Ricercario
di Luigi La Rosa
Questa
settimana ho incontrato…
Luigi Guarnieri
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l’incredibile vicenda di un artista
che per vendicarsi dell’incomprensione
dei suoi contemporanei
riesce a imitare alla perfezione
lo stile e la luce del grande Vermeer
l’autore di “La doppia vita di Vermeer”
racconta ai lettori di Ricercario
i segreti della sua raffinata scrittura
a metà strada tra romanzo e saggio storico
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Cari
amici Il pomeriggio è di un grigio ferroso, metallico – quasi fossimo precipitati in un insidioso inverno nordico – quando sotto la cupola nera del mio ombrello mi avvio lungo lo stretto vicolo che costeggia piazza Navona.
La via è stupenda, una strada storica della capitale: oltrepasso le vetrine degli antiquari dalle quali eterei Bacchi e levigate Veneri rosa danzano nell’immobilità della penombra. La luce è quella misteriosa, sfumata, secolare di plafoniere alogene o minuscoli lumi rossi che si sollevano da oscurità impensabili – è tale senso di mistero e profondità a farmi amare oltre ogni misura questa città. Percorrerla a piedi è come affondare nei secoli, nei millenni. Significa in qualche oscuro modo lasciarsi irretire da sensazioni, suoni, odori di tempi ed esistenze passate.
E’ questa Roma, amici, e qui alle quindici in punto incontrerò Luigi Guarnieri, autore del romanzo “La doppia vita di Vermeer” (Mondadori).
Andiamo un po’ indietro nel tempo, torniamo al 1945, quando il celebre “Cristo e l’adultera” di Vermeer è rinvenuto all’interno della collezione personale di Hermann Goering, maresciallo nazista dell’epoca.
Giorni tremendi, accuse che si sollevano su cieli burrascosi. Per sfuggire a tutto questo Han van Meegeren (eccentrico pittore olandese maltrattato da critici e suoi contemporanei) decide di confessare improvvisamente le sue colpe, dando vita a uno dei più inverosimili e chiacchierati processi di tutti i tempi.
Da pittore misconosciuto e poco apprezzato a geniale contraffattore di uno dei massimi artisti della storia dell’arte, Meegeren riesce nell’intento spettacolare di prendersi gioco dei suoi denigratori. La sua stessa vita, dissipata in anni di studio e di evasioni all’ombra del regime nascente, è segno di una volontà radicale di esserci, di lasciare un segno incisivo.
Luigi Guarnieri ha recuperato la megalomane vicenda umana di Van Meegeren dandole forma di un romanzo godibile, estremamente misurato. La sua scrittura, che fonde armonicamente il piano della testimonianza testuale a quello della rielaborazione fantastica, accompagna il protagonista nella sua lunga avventura, da un’infanzia difficile a una celebrità duramente conquistata, sebbene alla luce dello scandalo e della rottura. Deliziose a mio parere le pagine che rievocano il rapporto tra Proust e l’impronta veermeriana, o quelle nelle quali il misterioso artista olandese torna a vivere e conquistare i lettori di oggi.
Raggiungo lo scrittore nel suo appartamento coperto di edere all’ultimo piano di un bel palazzo, muovendomi tra le pile dei libri e le silenziose atmosfere di un ambiente dedicato alla riflessione. E’ così che la casa di un artista dovrebbe essere, mi dico.
Luigi Guarnieri mi accoglie con grande cordialità, ci accomodiamo l’uno di fronte all’altro in delle comode poltrone, mentre sul finestrone che ci sovrasta le nuvole grasse di questa primavera intermittente sembrano schiacciare la città.
Sono alla presenza di un autore che sa raccontarsi con senso della misura ed equilibrio. Oggi è davvero raro.
Parliamo dei suoi romanzi, della scrittura, di cosa può spingere un narratore a innamorarsi di una determinata storia.
Chiacchieriamo per delle ore, senza accorgerci del tempo passato. Uscendo, mi riavvio per il pietroso ponte degli angeli incoronato da Castel Sant’Angelo.
Solito caffè contemplativo e voglia di raccontarvi tutto. Amici, eccovi le fila del nostro discorso.
Quando è avvenuto il tuo personale incontro con Han van Meegeren?
A dire il vero non ricordo con precisione. Devo aver letto di lui già quindici anni addietro su una rivista estera. Poche righe soltanto, che illustravano le vicende del geniale falsario, ma che probabilmente avevano già seminato in me il germe di un reale interesse. Due anni fa, poi, mi son messo a sviluppare ed estendere le mie ricerche (perlopiù attraverso testate straniere e l’aiuto di qualche giovane studente olandese che traduceva per me le pagine più difficili) fino ad approdare a una conoscenza approfondita di una vita assolutamente unica, irripetibile.
Nel tuo romanzo la vicenda di Meegeren si sovrappone ad altri due nuclei narrativi estremamente interessanti dedicati alla vita di Vermeer e ad alcune indimenticabili giornate di Proust. Perché questa scelta?
Sì, mi piaceva molto questa sorta di intreccio di storie e di vicende che hanno comunque un comune fondo denominatore nell’opera di Vermeer. Tutte e tre le storie fanno riferimento all’arte di questo grande artista del passato. Certamente la difficoltà maggiore è stata mettere insieme tutte e tre le fila del racconto senza che potessero risultare staccate e in qualche modo scoordinate.
Nei lavori precedenti affronti altri due personaggi straordinari, tra i quali il tanto chiacchierato Lombroso. Che legame c’è tra quelle esistenze e la vita, l’intelligenza, il tormento del falsario di adesso?
Non so se ci siano particolari legami, so solo che qualcosa mi ha portato con la stessa forza, lo stesso interesse verso di loro. Lombroso è stato una figura a mio parere unica: pur nella follia più allucinata, il suo pensiero sarebbe degno di uno studio attento e consapevole. Ha lasciato delle pagine incredibili, di puro delirio. Certo, si tratta di figure ai margini, ricche di luce ma anche di contraddizioni, sulle quali secondo me non ci si è mai soffermati con la giusta attenzione.
Il tuo genere letterario è certamente nuovo, originale. Si tratta in qualche senso di biografie ma al tempo stesso sono storie che fanno i conti con la più luminosa sfera dell’invenzione. Come le definiresti?
Io credo si tratti di biografie “oblique” se così posso dire. E devo sottolineare un concetto per me fondamentale: qui l’autobiografia è presente molto più che in dei romanzi dove avessi scelto di parlare direttamente di me e della mia vita. Chi scrive è sempre a proprio modo autobiografico: lo è nella maniera di rapportarsi alla vita, nel carattere individuale che ha di raccontare, nella formazione stessa del linguaggio. Non possiamo che essere, sempre, autobiografici, al di là dei fatti che una storia ci racconta.
Ci sono elementi comuni alle tue vicende?
Le storie narrate in questi anni sono secondo me legate dalla megalomania dei protagonisti: dapprima un esaltato, uno scienziato che crede di aver trovato la soluzione alla definizione morale degli uomini, poi un avventuriero tedesco-arabo che finisce per diventare il modello di Conrad e infine uno dei più abili falsari della storia, che per vendicarsi della mancanza di comprensione da parte dei suoi contemporanei decide di giocare loro la più sottile beffa mai architettata: spacciarsi per Jan Vermeer di Delft.
Domanda di rito: come scrive Luigi Guarnieri?
Io scrivo sempre: non lascio passare mai troppo tempo tra un romanzo e l’altro, anche se non tutto quello che produco poi viene pubblicato e raggiunge la forma definitiva di volume. Alcuni miei precedenti romanzi sono rimasti nel cassetto e non ho alcun interesse a mandarli in stampa. Li ho scritti semplicemente allo scopo di esercitarmi, per non perdere il rapporto con lo scrivere. Durante questo inverno, ad esempio, ho scritto un libro soltanto per lo stesso gusto di farlo. La scrittura è una disciplina rigidissima, e abbandonarla per troppo tempo significa un po’ tornare indietro nei propri progressi stilistici.
Tu hai scelto di vivere di scrittura. Mi chiedo: al momento collabori anche con teatro, radio, televisione, oppure concentri tutte le energie nell’ambito della narrativa?
Quelle che citi sarebbero ottime dimensioni espressive, ma non in Italia. In questo paese tutto è difficile, fare teatro significa lottare con una realtà che lascia poco spazio al narratore, dominata com’è dalla figura del regista. In questo senso la nostra dimensione è assolutamente frustrante e poi scrivere per teatro, radio, cinema o televisione è una cosa assolutamente diversa dalla scrittura di tipo narrativo. Il romanzo ha dei suoi tempi, dei suoi modi sognanti e personali di dire le cose, che poco hanno da spartire con il bisogno di soddisfare le attese di un pubblico teatrale o cinematografico.
Cosa c’è nel futuro della tua scrittura?
Nel mio immediato futuro vorrei scrivere qualcosa di leggermente diverso dai precedenti romanzi. Vorrei lavorare a una storia dallo sfondo ancora storico, ma dando assai più spazio all’invenzione e all’elaborazione fantastica, una vicenda nella quale il protagonista sia completamente inventato, anche se sulla base di personaggi veri, realmente vissuti e testimoniati dalle fonti. Si tratta di un lavoro che si apre in direzione del fantastico, anche se l’impronta di fondo è comunque quella di un rapporto vivo con la tradizione e con la memoria.
Luigi La Rosa |