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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    Sandra Petrignani

    una villa misteriosa,
    un’estate indimenticabile
    e la voglia di raccontare storie
    al limite tra la vita e la morte,
    tra la realtà e l’apparenza 

    ne parliamo con Sandra Petrignani,
    finalista al Premio Strega 2003
    e autrice di “Care Presenze”,
    un romanzo che recupera il senso
    dell’incanto e della fascinazione


     Cari amici

    Di Sandra Petrignani ricordo un libro davvero interessante: “La scrittrice abita qui”. E rammento anche il motivo iniziale per cui lo lessi. Due amori irrinunciabili della mia formazione letteraria: Virginia Woolf e Marguerite Yourcenar.
    La narratrice piacentina mi regalava, tra le pagine di quel suo libro stupendo, qualcosa che avevo sempre sognato da una vita: la possibilità di andarmene a ficcare il naso tra le camere delle mie due scrittrici preferite, quelle fucine austere nelle quali si concepiscono i grandi capolavori dell’umanità.
    Il viaggio proseguiva tra le sfumature, le risonanze, i paesaggi emotivi di diverse altre case “preziose”: dimore di artisti che hanno saputo conservare, intatto, il mistero e l’impronta del proprio talento.
    Oggi, a distanza di qualche anno, la Petrignani torna in libreria con un romanzo molto bello, dal titolo: “Care presenze” (Neri Pozza, pp. 371, 16,50 euro).
    Anch’esso, pasto dei miei viaggi. Lo consumo durante una delle mie tante fughe siciliane, nell’arco breve tra un andare e un tornare.
    E ne riporto immagini, pensieri, riflessioni, che solo qualche settimana più tardi mi accingo a dividere con la stessa autrice.
    “Care presenze” è un testo appassionante, singolare. Uno di quei libri che ne racchiudono tanti altri, che funzionano come delle variopinte scatole cinesi.
    Ci si entra con una lentezza che gradatamente cede il passo al senso di un respiro crescente, intensissimo, che espande il racconto.
    Ogni traccia indica altre nuove direzioni, le emozioni vengono scomposte con una lucidità prismatica, capace di mettere a nudo intersezioni, scambi cromatici, possibilità del dire e del mostrare.
    Un romanzo che s’introduce, in punta di piedi, nell’oscuro ambito dell’invisibile, riportandone confessioni, testimonianze, storie vissute o anche solo immaginate. Uomini e donne che entrano ed escono dalle pagine in un vortice di suggestioni e paure. Segreti che si consumano sulla corteccia squamosa di tronchi centenari. Ombre che si trascinano sulla superficie di palazzi in decadenza.
    Ma ancora quel dialogo muto, ossimorico, fatale, che diventa poetica di scrittura tra i vivi (che tali tracce cercano disperatamente di decifrare e cementificare) e i morti (che accettano il ponte sentimentale che i protagonisti della storia gettano verso il loro mondo).
    Una famiglia allargata che si riunisce tra le mura di una vecchia villa disabitata, e le storie fantasmatiche con cui ogni sera ciascun componente della casa cerca d’intrattenere il gruppo. Racconti che in più punti intersecano la verità delle cose, favole nere, scolpite nel brivido, che fanno da maestoso controcanto alla cronaca nuda dei sentimenti, degli atteggiamenti umani davanti ai grandi temi del vivere: l’amore, la malattia, la morte, il senso dell’arte.
    Sandra Petrignani si distingue per l’eccellente capacità di dominare la lingua, di forgiare un registro lessicale semplice, asciutto, ricco di sintesi eppure capace di penetrare e descrivere abilmente il groviglio delle pulsioni umane, di strutturarle in quell’affresco corale consapevole che dietro le luminescenze e i luccichii del particolare si nascondono spesso le profonde nebbie dell’universale.
    Nessuno di noi si senta escluso dal suo appello: la vita e la morte stanno lì, tra le pagine, e attendono tutti sul loro friabile crinale.

    Raggiungo la scrittrice attraverso internet (potere del nostro tempo!). Si rivela una persona simpatica, gentile, disposta al dialogo.
    Le rivolgo quelle domande che già dalla prima lettura di “Care presenze” hanno cominciato ad affollare la mia mente.
    Non le nego la mia voglia di sapere, di capire meglio. Le sue risposte riflettono la consapevolezza sincera che muove ogni storia, perché scrivere è in qualche misura testimoniare il mondo che ci sta intorno.

    Ogni storia ha un motivo, un inizio, il seme di un’idea che lo scrittore lentamente sviluppa nel tempo. Qual è stato, in questo suo caso, l’inizio di “Care presenze”?
    Una cena da amici (lo racconto nel libro attribuendo l’aneddoto a Olga): si parlò di un fantasma che aleggiava in quella casa. Non l’ho visto, ma ne fui terrorizzata. E poi il cinema: le storie di fantasmi al cinema (Ghost, The Others, Il sesto senso) mi piacciono da pazzi.

    Un romanzo complesso, che affascina per la sua bella architettura. In un certo senso, un’opera che ridà attenzione e consapevolezza al racconto breve, che viene ad assumere, pagina dopo pagina, una nuova centralità e una sua impellenza. Quanto è stato difficile armonizzare il respiro breve delle storie a quello complessivo dell’intera narrazione?
    Era la scommessa più difficile, è vero, armonizzare racconto e romanzo. Avevo inizialmente scelto la via più semplice: una serie di racconti di fantasmi incastonati in una cornice, ma indipendenti gli uni dall'altra. Invece, scrivendo, i personaggi hanno imposto i loro bisogni e così i due piani si sono intrecciati sempre più strettamente fino a non potersi più disincastrare. Ora, ripensandoci a freddo, sembra anche a me una grande impresa, ma - se devo essere onesta - si è snodato tutto in modo naturale, facile. Mi sono abbandonata al divertimento del narrare, al fascino che gli stessi personaggi esercitavano su di me. Per esempio: mi sono innamorata di uno di loro. Non di Alex, il più bello, ma di Hitoshi, il più enigmatico, e così l'ho regalato alla giovane Carolina, ferita nei sentimenti…

    Quanto tempo ha richiesto la redazione materiale del romanzo? E la riflessione sulla sua elaborazione, invece?
    Questo è il punto. La scrittura non mi richiede mai un tempo lunghissimo. In genere me la cavo nel periodo di una gestazione: nove/dieci mesi, massimo un anno. I tempi veramente lunghi, per me, sono quelli del progetto. Covo un’idea per anni. Mi documento, faccio sopralluoghi. Studio. In questo caso poi, sono confluiti in “Care presenze” lavori preparatori per altri romanzi, rimasti allo stato di abbozzo (per esempio un romanzo che doveva ruotare intorno a un quadro del pittore inglese John William Waterhouse) e quindi non sarei proprio in grado di chiudere il periodo di elaborazione entro confini temporali precisi.

    La casa, come nel suo stupendo libro precedente, è ancora al centro di tanta curiosità narrativa. La casa dove restano le presenze di coloro che l’hanno abitata. La casa, eletta a luogo del pensiero, dell’immaginazione, in qualche modo a rifugio dalla vita e dai suoi marosi. Ma la casa è anche quel nido dove nascono gli amori e si consumano le passioni. Per uno scrittore, quanto è importante tale concetto? E Sandra Petrignani, quanto lo sente centrale nella sua scrittura?
    La casa è un luogo fisico, ma anche archetipico. Io sogno spesso di case in cui scopro nuove stanze di cui ignoravo l'esistenza. Sono del segno del Cancro e per chi sa di oroscopi, non posso sottrarmi a sentire la casa come la mia zattera di salvataggio, il centro del mio stare al mondo. Me ne allontano spesso e volentieri, mi piacciono le avventure del viaggio. Ma sempre con un filo che mi lega e mi riporta indietro con la sirena della nostalgia.

    I personaggi del romanzo, pur vivendo come “isolati dal mondo” questa sorta di stagione sognante all’interno della villa, non perdono mai del tutto i legami col lavoro, la vita, la cronaca di sempre. Entrano ed escono come presenze pure essi. Ma non si sottraggono mai dal quotidiano. Mi chiedo come vivano il loro rapporto col presente?
    Forte. Vivono nella contemporaneità. Ma sono in vacanza… o forse in partenza per un viaggio estremo…

    La sua è una storia che supera la dimensione fenomenica, materica della vita, per impossessarsi del trascendente o cercare di decifrarlo. Quanto è importante questa preoccupazione? Ci sono aneddoti in qualche misura legati alla sua vita reale, o vicende che ha avuto modo di ascoltare da altre fonti e che sono poi diventate ispirazione del testo?
    Vivo, come tutti, immersa nella dimensione fenomenica, ma non dimentico mai che i confini sono più ampi di quelli che la nostra percezione ci permette di vedere. Sono attenta alle incursioni "noumeniche" nella quotidianità e tendo a dare più peso, nei rapporti con me stessa e con gli altri, all’invisibile. Voglio dire che non è facile darmela a bere con la razionalità, il controllo e tutti gli apparati cui ricorriamo per muoverci da vincenti nel mondo.

    Leggendo il romanzo ho pensato subito a Boccaccio, in merito alla forma della costruzione narrativa. Questa grande storia che ne racchiude diverse altre, ricamandole attraverso un tema unico, conduttore. Quanto è importante nella sua poetica di scrittura il riferimento alla tradizione e al passato della nostra letteratura?
    Vorrei essere più colta di quel che sono, aver letto più letteratura italiana (non contemporanea) di quel che ho fatto. Penso che il rapporto con la propria tradizione sia importante, però oggi viviamo davvero in un mondo globalizzato e dobbiamo aprirci alle culture con cui veniamo in contatto. Queste contaminazioni schiudono nuovi orizzonti alle narrazioni possibili.

    Pure il brivido nelle pagine del suo romanzo non raggiunge mai l’intensità di terrore incondizionato e dominante, ma diventa qualcosa di molto più trascendente, molto più puro, capace di suggerire strade nuove, innescare dialoghi con l’aldilà, dare la possibilità di riflettere su sentimenti e storie di vita. Come si è posta nei confronti di questa difficile dimensione?
    Per me non è una dimensione difficile. Mi viene assolutamente naturale discorrere con i fantasmi (anche se non li vedo, li percepisco), con l'interiorità, con quel qualcosa di grande e infinito che possiamo chiamare divino. Non mi piacciono gli spiritisti, però. Trovarsi in sintonia con la vita degli animali, delle piante, delle nuvole in cielo è un modo di stare al mondo, un modo pieno di solarità: non c'è bisogno di chiudersi al buio e evocare i morti.

    Che tipo di scrittura sente di avere Sandra Petrignani? Impulsiva, veloce, momentanea, oppure lungamente meditata e organizzata nel tempo?
    La seconda che ha detto.

    In che direzione sta andando la sua arte?
    La solita.

    Ha già in mente un nuovo libro? Potrebbe anticipare qualcosa?
    Sto meditando su tre progetti, ma non so quale avrà il sopravvento.

    Luigi La Rosa