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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    Michael Cunningham

    definito dalla critica internazionale
    uno dei massimi talenti letterari del mondo,
    vincitore del premio Pulitzer,
    tradotto in oltre ventisette paesi,
    Michael Cunningham si racconta
    ai lettori del Ricercario svelando
    i segreti del suo nuovo libro

     una storia sull’eterno ritorno
    sulla decadenza dell’umanità
    sulla poesia come atto di ribellione
    contro la superficialità del male
    e la follia dell’assassinio


     Cari amici

    Il mio amore per la scrittura di Michael Cunningham ha seguito di pari passo il crescere dei suoi consensi planetari.
    Un amore che nasceva alcuni anni fa, in una calda estate siciliana, quando quasi per caso mi finiva tra le mani il suo romanzo di maggiore successo e ispirazione: “Le ore”.
    Opera sull’amore e sulla morte letti attraverso il mistero dell’arte. Una pagina di umanità sofferta e indimenticabile. Un romanzo di dolorosa formazione interiore e di devozione assoluta al genio di Virginia Woolf, dove l’impronta del narratore sposava, in maniera toccante, il sentimento di una diversità elettiva sostanziale, insita negli uomini, nelle cose, nei tempi raccontati.
    Oggi, a distanza di anni, arriva in libreria “Giorni memorabili”, il nuovo libro di Michael Cunningham, nell’ottima traduzione di Ivan Cotroneo (Bompiani, pp. 410, 18.00 euro).
    C’è di più: scopro che lo scrittore alloggia nei pressi di piazza di Spagna, mi do da fare per organizzare un incontro. E il giorno finalmente arriva. Un giorno di sole, accarezzato dalla stessa luce straziante che caratterizza le sue storie, la stessa magica luminosità, la stessa grazia mattutina.
    Lo incontro nel giardino dell’hotel dove alloggia, tra le floride aiuole del parco, gli ombrelloni, i tavoli, e un cielo azzurro che si solleva lontano come uno sfondo di vetro. Ecco, in sintesi, le emozioni di allora.
    Se c’è uno scrittore che ha saputo condensare parabola letteraria ed esempio esistenziale nella contemporaneità questo è sicuramente Michael Cunningham. Vincitore del più prestigioso premio letterario del mondo e tradotto in numerose lingue (attualmente ventisette), Cunningham ha conquistato un consenso pieno, unanime e differenziato: da un paese all’altro del pianeta le traduzioni dei suoi romanzi affollano i primi piani delle vetrine, annoverando milioni di lettori.
    Lettori che lo adorano, lo celebrano come una star televisiva. Dalle sue pagine sono stati tratti film di altrettanto imponente successo. E la sua vita cordiale ma riservata, silenziosa, dedita alla fatica quotidiana dello scrivere ne fa una sorta di leggenda. La scrittura è vita, sostiene. E vivere significa in una certa misura capire qualcosa di più di noi e del mondo che abitiamo, del tempo in cui viviamo.
    Dopo la magistrale e toccante compenetrazione psicologica nelle tormentate stagioni biografiche di Virginia Woolf, lo scrittore compie questa volta un altro mirabile affondo emotivo nel territorio poetico e sentimentale di Walt Whitman, il grande poeta della democrazia americana. Il padre del tempo nuovo e della società nascente. Quell’eccellente poeta che amava i ragazzi e celebrava l’utopia salvifica di una modernità sul punto di svilupparsi.
    Giorni memorabili” (Bompiani) è tutto questo ma è al tempo stesso qualcosa di più, di più grande. Il nuovo libro di Michael Cunningham, appena arrivato in tutte le librerie italiane, sfiora vette di clamorosa bellezza stilistica, cercando di offrire delle coordinate di lettura e di riflessione sul futuro verso il quale ci muoviamo. Il futuro è un’incognita per tutti, parrebbe. E le parole di Cunningham non ci dànno false rassicurazioni o inutili allarmismi: ci proiettano nel mare inquieto delle possibilità, cercando di rafforzare il bisogno d’amore e il concetto che esso possa essere l’unica via di salvezza in un orizzonte sempre più cupo e tenebroso.
    Una storia, quindi, che muove dal passato, attraversando il presente con il suo bisturi di fuoco scivolando gradatamente verso il domani: una lama che scorre inesorabilmente lungo le zone d’ombra dell’incertezza, della paura terroristica, della solitudine postmoderna, del bisogno d’amore negato, delle contraddizioni consumistiche, dei sogni futuristici, delle passioni che ancora ci tengono in vita: la poesia tra tutte. La poesia che cambia la vita. La poesia che salva.
    Tre lunghi racconti che s’intrecciano e si rimandano attraverso un proustiano e raffinatissimo gioco di specchi e situazioni. Un ragazzino innamorato della poesia di Whitman e rapito dalla bestialità della vita di fabbrica. Una donna che investiga sul caso di inquietanti kamikaze che si fanno saltare per aria citando versi del celebre poeta. E ancora un amore impossibile, una storia d’amicizia e sopravvivenza tra un uomo-robot e una nadiana, una singolare donna-lucertola, tra i fumi di un futuro poi non così lontano e tremendamente realistico.
    Giorni memorabili” è veramente tra le cose più belle che siano uscite nelle ultime settimane. La scrittura possiede una amabile capacità: quella di brillare, colorare, entrare con forza nelle verità cromatiche del quotidiano e del vissuto, dando al lettore la consapevolezza di un tempo che fugge, che si allontana, dipanandosi a ogni capitolo, creando ragnatele di senso, rimandi psicologici, simmetrie magiche dotate della consistenza di architetture di cristallo.
    Al centro del romanzo una splendida tazza con una scritta incomprensibile incisa sopra. Una tazza che attraversa le tre storie, ritrovandosi puntualmente nel cuore del racconto e spingendo oltre la spola degli accadimenti e delle intuizioni. Non si riesce letteralmente a posare il libro prima di aver terminato le quattrocentodieci pagine che lo compongono, con la malinconia finale di una nuova attesa, di una nuova inguaribile solitudine.

    La cosa che mi colpisce di più in Michael Cunningham è la luce dello sguardo. Quell’energia vitale, intelligente, che dà risalto al verde dei suoi occhi e sembra costantemente sottolineare i moti del pensiero.
    E’ un uomo acuto, sottile, che sembra davvero frugarti dentro. E che ti fa sentire, ti fa respirare questa sua capacità.
    Lo scrittore mi parla dei suoi desideri più profondi, della speranza di scrivere delle storie che possano sempre costituire dei momenti di crescita individuale, tanto come uomo quanto come artista. I suoi modelli sono sicuramente alti, e non tutti presi a prestito dalla sola letteratura. Vivere significa sperimentare, spiega. Significa tornare a osservare le cose in maniera originale. E fare questo significa prendere coscienza della precarietà delle cose, della finitezza dell’essere uomini.
    L’incontro vola via senza che me ne renda conto, se non fosse per la folla di giornalisti che si è raccolta alle nostre spalle.
    Ci salutiamo dandoci un caloroso appuntamento al prossimo libro e alle tante e-mail che sono certo ci scambieremo nel corso di quest’inverno. Michael sembra crederci davvero, sembra la promessa di due vecchi amici di sempre. E l’eco delle sue parole e del suo insegnamento rimane scritto dentro di me, mentre mi avvio per piazza di Spagna, bella e accesa di sole. Incontrare un grande artista cambia davvero la vita, inprofondità. E’ la principale consapevolezza che ho conquistato in questi anni romani.

    Dopo l’amore per Virginia Woolf, stavolta il suo tributo va a un altro gigante della poesia moderna: Walt Whitman. Come mai questa scelta?
    La scelta è dettata intanto dal grande amore che nutro per il poeta americano, un uomo stupendo, controverso, amabile, che sente di vivere un momento di grande scoperta, una stagione di energie che portano dritto alla modernità. E’ lì che si determina per la prima volta nella storia la concezione dell’America democratica, lì che il senso di universalità si affaccia all’orizzonti del credo e delle vicende politiche del continente. Penso possa essere emozionante cogliere lo stupore di un uomo come lui in un momento simile.

    Come si sente invece lei, da scrittore e da artista contemporaneo, nei confronti dell’America?
    Ecco, credo che mentre Whitman costituisca in assoluto il poeta della nascita di un continente e di un mondo, io sia uno scrittore che ne racconta la decadenza, il declino, il rischio di distruzione totale. Viviamo dei giorni durissimi, all’insegna dell’angoscia collettiva, e mai come in questi tempi era stato doloroso percepire nell’aria tale senso di minaccia, di incombenza. Non sappiamo da dove verrà la nostra morte, né se avremo la possibilità di accorgercene. Il terrorismo non è che uno degli aspetti di tale minaccia. Ma le possibilità sono tante, e tutte quante gravi e preoccupanti.

    Come si traduce tutto questo, letterariamente?
    Si traduce in una storia piena di rimandi, che puntasse al passato, passasse dal presente, cercasse di far luce su un’idea di futuro. Il primo dei grandi momenti del mio romanzo è infatti ambientato nell’Ottocento, e parla di rivoluzione industriale e di vite sottomesse alle macchine. Poi si passa al presente, alla vicenda di alcuni misteriosi e giovanissimi kamikaze innamorati della poesia di Whitman. Per finire al futuro, dove bisogna lottare per la sopravvivenza e per conservare il diritto più importante di ogni essere umano: quello di amare e sentire liberamente.

    Com’è cambiato, nel tempo, il suo personale rapporto con la scrittura dopo il successo mondiale del suo precedente romanzo?
    Non so se sia davvero cambiato. Certo, è cambiata sicuramente la mia vita, sono scemate molto preoccupazioni e molte ansie sulla sopravvivenza, ma il rapporto con la scrittura non credo possa mai cambiare davvero. Del resto, non esiste un modo di scrivere definitivo e statico, per un artista. Si impara sino all’ultimo giorno, e la nostra scrittura non è che un continuo perfezionarsi, pagina dopo pagina, un cammino che ci porterà alla fine della vita con la consapevolezza che non esistono segreti fondamentali per diventare grandi, ma che tutto si scopre lavorando con costanza, con sofferenza, con passione.

    Potrebbe farci un esempio concreto?
    L’esempio che io amo citare di continuo è Monet, il pittore. Quando morì stava lavorando a dei dipinti che cercassero di riprodurre il suono delle canne spinte dal vento. E’ una cosa che mi commuove moltissimo ogni volta che ci penso. Ecco, la fine della vita di questo grande maestro coincideva con un esercizio di crescita e con il tentativo di migliorare ancora la propria arte. Monet non aveva e non ebbe mai la sensazione di essere arrivato: ogni giorno era per lui una ricerca espressiva continua, e anche la morte lo colse in questo suo tipico atteggiamento. Bene, quando penso a me come scrittore, vorrei poter dire lo stesso e poter vivere come visse Monet: affamato di imparare ogni giorno di più il mio mestiere.

    L’ultimo suo romanzo, ma già il precedente, manifestano un senso del sacro molto forte. C’è un continuo rapporto tra vivi e morti, e le ombre sembrano tornare nella vita come fantasmi. Qual è dunque il suo personale rapporto con il mistero?
    Quella della morte è l’esperienza più comune che credo chiunque abbia superato i venticinque anni ha quotidianamente modo di fare. Tutti abbiamo perduto degli amici o delle persone alle quali abbiamo voluto bene. Dunque, sempre più vado sentendo la presenza di un legame sostanziale tra chi vive e chi se n’è andato, e che questo legame può essere alla base delle storie che raccontiamo, del nostro modo di percepire l’esistenza. Infatti, tutti i miei romanzi sono sempre pieni di rimandi, di collegamenti piccoli o grandi tra personaggi anche lontani, anche di situazioni e momenti storici differenti.

    Tutto questo si riflette anche sugli aspetti tecnici della costruzione del romanzo?
    Sicuramente, creare dei rimandi e delle rispondenze all’interno della macchina narrativa di un romanzo è secondo me estremamente importante, proprio perché ci consente di imporre una coerenza sul caos infinito del tempo e delle situazioni. Il lettore deve avere come la sensazione di percorrere un luogo in qualche modo conosciuto e ritrovare continuamente quei riferimenti che gli dànno il senso di un’armonia, un equilibrio che è anche mentale, formale, intellettuale.

    Qualche anticipazione sul prossimo libro?
    Sto lavorando, ma non a un romanzo. Tra un libro e l’altro devo mettere almeno una distanza di sei mesi, altrimenti le idee non crescono. Devo vivere e affrontare esperienze che poi diventeranno scrittura, ma ci vuole comunque tempo. Al momento sto scrivendo tre sceneggiature. E’ un modo per tenermi impegnato con la scrittura e ritrovare la serenità di immaginare una nuova storia. In fondo, ogni romanzo è per uno scrittore un pezzetto di vita sublimata, e non fa che raccontare una parte più o meno preziosa di noi, più o meno irrinunciabile della nostra storia.

    Luigi La Rosa