Ricercario
di Luigi La Rosa
Questa
settimana ho incontrato…
Ivan Cotroneo
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un’intensa storia d’amore e disamore,
una dolorosa vicenda di formazione
che passa attraverso l’esperienza
della perdita e dell’abbandono
per approdare a una nuova consapevolezza
sull’identità e sui rapporti tra le persone
un romanzo che è il tentativo
quasi provocatoriamente ottocentesco
di raccontare la passione totalizzante
che devasta ma che fa anche crescere |
Cari
amici Rieccomi nuovamente a voi, dopo qualche mese di silenzio. In effetti, in questo periodo c’è stata tanta scrittura, tanto silenzioso lavoro a cui presto daremo voce.
Il Ricercario riparte incontrando oggi un amico, un narratore, un intellettuale che ha fatto della parola la sua principale risorsa.
Mi riferisco a Ivan Cotroneo, di cui Bompiani manda in libreria l’ultima fatica narrativa: «Cronaca di un disamore».
Romanzo che ho dapprima semplicemente sfogliato in una libreria del centro, per poi tuffarmici dentro e trascinarmelo dietro in uno dei miei perenni viaggi tra Roma e la Sicilia.
Una storia semplice e al tempo stesso complessa, come tutte le storie che raccontano i tumulti del cuore, le esperienze brucianti dell’interiorità.
Un incontro: due uomini che s’innamorano. Poi, come sempre accade nella vita, uno dei due lascia l’altro. E il tempo si azzera: gli attimi, le ore, i giorni ripartono su un piano totalmente traslato, che è anche discesa agli inferi dell’abbandono e dello strazio, e il tentativo umanissimo di vincere il dolore, di tornare a vivere.
Luca non dimentica Maurizio. Non potrà mai farlo del tutto. Forse, non lo vuole veramente. Non dimentica i luoghi che hanno accompagnato la loro passione, i momenti d’intimità, di sesso, di tenerezza. Non dimentica il colore di un tempo vicino e lontano, che sente magico, irrimediabilmente perduto. Non dimentica le frasi, la misura esatta dei sorrisi, il calore di una pelle amica, le carezze di mani che non gli capiterà più di sfiorare e sentire addosso.
Non dimentica le notti che parevano più lunghe e più vere delle altre, come non riesce a scordare se stesso innamorato dell’amore.
Ricordare significa soprattutto rivedere, rivedersi: avvertire le distanze dolorose da un mondo perfetto e luminoso da cui si è stati estromessi, al quale non sarà più possibile fare ritorno.
La cosa che maggiormente mi ha colpito leggendo le pagine di questo romanzo è la sconcertante sensazione di verità che la scrittura di Ivan Cotroneo conferisce al racconto. Un racconto che diventa pagina di vita, testimonianza, radiografia di un’anima dilaniata dal bisogno dell’altro. Le emozioni sembrano davvero scolpite sulla carne, bruciano a lungo, ed è su questa carne – chiamata a un necessario confronto con la propria – che il lettore può rintracciare la martoriata geografia della nostalgia.
Anche il tempo (distillato da un’ossessiva, cieca ciclicità, e da quella lentezza che sembra avere dell’inesorabile) ribadisce l’universalità di tale dolore: la sua capacità di espandersi, d’invadere tutte le zone dell’essere, ogni fibra del corpo e della mente, di abitare con noi, dentro noi. Di essere noi.
Sono uscito dal romanzo con un desiderio, lo confesso: quello di conoscere il suo autore, di poterlo incontrare di persona.
Cosa che è avvenuta realmente qualche settimana più tardi, in una delle più antiche trattorie trasteverine, che sono tra le meraviglie di questa città.
Un pranzo che ha segnato la nascita di un’amicizia. Uno scambio, una lunga chiacchierata. E il desiderio comune di credere che nelle storie possa essere davvero racchiuso il segreto ultimo della vita.
Ivan sa raccontarsi con semplicità e coerenza, ripercorrendo le fila del romanzo, le motivazioni intime che l’hanno spinto a scriverlo, cogliendo l’esigenza delle mie domande, anche laddove non espresse, dove soltanto accennate.
Gliene sono grato, come lo ringrazio per la possibilità che mi ha concesso di regalare queste parole ai miei lettori. Leggetelo amici, ne riparleremo insieme.
Un romanzo che rappresenta la cronaca accorata di un disamore. Come nasce l’idea?
Inizialmente partivo da un’immagine che da tempo avevo in mente: un ragazzo di quarant’anni che all’improvviso sviene all’interno di un supermercato. Mi pareva una situazione estremamente contemporanea, di grande pathos e forte impatto emotivo. Questa, la scintilla iniziale della storia che intendevo raccontare, a cui si aggiungeva successivamente il bisogno di descrivere il passaggio dall’amore all’abbandono, dalla ferita all’accettazione, al superamento lento, faticoso di questo abbandono.
La storia che racconti manifesta un’attenzione grandissima nei confronti del sentimento e dell’interiorità. In un’epoca disattenta, qualunquista come la nostra, quanto coraggio ha richiesto scrivere un libro come questo?
Io credo che scrivere qualsiasi libro richieda coraggio, perché qualunque storia mette inevitabilmente in discussione certi valori, certe problematiche, aprendo interrogativi, inaugurando ipotesi di riflessioni, cambi di prospettiva esistenziale. Io volevo narrare semplicemente la storia di una passione radicale, totalizzante, quasi ottocentesca nella sua intensità, e ritengo importante averlo fatto oggi, in un tempo in cui è invece difficile parlare di certe cose, soprattutto di sentimenti.
Secondo te è possibile dimenticare l’amore che abbiamo vissuto?
Non bisogna dimenticare: anzi, credo di essere tenacemente attaccato all’idea della memoria. Per me ricordare è un atto di fondamentale importanza. Noi non siamo altro che quello che abbiamo vissuto, quello che abbiamo subito e che in qualche misura ci ha cambiati dentro. Bisogna accettare il pensiero che l’altro fugga da noi, senza isterismi, quasi con dolcezza, facendo in modo di arrivare a contemplare quella ferita un tempo sanguinante con un pizzico di tenerezza e di nostalgia. Allora, avremo probabilmente la sensazione di essere cresciuti, di essere diventati delle persone diverse.
Che rapporto ha la storia che racconti con la voglia di credere ancora alla possibilità di amare?
In effetti, già dal titolo ho voluto ribadire la presenza dell’amore. E’ vero che si tratta di un romanzo che racconta la fine di una storia sentimentale, ma l’amore è molto presente in queste mie pagine almeno quanto il dolore per la sua perdita. Nel ricordo Luca rivive in modo profondo le situazioni, i momenti, le condizioni del suo innamoramento per Maurizio. L’amore è sempre presente, sempre vivo, anche se in un primo momento come realtà concreta, e dopo soltanto come rievocazione e come suggestione. In ogni caso, più che una storia sul distacco dall’amore, si tratta di una storia intorno all’amore.
Il romanzo è attraversato da numerose citazioni tratte dal mondo classico, dalla musica leggera, dal giornalismo. Che ruolo hanno queste componenti all’interno della struttura fondamentale?
Sì, quelle citazioni ci sono tutte, e hanno un ruolo decisivo: quello di dare un determinato effetto di “straniamento” rispetto alla visuale infiammata di Luca, il protagonista, catturato da questa passione totalizzante per Maurizio che lo rende incapace di guardarsi intorno, di osservare con attenzione e con lucidità la realtà. Mi piaceva inserire alcune voci esterne, apparentemente fredde e impersonali, che consentissero di razionalizzare, ribaltando l’angolazione dello sguardo.
La tua attività di traduttore, di autore per il teatro e la televisione, in cosa ti ha cambiato come scrittore, se lo ha fatto?
Io credo si tratti di ambiti estremamente differenti ed eterogenei. Non sempre esiste una forte comunicazione tra di essi. Sicuramente lavorare con la parola mi ha dato tanto, soprattutto in termini di attenzione al suono, al ritmo della frase. Una cosa che mi deriva dalla traduzione, ad esempio, è la capacità di pesare le parole, di saperle utilizzare con parsimonia e scrupolo. Ma sono comunque come delle anime differenti di uno stesso amore: l’amore per le parole, che da sempre accompagna la mia vita. Ciascuna esperienza finisce per offrire qualcosa a tutte le altre, come attraverso un sistema di vasi comunicanti, ma resta comunque una dimensione profondamente diversa e autonoma.
Luigi La Rosa |