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Ricercario
  a cura di Luigi La Rosa


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    Ricercario
    di Luigi La Rosa

    Questa settimana ho incontrato…
    James Meek

    l'autore di "Per amore del popolo"
    si racconta ai lettori di Ricercario,
    ripercorrendo suggestioni, atmosfere, paure
    di un viaggio magico nel cuore della Russia
    e in un passato eletto a mistero e poesia

    un narratore intelligente, lucido, disponibile
    affascinato dai luoghi aperti e sconosciuti,
    quegli spazi che parlano dell'infinito
    e nei quali sembrano scritti i destini umani


     Cari amici

    Dopo aver terminato le trecentosessantacinque pagine del suo acclamato best seller, “ Per amore del popolo” (Longanesi, pp. 365, 17.60 euro), incontro James Meek in un giorno di sole che rischiara piazza di Spagna come oro fuso, e benché sia già inverno inoltrato e il Natale alle porte, per un momento l'illusione di essere in primavera si fa forte, dominante.
    Lo scrittore mi attende all'hotel d'Inghilterra, dove abbiamo modo di parlare a lungo del suo romanzo e di conoscerci di persona, in un tranquillo pomeriggio di questo dicembre romano.
    Un racconto, un libro che nasce da un luogo ben preciso. La Russia. E da un tempo circoscritto seppur visionario ed enigmatico: il 1919. Intorno a queste due coordinate, tutto un universo di personaggi magici e deliranti, che si avvicendano per l'intero svolgimento del testo, in un vortice mirabolante e terribile di situazioni ma soprattutto di atmosfere, suggestioni, inquietudini.
    Sono queste a colpirci maggiormente: le fantasticherie, le fascinazioni. Come quelle che si annidano nelle storie dei personaggi: Anna, amante di un capitano della legione stanziata in un piccolo villaggio sperduto, dove vive una misteriosa setta di castrati dedita a sconosciuti rituali cristiani e dove degli indecifrabili soldati cercano ora di tornare ai proprio luoghi d'origine, sfidando le foreste, il gelo, la disperazione di tale forzata solitudine.
    James Meek possiede uno stile amabilmente pacato, asciutto, sobrio, ma come capace di impennare all'improvviso e mostrarci indimenticabili scorci. Sa trarre a sé le fila di un destino corale, collettivo, che si costruisce sulla somma latente delle situazioni e degli eventi predisposti dal caso e dalle scelte. Che trova, presto o tardi, la sua direzione evocativa finale.
    Irvine Welsh ha definito questo romanzo: “Un libro magnificamente scritto, che, benché ambientato nel passato, risulta per il lettore più contemporaneo che mai… Meek fa correre su binari paralleli l'orrore e la bellezza.”
    Michel Faber aggiunge: “Una grande storia, audace ed entusiasmante nella sua novità, narrata con eccezionale maestria. Meek comprende l'orrendo potere del male, ma non perde mai il senso dell'umorismo né la tenerezza per quei momenti di grazia che tengono in vita il cuore umano”.
    A questi eccellenti giudizi vorrei ancora assimilare la mia ammirazione per la capacità di costruire l'intreccio, di saperlo distribuire all'interno della misura totale del narrato e un talento enorme nel rendere il senso di una fatalità piena, oscura, imperscrutabile, che si abbatte su uomini e donne di un tempo lontano, ma fratelli a noi nella fragilità e nella miseria esistenziale.
    Ecco come lo scrittore ha riassunto l'impalcatura emotiva portante della storia, portandoci nel fulcro personale delle motivazioni e degli stati d'animo ritratti.

    Dove nasce l'interesse per la Russia e per il periodo che lei racconta?
    In effetti non avevo mai pensato a un romanzo storico. Poi mi è accaduto di trovarmi realmente in Russia: a viverci, a conoscerla dall'interno, ad avere una compagna russa. Ci sono rimasto per quattro lunghi anni, e lentamente sono entrato in questo mondo oscuro e affascinante. Quindi, ho sentito il bisogno di scriverci sopra…
     
    Perché proprio un romanzo?
    Perché ero letteralmente stufo dei soliti memoriali che i giornalisti continuano a scrivere dopo aver vissuto in un luogo certi che la gente non veda l'ora di leggerli. In effetti, delle volte scriviamo libri che non destano il minimo interesse del lettore. Allora ho pensato a qualcosa di diverso: non un semplice reportage di viaggio, ma una storia che raccontasse sensazioni, sentimenti, suggestioni che ho respirato, vissuto, sentito sulla pelle.
     
    Cosa ispira il suo romanzo, quali elementi di fondo?
    Sono tre gli elementi che mi hanno spinto alla costruzione della mia storia: l'aver scoperto dell'esistenza di una setta di castrati vissuti nei territori che io racconto, la notizia della presenza di soldati cecoslovacchi finiti prigionieri nella steppa, e soprattutto l'abitudine piuttosto comune del cannibalismo premeditato.
     
    Ci spiegherebbe meglio cosa intende per “cannibalismo premeditato”?
    Pare fosse un'abitudine inquietante ma piuttosto frequente. Chi scappava dalla galera si portava sempre dietro un compagno innocente, col pensiero segreto che in caso di fame e perdita di riferimenti avrebbe potuto ucciderlo e mangiarlo. Ecco, c'ho visto dentro una forte carica letteraria. Qualcosa che di per sé poteva diventare romanzo, storia, racconto immaginario.
     
    E' stato facile tradurre le sue suggestioni in meccanismo narrativo?
    No, affatto. E' stato difficilissimo, e questo romanzo credo costituisca la prova più alta che ho dovuto affrontare come narratore. E' stata una lenta architettura che mi ha impegnato a lungo. Ho dovuto davvero strutturare tutto, riflettendo moltissimo prima ancora di scrivere, e creando un vero e proprio caleidoscopio di personaggi che entrano ed escono dalla storia.
     
    Ci sono dei debiti nei confronti della grande anima letteraria russa?
    Non saprei rispondere alla sua domanda. Sicuramente i grandi del passato ci influenzano, ma io evito sempre di parlare di “classici”, anche perché ogni autore è completamente diverso da tutti gli altri. Come si fa ad accomunare Tolstoj a Dostoevskij, ad esempio? Ciascuno di essi è unico, irripetibile, e c'insegna tante cose diverse. E poi, anche all'interno della stessa produzione, lo scrittore di un determinato periodo storico è spesso totalmente lontano da quello che scriverà successivamente o che ha scritto in passato. Ecco, pertanto posso dire che per certe cose devo molto ai narratori russi, per altre devo ancora scoprirli meglio e conoscerli più approfonditamente.
     
    Nelle pagine ho anche percepito fortemente il senso del mistero e del remoto… Come si è posto nei confronti di questi sentimenti?
    Bella domanda, davvero. Non so però come rispondere. Devo riconoscere che quando ti trovi in Siberia penseresti al gelo, alla solitudine, agli spazi sterminati. Ma non puoi permetterti di associare queste caratteristiche alla terra, ai luoghi. Sono gli uomini che hanno creato il carcere, il filo spinato, l'aberrazione. I luoghi sono e rimangono puri, come la gente che li abita e li rappresenta. Mi sono a volte commosso nel parlare con una vecchina che mi diceva essere stata una schiava condotta da Stalin e rimasta in un determinato paese per il resto dei suoi giorni. Ecco, questo deve aver accentuato sicuramente questo senso del remoto e del mistero. Come una legge che regoli luoghi sterminati, dove spesso capita di provare la paura di perdersi, di non saper più tornare indietro. Sono situazioni che ho vissuto e che ricordo ancora perfettamente.
     
    Col prossimo libro ci condurrà ancora nel passato?
    Non proprio, nel senso che racconterò il ventunesimo secolo. Non so ancora di preciso cosa scriverò, ma so che c'entreranno un uomo, una donna, un libro, un viaggio che passando da Londra raggiungerà l'Asia. Ecco queste sono le prime coordinate sulle quali sto cercando di imbastire una storia. Ma ci vorrà ancora tempo, credo sia presto per risponderle adeguatamente…

    Luigi La Rosa