Ricercario
di Luigi La Rosa
Questa
settimana ho incontrato…
Helen Oyeyemi
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Melania Mazzucco presenta
il romanzo d’esordio
della giovane scrittrice nigeriana
alla libreria Feltrinelli
di Galleria Colonna a Roma
ne parliamo con l’autrice,
per capirne le motivazioni,
le ispirazioni e i sentimenti,
cercando di comprendere
come il racconto autobiografico
possa essere sublimato
in una magnifica opera di finzione
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Cari
amici Tra gli eventi delle ultime settimane, non può sicuramente sfuggirci il passaggio romano di Helen Oyeyemi, la giovanissima narratrice nigeriana divenuta un caso internazionale col romanzo “La bambina Icaro”, tradotto per noi da Annamaria Biavasco, Valentina Guani ed Elisabetta Humouda (Rizzoli, pp. 337, euro 17.50).
Evento presenziato dalla migliore delle madrine letterarie, Melania Mazzucco, che ha intervistato Helen Oyeyemi davanti a un pubblico molto attento.
La bambina Icaro. Un romanzo, una storia personale eppure sublimata dalla finzione narrativa, un momento di messa a fuoco della propria verità esistenziale.
Ecco quali sono i motivi conduttori del testo, nel racconto di un anno di vita della piccola Jess (nata da madre nigeriana e padre inglese), all’interno del quale si compie il breve ritorno in Nigeria, presso i parenti della madre e l’incontro con il fantasma di TillyTilly, la misteriosa bambina conoscitrice di mille segreti emersa come dal ricco patrimonio delle mitologie indigene e sulla scorta di una sorellina gemella che Jess non ha fatto in tempo a conoscere.
Il romanzo è tuttavia qualcosa di più. E’ la stratificazione personale e latente di paure, ossessioni, ipocondrie che appartengono tanto alla sfera dell’invenzione pura quanto alla vicenda biografica della Oyeyemi. Un mondo di dolore dal quale si esce solo con la scrittura, e all’interno del quale la scrittura può diventare – nel senso più veritiero del termine – una delle possibili ancore di salvezza.
Ed è sul rapporto tra autobiografia e romanzo, che si è soffermata nella sua magnifica introduzione Melania Mazzucco, ribadendo quanto si riveli insolita e degna di attenzione, in una ragazzina di diciotto anni, la capacità di raccontare il vissuto attraverso l’escamotage dell’invenzione letteraria.
“A quell’età – ha espresso l’autrice di “Vita” – si tende a parlare direttamente in chiave personale dei propri dolori, non si cerca la via della sublimazione letteraria. Questo è indice di un talento che va coltivato, seguito, e sicuramente apprezzato”.
Helen Oyeyemi è molto giovane, oggi ha appena ventun’anni. Dimostra umiltà e grande consapevolezza di quanto sia lunga e faticosa la strada per la conquista di uno stile di scrittura maturo, che la rappresenti. “La mia avventura letteraria è solo all’inizio – afferma, sorridendo un po’ imbarazzata – ed è nata mettendomi nei guai con le mie insegnanti di scuola, che mi vedevano scomparire insieme al mio quadernetto. Sono cosciente che diventare uno scrittore richieda anni, fatica, e soprattutto tanto, tanto lavoro. Il mio tentativo è solo al principio, ma ho tutta la voglia di crescere e di maturare insieme alle parole”.
La Mazzucco aggiunge poi il forte debito de “La Bambina Icaro” nei confronti della letteratura legata al mistero: Henry James, in primo luogo.
Lo spirito del racconto è anche l’incarnazione dell’Africa e dei suoi miti. Un mondo onirico, ancestralmente magico, che si inaugura col sogno ma che a volte ci possiede con lo stesso nitore della vita reale.
“La Nigeria, sebbene in parte cattolica – spiega Helen – è comunque un luogo dove si percepisce, in maniera forte, il sentimento della mitologia indigena. Mio nonno, ad esempio, pur essendo un cattolico fervido, conserva sull’altarino del suo salotto un piccolo spazio dedicato alle antiche divinità africane. La Nigeria è proprio questo: un’incertezza che spesse volte ci dispone al centro di volontà e di mondi sconosciuti”.
Chiediamo quindi alla scrittrice quali siano i modelli della letteratura inglese contemporanea che in qualche misura sente vicini alla sua scrittura.
“Kureishi, indubbiamente. E’ lui che ha salvato la letteratura inglese – risponde, con un tono di assoluta certezza. – A dire il vero, io cerco altrove i miei esempi, non nella letteratura inglese della borghesia bianca, i cui romanzi trovo alienanti e poco significativi. E non credo che ciò che ho scritto possa essere collocato in quel tipo di continente letterario”.
Il romanzo è racconto autobiografico di violenze, discriminazioni, solitudini che non sono estranee alla vita della giovane Oyeyemi.
“Sì – confessa con una punta di rammarico nella voce – ricordo momenti di evidente razzismo, che hanno fatto parte della mia infanzia e che sono alla base del libro. A otto anni ricordo delle amichette del cuore che s’impuntavano nel voler sapere se fossi nera oppure bianca. Ricordo problemi legati alla scuola, dove si viveva un imbarazzo costante nei confronti di persone come me, figlie di due culture: quella africana e quella inglese. Ebbene, la scrittura è stato il luogo dove queste contraddizioni hanno trovato un impasto, e sono diventati sostanza narrativa. Senza la scrittura, la mia vita sarebbe stata sicuramente peggiore”.
L’incontro è volato via in un baleno, tra ricordi del passato e voglia di crescere. Interessanti anche gli interventi da parte del pubblico, mirati a conoscere meglio una voce che siamo certi lascerà un segno nel panorama letterario di domani.
“La bambina Icaro” è una pagina di vita vissuta, ma rielaborata al calore della fantasia e dell’immaginazione. La scrittura è semplice, asciutta, in qualche punto persino sovrabbondante, ma costantemente dotata di una capacità di esprimere con chiarezza e leggerezza, sfumature e sensazioni di eccezionale realismo.
La testimonianza autentica di quella bambina umorale e un po’ depressa che si perdeva tra le pagine del “Vecchio Testamento”, con l’abitudine di riscrivere interamente i destini infelici delle protagoniste di “Piccole donne”.
Conoscerla, parlare con lei, si è rivelata un’esperienza davvero interessante. Così come ascoltare le parole sempre attente, sempre illuminanti di Melania Mazzucco. La garanzia ulteriore che dolore e sofferenza costituiscono due sponde amare ma necessarie, tra le quali rintracciare la via dell’arte e della bellezza.
Luigi La Rosa |