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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    Carla Falconi

    Mario Desiati

    una storia semplice, legata alla memoria,
    al calore del ricordo e della nostalgia,
    un amore evocato con suggestione
    ma senza prevaricare l’attenzione ai luoghi,
    agli spazi, al concetto di deriva esistenziale

     impegnata tra giornalismo, scrittura
    e vita famigliare, la scrittrice si racconta
    agli amici di Ricercario

     


     Cari amici

    Sono le due del pomeriggio quando raggiungo piazza Cola di Rienzo. Si pensa che a quell’ora la gente sia a casa, nel tiepido dopopranzo di un giorno qualsiasi, o rinchiusa in una delle infinite mense d’ufficio a consumare la fine della propria pausa-lavoro. Invece, Roma riesce a stupirmi anche in questo. Questo mulinello cangiante, questo sciame brulicante dalle mille anime, non si ferma un attimo. Né di giorno né di notte. Per giorni, mesi, anni, secoli, millenni. E’ un motore acceso e ridondante, che spurga il fumo dell’attimo guardando al futuro.
    Quando arrivo nella piazza e approdo ai tavolini del bar centrale, per incontrare Carla Falconi, scopro una folla ciarliera che è già preannuncio dell’estate in arrivo. La scrittrice, approdata nei mesi scorsi alle edizioni Rizzoli con il romanzo “Vicolo del Carmine” (pp. 98, 9 euro), mi aspetta sotto il tendone plastificato che copre l’improvvisato salotto di conversatori raggruppati dai caffè.
    Mi affido al telefonino avvertendo lo squillo di un altro telefono fin troppo vicino. Oltre che dentro l’apparecchio, avverto la voce della mia interlocutrice, mi rendo conto che deve essere alle mie spalle. Mi volto ed eccola: seduta al tavolino, con l’agenda aperta e un sorriso disponibile.
    Ci presentiamo, entriamo rapidamente nel vivo del libro, nel sentimento che lo caratterizza: la nostalgia. Per Carla Falconi, elemento insostituibile e centrale del raccontare. Per me, elemento insostituibile del vivere e dell’amare.
    Il romanzo è legato a diversi temi interessanti: il tema della passione, il tema del ricordo, ma soprattutto il tema della deriva esistenziale, della periferia perduta, di quei luoghi che la scrittura trasforma in ricerca di sé. Uomini, donne che cercano e lo fanno attraverso il potere antichissimo degli spazi, la suggestione di un tempo che si consuma e consuma le cose. Storia di case vecchie, abitate da risonanze, spettri interiori, ritratto di una memoria lentamente riscoperta, intrico di muffe e alghe di mare che salgono, si arrampicano sugli sguardi sofferti dei protagonisti.
    Ordiniamo qualcosa da bere mentre ripercorriamo i momenti della sua scrittura, le precedenti esperienze narrative della Falconi: due raccolte di racconti intitolate “Sul perché mio padre non aveva mai voluto un cane” e “Non è successo niente”.
    Ora la parola ha assunto respiri più ampi, si muove sulla scorta di un’analisi profonda della vita, vuol diventarne la sua preghiera, la sua religione.
    Quando ci salutiamo qualche goccia di pioggia fa la sua comparsa. E’ passata un’ora e sembra soltanto un attimo. Mi affretto a tornare al mio “portatile-mondo” per raccontare l’incontro ai lettori di Ricercario.

    Cominciamo dalla tua storia. Dove, come, perché nasce?
    La storia che narro nel libro nasce esattamente a Capri, durante i giorni di una primavera molto piovosa e come per desiderio di raccontare le suggestioni provenienti da una città che non conoscevo ancora prima dei dieci minuti di taxi che mi avrebbe portato all’aliscafo. Dunque, arrivata a Capri, a Marina Grande con l’esattezza, ho leopardianamente intravisto la luce delle case e dei luoghi, e lì ho cominciato a stendere sulla carta emozioni e vicende.

    Un rapporto con Napoli, quindi, legato al mistero?
    Sì, esattamente, non conoscevo affatto Napoli e non la conosco ancora oggi perché non c’ero mai stata. La conoscevo soltanto dal suo mito, da quello che la tradizione letteraria e artistica ha consegnato all’immaginario di tutti noi. Posso dire di averla scoperta quindi nel momento stesso in cui per la prima volta l’ho attraversata.

    Cos’è la scrittura per Carla Falconi?
    Ho un grandissimo rispetto della scrittura. Non l’ho mai adoperata come sfogo personale, perché se ho bisogno di tirar fuori una parte di me lo faccio con altri strumenti. Non mi interessa minimamente cercare di capire cosa sia, non voglio neppure chiedermelo. Così come non riesco a scrivere di cose personali, avverto sempre il bisogno di trasformare tutto con la fantasia e l’immaginazione. Ecco, se devo definirla penso a una sorta di raccoglimento profondo, una preghiera. Scrivere rappresenta il mio modo personale di pregare ed è una fede profonda e sempre presente, mentre la fede religiosa può tranquillamente andare e venire, esserci o non esserci. La scrittura c’è sempre e rimane un approdo sicuro.

    Da anni fai anche la giornalista. Cosa ti ha insegnato questa attività?
    Sul piano della scrittura narrativa nulla, sono cose completamente diverse. Sul piano del linguaggio in sé, il giornalismo mi ha insegnato la semplicità, la brevità, la scarnificazione della parola. La mia scuola di scrittura in tal senso deriva forse più dalle precedenti raccolte di racconti che dagli articoli che ho consegnato ai giornali, e passare dalla forma breve di quelle pagine a quella più lunga del romanzo attuale è stato comunque un percorso abbastanza lineare e naturale.

    Tu sei nata a Latina, ma vivi a Roma. La vita metropolitana ha influito in qualche modo sulla tua narrativa e sul tuo pensiero?
    A dire il vero io vivo una condizione di perenne sofferenza poiché ho con Roma (sicuramente bella ma difficile) un rapporto di estrema freddezza. Non è il luogo in cui sono nata e dove mi sento a casa. Delle volte sorrido immaginandola come una sorta di esilio. Però, al tempo stesso so che fa bene alla mia scrittura, in quanto mi impone il necessario distacco emotivo richiesto dal raccontare. E spero ora, con la nascita di mia figlia, di sentirla sempre più mia. Ma il mio cuore e il mio fantasma continuano a battere e aleggiare a Latina.

    Cosa c’è nel tuo futuro?
    Ci sono molte cose. Intanto il prendermi cura di mia figlia, la piccola Agnese. Poi ancora la collaborazione a diverse pagine culturali di giornali. E infine la scrittura di un romanzo lungo, a cui ho ripreso a lavorare. Ma so che è ancora troppo presto parlarne, ogni cosa a suo tempo.

     

    Luigi La Rosa