitte Bardot e Marylin Monroe, persone in carne ed ossa trasformate in icone da adorare. Ormai sta per compiersi un salto di qualità. Porteremo ai chirurghi plastici le foto di bellezze costruite al computer. Le giovanissime vorranno avere le fattezze dell'eroina Lara Croft la cyber-fanciulla che ha frotte di fan sul web. L'anno scorso leggevo che il mercato della cosmesi sta per essere rivoluzionato dalla tossina botulinica. Ecco, la giovinezza in fiale, basterà iniettarne qualche goccia per veder ringiovanire la pelle di 10 anni. Ma come agisce? Paralizzando i muscoli mimici, così non più "stressata" dal movimento muscolare la pelle apparirà rilassata e più liscia. Mi domando:" Che ne sarà delle emozioni che si leggono sul viso? Saremo come delle maschere di cera?". I nostri sorrisi, sempre più tirati, perderanno lo splendore della spontaneità. Come esprimeremo gli stati d'animo che si muovono in noi? Non si finisce per essere profondamente soli in questo modo? E' strano come il discorso della solitudine s'intrecci con questo. Ci tengo a trascrivere le parole del filosofo e sociologo Habermas riportate in una recentissima intervista in cui si parlava della possibilità, attraverso l'ausilio dell'ingegneria genetica, di plasmare la prole. Dice:"Un adolescente potrebbe rinfacciare ai genitori il proprio design genetico:potrebbe rimproverarli, ad esempio, di averlo dotato di una predisposizione per la matematica piuttosto che di un talento sportivo o musicale, più utile per la carriera di atleta o di musicista alla quale aspira". Questa dichiarazione evoca gl'inquietanti scenari del film "Gattaca". La prossima meta per l'uomo onnipotente sarà l'eternità? Con buona pace di Giovenale, delle sue preghiere e delle nostre parole. Grazie per la partecipazione e saluti.
    "Questa solitudine"...
    Margherita grazie della "tanta carne al fuoco"... E' vero, l'argomento è vasto da affrontare ma al tempo stesso affascinante. "Chi si ferma è perduto" sarà forse il "motto di questi tempi" ma lo era soprattutto in "altri tempi"...(non ti ricorda nessuno "quel motto"?). Ora (già che hai risposto ad una mia domanda) secondo quali schemi e in quali modi dovrebbero procedere le persone affinché possano almeno "esteriorizzare" o almeno "prendere coscienza di questa "solitudine" ? Margherita, grazie per l'eventuale risposta.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, bentrovato. Non è affatto detto che prendere coscienza significhi poi poter fare qualcosa. A volte il divenire consapevoli porta con sé la sofferenza del sentirsi impotenti. Come risponde/rassicura la società? Con le sue pillole magiche, essendosi l'anima ridotta ad un "evento chimico". Ma così si rende solo asintomatico il malessere, si mette il silenziatore ai conflitti interiori invece di dar loro parola. Contro gli assalti della malinconia c'è la cosiddetta "pillola della felicità", contro l'irrequietezza c'è la "pillola della calma". Chissà che in un futuro prossimo non inventino anche la pillola scaccia-solitudine! Ora, siccome non mi piace pensare ad un mondo di ?pillolomani', vorrei sperare che questo problema venga preso in carico dalla collettività visto che il singolo può poco. Una domanda: "Perché all'antico e caldo modo di dire "fare amicizia" si è sostituito l'asettico "socializzare"?" Sembra che anche le parole si raffreddino strada facendo. Una parola ormai messa in soffitta è "condividere", mi accorgo che si ha timore di mostrare il bisogno degli altri quasi fosse una vulnerabilità di cui vergognarsi. La canzone "People" di Barbra Straisand è bellissima. Non nominiamo nemmeno il desiderio di "confidarsi"...irraggiungibile chimera. Se avessi una bacchetta magica creerei degli spazi in cui le persone possano esprimere la loro libertà creativa. Come dice H.Miller:"Tutti partecipiamo alla creazione;siamo tutti re, poeti, musici; non c'è che da aprirsi come i fiori di loto per scoprire tutto ciò che era in noi". Dove sono nella nostra società i luoghi in cui farli sbocciare? Forse il virtuale sta creando più opportunità. Speaker's Corner, come altri angoli del web, è in fondo un'agorà impalpabile ma reale. P.S.Di chi è il motto "Chi si ferma è perduto"? Naturalmente di Bip-Bip, il furbissimo e velocissimo struzzo che cerca di sfuggire alle ingegnose trappole di Vil Coyote. Scherzo, volevo chiudere con un sorriso. Ciao
    solitudine...
    Grazie delle tante risposte Margherita. Tu dici "Ma quante volte ci si sente soli anche se circondati da gente?" ed io rispondo tante, tante volte. Forse è questo il punto cruciale di "questa solitudine" : gli SMS, ma anche tutto Internet, sono solo la "facciata". Scavando più nel profondo, così come hai fatto tu, viene fuori e in maniera conscia e inconscia e come problema generalizzato esistenziale, quella che oggi può essere definita la solitudine, legata appunto ad una mancanza (non sempre) d'interpretare e di lasciarsi interpretare dagli "altri". Non è facile (per tutti) il rapporto interpersonale che sì, è vero, sta perdendo forse sempre più il suo significato originario credo non fatto solo di superficialità : secondo te siamo così (tutti) "decadenti" ? Ciao e grazie per un'eventuale risposta alla domanda.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo, mi fa piacere ritrovarti qui.Certo che il discorso sulla solitudine una volta aperto,sembra scendere come uno scandaglio negli abissi dell'interiorità. Ho da poco cominciato "La solitudine del cittadino globale" del sociologo Bauman in cui si parla dell'arte di trasformare i problemi privati in questioni pubbliche. Come può un problema come quello della solitudine, che come sappiamo è rimosso, venire alla luce per essere affrontato e risolto dalla collettività se lo viviamo tutti come una ?ferita' personale? Come reagisce ognuno di noi di fronte al disagio del sentirsi solo? Spessissimo ci s'illude di superarlo "intruppandosi", ma questo è un vero andar verso... o solo un fuggire da...? Non può essere la paura l'emozione che ci spinge a raggiungere il mondo. La nostra società sembra alzare il volume del chiacchiericcio affinché non giunga alla coscienza l'assordante vuoto interiore. Eppure la solitudine potrebbe essere una risorsa per entrare in contatto con le nostre passioni. La solitudine è la madre e il silenzio è il padre della creatività. Ma siamo capaci di godere la quiete? Siamo capaci di rilassarci senza diventare irrequieti? "Chi si ferma è perduto" è il motto dei nostri tempi. Forse serve ?perdersi' a volte per ritrovarsi. Tu dici che la solitudine è legata a "una mancanza(...)d'interpretare e di lasciarsi interpretare dagli "altri"". Dà da pensare. Siamo "decadenti"? Io credo che chi conserva in sé il gusto di far domande, di interrogarsi e di tendere verso l'autenticità, non corre questo rischio, sembrerà un Don Chisciotte che combatte contro i mulini a vento, ma almeno sognerà. E' più folle non farlo. Ho messo troppa carne al fuoco? Spero di no, ma l'argomento è appassionante, non trovi? Grazie e ciao.
    struggle for visibility
    [Si fa qualsiasi cosa in certe condizioni] pur di affermare la gioia del proprio schema corporeo.
    cb 

    Gentile Cb, una frase breve, quasi un aforisma, un messaggio enigmatico/inquietante che può aprire diverse interpretazioni. La mia, una tra le tante. Due parole mi colpiscono, visibilità e corpo. Certamente se la nostra identità è appoggiata solo all'immagine ed è confermata solo da questa, è importante che ci sia un occhio che si diriga verso di noi per darci il senso di esistere. Se la visibilità riflette l'Esserci, avremo bisogno di sentirci addosso l'?occhio di bue' che ci illumina per sentirci reali, altrimenti vivremo il rischio angosciante di essere ?nessuno'. Lo sguardo è quello che deve consacrare la recita, dando un senso posticcio ai nostri gesti, ma quello stesso sguardo ci renderà prigionieri di una cella in cui le sbarre sono gli occhi degli altri. "Apparire" nella nostra società non è un capriccio, è vitale, quasi un "essere o non essere". Ci si sente reali solo se si è guardati...e milioni di spettatori(l'occhio della telecamera) diventano quasi una ?garanzia" di esistere. E il corpo, dov'è il corpo? Siamo giunti a considerarlo come un bel vestito da esibire, dimenticando che esso è abitato da passioni che non possono respirare chiuse nella camicia di forza di un'immagine. Abituati a mascherarci per aderire a delle immagini ideali, ci sradichiamo da noi stessi e dai nostri sentimenti, abbiamo paura di esprimere le passioni che muovono le nostre viscere, reprimiamo tutto per nascondere gli intimi travagli che agitano l'anima. Questo genera un senso d'irrealtà che fa paura. Dovremmo riaffondare le radici nel sentire profondo del nostro corpo, per riassaporarne le gioie e i dolori...e per sentirci vivi! Grazie per lo spunto di riflessione. Saluti.
    sugli SMS...
    La "solitudine" non è di certo un problema esclusivamente giovanile. Ci pensiamo mai agli anziani? Sono da soli con i loro ricordi. Ma se' è per questo anche tutte le altre generazioni possono essere "sole", e le dividerei in due categorie: a- soli per scelta b- soli per difficoltà ad affrontare i "rapporti interpersonali", si è con "gli amici" solo per una birra ad un pub, magari per parlare di calcio (non quello presente nell'acqua...) e finisce tutto lì. Soluzioni all'incapacità (non di tutti) di "comunicare" ? ciao Meg e grazie per l'eventuale risposta.
    Grillo Parlante 

    Ciao Grillo Parlante, hai ragione, chissà quanti anziani sono soli e abbandonati. Cominciano a spegnersi quando non hanno più nessuno che li ascolta, quando si sentono inutili. Credo che attraverso i ricordi potrebbero riannodare il fili della loro esistenza ma se nessuno presta loro attenzione la memoria può diventare un dolore sordo. Non sarebbe bello "sfogliare" le persone che hanno vissuto a lungo come un libro prezioso le cui pagine sono le voci del passato che ci vengono incontro? Quanti bambini soli parcheggiati davanti alla TV? Nipoti mancati di nonni mancati. Strano che il primo sentimento che viene alla luce in questa dimensione parallela che è il virtuale, sia la solitudine. Uno stato d'animo che nella quotidianità viene perfettamente celato, quasi che il fantasma della solitudine sia quello terrorizza di più. Ma quante volte ci si sente soli anche se circondati da gente? Penso che la sensazione più angosciante sia quella del sentirsi estranei, come se parlassimo una lingua che gli altri non capiscono. Prigionieri in una folla di solitudini. Discoteche affollatissime, pub pieni di fumo e noia, luoghi dove si chiacchiera superficialmente -come tu dici- e alla fine della serata si torna a casa con in bocca un sapore amaro di vuoto. Cosa si cerca nel mondo virtuale? Rapporti sinceri, sentimenti veri, non balli in maschera. Quali soluzioni? Quali ricette? Come vedi una domanda ne fa nascere altre. Ricordo la frase finale del film "Viaggio in Inghilterra": "Leggiamo per sapere che non siamo soli... o anche amiamo". Ciao e grazie per le tue parole.
    guerra e pace
    Credo che si parli solo di pace e poi si finisca per fare la guerra, perchè parlare di guerra significa ammettere che è una necessità. L'uomo, e soprattutto il politico è codardo, non si espone mai totalmente con le proprie idee, e la guerra si giustifica con obblighi morali e obblighi militari, mentre andrebbe semplicemente detto che è voluta. La pace non si puo volere, si deve costruire, mentre per la guerra è più semplice, basta volerla, ed ecco che sboccia un focolaio qua e là. Si sente spesso dire che dobbiamo difenderci, ed è per questo che ci armiamo e partiamo, per missioni orgoglio della nazione, ma nessuno si è mai chiesto di che orgoglio si tratti. Secondo me è solo orgoglio di aver fatto acquisire un po' più di potere alla nostra nazione, ma non si accorgono che quest'orgoglio è sovrastato dalle migliaia di vittime che anche noi procuriamo. Non si parla di guerra, se non di strategie, e non si fa la pace perhè non ne siamo capaci, perchè anche quando i giovani si riuniscono per protestare contro la guerra, spesso si deformano le intenzioni e si finisce nella rete dell'egoismo, e della forza. Non si vince la guerra con la forza, e l'odio, ma solo con l'amore e la non violenza, ma quella vera, quella che oggi non siamo più capaci neppure di pensare.
    Raffaella 

    Gentile Raffaella, condivido l'analisi fatta. Nelle "Leggi" di Platone l'anziano cretese Clinia afferma che : "Ciò che la maggior parte degli uomini chiama pace non è nient'altro che un nome, mentre in realtà fra le Città perdura- quasi per legge naturale- uno stato di conflitto non dichiarato di tutti contro tutti". E aggiunge anche che l'individuo spesso è abitato da lotte interiori, quindi è quasi nemico a se stesso. Una brevissima riflessione:crediamo di non essere in guerra solo perché non ci sono esplosioni e cadaveri? Una nuova "guerra" silenziosa sta distruggendo il nucleo dell'affettività degli uomini. Se diventiamo indifferenti (morti dentro) e non proviamo più "compassione e terrore" nulla potrà fermare il delirio della ragione che è riuscita a trovare giustificazioni, "buone ragioni"persino per gli olocausti ad est e ad ovest. Quando la follia si veste di ideologia si scatena senza freni e ad ogni latitudine. Anche il sonno delle passioni può generare mostri. Grazie per aver scritto.
    SMS
    Sms: molti hanno cercato di interpretare questa sigla come un acrostico, secondo me potrebbe significare "siamo molto soli". Sto parlando della mania dei messaggini attraverso il telefono cellulare. I cellulari, quegli aggeggi sempre più piccoli che sono diventati quasi una protesi, un prolungamento tecnologico delle mani degli adolescenti. Avete notato nei treni? Una mattina ebbi la sensazione che la vettura fosse diventato un grillaio. "S'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo..." reminiscenze scolastiche. Il Giappone ha coniato il nome "Oya yubi sedai", la "tribù del pollice". Non il pollice che serviva per fare l'autostop nei viaggi on the road, quella era l'epoca dei figli dei fiori, i nonni di questi under-25 che utilizzano il pollice per "giocare" con la playstation, il gameboy, i palmari. Addirittura nella terra del Sol Levante esiste una rivista dedicata ad Internet al cui interno c'è una rubrica, "Oya yubi King"(il re del pollice), che permette ai lettori di gareggiare per misurare la velocità con cui si digita sulla tastiere del cellulare; insomma: "Pollice lesto". In ogni latitudine quindi il pollice saltella sui tasti con una velocità frenetica, ecco, proprio come un grillo. Una volta era l'indice che serviva a girare il disco del telefono casalingo, reperto archeologico ormai. I pollici sono come due gemelli che si muovono perfettamente sincronizzati. "Mi trovi sul cellulare" è un modo di dire. Per chi non è avvezzo a tale linguaggio, il senso potrebbe essere :"sul" cellulare, seduto sopra, ed in effetti, i primi telefonini erano come cassapanche rispetto ai loro fratelli minori in commercio oggi. Mi chiedo se si registra un aumento di tendiniti da stress per surmenage del pollice. Credo che molta della fortuna degli sms, sia nell'essere un modo per aggirare lo spauracchio dell'adolescenza:la timidezza. 160 caratteri sul display senza timore d'arrossire, senza il rischio d'inciampare nelle parole, o che queste rimangano impigliate in gola. L'emozione si stempera evitando lo sguardo, "c'est plus facile". Dicono:"Il dialogo è morto". Ma perché ? Se tra l'Io e il Tu, come impalpabile diaframma si frammette una maschera, ci si guarderà con diffidente indifferenza aggirandosi come in un "teatro di maschere". Ecco, il dialogo non è defunto, ma è malato d'inautenticità. Quello degli sms è un sintomo di questa malattia. Un modo per sfuggire alla dittatura dell'immagine che chiede ai giovani di essere disinvolti, sciolti "tosti" 24 ore su 24. E loro si rifugiano dentro quelle 160 battute asettiche. Così possono scrollarsi di dosso la paura di far brutta figura, di essere giudicati inadeguati, inibiti. Insomma dietro questa mania si nasconde una fobia sociale, la paura di essere respinti dall'altro, dal coetaneo che può diventare un implacabile giudice pronto ad inchiodare con lo scherno la vulnerabilità tenacemente nascosta agli altri.Sono molto soli(sms) questi ragazzi costretti a recitare chiudendo le loro fragilità dentro i loro cuori. Forse prima di emettere "sentenze" tipo pollice verso o pollice insù, sarebbe più saggio praticare una sospensione del giudizio su certe abitudini giovanili che appaiono strane, forse esse rispondono a dei bisogni che sfuggono ad una lettura superficiale, ma soprattutto dovremmo farci una domanda: "Siamo sicuri che la solitudine riguardi solo loro?".
    Margherita 

    guerra
    Sono un man watcher...ho visto fuoco, fumo, ho ascoltato grida, pianti...ho respirato odore di carne bruciata...ma perché non parliamo di guerra e facciamo la pace, invece di parlare sempre di pace e fare la guerra???
    Meg 

    Ciao Meg quello che scrivi fa pensare.