Ricercario
di Luigi La Rosa
Questa
settimana ho incontrato…
Clare Colvin
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dopo il grande successo del suo romanzo
dedicato al magico mondo degli specchi
la narratrice si racconta ai lettori
abituali di Ricercario
dall’esperienza del giornalismo alla narrativa,
sulla scorta di una grande passione per la storia
e la consapevolezza che scrivere è sempre,
in qualche misura, affondare indietro
nel tempo e nei suoi misteri
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Cari
amici Salve a tutti. Ultimi giorni siciliani, tra una settimana si torna in capitale.
Vi prego di compiere un salto nella memoria. Ricorderete sicuramente “Il palazzo dei riflessi”. E la sua interessante autrice, Clare Colvin.
Ne avevamo discusso in una delle rubriche iniziali di Ricercario. Da allora, molti di noi ne avevano conservato le suggestioni, il sapore letterario.
Durante le settimane passate, la scrittrice è stata per qualche tempo in Italia, dandomi la possibilità di rivolgerle delle domande.
Ne vien fuori un ritratto singolare, che è anche una guida preziosa in merito alle problematiche dello scrivere, del comunicare, del raccontare una storia.
Ripartiamo un momento dal romanzo. E con esso, riconsideriamo un punto assai fondamentale della nostra riflessione: il rapporto con la storia.
La vicenda di cui avevamo parlato ci riporta indietro nei secoli, fino ai fasti della corte di Re Sole.
Epoca a suo modo indimenticabile, in virtù di quella commistione di sogni e di ossessioni che sempre caratterizza i grandi passaggi dell’umanità.
Le fascinazioni del racconto filtravano però nel romanzo dalla luminosa realtà degli specchi e dei loro giochi di riflessi. Si era parlato di città, di lagune, di chiari sfondi d’acqua, oltre che di visioni della vita contrapposte.
E’ stato un piacere comunicare con Clare Colvin. Gentile, disponibile, l’autrice ci offre la sua singolare lezione su ciò che significhi scrivere, lottare con la pagina.
Come sempre si rivela una festa scoprire che la scrittura che hai apprezzato, la storia che ti ha colpito hanno un corpo, una voce, un mondo emotivo dietro.
Inoltre, la capacità di questa narratrice è soprattutto quella di portarti dentro il contesto che ha caratterizzato e predisposto gli accadimenti, offrendoti una visuale ampia e motivata di pensieri che arrivano al lettore e diventano subito spunti, nuove occasioni per volare con la fantasia.
Lo specchio significa, per dirla con la stupenda citazione di Cocteau, la morte che si prepara attraverso la vita, che ci parla con un’illusione immaginativa.
Lo specchio è amore per la bellezza, per l’eleganza, il mistero. E le pagine della Colvin sono certamente un tributo a tutto un mondo che non finisce di interessare gli storici e coinvolgere gli appassionati. Il sottoscritto per primo.
Buona lettura, amici. Scrivetemi cosa ne pensate.
Una storia ambientata all’epoca di Luigi XIV e legata al suo straordinario sogno di bellezza. Dove nascono gli stimoli per raccontarla?
Ho cominciato a interessarmi e a scrivere sul periodo di Luigi XIV in parte grazie al mio interesse per gli specchi. In un libro sulla storia degli specchi mi sono imbattuta nel racconto di quando i francesi misero in atto dello spionaggio industriale per rubare a Venezia il grande segreto della tecnica di fabbricazione degli specchi. I trucchi adottati da entrambe le parti portarono a lettere contraffatte e ad avvelenamenti. Ci sono state altre ragioni: ero affascinata dall’ossessione del sogno di Luigi XIV, che lo condusse a far costruire Versailles; anche dalla hybris che sembrò scaturire dalla ricerca di perfezione (alla fine il mondo che il Re Sole aveva creato recava in sé i semi della propria distruzione). Non sono sicura che la rivoluzione francese avrebbe avuto il medesimo corso se non grazie all’isolamento dorato di Versailles. Gli specchi sembrano essere un tema ricorrente nei miei romanzi. Avevano un ruolo anche nel mio romanzo precedente, “La musica dei Gonzaga”. Lo specchio in passato suscitava timore perché rifletteva l’identità di una persona; creava un’immagine attraverso la quale ognuno poteva conoscere se stesso. Gli specchi erano considerati tanto potenti che la Chiesa condannava il loro uso, nella convinzione che questo avrebbe condotto altrimenti l’uomo ad adorare la propria immagine, piuttosto che quella di Dio. Quando ero bambina, il libro di Lewis Carroll “Le avventure di Alice attraverso lo specchio” mi affascinava perché lasciava immaginare altri mondi raggiungibili attraverso uno specchio. Giocava sulla proprietà degli specchi di riflettere le figure al contrario, dando vita in tal modo a un mondo in cui le persone fanno il contrario di ciò che dicono, un mondo di regole contraddittorie. Nel mio romanzo, ho visto Andrea, il protagonista, finire, come Alice, in un mondo di specchi, in cui nulla era come appariva essere da principio, e Andrea ha dovuto imparare una nuova serie di norme. Mi hanno sempre affascinata le leggende e i racconti contenenti lo specchio come elemento che riflette la realtà – per esempio, la testa di Medusa riflessa nello scudo di Perseo, la signora di Shallot nel poema di Tennyson, che guarda la vita attraverso uno specchio. Mi ha colpita in modo particolare il film di Jean Cocteau “Orphée”, che ho visto solo recentemente, in cui Orfeo entra nel mondo sotterraneo attraverso uno specchio che si dissolve nel suo percorso. Orfeo, interpretato da Jean Marais, chiede a un certo punto perché l’ingresso nel mondo sotterraneo avvenga sempre attraverso lo specchio. Gli viene detto: “Osserva una vita intera in uno specchio e vedrai la morte”. In questa frase c’è una verità dura da accettare.
Quanto tempo ha richiesto, materialmente, la scrittura del romanzo?
È difficile dirlo con esattezza, poiché non ho scritto sempre in un periodo. Comunque all’incirca dal luglio all’ottobre dell’anno successivo: quindi una quindicina di mesi, seguiti da un periodo di revisioni. Tuttavia c’è stata una notevole ricerca precedentemente, durata forse un anno, durante il quale però svolgevo anche altre attività, scrivevo articoli, recensioni, ecc. Non credo che la mia esperienza di giornalista abbia avuto molto a che fare con la scelta del tema del romanzo, sebbene forse questa scelta implicasse una base di fatti storici e i giornalisti amano i fatti. Successivamente il romanzo e l’immaginazione hanno preso il sopravvento.
Ci sono riferimenti particolari sul piano delle suggestioni e delle scelte narrative?
Influenze: ho sempre amato le fiabe e queste erano popolari alla corte di Luigi XIV, sia come intrattenimento che come critica della società. Centinaia di storie sono state pubblicate tra il 17° e il 18° secolo in una serie di volumi conosciuta come il “Gabinetto delle Fate”. Esse sembravano dipanarsi in modo naturale nella trama del mio romanzo, in quanto Versailles stessa è stata d’ispirazione per qualche originale racconto di fantasia. Mi sono piaciute anche le lettere di Madame de Sevigne, che rivelano molto sul modo di pensare delle personalità alla corte del Re Sole.
Che rapporto ha la sua scrittura con la sensualità?
Sensualità: è parte della storia e quindi anche del tema.
Con l’autobiografia?
Autobiografia: questa domanda è molto interessante, dato che gran parte del romanzo è scritta dal punto di vista di Andrea, quindi non sembra certo avere alcun elemento autobiografico. In principio non ero sicura su come affrontare il suo personaggio e mi ci è voluto del tempo per capire Andrea e i suoi sentimenti, identificandomi con essi, finché non ho riscontrato in lui le molteplici incertezze comuni alla giovinezza in entrambi i sessi. Con i personaggi femminili è stato differente. Atenaide e Claudine si comportano secondo le circostanze, entrambe sono consapevoli del livello cui possono ergersi e delle profondità in cui possono cadere, se non usano l’astuzia: per Atenaide, essere dimenticata dalla società, per Claudine, fame e stenti. Non è stato difficile capire le emozioni e le pressioni che potevano guidare queste donne, in un periodo storico che da più punti di vista è stato più duro del nostro.
Domanda di rito: come lavora Clare Colvin?
Routine: scrivo di mattina e rivedo il lavoro o progetto l’episodio successivo di pomeriggio. È raro che io scriva più di 1000 parole in una mattina, di solito scrivo meno. Talvolta invidio coloro che riescono a scrivere per giornate intere, quando lavorano a un libro, anche se non sono completamente in vena. In questi casi, dico a me stessa, come un’insegnante di scuola: “non ti alzerai da questa scrivania finché non avrai fatto la tua parte quotidiana di lavoro”. La disciplina è necessaria perché, se ogni volta si aspettasse l’ispirazione, non si finirebbe mai di scrivere un libro. Quanto ai racconti, so sempre come finiscono ancora prima di aver cominciato a scriverli, così come so già il titolo. I romanzi sono meno prevedibili, perché si fanno delle scoperte man mano che vengono scritti. Puoi aver pianificato in principio la trama, sennonché scopri che nello sviluppo dei personaggi intervengono dei cambiamenti. A metà del libro non avevo idea di ciò che sarebbe successo ad Andrea, anche se avevo chiara la visione di una scena finale nella sala degli specchi. Tutto poi ha trovato il suo posto e gli eventi storici sono stati la soluzione.
Qualche anticipazione sui prossimi libri?
Sto lavorando a un altro romanzo, ma non oso dire di più di questo, per paura che caschi a pezzi mentre mi pronuncio.
Luigi La Rosa |