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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    Marco Salvador

    quando la scrittura si trasforma
    in denuncia, in ribellione,
    in presa di coscienza
    attraverso cui sperimentare
    la complessità del reale 

    a colloquio con Marco Salvador,
    autore di un libro che mette a nudo
    la condizione di abuso e di orrore
    che tanti vecchi continuano
    quotidianamente a subire
    sotto gli occhi di tutti


     Cari amici

    Marco Salvador non lo conoscevo ancora prima di questa intervista. Prima di leggere e amare il suo toccante romanzo edito da Fernandel, “La casa del quarto comandamento”.
    Un romanzo diverso da tanti altri. Prima di tutto, perché non un libro che diverte, che distrae, che divaga. L’esatto contrario.
    Una storia che incatena letteralmente alla crudeltà della vita, al ferro, all’acciaio del quotidiano, una dolorosa vicenda di abuso e ribellione, che penetra col suo bisturi devastante, nel malessere sotterraneo di una condizione ordinariamente ignorata quando non messa al bando e violentata: la vecchiaia.
    Martino, infatti, il protagonista della storia narrata da Salvador, è un uomo che invecchia. Un uomo intimamente solo, che non si sente più a suo agio nella propria casa – quella casa che ha trasmesso al figlio, alla nuora, ai nipoti – in quegli spazi di quotidianità che ha faticosamente costruito e abitato negli anni.
    Martino oltrepassa purtroppo anche lui quel cancello. Il cancello della casa del quarto comandamento. Il cancello del tradimento, della violenza, della condanna.
    Ora, è il degente irrimediabilmente rapito dall’ospizio. Gli tocca solo tacere, consegnare i suoi soldi, scandendo i ritmi angosciosi dei pasti, del sonno, del suo apparente deterioramento fisico e mentale.
    Tuttavia, Martino non è finito. Riesce ancora ad innamorarsi. Riesce ancora a dire no, a denunciare quello che di dannatamente storto la vita gli sta regalando.
    Martino non tollera lo sporco, lui che ha sempre lavorato alla luce del giorno e che quella luce, a fine giornata, amava ripercorrerla attraverso i lineamenti felici della donna amata. Martino è capace di ribellarsi, insieme all’amico Oddo e agli energici compagni delle sue battaglie tardive, capacissimo di andare dalla polizia e svelare le malefatte di chi si è mangiato i margini della sua dignità.

    Ho letto “La casa del quarto comandamento” con un’emozione piena, che a volte si tramutava in dolore, in impossibilità di continuare.
    Un sentimento amaro ma necessario, spietato perché puro, che mi ha ricordato un’altra lettura non lontana, per sentimenti e commozione.
    Mi riferisco a “Diceria dell’untore” del grande Gesualdo Bufalino. Quel romanzo lo lessi a vent’anni, sui muri scottanti di un’indimenticabile estate siciliana.
    Il bellissimo romanzo di Marco Salvador, invece, lo finisco in un momento particolarmente vivo e creativo della mia esistenza. E mi riscatta dall’ordinario di tanta inutile letteratura, mi riabitua ai ritmi di una scrittura alta.
    La stessa emozione mi spinge a rintracciare lo scrittore, che sento al telefono in uno dei miei ultimi pomeriggi siciliani prima di tornare a Roma.
    La stessa emozione si traduce in una chiacchierata che non dimentico, perché attenta ai temi dell’umanità e alle necessità dello scrivere romanzi.
    Ecco, in sintesi, il succo di quella nostra chiacchierata.

    Un romanzo difficile, crudo, meravigliosamente onesto. Dove nasce l’idea che ne è alla base?
    L’idea nasceva dall’unione di due motivi di fondo. Primo: il fatto che io viva in un piccolo paese di campagna e abbia avuto modo di osservare come negli ultimi quarant’anni la concezione del vecchio - e qui ribadisco il valore di questa parola perché non amo affatto il termine “anziano” - sia completamente mutata. Quello che una volta era considerato il patriarca, il detentore dell’esperienza, del sapere e del vivere, oggi è considerato poco meno di un peso, qualcuno da cui liberarsi per non rischiare di rimanerne schiacciati. E’ qualcosa che mi sgomenta, una sorta di mancanza di sensibilità e rispetto, oltre che della capacità primaria di immedesimarmi e capire l’altro. Secondo: le riflessioni che ho avuto occasione di compiere nell’ambito di realtà di ospizi e case di riposo, la presa di coscienza di un dramma osceno, silenzioso, che si nasconde sotto gli occhi di tutti, che passa continuamente inosservato. Credo si tratti di un problema che ci riguarda assai profondamente, e da molto vicino, anche perché, se ne abbiamo la fortuna, tutti dovremo affrontare presto o tardi il rapporto col diventare vecchi e con l’accettare il deterioramento del nostro corpo.

    Le reazioni suscitate?
    Mi preoccupo poco delle reazioni. Ciascun vero scrittore dovrebbe pensare poco alle polemiche suscitate dai suoi libri. Sicuramente so di aver scritto un romanzo difficile, duro, che sfiora i sensi di colpa che ciascuno di noi, pure in piccolissima misura, finisce col portarsi dentro. Di certo, io opero pure una netta distinzione tra i casi di vecchi che non possono essere gestiti dalle famiglie a causa di particolari gravità di salute e quelli che invece si abbandonano in modo deliberato, pensando che prima di tutto viene la propria felicità, e che questa felicità per essere totale non consente intromissioni, offuscamenti, richieste.

    Dal punto di vista economico, esistono possibili soluzioni al problema?
    Facendo indagini per quel che riguarda la mia zona, il Nord-Est, ho scoperto che più di 20.000 vecchi vivono sotto minaccia di sfratto. Inoltre, rilevando ulteriori informazioni sui prezzi di accoglienza delle case di riposo, ho scoperto che a volte non basta nemmeno l’intera pensione di queste povere persone. Allora, mi sono detto: perché non spendere quegli stessi soldi affittando loro delle case e permettendogli di vivere serenamente. Non dimentichiamo che chi affronta la vecchiaia è consapevole di essere alla fine di un percorso, e questa è una situazione che richiede già di per sé una fatica di accettazione e di armonia; e non credo sia un atteggiamento umano né civile trasformare in un inferno la più complicata stagione dell’esistenza.

    L’abbandono è un concetto oggettivo nell’ambito dei rapporti umani, o una situazione esistenziale fatta anche di tradimenti, di sentimenti feriti, di attese non ricambiate?
    Ha toccato un nodo fondamentale della mia riflessione. Abbandonare un vecchio non significa soltanto rinchiuderlo in una casa di cura. Significa perdere il proprio riferimento, il proprio legame affettivo con lui. Significa non invitarlo mai a pranzo la domenica. Significa non fargli mai vedere i nipoti, le persone che ama e che vorrebbe avere accanto nel suo cammino. Significa non pensare più a lui come persona, ma considerarlo soltanto un peso, qualcosa di imbarazzante da cui liberarsi, quando non un ostacolo al proprio desiderio di felicità. Ecco, tutto ciò dovrebbe farci riflettere seriamente, e io credo che la letteratura abbia la forza di operare questa discesa agli inferi, mettendo a nudo mancanze e sensi di colpa collettivi.

    Se non sbaglio, dal romanzo sta per essere tratto un film?
    Sì, la Zeta Produzione ha comperato i diritti del mio libro. Si tratta di un testo che ovviamente si offre a una trasposizione e a un’interpretazione che è anche la sfida che un attore come Lino Banfi si sta ponendo: il tentativo di dare al suo personaggio un carattere drammatico. Tutto questo mi rende felice, perché credo sia importante fare della denuncia di un romanzo un tema di dibattito e penso che la scrittura sia uno strumento fondamentale, in tal senso, per aiutarci a capire meglio tante cose della vita e della realtà.

    Ma la sua scrittura è pure legata al romanzo storico. Presto usciranno due romanzi legati al passato, le andrebbe di parlarne un po’…
    Sì, quello della denuncia è solo uno dei due filoni, delle due anime della mia arte. L’altro grande tema della mia scrittura è legato alla storia, al passato, a quei miti dei quali mi sento figlio e che in passato ho avuto modo di ascoltare nelle corti della grandi fattorie contadine della mia terra. Esistevano queste stranissime figure dei contastorie, che ci affascinavano tantissimo, che ci rapivano con i loro racconti gentili, resi poi più crudi, più esasperati, quando passavano tra i tavoli delle osterie, dove acquistavano particolari, sfumature, a volte spessore. Si tratta di un orizzonte che è sempre stato presente nella mia memoria, e ora attraverso la scrittura può finalmente essere riportato alla luce. I prossimi libri affronteranno il contesto del mondo longobardo. Si parlerà di un periodo storico lontano da noi, ma di sicuro ricco di tante cose da insegnarci e trasmetterci.

    Qual è la sua poetica dello scrivere?
    Io credo che tutta quanta la scrittura sia essenzialmente artigianato, una conoscenza che viene trasmessa in senso verticale. Abbiamo bisogno di maestri, abbiamo ancora bisogno di qualcuno che ci indichi la strada. Io ho molta fiducia nei corsi di scrittura creativa (ovviamente, quando son ben fatti), credo nel fatto che pure la scrittura, come le altre arti, abbia bisogno di strumenti, di tecniche, di elementi portanti che si ripetono nel tempo, nei luoghi del pensiero, e che questo non fa che accrescere le capacità di chi si impegna seriamente. Mi piace molto il concetto di laboratorio di scrittura: in fondo, scrivere è sempre un laboratorio, un mettere a fuoco attraverso intuizioni, riflessioni, modalità che hanno una loro innegabile logica. Credo, insomma, che esista una maniera speciale di dire le cose, e che chi scrive debba avere la pazienza, l’umiltà, l’ascolto necessari a imparare dai grandi, per crescere e migliorare.

    Luigi La Rosa