DINO D'AIUTO
Cari Speakerini, torno per presentarvi l’opera di Dino D’Aiuto, ricercatore italiano all’estero, impegnato a Pittsburgh nella ricerca sulle cellule staminali. Non vi parlerò di lui in quanto scienziato, né in quanto scrittore, né in quanto italiano sbarcato in America per scelta o per necessità. Sono qui per parlarvi di Dino D’Aiuto in quanto artista, spirito eclettico e irrequieto, anima vagabonda e cittadina del mondo, che nel suo lungo peregrinare non ha mai smesso di stupirsi di fronte al mondo e alla natura, di guardarsi intorno per catturare i segreti intimi dell’universo.
Le sue opere ricordano un po’ Policleto per la pazienza con cui sono costruite le figure, nelle quali Dino tende a trasferire una normativa precisa, una regola di coordinamento della figura umana che partendo da rapporti matematici e geometrici insegue criteri di simmetria e corrispondenza al fine ultimo di inseguire un’armonia che spesso nella realtà non esiste.
È proprio dai suoi molti schizzi che emerge la portentosa capacità di disegnatore.
Le sue figure, apparentemente semplici e naturali, sono in realtà il risultato di un lungo lavoro di ricerca che si esprime tutto nel disegno preparatorio, costruito attraverso una linea funzionale, quasi sempre continua, che con pochi tratti esalta il volume della figura e la colloca nello spazio. Non passano inosservate le sue opere, per l’impressionante tensione formale e la sicurezza grafica del tratto, per la capacità d’invenzione e il senso toccante di malinconia di certe sue figure, per l’utilizzo del chiaroscuro e la padronanza della luce che dà vita e corpo ad ogni suo disegno.
Ma come si concilia lo scienziato con l’artista?
Cosa c’è in comune tra la ricerca scientifica e quella artistica?
L’ammirazione incantata della natura, la continua riscoperta del miracolo che è la creazione e infine una insaziabile voglia di scoprire, conoscere, scrutare, analizzare il mondo che ci circonda, da un lato per cercare rimedi, dall’altro per immortalare il bello, quanto c’è di meglio in questo mondo.
I soggetti sono uomini e donne, non piante, animali, tramonti, ma semplici esseri umani. E sono sempre belli, solari, divini quasi. È come se Dino si impegnasse ogni giorno, tanto nel suo lavoro di ricercatore quanto nella sua missione di artista, a discernere, selezionare, salvare il bello dal brutto, il buono dal cattivo, il sano dal marcio, il vero dal falso. E così l’arte è sì per lui imitazione della realtà, ma è al tempo stesso una forma di sublimazione, di cernita, di ricerca del meglio.
Ed è proprio il bello a innescare quel processo di catarsi proclamato nella Poetica di Aristotele che Dino sembra ormai aver fatto propria.
Complimenti, Dino!
Myriam
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