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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    Marco Giovenale

    la consapevolezza del bisogno
    di comunicare e confrontarsi
    nella voce di un poeta colto,
    dotato di sensibilità e mistero

     una poesia enigmatica,
    che rilancia continuamente
    le occasioni semantiche della parola
    seminando nel lettore le intuizioni
    di una poetica elaborata nel tempo


     Cari amici

    Settimana all’insegna della poesia. Dello scambio, del confronto su più piani.
    Incontro Marco Giovenale dopo aver finito di leggere “Curvature”, che raccoglie al suo interno alcuni testi abbinati alle fotografie di Francesca Vitale.
    Curvature del senso, del significato. Sentimento di un doppio che si trasfigura in immagine, in simbolo, che scava tracce di senso ipotetiche sulla pagina.
    Aspetto l’autore all’ombra di Castel Sant’Angelo, dov’è ambientata una delle sue liriche più belle, presente nella silloge “Il segno meno”, vincitrice del premio nazionale di poesia Renato Giorgi.

    Lei non si vede più con lei.
    Si alza dove il bastione di Passetto entra
    nel muro esterno di Castello, alle cinque
    arcate, nella differenza
    di vento, così di suono,
    i passi interni
    impostano la voce per soffiare
    (dunque non avere
    voce) il vuoto
    dove non vuole.

    (voce che dice di mancare)

    Ci avviamo verso il quartiere Borgo, ci sediamo al mio solito bar preferito. Nel brusio sommesso del primo pomeriggio, discutiamo dei percorsi che Marco Giovenale ha compiuto nel corso del tempo, dai suoi diciassette anni fino alle stagioni della laurea in lettere moderne, per poi approdare ai volumi recenti, dopo un allontanamento di otto anni dal mondo editoriale.


    Le mani vanno distinte in quanto
    vuotato. Devi sopportare il freddo in questa
    camera di piastrelle grigie
    anni Settanta, ritratto il mare.

    La cenere fine di fine
    mattina filtra dall’ultimo
    listello utile al siero
    del vetro. Dai mobili venduti, fermo disteso
    sul lenzuolo regalato aspetta
    che ti vengano a portare
    la sete, tagliare vesti.

    Ma neanche per questo.
    Non viene nessuno.
    Febo non è un nome,
    non è passato

    Si parla di scrittura (la sua, la mia), e di quella disciplina che spesso impone silenzi lunghi interi anni, assenze dal chiacchiericcio mediatico che precedono ritorni, riappropriazioni, nuove offerte, nuove occasioni di dialogo.
    Nelle parole del poeta riecheggiano amori indimenticati come Montale, Eliot, Merleau Ponty. Intellettuali che stanno alla base di un concetto di “opera-totale” a lui troppo caro, e faticosamente perseguito nel tempo.
    Altri bellissimi versi balzano agli occhi, non appena sfoglio l’omaggio del suo ultimo testo, stampato dall’editore Manni:

    No non maschera per
    stare
    spalle contro la
    strada senza
    che il profilo (è di donna) sia
    limitato leso dall’esterno, tolta
    dallo spazio, la distanza
    continua dentro.

    Una poetica complessa ed estremamente articolata. Una visione novecentesca, che partendo dalla coscienza acquisita guarda al grande secolo che ci lasciamo alle spalle, e alla sua impareggiabile lezione espressiva.

    “Il segno meno” è stato vincitore del prestigioso premio “Renato Giorgi”. Si riallaccia in qualche misura ai libri precedenti e a quelli successivi?
    Il progetto di fondo sarebbe quello di realizzare una sorta di “opera-totale” fatta di diversi libri, come tante ramificazioni della stessa vena lirica, cui ho dato titolo “Delle restrizioni”. E’ ovviamente un lavoro a lunghissima scadenza, che uscirà in tappe differenti, ma che mi piacerebbe un giorno poter raccogliere restituendogli valenza di unitarietà.

    Potremmo chiarire ai lettori questo concetto di “opera-totale”?
    Non sono certamente io il primo a parlare di “opera-totale”. Tutte le grandi menti del Novecento hanno cercato di realizzarla: da Borges, alla Duras, alla stessa Yourcenar. Questo non significa che io mi ponga al loro livello, assolutamente. Ma diciamo che si tratta di un’ambizione che il vero scrittore si porta dentro da sempre, anche perché ci si ripete che l’artista lavora tutta la vita alla stessa opera. Ecco, mi piacerebbe che tutto quello che scrivo fosse sempre come una ramificazione ulteriore, innestata a un albero più grande e più coerente, che sia la sintesi finale del mio pensiero, la mia esperienza, la mia poetica.

    Che ruolo ha la percezione nel tuo dire poetico?
    Un ruolo di assoluta, preminente centralità. Il poeta non fa che percepire delle energie e restituirle al mondo sottoforma di codificazione linguistica. Non bisogna dimenticare che un testo non nasce mai da solo, ma in seguito a delle suggestioni, a dei pensieri, a delle circostanze che mettono in moto un tentativo di lettura del reale. Chiaramente, il poeta deve soltanto indicare una strada, senza togliere mistero alla percezione di chi legge. Deve fornire, appunto, una potenziale curvatura del senso, senza violentare la facoltà interpretativa del lettore.

    Potremmo precisare questo concetto?
    Io penso che chi percepisce delle situazioni abbia poi la capacità di rielaborarle e trasformarle in scrittura. La mia parola vuole soltanto prendere spunto da alcuni eventi della vita (che possono essere esperienze personali o di persone care) per poi comunicare con il lettore, fornendogli solo dei suggerimenti. Ma senza ridurlo oggettivamente alla cronaca dell’evento evocato, altrimenti rischierei di uccidere l’elemento poetico e induttivo. Chi legge deve partire da uno spunto ma deve essere in grado di elaborare in chiave totalmente personale il simbolo che io poeta ho disposto sulla pagina. In altre parole mi riferisco a quel “correlativo-oggettivo” di cui parlava Eliot.

    Tecnicamente, come realizzi tutto questo?
    Attraverso una scrittura che si presti allo scopo, con parole che talvolta hanno una doppia valenza significante, che possono rimandare a differenti piani della comprensione. Mi piace alludere, suggerire, il resto deve farlo il lettore. E non è un caso che ho trovato un sodalizio eccellente nell’opera di una mia amica artista di notevole valore: Francesca Vitale. Anche lei si è servita spesso di immagini in sovrapposizione, approdando a una dimensione allusiva, doppia, che suggerisce un modo artisticamente complesso di guardare alle cose.

    Altre esperienze di scambi artistici?
    Tantissime, mi sono occupato spesso di testi fotografici e di presentazioni di mostre. Ho fatto il lettore per case editrici e mi muovo da anni nell’ambito della difficile editoria italiana. Dopo otto anni di totale assenza dalla scena letteraria, sento adesso invece l’esigenza di confrontarmi e di comunicare con altri che si muovono negli stessi ambiti della parola poetica, ed è per questo che ho aderito al progetto “Àkusma – Forme della scrittura contemporanea”.

    Hai scritto anche in prosa?
    Sì, dei brevi racconti, anche se devo confessare che sto meditando la redazione di un romanzo lungo, cui dovrei dedicarmi nei prossimi mesi. Certamente si tratta di strade complesse, che devo assolutamente conciliare con i tempi del mio lavoro quotidiano, un po’ come tutti. Ma sicuramente la scrittura mi interessa in tutte le sue forme, perché trovo che in ognuna ci siano delle cose interessanti da scoprire e da valorizzare.

    Domanda di rito: i tuoi modelli di riferimento?
    Ne ho tantissimi, cui appartengono ovviamente i grandi classici del passato e riferimenti non lontani da noi seppur distanti dall’ambito strettamente poetico, come Emilio Garroni (questo grande interprete del pensiero di Kant) e Maurice Merleau-Ponty (filosofo, studioso, antropologo) che ha dedicato una attentissima riflessione agli ambiti della percezione e dell’espressione in genere. Mi piacciono pure moltissimo Roberto Roversi, cui ho dedicato la mia tesi di laurea, Vladimir Holan ma soprattutto quel raffinato poeta che è Giuliano Mesa.

    Cosa leggeremo prossimamente?
    Una nuova raccolta di poesie intitolata “Alter”, in uscita per “La Camera Verde” con prefazione di Roberto Roversi. Si tratta di testi che arrivano fino al 1998, con una buona sezione del 2000. Sto lavorando a questo e a tante altre cose, ma ci vorrà ancora tempo, tempo e tanta disciplina.

    Qualche cenno biografico sull’autore
    Marco Giovenale è nato nel 1969 a Roma, dove vive. Lavora in una libreria antiquaria. Collabora a “Private”, “Il Segnale”, “Il Grandevetro”. Suoi testi sono apparsi su “L’immaginazione”, “Rendiconti”, “Hebenon”, “L’Area di Broca”, “Tratti”, “Ossetia”, “Confini”, “Mediterranean Review”, “Yip”, e in siti web e antologie. Una scelta di poesia da “Delle Restrizioni” è risultata finalista alla XV edizione del premio “Lorenzo Montano”. Ha pubblicato plaquette con Pulcinoelefante e con Mme Webb. Collabora con il progetto Àkusma – Forme della scrittura contemporanea. Nel 2002 ha pubblicato “Curvature”, con prefazione di Giuliano Mesa, quindici poesie in dialogo non didascalico con altrettante fotografie di Francesca Vitale.

     

    Luigi La Rosa