Ricercario
di Luigi La Rosa
Questa
settimana ho incontrato…
Radhika Jha
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l’India
contemporanea
alla luce delle sue contraddizioni
nelle parole appassionate di Radhika Jha,
recentemente arrivata nella capitale
per presentare il suo ultimo libro
«L’elefante e la Maruti»
il ricordo di un
incontro unico
e la consapevolezza di aver conosciuto
una scrittrice caratterizzata
da talento e vocazione
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Cari amici
Ho sempre immaginato l’India come un
meraviglioso mosaico di colori, suoni, magie. Un merletto, una vasta trama di profumi.
E’ questo il pensiero che mi accompagna, una sorta di chiassosa allucinazione, mentre
risalgo dal tunnel della fermata Flaminio della metropolitana.
Linea A.
All’uscita mi aspetta una mattinata di cielo aperto, il cui azzurro sembra essersi
disciolto sull’assolata piazza del Popolo.
La storica piazza della capitale, cenacolo di intellettuali e artisti, coi due ritrovi a
scrutarsi faccia a faccia e il miraggio di un dialogo tutto mentale.
Oltrepasso i leoni di pietra in cerchio intorno all’obelisco. M’immagino sempre
il loro possente ruggito, come risalisse dal ventre gravido dei millenni.
Gli spruzzi della fontana si distendono piatti, gorgogliando un poco dentro le vasche agli
angoli delle statue.
Suono di acqua. Suono di eternità.
E’ questa la magia di Roma.
Dunque,
raggiungo l’hotel Locarno dove è appena arrivata Radhika Jha, la nota scrittrice
indiana venuta in Italia per presentare il suo ultimo lavoro, “L’elefante
e la Maruti” (Neri Pozza).
Radhika è bellissima: i suoi occhi scuri hanno tutto il calore e l’intelligenza
di chi ha scelto la parola come modo di essere al mondo. Di raccontarlo.
La sua scrittura ha riscosso successi dappertutto.
Radhika è una di quelle scrittrici internazionali che hanno richiamato l’interesse
dei lettori italiani, specialmente dopo il successo del precedente romanzo “L’odore
del mondo”.
Ora invece sceglie la forma breve del racconto per proporci le magnetiche suggestioni del
suo mondo interiore.
Mi accomodo rapidamente sui divani dell’hotel, prima di aprire il mio taccuino.
Copertina rossa, quadri grandi.
Sempre lo stesso.
Non faccio attenzione al camino
alle nostre spalle. Credo sia spento nella luce smorzata della stanza.
Davanti a noi, sul tavolo, mi perdo nel fumo dei caffè.
Mi pare di conoscerla da sempre, tanto festoso e disponibile è il sorriso della giovane
Radhika. Ci avventuriamo nei ricordi, nelle risonanze, nei significati della sua parola.
Un tratto che lentamente diventa stile, che si ricorda. E’ una gioia parlare con lei,
sentire come il suo mondo narrativo si sviluppa e come dietro anche il più semplice
progetto letterario ci sia sempre un’idea sulla vita.
Radhika è ossessionata dal bisogno di universalità. E’ questa, dice,
la molla che fa scattare la scrittura. Lo credo bene dopo aver letto le sue storie.
Vicende che partono dalla vita e ne costituiscono la bruciante impronta.
Vicende che segnano dentro.
Nonostante
cresciuta in una famiglia colta e benestante, la narratrice sente il bisogno di raccontare
il mondo nella sua complessità. La realtà quotidiana è il canovaccio
cromatico sul quale distende la materia informe del talento.
Da questa creta vengon fuori colori sagome geometrie.
Le forme della vita.
Ma la sofferenza vi abita come una qualità inestirpabile delle cose. Il dolore è
il prezzo irrinunciabile per esserci e poter dire la propria.
La Jha scrive di ricchi come di poveri, di uomini felici come di disperati.
Il raggio della sua scrittura rifiuta naturalmente limiti e confini. E’ l’unico
territorio psicologico dentro cui riesce ad esser viva. A farcelo sentire.
Nei suoi romanzi proclama la bellezza pura, che il tratto trasforma in sensualità,
quella bellezza che non si piega a pregiudizi di sesso né di colore.
La scrittura è sensualità, sembra ricordarci.
La sensualità diventa scrittura.
Questo il messaggio.
Tu sei una delle nuove narratrici indiane
contemporanee. Quanto ti senti vicina agli altri scrittori della tua generazione?
Devo confessare che mi sento assai lontana dagli altri narratori indiani della mia generazione
per un motivo di fondo. Gli scrittori della mia terra hanno abituato il lettore a un gusto
particolare per le narrazioni di tipo famigliare, per le saghe, dove ciò che interessa
non è mai il singolo uomo o il singolo personaggio, ma il concetto di gruppo complessivo,
la maniera in cui questo gruppo si muove nel tempo e nello spazio, determinando comportamenti
e condizionamenti. Ebbene, questo è secondo me estremamente riduttivo, perché
rischia di mettere in ombra l’essere umano che è in ognuno di noi. La considero
una scelta pericolosa, perché rischia di togliere unicità e personalità
alla scrittura.
Qual è allora
l’elemento portante della tua arte?
L’elemento cardine della mia riflessione, quindi dei miei romanzi, è al contrario
il sentimento di universalità, questo bisogno di raccontare la storia di una singola
persona perché la sento a suo modo unica, speciale, imperdibile. Inoltre, ti accorgi
che quando scrivi del sentimento di universalità, anche parlando di una persona hai
già parlato di tutto il mondo. Ogni uomo ha una memoria anche genetica che proviene
da molto prima di lui e che continuerà successivamente nei suoi eredi. Ditemi allora:
cosa può esserci di più interessante per uno scrittore che questa dimensione
di individualità?
Uno
scrittore che consiglieresti ai lettori di Ricercario?
Quello che io amo in assoluto di più: Stendhal. Mi ha sempre colpito il modo con
cui riesce a entrare nel cuore e nell’anima dei personaggi. Ha un fuoco tutto suo,
ma al tempo stesso non dimentica mai quel concetto di universalità di cui parlavo
sopra. Basta leggerne poche pagine per capire come anche nel seguire le vicende del più
piccolo e apparentemente insignificante personaggio si ha sempre la stessa sensazione di
appartenere a un universo più ampio, risonante, esistenziale. L’universo che
accomuna un po’ tutti gli uomini, perché davanti alle cose siamo tutti assolutamente
uguali e ognuno di noi ha diritto di esprimere ciò che sente e che ha sperimentato.
Cosa mi dici dell’India
di oggi e delle sue ancora grandi contraddizioni?
L’India di oggi ha ancora molte delle sue ataviche contraddizioni. I miei stessi romanzi,
che cercano di mettere in discussione alcune delle sue chiusure, non sono mai accolti allo
stesso modo dappertutto. C’è una parte che dimostra il suo consenso e la sua
ammirazione per la mia scrittura, ma ci sono quelli che criticano fortemente i valori sui
quali io invito a riflettere. Ma io non mi preoccupo più di tanto: credo sia giusto
che uno scrittore vada per la propria strada ed esprima quello che sente giusto. Altrimenti
rischia di compromettere seriamente la sua opera e il significato che trasmetterà
ai lettori.
Luigi La Rosa |