Ricercario
di Luigi La Rosa
Questa
settimana ho incontrato…
Alicia Giménez-Bartlett
 |
inventrice di uno dei personaggi più amati
della letteratura spagnola contemporanea,
Alicia Giménez-Bartlett ripercorre
i momenti essenziali della sua scrittura
giornalista, saggista, autrice di romanzi,
ideatrice della figura di Petra Delicado,
la scrittrice è a Roma per presentare
«Un bastimento carico di riso»,
nuova puntata dei suoi celebri polizieschi
|
Cari
amici Esistono personaggi venuti fuori dalla penna di uno scrittore che lentamente finiscono per mescolarsi alla realtà, impossessandosene.
Lo fanno subdolamente, quasi a tradimento, e nella maggior parte dei casi ci riescono così bene che non sei più in grado di distinguere chiaramente il confine esatto tra fantasia e verità, tra immaginazione e concretezza.
Esci per strada, attraversi le affollate vie della città, e pensi che davvero quel personaggio stia per passarti accanto, per incrociare i tuoi passi e stringerti la mano tra i tavolini di un bar.
La tua vita e l’esistenza sognata del personaggio hanno per un momento le stesse traiettorie e motivazioni psicologiche: tu stesso finisci per diventare lui, e lui ti rappresenta in una maniera che non sempre sei in grado di decodificare.
Qualcosa di molto simile mi è accaduto negli anni al cospetto di Petra Delicado. Petra, il commissario più famoso di Spagna. Questo incredibile, ironico, delirante personaggio nato dalla gradevolissima scrittura di una delle più lette narratrici contemporanee: Alicia Giménez-Bartlett.
Nei giorni scorsi la scrittrice è stata ospite di una serata organizzata dalla casa editrice Sellerio presso villa Celimontana, un parco splendido proprio alle spalle del Colosseo.
Ad accompagnarla l’intero staff della casa editrice, mentre l’autrice dava vita a una bella riflessione sui temi della scrittura, del romanzo poliziesco, del futuro del commissario Delicado. Occasione dell’incontro, la presentazione del suo ultimo romanzo, “Un bastimento carico di riso” (pp.445, 12 euro), approdato in libreria da alcune settimane.

Quando arrivo, con notevole ritardo (drammi della vita metropolitana!), credo di esser già fuori tempo massimo. Le lancette dell’orologio sono già avanti di ben oltre un’ora dall’orario fissato per l’incontro.
Mi arrampico insieme a un’amica per la lunga salita millenaria che dal Colosseo mi conduce direttamente all’ingresso del parco, dove si erge, al centro di una fontana di modeste dimensioni, la scultura di una splendida nave di pietra.
Chiedo ai ragazzi del botteghino, sicuro di aver perduto ormai irrimediabilmente l’opportunità di ascoltare la Bartlett.
Con mio grande stupore, il dito che batte ripetutamente alle mie spalle mi avverte della presenza della scrittrice.
Alicia Giménez-Bartlett è alle mie spalle, mi sorride con i suoi occhi intelligenti, mi porge un braccio per essere accompagnata all’interno dei giardini.
Mi sembra davvero un dono poter colloquiare da una distanza tanto ravvicinata, con una scrittrice che seguo da anni, fin dal primo dei suoi gustosissimi polizieschi, tutti editi dalla siciliana Sellerio.
La scrittrice accenna al nuovo romanzo, ricordando con un pizzico di gioia che i casi di Petra Delicado diventeranno presto un film, com’è accaduto in Spagna. Ma lei ha scritto pure delle altre storie, storie completamente differenti, come ad esempio quella dedicata al turbinoso rapporto d’amore tra Virginia Woolf e la sua domestica. Vicende che si passano continuamente il testimone di un’attenzione civile e partecipe alle cose, un’interrogazione incantata che penetra ben sotto la pelle delle apparenze e delle contraddizioni.
Affettuosa, simpatica, anticonformista. Sale sul palco mentre la sera impone il suo cielo violetto sugli alti pini della villa che frusciano dietro di noi.
Somiglia proprio al suo personaggio, mi dico. E mi piace allo stesso modo di Petra. Stessa onestà, stesso pensiero forte, stessa capacità di tenerezza.
Inoltre, siamo in presenza di una scrittrice dotata di una innata capacità di ribellione. Vi sembra poco?
Com’è cresciuta Petra durante i sei romanzi che le ha dedicato?
Petra è nata come una donna estremamente dura, ribelle, battagliera, che fosse in grado di differenziarsi per complessità e per grinta da tutti gli altri suoi colleghi commissari. Anche il nome, che fa subito pensare alla pietra, la dice lunga sulla sua natura. Quando è nata, pensavo di farla scomparire presto, dopo soltanto qualche romanzo. Invece, alla fine, ha reclamato la sua continuità, e me la porto appresso già da diverse avventure.
E invece Fermín Garzón?
Garzón è un personaggio veramente amabile. A me risulta perfino più simpatico della stessa Petra, che è sempre così arrabbiata con la vita. Garzón è divertente, leale, qualche volta incapace di prendere in mano le situazioni. E’ una persona vera, insomma, una persona umana, che fa da esatta contromisura alla figura difficile e molto più tormentata di Petra. La sorta di metà ideale che la completa e la rende credibile agli occhi del lettore.
Rispetto ai libri precedenti, in questo l’intreccio passa in secondo ordine rispetto alla vita sentimentale di Petra. Perché?
Perché molti dei lettori che ho incontrato in questi anni mi hanno sempre chiesto per quale motivo si sapesse talmente poco di Petra. Era come se ci fosse una sorta di silenzio sulla sua vita emotiva, psicologica, passionale. Dunque, ho capito che avevo bisogno di tirar fuori le cifre interiori e sentimentali della mia eroina, altrimenti avrei rischiato di lasciarla sempre abbozzata, di non darle una sua completezza. E’ allora che ho pensato alla possibilità di una storia d’amore.
Che si conclude come?
Come tutte le storie del passato: nel ribadire il suo bisogno di solitudine. Petra ha una vita sessuale sicuramente attiva, fa molti incontri, ha diversi partner. Ma un elemento fondamentale della sua natura è il bisogno di solitudine. Non avrei potuto rischiare di farla finire dentro le maglie di una famiglia o quant’altro. Alla fine, nonostante il desiderio che prova per lo psichiatra di cui si innamora, Petra capisce che il suo schema di vita è sempre e soltanto la libertà, il poter scegliere ogni giorno da sé e per sé. E’ per questo che stabilisce di metter fine alla sua storia d’amore, nonostante questo le costi tantissimo.
Nel romanzo lei affronta un tema profondamente urgente e doloroso: quello delle condizioni di vita dei barboni all’interno delle nostre metropoli. Quanto studio ha richiesto questo tipo di analisi?
Tantissimo. Grazie ai servizi sociali di Barcellona ho potuto visitare di persona i luoghi dei ricoveri, degli ostelli, delle mense. Ho analizzato dati importanti come quelli fornitimi delle condizioni degli accolti e quelli relativi all’età. E la cosa più singolare è stato scoprire come l’età media di chi decide di vivere per strada vada dai quaranta ai sessant’anni circa. Quindi, tutto un popolo che al centro della propria stagione produttiva decide di allontanarsi dalla società e dai suoi riti e scegliere il mondo come proprio punto di approdo.
Com’è cambiato in lei il concetto di povertà durante questa esperienza?
Sì è ribaltato completamente. Quando si parla di povertà si pensa sempre a un terzo mondo televisivo, quasi mitologico, distante da noi e dalle nostre comode esistenze. Se poi si scende sotto casa, al centro pulsante e caotico delle nostre metropoli, scopri come questo mondo di abbandono e malessere cominci proprio lì, a solo qualche marciapiede da noi e dai nostri vizi. Dalle nostre intolleranze. Io credo si sia trattato di un’ottima palestra di vita, per capire meglio il privilegio che ciascuno di noi ha nel possedere una vita serena, una casa e un lavoro con cui tirare avanti.
Qualcosa sul libro dedicato alla Woolf?
Quello è in verità il primo dei romanzi che scrissi, ma in Italia è uscito solo da qualche anno. Al centro della storia era l’analisi delle contraddizioni che spesso animano i grandi artisti. Nel libro io immagino di rinvenire il diario della domestica di Virginia Woolf, Nelly Boxall, con cui la scrittrice ebbe una storia sentimentale. Mi piaceva l’idea di penetrare quel conflitto tra due donne che si sono amate, ma che adesso le distanze sociali e i ruoli istituzionali della vita famigliare in qualche modo allontanato miseramente. La Woolf appartiene a un tempo lontano da noi, che aveva delle regole molto più severe e rigide di quel che possiamo pensare. E nonostante il legame della passione, anche i rapporti non potevano essere liberi da questa sorta di codice imperante e intransigente che era legato alle categorie sociali ed economiche di appartenenza.
Luigi La Rosa |