Idea
 di Dino D'Aiuto

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    Idea
    di Dino D'Aiuto

    Parte settima
    Squillò il telefonino del mio interlocutore, ed appena terminata la telefonata, mi informò che doveva andar via. Mi lasciò il suo biglietto da visita dicendomi - Se hai bisogno di qualcosa, conta pure su di me. Conosco la gente che conta.
    Rimasi al tavolo, analizzando il contenuto di quel biglietto. Cercavo di scoprire qualcosa di speciale in esso, ma dopo qualche minuto ebbi il sospetto che si trattasse di un semplice biglietto da visita di uno che conosce "la gente che conta". Mi chiedevo quanto lui contasse per loro. Strappai quel biglietto.
    La cameriera tornò al tavolo chiedendomi se volessi ordinare qualcos'altro.
    - No grazie, va bene così - risposi.
    - Myriam - continuai - son molto contento di averti conosciuta. Non fraintendere... non ti sto corteggiando. Mi hanno semplicemente colpito le tue parole. Mi riferisco alla tua grande ambizione di diventare te stessa. In questo mondo, dove tanti non si chiedono cosa sono ma cosa vogliono essere, esistono individui, quale Myriam, che sanno DI ESSERE. Devono soltanto DIVENIRLO.
    Sul volto di Myriam si alternarono tutti i colori dell'arcobaleno. - È la prima volta che qualcuno presta attenzione a quello che dico - fu il suo commento - la ringrazio, lei è molto gentile.
    - Non devi ringraziarmi. Sei semplicemente una donna speciale, ed io mi limito a sottolinearlo.
    Myriam, oltre a lavorare in questo bar, di cosa ti occupi?
    - Sono una pittrice, ma la pittura mi rende ben poco, anzi, talvolta niente.
    - Perché ti piace dipingere?
    - Perché l'ho sempre fatto.
    - Da quando?
    - Da sempre. Prima mi limitavo a captare idee, che mescolavo su una tavolozza immaginaria, e col pennello della mia fantasia davo vita a delle opere fantastiche. Utilizzavo la mia sensibilità al posto dell'olio. Quelle opere non le ho dimenticate, Son sempre qui nella mia mente. Ora sto imparando a realizzarle. Non chiedermi il motivo. Mi sento in dovere di farlo. È come se delle idee mi avessero chiesto con insistenza la cortesia di renderli visibili agli occhi degli altri.
    - Myriam, ti sei mai sentita inutile?
    - No, non ne ho motivo. Sono nata per fare qualcosa di importante. Non so cosa, né dove, né quando lo farò. Ma sento che accadrà. Quindi, non posso sentirmi inutile.
    - Myriam, cosa dipingi?
    - Raffiguro il bello.
    - Perché?
    - È l'unica cosa che cerco di vedere negli altri, nelle cose ed in ogni situazione. In ogni cosa è nascosto un capolavoro, e sta a noi saperlo individuare ed apprezzare.
    - Myriam, ora devo andare. Per cortesia, potresti portarmi il conto?
    - No, ha già pagato il suo amico.
    - Spero di incontrarti ancora. Fosse solo per assaporare qualche altra delicatezza elaborata dalla tua mente.
    - Non conosco ancora il suo nome.
    - Dino.
    - Molto lieta - rispose Myriam, accennando un sorriso.
    Lo spessore di quella ragazza mi inquietava, forse perché mi rendeva consapevole della mia banalità. La mia mente non aveva mai generato profonde riflessioni, forse perché non le avevo mai dato l'opportunità. In fin dei conti, ero ciò che mi avevano insegnato ad essere e non ciò che dovevo essere. Provavo una sensazione alquanto spiacevole. E ciò che era peggio, si trattava di uno stato d'animo che non avrei potuto confidare ad alcuno. Vivevo in un contesto in cui era importante dimostrare di essere interessante e capace almeno quanto gli altri. Sottrarsi a quella farsa significa essere un perdente. La società insegna che soltanto i migliori vincono. Essendo ognuno di noi artefice del proprio futuro, dipende da noi se vincere o perdere in questa vita.
    Myriam, invece, non si preoccupava di vincere. Era semplicemente una grande donna e non sentiva la necessità di dimostrarlo: SI LIMITAVA AD ESSERLO. Forse non si sentiva mai sola, grazie alla compagnia delle idee che ospitava. La sua grandezza stava proprio nella scelta coraggiosa di divenire se stessa, di accettare il suo destino senza tentare di deviare verso lidi apparentemente più invitanti. Non capivo cosa mi stesse succedendo. Era come se "il mondo delle idee" mi stesse lavorando ai fianchi. Riconsiderai l'invito del vecchio alla stazione: "Ho solo compiuto il mio dovere, cioè quello di comunicarti che il mio mondo ti ha scelto come suo cavaliere.
    C'era qualcosa di strano nell'aria. Qualcosa mi spingeva a dare un senso diverso alla mia vita o, forse, a darle un senso. Il problema era capire cosa fare e come poterlo realizzare. Era come se qualcuno mi avesse detto di realizzare un'opera senza fornirmi la benché minima indicazione. Tornai alla villa comunale, e mi sedetti alla panchina dove era solito sedersi "il Professore". Ero lì senza sapere cosa fare, o pensare. In realtà non sapevo neppure da dove iniziare. Mi sembrava di essere precipitato in una dimensione kafkiana.
    Rimasi seduto a lungo su quella panchina. Ad un certo punto, mi alzai come un automa ed iniziai a camminare senza una meta precisa. Poco dopo mi ritrovai di fronte a quella che fu l'abitazione del grande Francesco Netti. Lessi l'iscrizione sulla lapide: "Se arriverò io non lo so. Forse si, forse soccomberò. Vedo tante imprese e tanti uomini cadere ogni giorno intorno a me, che la cosa non solo è possibile ma probabile. Ma almeno avrò fatto il mio dovere. Ogni uomo dovrebbe fare lo stesso". Che grande uomo. Probabilmente, anche lui era stato un valido cavaliere del mondo delle idee. Poteva condurre una vita decisamente agiata, se solo avesse deciso di sfruttare la sua laurea in legge. Invece no: aveva seguito la sua vocazione d'artista, per poter realizzare i propri capolavori. Quei capolavori che prima albergavano nella sua mente soltanto sotto forma di idee e che ad un certo punto avevano iniziato a premere per essere trasformate in immagini.
    Io non avevo idee ma solo desideri. Ad esempio, volevo costruirmi una casa in campagna dove trascorrere il mio tempo libero durante il fine settimana. E parte del mio tempo libero lo impiegavo a seguire la borsa per capire come investire i miei risparmi; questo allo scopo di guadagnare denaro per costruire la casa in campagna. A dire il vero, volevo anche comprare un auto di grossa cilindrata, così come avevano già fatto un mio amico. Di dee, però, nemmeno l'ombra. Non avendo idee, quindi, non avevo nulla da realizzare. Soltanto in quel momento mi resi conto della mia miseria. Ero un uomo che ospitava desideri, e non idee. E c'era di buffo che il mondo delle idee aveva scelto me come cavaliere. Ma c'era di buono che ora avevo consapevolezza di essere un nulla.
    Per la prima volta nella mia vita iniziavo a capire qualcosa di me: ero un nulla. Ben diverso dal dire che non che valessi nulla. Avevo l'impressione che quel "nulla" fosse stato protetto fino a quel momento per far sì che esso potesse evolversi in un "qualcosa". In altri termini, era stato preservato il mio stato di potenzialità. Ora dovevo preoccuparmi di divenire. Non sapevo cosa, e forse in quel momento non ero tenuto a saperlo. Sentivo che la mia vita stava per cambiare.
    Paradossalmente, ero giunto ad un punto di partenza, proprio in quel preciso momento storico della mia vita in cui credevo di aver realizzato tanto. Non desideravo più una casa in campagna oppure una nuova auto. Desideravo soltanto ospitare quella o quelle idee a cui ero stato affidato, e realizzare ciò che mi veniva chiesto di fare. Ero felice.
    Mentre risalivo Corso Italia, vidi Myriam che camminava sull'altro marciapiede.
    Era l'ora del crepuscolo. Decisi di fare visita a mia cugina, titolare di una libreria. Mi sembrava la maniera migliore per concludere quella giornata. Entrai nel suo negozio, ma lei in quel momento era impegnata con un cliente. In attesa di poter parlare con lei, decisi di dare un'occhiata alle novità di quel mese. Proprio in quel momento accadde qualcosa di magico: ebbi la sensazione che gli autori di quei libri mi stessero sorridendo dicendomi - salve, fratello, benvenuto nel mondo delle idee.