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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    Andrej Longo

    Andrej Longo

    uno scrittore raffinato e divertente,
    dotato della bellissima capacità
    di raccontare il dramma civile
    col sentimento dell’ironia e del sorriso
    e un romanzo che ha già conquistato
    tantissimi lettori desiderosi di capire
    la difficile realtà di ogni giorno


     Cari amici

    Questa settimana il vostro Ricercario si è concesso lunghissime e meritate pause pomeridiane. Dietro casa mia, villa Pamphili, offre uno scenario magnifico. Lunghi alberi centenari, fronde lussureggianti, suoni d’ali e di vento, ombre che si allungano sopra le panchine, fontane gorgheggianti e, poco più giù, scorci di città che premono come attraverso fessure della mente.
    Da una parte sta Roma, il suo mulinello. Il suo delirio. Dall’altro il regno di una quiete totale, dove distendersi con un buon libro, attraverso cui evadere.
    Il libro che portavo con me appartiene a una delle migliori uscite di casa Rizzoli. Andrej Longo, “Adelante” (Sintonie).
    Storia drammatica, vicenda di camorra e costrizioni, ma raccontata attraverso una scrittura paradossale, brillante, caratterizzata da un’ironia di fondo che raccoglie in se le stimmate di una coscienza universale.
    La vicenda è complessa e semplice, corale e individuale al tempo stesso. Ne fanno parte la famiglia Ruoppolo, attaccata alla sopravvivenza per mezzo di una piccola pizzeria al taglio. Il padre, un figlio in carcere, la moglie Concetta, vittima del sistema e la bellissima, sedicenne Lucietta.
    Dall’altra parte troviamo invece il boss Domenico Cocuzza detto Piragna, capo indiscusso del quartiere. Il nipote Tonino, incapace di seguire le orme criminali dei suoi predecessori e protagonista di una rottura con la famiglia di provenienza che non mancherà di seminare tormentate quanto veloci conseguenze. E gli eccentrici scagnozzi Pappina e l’Olandese, legati da una passione inconfessabile che metterà a repentaglio i malefici piani del padrino.
    Il racconto è solidamente cinematografico, con notevoli prestiti dalla dimensione strabiliante e variopinta della fumettistica. Qualcuno ha giustamente parlato di registi come Kusturica e Tarantino. Altri hanno invece messo il luce la capacità della scrittura di farsi portavoce del dramma, della solitudine, al limite tra civiltà e delirio, tra giustizia e sottomissione al potere. C’è tutto e in special misura il profondo rispetto per la parola scritta, che si traduce costantemente in sintesi, in snellezza, in essenzialità del dettato.

    Andrej Longo, oltre ad essere la persona meravigliosa che è, oltre ad essere un narratore dotato di una semplicità e un’umiltà sconcertanti, è davvero un abilissimo scrittore, un capace costruttore di storie.
    Le sue principali capacità stanno nel saper tessere un racconto fantastico, che ti appassiona dalla prima all’ultima pagina. Nel far sentire la verità delle cose e dei personaggi, pulsante sotto l’iperrealistica scorza degli accadimenti, e farti capire che verità è soprattutto quello che chiede di venir fuori, di essere messo in discussione, qualche volta di essere negato.
    Ecco con quale grande disponibilità si è prestato al mio ritratto. Le qualità dello stile sposano qui quelle della riflessione e del pensiero. La pagina che ne vien fuori è assolutamente vera, intelligente, autentica. Leggetela e leggete il romanzo di Andrej Longo. Merita davvero tutto il tempo che gli dedicherete.

    Come nasce l'idea di raccontare il dramma di una terra non facile con il sentimento di una scrittura graffiante, quasi grottesca, che utilizza l'ironia come strumento di denuncia?
    La scandalosa verità è che inizio a scrivere senza sapere che cosa sto scrivendo. Le idee, chiamiamole così, sembrano arrivare dal di fuori, io le chiamo "idee danzanti", cioè sono immagini accompagnate da un linguaggio, da una frase, da una musica. E' come intravedere qualcosa nella nebbia ed andare a scoprire di che cosa di tratta. L'unica vera regola che seguo è di scrivere solo quando ne ho voglia, solo quando non riesco più a farne a meno. L'anima è satura di qualcosa che vuole venire alla luce. Ovviamente poi, nella mia scrittura, trovi alcune regole che applico in maniera quasi inconscia e naturale, legate alla cultura, alle letture, al carattere. Per esempio parlare del dolore e della sofferenza attraverso la leggerezza e il sorriso. D'altronde credo si tratti di una peculiarità molto napoletana: Eduardo era maestro in questo. Inoltre, secondo me, l'ironia concede allo scrittore una grande libertà di espressione, ironia che, ad oggi, mi sembra, il cinema abbia sfruttato molto più della letteratura, basti pensare a film come "No man’s land", "La capa gira", "Gatto nero gatto bianco", "Fratello dove sei", solo per citare qualche titolo.

    Adelante è un grido di denuncia molto forte nei confronti di una società civile quasi assente, dove il criminale diventa capo indiscusso della vita e delle scelte degli altri. Quanto c’è di vissuto e di autobiografico nella realtà che racconti?
    Il potere che in Adelante ha il Piragna, non è altro che una metafora del potere negativo (cioè della prepotenza) in generale. In questo senso la nostra società e il nostro quotidiano straripano di episodi del genere: dal potere dell'America, a quello del nostro presidente del consiglio, dalle prepotenze che subiamo nel traffico cittadino, a quelle che ci infligge la burocrazia, dagli ospedali al lavoro, insomma si tratta di una società - quella italiana soprattutto e quella meridionale in particolare - che trasudano potere, vale a dire prepotenza, innalzandolo a vero e proprio culto, esasperato dalla mancanza di senso civico ed etico.

    Quanto tempo ha impiegato la redazione del romanzo?
    Credo che il tempo impiegato da uno scrittore per scrivere un romanzo sia soggettivo. Ci sono scrittori che lavorano lungamente al disegno creativo, altri che seguono invece l'impulso, magari dopo una gestazione interiore più lunga. Personalmente la prima stesura di Adelante è durata 36 ore. Ciò non toglie che la maturazione interiore della storia sia stata più lunga.

    Ci sono figure alle quali sei particolarmente legato?
    L'ideale, in una storia, è amare ugualmente ogni personaggio. Ciò permette di renderli tutti umani e di esprimere liberamente le varie contraddizioni che fanno parte dell’animo umano e della società. Amo ognuno dei personaggi per ragioni diverse. Forse Lucietta è quello che mi ha incuriosito di più, poiché mi ha permesso di esprimere la mia parte femminile e adolescenziale.

    Che reazione ha suscitato il romanzo al Sud?
    In generale è piaciuto, purtroppo credo sia stato "letto" un po’ troppo esclusivamente come storia di camorra e di problematiche legate al Mezzogiorno. Questo limite, secondo me, è da dividere in parti uguali dal modo in cui il libro è stato presentato e dai limiti stessi insiti nel romanzo.

    Come vivi la scrittura? Cos’è per te? Cosa rappresenta? Come ti rapporti ad essa?
    Credo che gli scrittori appartengano a una categoria di psicopatici megalomani. Anch’io, ahimè, faccio parte di questa razza. Vi è però, almeno per quanto mi riguarda, un aspetto ludico molto sviluppato, tanto che mi meraviglio ancora di poter guadagnare scrivendo.

    Il tuo stile raggiunge il pregio indiscusso di una semplicità, una snellezza e una concentrazione emotiva interessanti. Quanto è stato formativo scrivere per il teatro in tutto questo?
    Credo che la semplicità sia dovuta alla voglia che sempre mi accompagna di parlare con la gente, soprattutto quelli che Cechov descrive come gli umili e gli sconfitti. Parlare, capire, farsi capire. La snellezza, invece, è probabilmente un regalo, più che del teatro, del cinema: nel cinema gli stati d'animo dei personaggi vengono, per forza di cose, descritti attraverso le azioni. Inoltre il cinema ha una vera e propria avversità per ciò che è superfluo. Infine ogni scena porta ad un cambiamento, quindi ad un’emozione. Quando ciò si verifica il racconto scorre velocemente e il lettore quasi non si accorge delle pagine che sfoglia.

    Qualcosa del tuo prossimo lavoro?
    Dirò solo che è un romanzo che parla di guerra e di rispetto. Naturalmente alla mia maniera.

    Come concili la tua anima napoletana con la dimensione metropolitana della capitale? Tu trascorri molto tempo a Ischia, ma lavori parecchio pure per il teatro. Ti sta cambiando in qualche modo il fatto di vivere due realtà diverse eppure entrambe importanti?
    Credo che l’essere nato a Ischia e avervi vissuto per 25 anni, mi ha permesso, una volta trasferito a Roma (con ampie parentesi ischitane), di notare cose che ad altri potevano sfuggire o sembrare normali. Per quanto riguarda il teatro, l’aspetto che più mi affascina è il rapporto con gli altri, il vivere la creatività in un continuo confronto con il regista e con gli attori. E’ molto stimolante e piacevole, soprattutto perché è una maniera di sottrarsi alla solitudine, che a volte può diventare deleteria, dello scrittore.

    Domanda di rito: ci sono autori ai quali guardi con predilezione?
    Gli studi e la vita che ho fatto non sono stati affatto lineari: scuola alberghiera, bagnino, università, istruttore di surf, stages di sceneggiatura, pizzaiolo; per cui anche le mie letture sono state confuse. Kafka e Dostoevskij sono stati gli autori così detti formativi, quelli cioè che ho preferito nell’adolescenza, Chandler e Marquez li ho divorati intorno ai 25 anni, poi è stata la volta del teatro, da Eschilo a Eduardo a Shakespeare. Oggi non nascondo l’amore per i fumetti, Camilleri e Ammanniti mi divertono molto, poi Simenon, Fois, Palahniuk, scrittori arabi di cui non ricordo mai i nomi, insomma vado a ondate, a periodi, spinto dalla curiosità, senza pregiudizi. Per esempio ora sto leggendo Chomsky e al tempo stesso il primo di Harry Potter. Credo che i libri, quelli che piacciono, siano un pò come la vita: non finiscono mai di sorprenderti, e per affrontare le sorprese della vita occorre essere aperti, umili e sempre pronti a mettersi in discussione.

     

    Luigi La Rosa