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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    Lia Levi

    «Il mondo è cominciato da un pezzo»:
    un romanzo sulla problematica
    sfera dei sentimenti
    e la perdita dell’identità femminile
    nella società borghese
    dei giorni nostri
    a colloquio con l’autrice,
    che mi accoglie nella sua casa
    romana di Trastevere
    per cercare di analizzarne
    motivazioni, riflessioni, stimoli


     Cari amici

    Ancora Trastevere. Sempre Trastevere.
    Penso non esista quartiere più affascinante per sentire il respiro di una Roma in parte scomparsa, in parte mitizzata, che non vuol saperne di morire.
    E’ qui, tra pietra ed acqua, che la si ritrova sul far della sera. Quando il cielo si fonde alle ombre dei vicoli, e sullo sfondo le cupole si fanno d’oro.
    Stavolta ci torno per trovare Lia Levi, in occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo “Il mondo è cominciato da un pezzo” (Edizioni e/o, pp. 213, 15 euro).
    La scrittrice, che mi ha risposto cordialmente al telefono in mattinata, mi aspetta poco prima del crepuscolo – un tardo pomeriggio di marzo falciato dalla luce bassa di questo inizio primavera.
    Ho con me Andrea, l’amico fotografo che sovente mi trascino dietro nelle tante scorribande serali per la città.
    Ci arrivo a piedi, tagliando da casa mia per via della Lungara, come mi piace fare le volte in cui si tratta d’incontrare uno scrittore.
    Con tutto il tempo d’immaginare la situazione, d’ingrossare l’attesa, e il piacere sottile di fermarmi ai primi cento baretti incontrati lungo la strada.
    Attraverso la piazza di Santa Maria, mi soffermo alle fontanelle di rito. Poi, ancora qualche traversa e suono finalmente al portone del palazzo dove Lia Levi vive insieme al marito.

    Il mondo è cominciato da un pezzo”.
    Partiamo dal titolo. Estremamente appropriato e indicativo, poiché racchiude al suo interno l’amara sapienza del mondo, la consapevolezza di un vissuto che si ripropone nel tempo, scavalcando paradossi e contraddizioni.
    Un titolo suggestivo, dietro il quale si nasconde la drammatica esperienza di Beatrice, la protagonista del romanzo, che improvvisamente perde il suo vecchio posto di lavoro, assistendo alla lenta dissolvenza della propria identità.
    La propria identità di donna, di madre, di intellettuale. Un’identità che in qualche misura deve tornare a rapportarsi alla femminilità, al suo mistero, al suo valore, interrogandosi su cosa voglia dire aver avuto “un posto nel mondo” e in seguito: “averlo perduto”.
    Intorno a Beatrice, una famiglia naturale: il marito Matteo, la figlia Veronica; e una acquisita: quella dei colleghi di lavoro, tra cui Saverio e Magda.
    E ancora la famiglia d’origine, la madre, il fratello, la cognata. Infine, l’arrivo del piccolo Ion, il bambino che riuscirà a convogliare daccapo le energie della donna, restituendole un motivo per vivere.

    Lia Levi è una persona di una disponibilità unica. Chiacchieriamo per delle ore, del suo romanzo, di scrittura, finché il cielo annerisce sui terrazzi trasteverini che dietro i vetri delle finestre fanno da cornice al nostro incontro.
    La sua ironia e la sua intelligenza costituiscono qualità che riconduco inevitabilmente pure al suo stile di scrittura, estremamente duttile e moderno.
    Parliamo di ragazzi, d’infanzia, di esperienze scolastiche - di come la letteratura possa essere un modo sano per crescere e capire la realtà.
    Quando vado via, porto con me un fiume di ricordi e di emozioni. Che anche stavolta voglio regalare ai lettori di Ricercario.

    Rispetto alla sua precedente produzione, stavolta sceglie di raccontare la contemporaneità. Perché?
    E’ proprio vero, ho sempre prediletto storie a sfondo storico, soprattutto quello della seconda guerra mondiale. Stavolta, però, ma già pure col libro precedente, volevo confrontarmi con l’oggi, con il nostro tempo, per capire come si determini, nel preciso momento che viviamo, il difficile rapporto con l’identità.

    La protagonista del romanzo, Beatrice, è una donna. Possiamo allora parlare di riflessione sull’identità femminile?
    Esattamente, mi interessava capire quanto una donna oggi, dopo le battaglie per l’emancipazione e le passate esperienze del femminismo, debba ancora lottare per conservare integra la propria identità. La mia è una donna che perde il lavoro, e a questa perdita corrisponde una sorta di terribile sottrazione interiore: il suo rapporto con il mondo, con la famiglia, con i colleghi, con il ruolo di madre, con l’amore, tutto si modifica in funzione di tale cambiamento.

    Per un uomo le cose andrebbero diversamente?
    Sì, indubbiamente. Sicuramente la perdita del lavoro per un uomo può significare un accentuarsi di problemi economici, magari in relazione al mantenimento della famiglia, ma la sua identità, rispetto a quella della donna, è assai più strutturata e consolidata nell’ambito della società in cui vive. La donna che invece smarrisce il suo ruolo lavorativo rischia davvero di vedersi strappate – lentamente – l’identità e la propria posizione nel mondo.

    La storia parte da una situazione reale?
    Sì, da una vicenda accaduta a una persona della mia famiglia, che ha subito ciò che succede alla protagonista del libro. Di punto in bianco ti ritrovi senza una prospettiva, e senti che devi rimettere tutto in discussione. Mi ha fatto riflettere moltissimo l’idea che un semplice evento della vita, seppur drammatico, come la perdita del lavoro, possa rappresentare una messa in discussione di tutti i tuoi equilibri esistenziali.

    Una qualità importante del suo stile narrativo è il sentimento dell’ironia, che interviene per alleggerire, o anche solo per rendere accettabile, il peso del dramma aleggiante sullo sfondo delle vicende. Quanto è centrale questo concetto nella sua poetica di scrittura?
    Ho sempre considerato la capacità di sorridere anche davanti al male della vita come un’occasione di salvezza irrinunciabile. Senza il sorriso saremmo sconfitti, annientati completamente dal nostro dolore. In fondo, l’ironia è un ponte che ci viene lanciato, una chiave di lettura della vita stessa. Inoltre, come diceva Singer: “Non conosco paradiso per il lettore annoiato”. Pure io sono della stessa scuola. L’ironia è un modo per dare brio alla scrittura, per evitare che il lettore si senta avvilito dal senso doloroso delle cose. Lo ripeto, per me è una componente del tutto irrinunciabile.

    La domanda che rivolgo sempre a tutti gli scrittori intervistati… Come lavora Lia Levi? Quali sono i suoi metodi di scrittura?
    Io scrivo soltanto quando ho una storia in mente. Non considero lo scrivere come qualcosa di ossessivo, ma semplicemente un’esigenza che mi costringe ad essere onesta col lettore. Quando ho una nuova vicenda da raccontare, ecco che mi accingo a scrivere, altrimenti faccio altro. E scrivo sempre a mano, non più di tre, quattro paginette al giorno. Sento il bisogno di scrivere e riscrivere le stesse pagine più volte, cercando di espanderle. Infine, ci ritorno sinché non so che possono andar bene.

    Un momento prezioso della sua esperienza è costituito dal rapporto con l’infanzia, per la quale scrive delle bellissime storie, e con cui si confronta attraverso gli incontri che da anni intrattiene con le scuole. Quanto considera importante tale rapporto?
    Tutto è nato con il mio primo romanzo. L’avevo scritto per gli adulti, non per i ragazzi. Eppure, improvvisamente, il mio personaggio cominciò ad interessare le scuole, a imporsi all’attenzione di lettori molto giovani. Da lì, mi si aprì una strada interessante e piena di suggestioni: quella del dialogo col mondo dei ragazzi, un atteggiamento che mi permettesse di capire cosa vogliono da noi adulti, come percepiscono le nostre storie. Dai piccoli ho imparato moltissimo, e rimangono per me un punto di riferimento fondamentale. A questo proposito le dirò una cosa che la colpirà: pensi che sono stata proprio di recente a incontrare i suoi ragazzini di Librino… Un’esperienza indimenticabile, con centinaia di ragazzi e di insegnanti… Devo dire che questo mi arricchisce moltissimo come persona e come scrittrice.

    Luigi La Rosa