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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    Alessandra Buschi

    Andrej Longo

    la passione per i giochi di parole
    e il senso di una scrittura avvolgente,
    che pagina dopo pagina ricompone
    il percorso interiore di una donna
    alla ricerca della propria identità

     ne parliamo direttamente con l’autrice,
    che vive tra le stupende atmosfere
    della campagna marchigiana,
    divisa tra il lavoro dei campi,
    la vocazione per la scrittura
    e la gestione di una libreria


     Cari amici

    Questa settimana voglio parlare di un altro di quegli scrittori che mi piacciono. Il suo nome è Alessandra Buschi, e ha appena mandato in libreria un romanzo che consiglio caldamente a tutti. “Cruciverba” (Fernandel, pp. 124, 12 euro).
    Finisco di leggerlo tra una passeggiata e l’altra, nella calura intollerabile della mia giornata metropolitana.
    Lo termino con una punta di invidia nel cuore. La scrittrice di cui vi parlo risiede infatti in campagna, dividendosi tra il rapporto con la terra e la gestione di una piccola libreria. Un’esistenza eccezionalmente poetica, figlia dei silenzi di una solitudine scelta, ricercata, e quei momenti di scrittura che tutti noi conosciamo fin troppo bene, quando desidereresti esser solo davanti al turbinio della mente, davanti alla fatica che l’angelo capriccioso della forma ti sta imponendo.
    Ogni scrittore conosce e apprezza simili momenti. Quelle occasioni nelle quali sarebbe necessario rimanersene soli (ma soli dentro, soli da tutto e lontani da qualsiasi forma di distrazione) per ritagliarsi tempo, forza e volontà necessari alla realizzazione del proprio progetto letterario.
    In fondo, l’arte si conquista soltanto a duro prezzo, a sacrificio della vita stessa in qualche caso. E chi non è disposto a sottoporsi a una disciplina simile, non potrà mai raggiungere dei risultati apprezzabili.
    Chiusa parentesi.

    Apriamo invece ora la parentesi dello stile. “Cruciverba” è un racconto delizioso, che dei rompicapi delle infinite settimane enigmistiche della nostra vita assume il ritmo, il respiro, la leggibilità che ti spinge a proseguire.
    Il cruciverba preannunciato sul frontespizio del romanzo viene risolto poi pagina dopo pagina attraverso una raffinata ricerca della parola esatta, che si trasforma in inevitabile riflessione sulla vita, sul sentimento, sulla solitudine, sul dolore.
    Sappiamo ancora troppo poco del personaggio che sta risolvendo il gioco. Ma a ogni nuova riga lentamente questo personaggio si svela o si lascia svelare dal lettore, facendosi penetrare dalla luce della nostra intuizione, della nostra curiosità, fino a consegnarsi nel candido elenco finale delle sue preferenze. Dei suoi gusti. Del suo modo di amare. Di desiderare. Di essere donna.
    Basta solo un termine per dare inizio a una traiettoria della mente, un viaggio su e giù per l’anima che si tramuta in racconto, in narrazione, in possibilità di volare.
    E’ questo il grande pregio del romanzo di Alessandra Buschi: la capacità di farti giocare, aprendoti, calvinianamente, alle multiple potenzialità delle storie.
    La vicenda possiede una gradevolissima leggerezza, una leggerezza che rasenta spesso il dire poetico, nonostante la tentazione minimalista della narratrice. Parliamo di una scrittura essenziale, che nasce dalle piccole cose, ma che di tanto in tanto si accende, come per un miracolo inaspettato.
    Continuerò a seguire Alessandra Buschi perché sono certo che dalla sua penna verranno fuori cose eccellenti.
    Io che non ho ancora avuto il piacere di conoscerla di persona, la raggiungo via internet per cercare di disegnare questo rapido profilo. Che attraverso la stessa rete regalo ai miei lettori abituali.

    Da dove nasce l’idea di “Cruciverba”?
    L'idea era quella di far emergere la crisi della protagonista quarantenne in un momento "qualsiasi" della sua giornata. L'idea del cruciverba è nata sia perché sono appassionata di enigmistica e mi hanno sempre intrigato i giochi di parole, sia perché volevo rendere l'idea che quando sei investito da una crisi profonda, qualsiasi cosa sembra ricondurti al tuo momento particolare, anche se stavi semplicemente compilando un “banale” cruciverba.Non nascondo poi che il tutto mi appariva sotto forma di metafora: uno spazio definito da margini, il cercare di uscire da questi margini, il fatto che alcune caselle potrebbero comunque restare in bianco, gli incroci che mano a mano vanno a riempire lo schema...

    Rispetto ai tuoi precedenti lavori, cosa ha rappresentato questo romanzo sul piano dell'evoluzione stilistica e della tua personale maturazione di scrittrice?
    Per questo romanzo sono partita da una struttura ben precisa. Diciamo che mi sono sempre piaciute le sfide: ad esempio uno dei miei primi racconti è nato dalla proposta che mi ero fatta di cercare di utilizzare anziché la prima o la terza persona singolare, addirittura la seconda... Da lì sono partita inventandomi poi la storia. Anche "Se fossi Vera", uscito qualche anno fa con le edizioni Fernandel, è partito così: volevo utilizzare un certo linguaggio, un certo stile per raccontar le cose, quindi ho provato ad immaginare chi e come poteva essere un personaggio connotato in quel modo. Per “Cruciverba” la struttura è stata la base, il “limite” che mi sono data e che volevo cercare di superare per raccontare altro. Il lavoro per questo mio ultimo romanzo è stato piuttosto lungo, con molte stesure. Volevo non annoiare il lettore (potevo rischiare di stancarlo con la risoluzione alle definizioni), inserire alcuni punti che secondo me valeva la pena affrontare di questo mio personaggio, rendere il tutto il più amalgamato possibile. Se ci sono riuscita possono dirlo soltanto i lettori, ovviamente!

    La tua è una scrittura essenzialmente asciutta, che tuttavia spessissimo lancia delle accensioni, dei momenti poetici secondo me interessanti. Qual è allora il rapporto tra narrazione ed elemento poetico nel tuo registro?
    Mi sento in imbarazzo a rispondere a questa domanda. Non vorrei né peccare di presunzione, né invece svilirmi. La ricerca sulla parola che mi interessa fare è in effetti di tipo (almeno a sentire “gli esperti”) minimalista. Posso anche essere d'accordo con questa definizione: del resto parto sempre da cose minime, quotidiane, banali. Quelli che tu chiami “momenti poetici” nella mia scrittura (e che anch'io riconosco come tali), li vedo proprio inseriti nell’ambito del minimo, del quotidiano, del banale. Mi sembra che di questo in fondo sia fatta la vita, in generale voglio dire: di situazioni semplici, “normali”, che ogni tanto si “accendono” - come dici tu - con questi piccoli picchi poetici, che io trovo fondamentali e che secondo me danno un senso al tutto. Ho dato l’idea di essere presuntuosa?

    Il rapporto con la natura quanto è presente?
    Lo è sicuramente, e molto. Si tratta di un rapporto che si è creato pian piano, cosciente, voluto, quindi di un processo che io oserei dire di maturazione personale. Sono convinta che un vero rapporto con la natura (e intendo con “vero” un rapporto che non sia solo idealistico, bensì veramente di contatto, di crescita, di comprensione di ciò che è la natura) inevitabilmente porta a rapportarsi diversamente in molte situazioni, anche con gli altri esseri umani. Ovviamente intendo un rapporto con la natura profondo, che io credo di aver avuto la fortuna di poter sentire e che penso mi abbia in qualche modo cambiata.

    Domanda di rito per tutti gli ospiti di Ricercario: quali sono gli scrittori ai quali guardi con una certa propensione?
    Credo che si capisca bene dal mio ultimo libro la mia passione per i giochi di parole e quindi il mio quasi invaghimento per la Letteratura Potenziale francese (Queneau e Perec, soprattutto). Non riesco a dire se ho scrittori di riferimento. Ho avuto in passato alcune folgorazioni, questo sì, che mi sono sicuramente servite sopratutto per capire che si può scrivere “altro”, o comunque in modo “diverso”. Credo che non sia poi così necessario uniformarsi a schemi che più che altro sono cliché ad uso del commercio editoriale. Ad ogni modo non me la sento di far nomi, anche perché a volte ho trovato interessanti minime espressioni di certi autori, non tutta la loro produzione.

    Il romanzo è anche storia d'amore, storia dove la femminilità cerca una sua pregnante identità. Quanto è stato profondo in questo tuo libro il rapporto con l’autobiografia?
    Secondo me è sempre difficile (e a volte inutile) cercare di scoprire quanto ci sia di autobiografico in un romanzo. Con questo non voglio sminuire la tua domanda: sono io la prima a farla agli scrittori che intervisto per la rubrica “Raccontare la scrittura” che tengo (non regolarmente) sulla rivista “Fernandel”! A questa domanda non si resiste, lo so bene, ma quello che sento di dire è che tutto ciò che si scrive non può non essere autobiografico, ovvero lo è. Cioè: fa’ conto un personaggio anche completamente diverso da come è lo scrittore: avrà sempre qualcosa di colui che lo ha creato; se non proprio sue proprie qualità, sarà “fatto” di ciò che lo scrittore ha visto, sentito, provato, immaginato. Alcuni miei personaggi possono assomigliarmi molto o non assomigliarmi affatto, ma per me questo non è importante: è ciò che vogliono dire, ciò che rappresentano nel contesto di quel dato romanzo che per me ha significato. Se ad esempio un mio personaggio mi somiglia perché ha la passione dei cocker o perché ricorda che da piccolo gli piaceva lo yogurt magro, non significa che quel personaggio sono io: semplicemente ha qualcosa di me perché sono io che ne ho scritto, che l'ho modellato, inventato. Magari poi si comporta o dice cose che io non direi e farei mai. Ad esempio la protagonista di "Cruciverba" dice o pensa certe cose che io proprio non mi sognerei mai di dire o pensare. Per tanti versi mi somiglia, è vero, ma non credo che questo sia fondamentale. Per quanto riguarda la storia d'amore e la femminilità di cui mi chiedi, con questo mio ultimo lavoro intendevo difatti affrontare anche questo argomento. Mi sembra che ci sia proprio la necessità di rivedere certi concetti, certi sentimenti, certi meccanismi che forse si sono un po’ persi negli ultimi decenni. La necessità della protagonista di mettere nero su bianco estenuanti elenchi di “Mi piace/Non mi piace” indicano proprio questo: doversi fermare un attimo, guardare e guardarsi un po’ da fuori, rifare il punto della situazione, ritrovare certezze e convinzioni. Sento che questa esigenza è comune a molte donne, in questo momento. Non dico che si sia tornati indietro, che si sia perso qualcosa che si era finalmente raggiunto: ho piuttosto l’impressione che ci sia bisogno di rifare il punto della situazione.

    Hai già in mente una nuova storia? Se sì, potresti anticipare qualcosa ai nostri lettori?
    Veramente la storia che avrei in mente di scrivere è troppo angosciosa per me in questo momento. Voglio dire: ho in testa l'idea di occuparmi di uno psicopatico, maschio, di mezza età. Ciò però significherebbe per me calarmi in quel personaggio, buttarmi per chissà quanto tempo nella situazione, facendo mie le idee e le azioni di tal personaggio e - lo so come sono fatta! - ciò mi assorbirebbe completamente. Adesso, per vari motivi, non è il momento giusto per buttarsi in quest'impresa, credo sia meglio per me aspettare. Del resto: sono stata la protagonista di Cruciverba per molto tempo e ora ho bisogno - come dire? - di riposare un po'...

    Infine parliamo del rapporto con Tondelli. Quanto è stato importante per la tua crescita narrativa?
    Con Tondelli è uscito, quando ero ancora una sbarbatella under 25, un mio racconto nella prima fortunata antologia “Giovani Blues” da lui curata. Ho poi partecipato un paio di anni fa a un convegno a Correggio a lui dedicato e il mio intervento è uscito nel volume "Caro Pier", curato da Enos Rota. Come ho sempre detto, ritengo di esser stata fortunata per aver partecipato a quella raccolta, dalla quale sono emersi diversi nomi poi diventati noti nel panorama della narrativa italiana. A parte il ricordo personale di Pier Vittorio Tondelli, per me è stato importante aver conosciuto la sua scrittura, soprattutto aver letto “Altri libertini” quando uscì. Ecco: si parlava prima di scrittori che possono avermi dato qualcosa. Sicuramente la lettura di “Altri libertini” è stata per me di grande importanza perché è arrivata nel momento giusto, proprio quando avevo bisogno di capire se si poteva tentare di scrivere “altro” in “altro” modo.

     

    Luigi La Rosa